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James Dailey
James Dailey
FLORIDA (USA): DA 32 ANNI NEL BRACCIO DELLA MORTE MA UN DETENUTO LO SCAGIONA

7 gennaio 2020:

Un detenuto afferma che James Dailey, prigioniero nel braccio della morte, sia innocente di un omicidio del 1985. Dailey, oggi 73 anni, bianco, è stato condannato per concorso nello stupro e omicidio della quattordicenne Shelly Boggio avvenuto nel maggio 1985 nella Contea di Pinellas, ma un altro uomo ha confessato l’omicidio. Per 32 anni, James Dailey è stato nel braccio della morte della Florida per un crimine che dice di non aver commesso. Il veterano del Vietnam resta nella "casa della morte" a Starke. Gli è stato concesso un rinvio dell’esecuzione quando i suoi avvocati di nuova nomina hanno presentato nuove prove in ottobre, ma quel rinvio è scaduto il 30 dicembre 2019. La vita di Dailey è nelle mani del governatore della Florida Ron DeSantis, che deve decidere se concedere a Dailey un'udienza davanti alla Commissione per gli atti di clemenza all’interno della quale gli avvocati potrebbero illustrare un fascicolo di 100 pagine con le nuove prove raccolte recentemente sul caso. Il caso ha sollevato numerosi appelli da parte della comunità cattolica americana. Lo scorso ottobre, l’invito degli otto vescovi della Florida al governatore (cattolico) Ron DeSantis e alla Corte Suprema dello Stato a riaprire il caso ha portato a una sospensione di tre mesi dell’esecuzione. Ma nulla ha finora convinto i giudici o il capo dell’esecutivo statale a permettere ai legali di Dailey di presentare nuove prove della sua innocenza. Un rifiuto motivato da impedimenti procedurali. «Mentre esortiamo sempre le autorità a interrompere ogni esecuzione e porre fine all’uso della pena di morte, questo caso è particolarmente allarmante – hanno scritto i vescovi –. La Florida commette più errori di qualsiasi altro Stato nel condannare a morte persone innocenti, e ci sono prove evidenti che la condanna a morte di James Dailey è l’ennesimo fallimento della giustizia». Dailey è in cella dal 1985 per l’omicidio, avvenuto il 5 maggio di quell’anno, della quattordicenne Shelly Boggio. Dailey proclama da sempre la sua innocenza e nessuna prova fisica lo lega al crimine. Nel corso del suo processo, l’unico testimone ad accusarlo fu un altro carcerato che sostenne, in cambio della libertà, che il sospetto gli aveva confidato la sua colpevolezza in carcere durante la detenzione preventiva. Inizialmente per ‘omicidio della ragazza era stato condannato Jack Pearcy, un amico di Dailey, anzi, un “coinquilino”, visto che dividevano lo stesso appartamento. Processato, Pearcy confessò, disse di aver raccolto la ragazza che faceva l’autostop assieme ad altre due coetanee, di aver convinto la ragazza a seguirlo nell’appartamente che condivideva con Dailey, che i due uomini si erano intrattenuti con lei, poi Dailey se ne era andato, e poi lui, Pearcy, aveva portato la ragazza in macchina in luogo isolato e l’aveva uccisa. Di questa sua ultima decisione si assumeva interamente la responsabilità e non implicava minimamente Dailey. Pearcy venne condannato all’ergastolo. In seguito la pubblica accusa, frustrata per non essere riuscita ad ottenere una condanna a morte, decise di riaprire il caso e sostenere la presenza anche di Dailey sulla scena del crimine. A supporto di questa ipotesi non aveva portato nessuna prova scientifica (impronte, sangue, o altri reperti sui quali oggi si sarebbero potuti fare dei test del Dna) e nessuna testimonianza diretta. Nel frattempo Dailey era stato arrestato e condannato a 20 anni (l’articolo non è chiaro in proposito, ma probabilmente l’accusa era di aver avuto un rapporto sessuale con una minorenne, Andrea Boggio appunto). Un vicino di cella di Dailey, Paul Skalnik, con un passato di informatore della polizia e che più volte aveva testimoniato in processi sostenendo di aver “raccolto confessioni” da compagni di detenzione, sostenne di aver captato anche una “confessione” di Dailey. Nonostante un poliziotto che lo conosceva bene durante la testimonianza in tribunale avesse definito Shalnik un «imbroglione di prima categoria», l’accusa convinse la giuria che era un testimone credibile, e il 7 agosto 1987 ottenne la condanna a morte di Dailey. Da allora Pearcy ha già firmato quattro dichiarazioni giurate che ribadiscono l’estraneità di Dailey. L’ultima, firmata il 18 dicembre 2019, è stata consegnata a mano al governatore della Florida negli ultimi giorni da tre ex prigionieri del braccio della morte, due della Florida – Juan Melendez ed Herman Lindsey – e uno dell’Ohio, Derrick Jamison, tutti assolti dal loro crimine e rilasciati dopo aver dimostrato la loro innocenza. Nella sua ultima dichiarazione Pearcy ripete: "James Dailey non ha avuto nulla a che fare con l'omicidio di Shelly Boggio. Ho commesso il crimine da solo. James Dailey era tornato a casa quando ho portato Shelly Boggio nel luogo dove alla fine l'ho uccisa." Organizzazioni come Innocence Project, Floridians for Alternatives to the Death Penalty (FADP) e le Diocesi cattoliche della Florida stanno supportando Dailey. Josh Dubin, avvocato di Dailey, ha dichiarato al FADP: “Stiamo supplicando il governatore DeSantis di dare a James Dailey un'udienza davanti alla Clemency Board, e speriamo che ci dia davvero quel forum in modo che tutti i fatti riguardanti l'inaffidabilità della condanna del signor Dailey possano essere portati alla luce". Dale Recinella, ex avvocato che è diventato cappellano del braccio della morte, ha incontrato Dailey nel braccio della morte per 21 anni e sta sostenendo la sua innocenza. "Credo che sia innocente in base a tutto ciò che ho potuto sperimentare e leggere", ha detto Recinella. "Come potremmo vivere in pace se avessimo ucciso un uomo innocente?". Nel frattempo, Andrea Boggio, cugina della vittima, afferma che i nuovi sviluppi hanno solo causato più dolore alla sua famiglia. "C'è già così tanta sofferenza", ha detto. "Siamo assolutamente disgustati dal fatto che ciò accada ancora e ci vergogniamo dello Stato della Florida. È ridicolo".

(Fonti: firstcoastnews.com)

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