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COVID-19
COVID-19
USA - 1.450 detenuti e 98 agenti morti di Covid-19 nelle prigioni USA.

21 novembre 2020:

1.450 detenuti e 98 agenti morti di Covid-19 nelle prigioni USA. Un articolo del New York Times (che riprende uno studio di “The Marshall Project”), ripreso quasi integralmente in Italia dall’Huffinton Post, fa il punto sulla situazione.

Così scrive il NYT. L'America sta lasciando che il coronavirus imperversi nelle prigioni. È sia un fallimento morale che di salute pubblica.

Mentre gli americani sono alle prese con come - o se - riunirsi con i propri cari durante le festività natalizie, i circa due milioni di persone rinchiuse nelle carceri della nazione affrontano una sfida ancora più cupa: come rimanere in vita all'interno di un sistema devastato dalla pandemia di coronavirus.

Come la nazione in generale, le strutture correzionali statunitensi questo autunno stanno registrando picchi record nelle infezioni da coronavirus. Durante la settimana del 17 novembre, ci sono state 13.657 nuove infezioni da coronavirus segnalate nei sistemi carcerari statali e federali, secondo il Progetto Marshall, che da marzo monitora questi numeri. La settimana precedente i nuovi casi rilevati erano stati 13.676. Questi sono di gran lunga i numeri settimanali più alti segnalati dall'inizio della pandemia. Con l'arrivo dell'inverno, la situazione rischia di diventare ancora più cupa.

Il sistema penitenziario americano è un perfetto terreno di riproduzione per il virus. Le polemiche sull’indossare o meno la mascherina, e sul distanziamento sociale perdono di senso all'interno di strutture sovraffollate, molte delle quali vecchie e scarsamente ventilate, con ambienti ristretti, dove gli standard igienici sono difficili da mantenere. Test irregolari, risorse mediche inadeguate e la costante rotazione di membri del personale, visitatori e detenuti accelerano ulteriormente la trasmissione. Come se non bastasse, i detenuti soffrono in modo sproporzionato di comorbilità, come ipertensione e asma, esponendoli a un rischio elevato di complicazioni e morte.

A otto mesi dall’inizio della pandemia, la forma precisa e la portata della devastazione rimangono difficili da definire. Ma i dati disponibili sono impressionanti. A metà novembre, erano state segnalate più di 196.600 infezioni da coronavirus tra detenuti statali e federali. Più di 1.450 di quei detenuti erano morti. I tassi di contagio tra i detenuti sono più di quattro volte superiori a quelli della popolazione generale, e il tasso di mortalità è più del doppio.

I detenuti non sono gli unici intrappolati con il virus. Il sistema correzionale impiega più di 685.000 persone: guardie, infermieri, cappellani e così via. Ad oggi sono state segnalate più di 45.470 infezioni da coronavirus e 98 decessi tra i membri del personale. I loro tassi di casi sono tre volte superiori a quelli della popolazione generale. (Che il tasso di mortalità tra gli agenti, fatte le debite proporzioni, sia 4,6 volte più basso che tra i detenuti lascia capire la differenza di cure mediche tra gli uni e gli altri, ndt).

Ma questi sono solo i casi segnalati. Si presume che i numeri reali siano più alti. Il virus si diffonde verso l'esterno da questi “hot spots”, inghiottendo le famiglie e le comunità dei detenuti e dei lavoratori. Il coronavirus non rispetta le mura della prigione più di quanto rispetti i confini statali o nazionali. Non rimarrà confinato.

Questa diffusione pone un problema particolare alle comunità rurali - il 40% delle carceri si trova in contee con meno di 50.000 residenti - che tipicamente non dispongono delle infrastrutture sanitarie per affrontare tali epidemie. Anche un modesto focolaio può sopraffare rapidamente gli ospedali locali con un numero limitato di ventilatori e posti di terapia intensiva.

Le prigioni locali devono affrontare ulteriori sfide. Qui bisogna ricordare che negli Stati Uniti esiste un doppio sistema carcerario (e un doppio termine per “prigione”), quello federale e statale da un lato (prisons), e quello delle prigioni “di contea” (jails), ossia le carceri locali solitamente affidate agli sceriffi. Il totale dei 2 sistemi carcerari statunitensi assomma a poco più di 2.200.000 detenuti: circa 730.000 nelle “jails” di contea, poco meno di 1.300.000 nelle “prisons” statali, e 180.000 nelle “prisons” federali”.

Mentre le “prisons” statali e federali riportano numeri di casi molto più grandi, il rapido turnover nelle jails di contea - dove molte persone sono rinchiuse solo per pochi giorni o addirittura ore - consente al virus di circolare rapidamente tra i detenuti e la comunità più ampia e rende il monitoraggio ancora più difficile. In un rapporto del mese scorso, il Ny Times ha osservato che nella contea di Cascade, in Montana, le infezioni nella prigione locale costituivano circa un quarto di tutti i casi noti nella contea. In due mesi, la struttura ha scarcerato 29 persone che si sapeva fossero “attivamente infette”.

Come per molte cose sulla pandemia, questo è un problema che avrebbe dovuto essere affrontato in modo più aggressivo nella fase iniziale. In primavera, il procuratore generale Bill Barr era tra coloro che chiedevano alle strutture correzionali di mitigare il rischio, concentrandosi sulla riduzione del sovraffollamento attraverso il rilascio anticipato e altre misure di decarcerazione. Sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, gli esiti dell’operazione sono stati irregolari e inadeguati.

Secondo un rapporto sulla decarcerazione pubblicato dalle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine, "Le prisons e le jails hanno registrato un calo della popolazione totale (circa l'11%) nella prima metà del 2020". Il rapporto rileva che "queste riduzioni sembrano essere principalmente il risultato del calo degli arresti, in parte per la molto diminuita attività dei tribunali locali e statali, e in parte per il posponimento di pene detentive minori.

Il rapporto continua: "Le scarcerazioni che ci sono state, sono state decise, per la maggior parte, esaminando caso per caso, e sono state proceduralmente lente e non adatte alle situazioni di crisi".

Alcuni stati hanno intrapreso un'azione legislativa per accelerare il processo di decarcerazione. Una legge ratificata il mese scorso dal governatore del New Jersey consente ai detenuti con meno di un anno di condanna di essere rilasciati con otto mesi di anticipo. È quello che in Italia si chiamerebbe “indulto”. Questo ha già portato al rilascio di oltre 2.000 persone, con altre 1.000 o più scarcerazioni previste.

Troppo spesso, la lentezza delle amministrazioni penitenziarie richiede che intervengano i tribunali. In primavera e in estate, la prigione statale di San Quentin in California ha avuto una grave epidemia di coronavirus. Costruito a metà del 1800 e all'inizio del 1900, la struttura obsoleta soffriva di sovraffollamento, personale medico inadeguato, "ventilazione estremamente scarsa, brande straordinariamente vicine e servizi igienici inadeguati", secondo un gruppo di esperti medici dell'Università della California, Berkeley, che a giugno sono stati incaricati di valutare la situazione. Alla fine di luglio, il numero di casi attivi aveva superato i 1.600. Furono erette tende per ospitare i malati. Prima che l'epidemia venisse debellata, circa 2.200 detenuti avevano confermato infezioni da coronavirus e 28 erano morti. Inoltre, erano stati infettati 298 membri del personale, causando un decesso.

Il problema continuava a peggiorare. Alla fine di ottobre, una corte d'appello statale ha stabilito che gli sforzi delle autorità carcerarie per affrontare la questione erano stati insufficienti e che la protezione costituzionale dei detenuti da pene crudeli e insolite era ancora violata. Per far fronte all'emergenza, al carcere è stato ordinato di ridurre la sua popolazione di circa la metà, attraverso un mix di liberazioni e trasferimenti. (L'epidemia originale è stata provocata dal trasferimento a San Quentin di detenuti infetti da un'altra prigione.)

Chiaramente, occorre fare di più. Il rapporto delle Accademie Nazionali delinea le migliori pratiche per ridurre la popolazione detenuta, suddivise in soluzioni a breve e più lungo termine.

Le misure suggerite comprendono “sanzioni non detentive” per infrazioni minori e la limitazione delle detenzioni preventive attraverso mezzi come la riduzione o l’eliminazione della cauzione. Il rapporto sottolinea l’importanza di ridurre al minimo i rischi per le famiglie e le comunità coinvolte, come “offrire test prima della scarcerazione, un posto per la quarantena nella comunità e l’esame delle politiche sulla libertà condizionale e sulla libertà vigilata”. La gestione di questo tipo di crisi non è uno sforzo unico, sottolinea il rapporto. È un processo che richiede un “impegno prolungato” da parte di un’ampia gamma di attori a tutti i livelli.

“È fin troppo facile per molti americani ignorare gli orrori di ciò che sta accadendo nelle “prisons” e “jails” della nazione”, conclude il NYT. “I detenuti sono isolati dalla popolazione più ampia, la loro sofferenza è nascosta. Ma il loro benessere in questa pandemia rimane inestricabilmente legato a quello di tutti gli altri. Il continuo fallimento della nazione nel domare il virus tra questa popolazione vulnerabile è sia una catastrofe per la salute pubblica sia una catastrofe morale”.

https://www.nytimes.com/2020/11/21/opinion/sunday/coronavirus-prisons-jails.html

https://www.themarshallproject.org/2020/05/01/a-state-by-state-look-at-coronavirus-in-prisons

https://www.huffingtonpost.it/entry/covid-dilaga-nelle-carceri-usa_it_5fba8afac5b63d1b77042cce?utm_hp_ref=it-homepage 

(Fonti: nytimes, themarshallproject, 21/11/2020)

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