esecuzioni nel mondo:

Nel 2019

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Dal 2000 a oggi

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legenda:

  • Abolizionista
  • Mantenitore
  • Abolizionista di fatto
  • Moratoria delle esecuzioni
  • Abolizionista per crimini ordinari
  • Impegnato ad abolire la pena di morte

ARABIA SAUDITA

 
governo: monarchia assoluta
stato dei diritti civili e politici: Non libero
costituzione: si applica la Sharia; una legge fondamentale che fissa i diritti e le responsabilità del governo è stata introdotta nel 1992
sistema giuridico: si basa sulla legge della Sharia ma sono state introdotte alcune norme laiche
sistema legislativo: Consiglio Consultivo, nominato dal re per 4 anni
sistema giudiziario: Consiglio Supremo di Giustizia
religione: 100% mussulmani
metodi di esecuzione: decapitazione
braccio della morte: almeno 54 (Fonte: Reprieve dicembre 2018)
Data ultima esecuzioni: 0-0-0
condanne a morte: 1
Esecuzioni: 8
trattati internazionali sui diritti umani e la pena di morte:

Convenzione sui Diritti del Fanciullo

Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti


situazione:
Le leggi dell’Arabia Saudita si basano sia sulla Sharia sia sul diritto consuetudinario, mentre il Corano e la Sunna formano la Costituzione del Regno. E’ il Paese islamico che applica la legge islamica nella maniera più rigida. La pena di morte è prescritta per omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, apostasia (rinuncia all’Islam), terrorismo, tradimento, spionaggio, reati militari.
Il 12 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha deciso di istituire una Commissione governativa per i diritti umani, con il compito – recita il comunicato ufficiale – di “proteggere e rafforzare i diritti umani, diffonderne la conoscenza e contribuire ad assicurarne il rispetto alla luce dei precetti islamici”. La decisione di istituire la commissione segue di poco l’ascesa al trono di Re Abdullah, avvenuta in agosto dopo la morte di Re Fahd. L’istituzione di un organismo governativo sui diritti umani era in programma da diversi anni.
Il 12 gennaio 2010, il Consiglio della Shura ha approvato un emendamento alla Legge di Procedura Penale che rende più difficile emettere condanne a morte. La nuova disposizione votata dal parlamento consultivo prevede che per pronunciare la massima pena il voto dei giudici debba essere unanime e non più a maggioranza, come invece richiesto dalla normativa precedente. Inoltre l'emendamento prevede che le condanne a morte, il taglio della mano o punizioni simili non possano essere eseguite senza l'approvazione - unanime - della Corte Suprema.
La modifica ha trovato ampi consensi in seno al Consiglio della Shura, dove 92 dei 150 membri hanno espresso parere favorevole.
Il 14 ottobre 2012, il Consiglio della Shura ha ribadito che una sentenza di morte emessa sulla base del potere discrezionale del giudice diviene definitiva solo se il verdetto è unanime. “L’approvazione da parte del tribunale della pena di morte nei casi Tazir (una pena decisa cioè a discrezione del giudice nei casi in cui non è prescritta da nessuna norma religiosa) non dovrebbe essere resa definitiva a meno che non sia raggiunta con accordo unanime,” ha stabilito il Consiglio nel discutere alcune raccomandazioni sulle norme penali formulate dal Comitato per gli affari islamici e governativi. Il Consiglio ha rigettato la raccomandazione del Comitato secondo cui il potere discrezionale nel comminare la pena capitale può essere esercitato anche se la decisione non è stata presa all’unanimità.
Nel 2016, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 154 persone, decapitandone 150 e fucilandone altre 4. Tre erano donne e 151 uomini; 118 cittadini sauditi e gli altri stranieri: uno del Bangladesh, uno del Ciad, uno dell’Eritrea, uno iracheno, uno nigeriano, uno del Qatar, un siriano, tre egiziani, tre etiopi (di cui due donne), quattro giordani, nove filippini e dieci yemeniti. La maggioranza dei giustiziati era stata condannata per omicidio (83), terrorismo (47), reati legati alla droga (22), uno per stupro e uno per stupro di minore. Nel 2015, l’Arabia Saudita aveva decapitato almeno 159 condannati a morte. Almeno 40 persone sono state condannate a morte nel 2016.
Nel 2017, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 140 persone. Dei giustiziati, 2 erano donne e 138 uomini; 87 cittadini sauditi e 53 stranieri, tra cui le 2 donne. La maggioranza dei giustiziati era stata condannata per omicidio (72), reati legati alla droga (60), terrorismo (4), stupro (3) e uno per “Istidraj” [rivelare l’ignoto durante stati di incoscienza e mostrare doti magiche]. Secondo la European Saudi Organization for Human Rights (ESOHR), nel corso del 2017, 146 persone sono state decapitate, tra cui 90 cittadini sauditi e 56 stranieri. Di questi, 60 erano stati accusati di reati di droga.
Nel 2018, l’Arabia Saudita ha giustiziato 142 persone. Dei giustiziati, 3 erano donne e 139 uomini; 73 cittadini sauditi e 69 stranieri, tra cui le 3 donne. La maggioranza dei giustiziati era stata condannata per omicidio (82), reati legati alla droga (57), terrorismo (1), stupro (1) e rapina a mano armata (1). Nel 2018, si è registrato un aumento del 30% degli stranieri mandati al patibolo, passati dagli ameno 53 del 2017 ai 69 del 2018.
La nuova ondata di esecuzioni è iniziata verso la fine del regno di Re Abdullah, morto il 23 gennaio 2015, accelerando sotto il suo successore Re Salman, che ha adottato una politica estera più aggressiva e nel mese di aprile ha promosso il suo potente Ministro dell’Interno Mohammed bin Nayef come principe ereditario ed erede al trono. Alcuni diplomatici a Riad hanno detto che le riforme giudiziarie, tra cui la nomina di più giudici, hanno permesso di trattare un arretrato di casi di ricorso, portando in poco tempo a un aumento delle esecuzioni. Altri hanno sostenuto che l’instabilità della regione può aver indotto i giudici sauditi a imporre pene più severe.
Il 5 Aprile 2018, il Re Mohammad bin Salman aveva dichiarato in una intervista al settimanale Times che il Regno saudita aveva un piano per ridurre il numero delle esecuzioni che avrebbe riguardato le condanne a morte per reati che non fossero l’omicidio. Tenuto conto che l’Arabia Saudita ricorre alla pena di morte, oltre che per omicidio, principalmente per droga, il Re aveva detto che si sarebbe considerato l’ergastolo invece che la pena di morte, ad esclusione che per l’omicidio. Tuttavia, a parte questa dichiarazione, le esecuzioni per droga, che continuano a rappresentare il 40% del totale delle esecuzioni compiute, sono calate pochissimo (0,05%) passando dalle 60 del 2017 alle 57 del 2018.

La decapitazione
La decapitazione è un’esclusiva dell’Arabia Saudita come metodo per eseguire sentenze in base alla Sharia. Di solito l’esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato è portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (Dio è grande). A volte, alla decapitazione segue anche l’esposizione in pubblico dei corpi dei giustiziati. La procedura prevede che il boia stesso fissi la testa mozzata al corpo del giustiziato per poi farlo pendere per circa due ore dalla finestra o dal balcone di una moschea o appenderlo a un palo, durante la preghiera di mezzogiorno. Talvolta i pali formano una croce, da cui l’uso del termine “crocifissione”. I corpi dei giustiziati sono esposti soltanto nel caso di ordini specifici da parte del tribunale, quando il reato commesso è considerato particolarmente brutale.
Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.

La fucilazione
Nel marzo 2013, l’Arabia Saudita ha autorizzato i governatori regionali ad approvare esecuzioni tramite fucilazione come alternativa alla decapitazione pubblica, il metodo tradizionale in uso nel Regno. Il motivo del cambiamento sarebbe la carenza di boia qualificati. Secondo una circolare dell’ufficio governativo di investigazione e azione penale, l’uso di plotoni d’esecuzione era stato preso in considerazione perché alcuni “decapitatori” a volte hanno dovuto percorrere lunghe distanze per raggiungere il luogo delle esecuzioni, il che li ha fatti arrivare in ritardo. Secondo la circolare, la morte tramite fucilazione non costituirebbe una violazione della legge della Sharia. Un plotone di esecuzione era già stato utilizzato in in passato. Sheikh Ali Al-Hakami, membro del Consiglio degli Ulema, ha posto il suo sigillo di approvazione alla pena di morte tramite fucilazione, a patto che sia rapida o più veloce rispetto al metodo tradizionale della decapitazione. Ha aggiunto che la fucilazione potrebbe essere ammessa secondo la Sharia, nella misura in cui il processo è indolore. “La decapitazione con la spada è il modo migliore per raggiungere lo scopo della punizione nell’Islam in quanto non provoca alcuna tortura”, ha affermato Al-Hakami, aggiungendo che gli studiosi islamici sauditi dovrebbero anche esaminare la possibilità di utilizzare altri metodi, come la sedia elettrica, l’impiccagione e l’iniezione letale, per scoprire se sono anch’essi conformi alla Sharia.
Il 2 gennaio 2016, l’Arabia Saudita ha fucilato 47 persone per reati legati al terrorismo, tra cui 43 presunti membri di Al-Qaeda e 4 sciiti, tra cui un importante religioso, Nimr al-Nimr, critico del Governo di Riad [Vedi “La guerra al terrorismo”]. Mentre la maggior parte delle esecuzioni in Arabia Saudita sono praticate nelle piazze, quelle del 2 gennaio sono state effettuate all’interno delle carceri.

La lapidazione
Anche se le leggi dell’Arabia Saudita includono la lapidazione, tale pena non è stata eseguita per molti anni.
Ad esempio, un musulmano sposato che pratica la sodomia o un non musulmano che la pratica con un musulmano può essere lapidato a morte.
Il 13 giugno 2016, Mohammed Al Zahrani, ex direttore dell’amministrazione penitenziaria saudita, ha detto che molte persone sono state condannate alla lapidazione negli ultimi anni per aver commesso crimini importanti in linea con la Sharia, ma nessuna di loro è stata lapidata. Molti siti erano stati preparati per lapidazione in cimiteri a Riad e in altre città, ma nessuno di loro è stato finora utilizzato. “La ragione è che gli accusati ritrattano le loro confessioni prima della esecuzione della pena”, ha detto alla TV islamica TV Al-Resala. “Questo perché l’Islam dà una possibilità a questi detenuti prima di essere lapidati, cambiare le loro dichiarazioni, cosa che tutti hanno fatto.”

Il prezzo del sangue
In Arabia Saudita, numerosi casi di “prezzo del sangue” si sono risolti positivamente grazie all’opera del Comitato per la Riconciliazione, un’organizzazione nazionale che punta a ottenere il perdono dei prigionieri del braccio della morte e aiuta a risolvere le lunghe dispute inter-familiari e tribali. La sua funzione è di evitare che la famiglia della vittima mercanteggi sul “prezzo del sangue”. Dalla sua istituzione nel 2008 e al marzo 2015, il Comitato ha trattato più di mille casi di condannati a morte per omicidio ed è riuscito a ottenere il perdono per 309 di loro, ha detto Nasser Bin Mesfir Al-Zahrani, presidente del Comitato.
Nel settembre 2011, l’Arabia Saudita ha deciso di triplicare la diya, mantenendo però il “prezzo del sangue” per l’assassinio di una donna la metà di quello per l’uccisione di un maschio. La suprema autorità giudiziaria del Regno ha aumentato la diya da 100.000 rial (26.666 dollari) a 300.000 (80.000 dollari) in caso di omicidio colposo e a 400.000 rial (106.666 dollari) per un omicidio premeditato. Il valore del prezzo del sangue era rimasto fermo per 29 anni e il Consiglio Supremo degli Studiosi islamici ha chiesto di rivederlo tenuto conto del forte aumento del prezzo dei cammelli, che erano utilizzati come risarcimento nell’antica era islamica. Secondo le regole della Sharia, i parenti di una persona uccisa devono essere compensati con 100 cammelli.
Il perdono da parte delle famiglie delle vittime deve essere documentato in un tribunale di giustizia. Tre giudici controllano le informazioni e gli aspetti formali della grazia concessa prima di dare il loro nulla osta a che le procedure vadano avanti. I giudici inoltre verificano se le famiglie che hanno perdonato i condannati hanno posto qualche condizione.

La pena di morte per apostasia e blasfemia
Dozzine di persone sono arrestate ogni anno in Arabia Saudita con l’accusa di stregoneria, ricorso a poteri sovrannaturali, magia nera e predizione del futuro. Tali pratiche sono considerate politeistiche e severamente punite in base alla Sharia.
Nel marzo 2012, l’Arabia Saudita ha deciso di rafforzare la sua unità di polizia religiosa dedicata alla caccia di maghi e fattucchiere nell’ambito della guerra alla stregoneria. Il reato di stregoneria non è definito dalla legge saudita ma ci sono state segnalazioni di casi che riguardano tutte le forme di magia nera, tra cui la rabdomanzia, l’esorcismo, la moltiplicazione di denaro tramite riti magici, l’empatia e soggetti vari come cartomanti, guaritori, manipolatori delle ossa (chiropratici, osteopati ecc.), creatori di pozioni, erboristi, chiromanti, alchimisti, sensitivi, coloro che richiamano gli animali.
Nel novembre 2014, le autorità saudite hanno deciso la condanna a morte di chiunque tenti di introdurre Bibbie nel Paese. La nuova legge vieta l’importazione di “tutte le pubblicazioni relative a credi religiosi diversi dall’Islam”. In altri termini, chi proverà a portare in Arabia Saudita testi della Bibbia o del Vangelo subirà la confisca del materiale, l’imprigionamento e la condanna capitale.
Diverse persone accusate di stregoneria sono state giustiziate in Arabia Saudita negli ultimi anni.

Pena di morte nei confronti di minori
L’Arabia Saudita non ha un vero e proprio codice penale e i giudici emettono sentenze sulla base della loro interpretazione della Sharia. In particolare, il trattamento crudele riservato ai minori di 18 anni, che sono condannati alla fustigazione e persino alla pena di morte, è contrario al diritto interno e al diritto internazionale che pure dovrebbero essere in vigore nel Regno. Infatti, l’Arabia Saudita ha ratificato nel 1996 la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, che vieta la condanna a morte e l’ergastolo senza possibilità di liberazione per persone di età inferiore a 18 anni al momento del crimine. Ma le autorità saudite non si dimostrano serie per quanto riguarda il rispetto dei trattati internazionali a cui hanno aderito, perché esiste un grande divario tra gli impegni assunti dall’Arabia Saudita sui diritti umani e la pratica quotidiana. Inoltre, la Sharia in vigore nel Regno non impone mai condanne a morte nei confronti di persone che non hanno raggiunto la maggiore età e, in base al Regolamento di Detenzione e al Regolamento dei Centri per Minori del 1975, è definito minorenne “ogni essere umano di età inferiore ai 18 anni”. Ciò nonostante, un giudice può emettere condanne a morte qualora ritenga che l’imputato abbia raggiunto la maturità, senza verificare la reale età della persona al momento del crimine.
Il 22 marzo 2018, le autorità Saudite hanno ribadito che la minore età non è stabilita a 18 anni, mentre i media hanno riferito che il Consiglio della Shura, che è nominata dal Re, aveva approvato degli emendamenti proposti dal governo alle procedure relative ai casi di minori modificando l'età della responsabilità penale a 15 anni. Una precedente dichiarazione in tal senso era stata rilasciata il 13 dicembre 2017, quando le autorità saudite, rivolgendosi alle Nazioni Unite, avevano dato una definizione della minore età in contrasto con la Convenzione sui diritti dell'fanciullo. Avevano in particolare sostenuto che ciò che stabilisce l'età della responsabilità legale di un individuo è l'esistenza di "segni di maturità sessuali e misurabili che gli danno la capacità di adempiere agli obblighi religiosi, impegnarsi nelle transazioni finanziarie e assumersi la responsabilità penale". Questo contrasta con altre prese di posizione rilasciate tra il 2009 e il 2017 monitorate e documentate da ESOH a questo link https://www.esohr.org/en/?p=1643.
Il 20 ottobre 2018, esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani sono interventi per chiedere all'Arabia Saudita di fermare l'imminente esecuzione di sei di loro (Ali al-Nimr, Dawood al-Marhoon, Abdullah al-Zaher, Mujtaba al-Sweikat, Salman Qureish e Abdulkarim al-Hawaj). Si tratta di giovani condannati a morte per attività legate a un'ondata di proteste antigovernative nel 2011 che, a giudizio degli esperti sono stati condannati a morte per presunti reati che consistono in realtà nella "criminalizzazione dell'esercizio dei diritti fondamentali, compresa la libertà di riunione e di espressione". Gli esperti, che includono Agnes Callamard, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni arbitrarie, hanno affermato che, dal momento che erano minorenni al momento dei presunti reati, imporre loro la pena capitale è contrario al diritto internazionale e consisterebbe in "esecuzioni arbitrarie". Hanno detto che gli uomini sono stati anche sottoposti a torture e maltrattamenti, e sono stati "costretti a confessare, non hanno avuto un'adeguata assistenza legale durante il processo e non hanno mai avuto accesso a un meccanismo di denuncia efficace".
Nel 2018, come nel 2017, non risulta siano state eseguite condanne a morte di imputati minorenni mentre nel 2016, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno tre persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato.
Al 9 maggio 2018 , c’erano almeno 8 minorenni al momento del fatto, a rischio di esecuzione, secondo la European Saudi Organization for Human Rights (ESOHR) che ha reso noti i loro nomi: Ali Al-Nimir, Abdullah Al-Zaher, Dawood Al-Marhoon, Saed Al-Skafi, Abdul Kareem Al-Hawaj, Salman Al-Kuraish, Moujtaba Al-Suwaiket e Abdullah Al-Sareeh.

La pena di morte nei confronti delle donne
È il Paese islamico che applica la legge islamica nella maniera più rigida. È al 141 posto su 149 Paesi nella graduatoria del Global Gender Gap Index 2018. Nel settembre 2011, l’Arabia Saudita ha deciso di triplicare la diya, mantenendo però il “prezzo del sangue” per l’assassinio di una donna la metà di quello per l’uccisione di un maschio.
La pena di morte è prescritta per le relazioni sessuali volontarie tra una donna ed un uomo al di fuori del matrimonio (Zina), quindi sia in caso di rapporti pre-matrimoniali che extra-matrimoniali. Se la persona è sposata, la pena è la lapidazione. Se non è sposata, 100 frustrate. L’omosessualità è punita con la decapitazione. Sono esentate dalla pena di morte, tra le altre categorie, le donne incinta e quelle con figli di età inferiore ai tre anni.
Anche se il reato di adulterio è difficile da dimostrare, poiché servono quattro testimoni oculari dell’atto di penetrazione, la legge è applicata maggiormente nei confronti delle donne.
L’ultima notizia di condanna di una donna per adulterio risale al 20 novembre2015, quando una donna dello Sri Lanka, sposata e madre di due figli, che si trovava nel Paese per motivi di lavoro, è stata condannata alla lapidazione dopo aver confessato di aver commesso adulterio con un altro lavoratore dello Sri Lanka, che è stato invece condannato a 100 frustate perché non sposato. La condanna della donna è successivamente stata ridotta a tre anni in appello.
Nel 2018, l’Arabia Saudita ha giustiziato donne straniere (due etiopi ed una indonesiana) per omicidio. Nel 2017 l’Arabia Saudita aveva giustiziato almeno 2 donne e nel 2016 almeno 3 donne.

La pena di morte top secret

Le esecuzioni sono di dominio pubblico solo dopo che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
L’avvenuta esecuzione è comunicata dal Ministero dell’Interno e, di solito, ripresa dall’agenzia ufficiale saudita SPA.
Molte delle persone giustiziate sono stranieri provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. I lavoratori immigrati sono vulnerabili agli abusi dei loro datori di lavoro e delle autorità. Spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. Alcuni di loro hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando i poliziotti hanno fatto irruzione nella cella, hanno chiamato la persona per nome e l’hanno trascinata fuori con la forza. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.
Le persone giustiziate nel 2018 sono state 142, di cui 69 cittadini stranieri, comprese 3 donne [vedi capitoli “Guerra alla droga” e “La pena di morte nei confronti delle donne”]. Un aumento del 30% rispetto alle 53 del 2017.
Si è trattato soprattutto di pakistani 31 (24 per droga e 7 per omicidio) pari al 21,8% del totale delle esecuzioni compiute nell’anno, a seguire 7 nigeriani (tutti per droga), 5 egiziani (3 per omicidio e 2 per droga), 4 yemeniti (2 per droga e 2 per omicidio), 4 giordani (per droga), 4 etiopi (due donne per omicidio e 2 uomini per droga), 3 del Ciad (omicidio), 2 indonesiani (per omicidio di cui una è donna), 2 libanesi (droga), 2 siriani (droga), 1 indiano (omicidio), 1 sudanese (omicidio), un cittadino di Myanmar (omicidio), 1 di Gibuti (omicidio) ed 1 apolide (omicidio).

La “guerra alla droga”
Il 27 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha ridefinito la legge sul traffico di droga, concedendo poteri discrezionali ai giudici per emettere condanne al carcere al posto della pena di morte. L’Anti-Drug and Mental Effects Regulation saudita del 1987 ordinava la pena capitale per i trafficanti di droga, i fabbricanti e per chi faceva uso di qualunque tipo di narcotico. Ora i giudici posso decidere, a loro discrezione, di ridurre la condanna alla detenzione per un massimo di 15 anni, 50 frustrate o una multa minima di 100.000 riyal sauditi (oltre 22.250 euro).
Nel febbraio 2015, l’organizzazione umanitaria Reprieve ha accusato l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) di contribuire all’escalation senza precedenti di esecuzioni in Arabia Saudita. L’organizzazione, che rappresenta persone nel braccio della morte in tutto il mondo, ha detto che documenti dal settembre 2013 provano che l’UNODC aveva “accettato di cooperare con la Direzione Generale per il Controllo degli Stupefacenti su varie questioni connesse alla droga, tra cui il supporto all’azione di contrasto per combattere il traffico illecito di stupefacenti”. Rispondendo a Reprieve, il vice direttore esecutivo dell’UNODC, Aldo Lale-Demoz, ha negato che l’agenzia aveva “un programma di assistenza in materia di lotta antidroga” con il Governo saudita. “La cooperazione con l’Arabia Saudita è focalizzata sull’assistenza tecnica e lo sviluppo delle capacità in diverse aree tematiche che ricadono sotto il mandato dell’UNODC”, ha detto Lale-Demoz.
Delle 154 esecuzioni del 2016 in Arabia Saudita, almeno 22 sarebbero state effettuate per reati di droga.
Altri 11 condannati per droga sono stati decapitati nel 2016, al 30 giugno.
Delle 142 esecuzioni del 2018 in Arabia Saudita, per reati di droga ne sarebbero state effettuate almeno 57, mentre erano 60 nel 2017, quando erano triplicate rispetto al 2016. Nel 2018, le esecuzioni per droga rappresentano il 40% del totale e nel 78,9% dei casi si tratta di stranieri.

La “guerra al terrorismo”
In Arabia Saudita, gli atti di terrorismo – come dirottamento aereo, attacchi indiscriminati contro persone innocenti e spargimento di sangue – rientrano nella fattispecie di “corruzione sulla terra”, un’accusa che può portare alla pena di morte, anche quando i reati non provochino conseguenze letali.
Le autorità hanno istituito tribunali speciali nel 2011 per processare sauditi e stranieri accusati di appartenere ad Al-Qaeda o di coinvolgimento in una serie di attentati avvenuti nel Regno tra il 2003 e 2006.
Ma tra i condannati e giustiziati per terrorismo figurano anche persone accusate di attività ostili al regime di Riad, in particolare coinvolte nelle proteste di massa del febbraio 2011 inscenate nel distretto saudita di Qatif, abitato in prevalenza dalla minoranza sciita del Paese, nel corso delle quali i manifestanti hanno attaccato le forze di sicurezza, proprietà pubbliche e private.
Nel 2017, l’Arabia Saudita ha introdotto una nuova legge antiterrorismo, che include definizioni vaghe e eccessivamente ampie di atti di terrorismo, in alcuni casi punibili con la morte.
La legge sostituisce una legge antiterrorismo ampiamente criticata promulgata nel 2014, aggiungendo definizioni di specifici atti di terrorismo e le loro linee guida di condanna corrispondenti. Comprende sanzioni penali da 5 a 10 anni di prigione per aver descritto il re o il principe ereditario, direttamente o indirettamente, "in un modo che porta al discredito della religione o della giustizia" e criminalizza un’ampia gamma di atti pacifici che non hanno alcun rapporto con il terrorismo.
La Legge Penale per i Crimini di Terrorismo e il suo Finanziamento, pubblicata il 1° novembre 2017, toglie ampi poteri dal Ministero dell’Interno, che le autorità saudite hanno riorganizzato nel 2017 e li trasferisce alla Pubblica Accusa e alla Presidenza della Sicurezza dello Stato, organismi recentemente istituiti che fanno capo direttamente al re.
La nuova legge ha una definizione troppo ampia di terrorismo come quella della legge precedente. A differenza della precedente definizione, la nuova include un riferimento specifico alla violenza con la clausola "ferire un individuo o provocare la sua morte, quando lo scopo – per sua natura o contesto – è terrorizzare le persone o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o impedire di compiere un atto".
La nuova legge, tuttavia, non limita la definizione di terrorismo a atti violenti. Un’altra condotta che è definita terrorismo include "turbare l’ordine pubblico", "minare la sicurezza della comunità e la stabilità dello Stato", "mettere in pericolo la sua unità nazionale" e "sospendendo le leggi fondamentali della governabilità", tutte cose vaghe e utilizzate dalle autorità saudite per punire i dissidenti pacifici e gli attivisti. Il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani e l’antiterrorismo aveva concluso a maggio 2017, a seguito di una visita in Arabia Saudita, di essere "preoccupato per la definizione inaccettabilmente ampia di terrorismo e l’uso della legge antiterrorismo del 2014 dell’Arabia Saudita e di altre disposizioni di sicurezza nazionale contro difensori dei diritti umani, scrittori, blogger, giornalisti e altri oppositori pacifici".
Una modifica positiva alla definizione di terrorismo stabilita nell’articolo 1 della legge precedente è la rimozione della frase controversa "offendere la reputazione dello Stato", che i pubblici ministeri hanno impiegato con determinazione per accusare e perseguire i dissidenti. L’articolo 30 della nuova legge, tuttavia, consente ai pubblici ministeri di limitare il diritto alla libertà di espressione indicando la critica del re e del principe ereditario che "porta discredito alla religione o alla giustizia" come atto terroristico.
Altre disposizioni della legge sollevano allarmi perché potrebbero consentire alle autorità di continuare a prendere di mira le opinioni critiche. L’articolo 34, ad esempio, prevede una pena detentiva da tre a otto anni per chiunque sostenga, promuova, simpatizzi o inciti al terrorismo. L’articolo 35 stabilisce una condanna di non meno di 15 anni per chiunque "abusi del suo status in qualsiasi modo, sia accademico o sociale o influenza dei media, per promuovere il terrorismo".
La nuova legge mina i diritti del giusto processo e del giusto processo, ha affermato Human Rights Watch. Invece di modificare la legge per rafforzare il ruolo del potere giudiziario, concede alla Pubblica Accusa e alla Presidenza della Sicurezza dello Stato l’autorità legale per arrestare e detenere persone, monitorare le loro comunicazioni e dati finanziari, setacciare le loro proprietà e sequestrare beni senza controllo giudiziario. La Presidenza della Sicurezza dello Stato può bandire un sospetto dal viaggiare senza avvisarlo e la legge conferisce agli agenti di polizia e al personale militare l’autorizzazione all’uso della forza "secondo le norme stabilite dalla legge", anche se nel testo non sono menzionate quali sono le norme sull’uso della forza.
Come nella legge precedente, l’articolo 19 della nuova legge consente al pubblico ministero di tenere un sospetto in custodia cautelare per un massimo di 12 mesi, con estensione illimitata su ordine del tribunale, mentre l’articolo 20 consente ai sospettati di essere trattenuti per un massimo di 90 giorni di detenzione in incommunicado, dove tortura e maltrattamenti sono più frequenti, secondo il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura.
L’articolo 21 limita il diritto dell’indagato ad avere un avvocato durante l’interrogatorio, e l’articolo 27 attribuisce alla SCC l’autorità di ascoltare testimoni ed esperti senza che il convenuto o il suo avvocato siano presenti. Richiede al giudice solo di informarli del contenuto della testimonianza, ostacolando notevolmente il loro diritto di contestare questa prova.
La legge, che include 27 articoli sulle pene, introduce la pena di morte per tre atti. Gli articoli 40 e 41 stabiliscono che il tribunale può condannare a morte "chiunque rapisca o detenga una persona o minacci di farlo nell’esecuzione di un reato terroristico" e "chiunque si impossessi di un mezzo di trasporto pubblico o minacci di farlo nell’esecuzione di un crimine terroristico" ogni volta che un’azione del genere è accompagnata dall’uso o dalla minaccia di armi o esplosivi.
L’Arabia Saudita ha effettuato 1 esecuzione per terrorismo nel 2018, mentre erano almeno 4 le esecuzioni per atti di “terrorismo” nel 2017. Nel 2016, le esecuzioni per atti di “terrorismo” erano state almeno 47 avvenute in una esecuzione di massa che aveva sollevato le critiche anche delle Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite
Il 21 ottobre 2013, l’Arabia Saudita è stata esaminata nell’ambito della Revisione Periodica Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il Governo ha respinto tutte le raccomandazioni relative all’abolizione della pena di morte, compresa la raccomandazione di istituire pene alternative e di sospendere la sua applicazione per reati meno gravi e per le persone che erano minorenni all’epoca del delitto, nella prospettiva di una moratoria sulle esecuzioni. In risposta alle osservazioni e domande ricevute, l’Arabia Saudita ha osservato che la pena di morte è comminata solo per i crimini più gravi e procedure rigorose sono applicate nei casi capitali nella misura in cui le sentenze sono esaminate da 13 giudici ai tre livelli di competenza, in modo coerente con gli standard internazionali.
L’11 giugno 2014, il Ministro della Giustizia saudita ha difeso le dure punizioni della Sharia come la decapitazione, il taglio delle mani e le frustate, sostenendo che “non possano essere modificate”, perché fanno parte della Legge Islamica. “Queste punizioni sono basate su testi religiosi divini e non possiamo cambiarle,” ha detto Mohammed Al Eissa durante un discorso a Washington. Il Ministro ha sostenuto che la legge islamica ha contribuito a ridurre la criminalità nel Regno. “L’Islam simpatizza con la vittima, non col criminale”, ha detto Al Eissa. Parlando con avvocati, consulenti legali e accademici americani, Al Eissa ha criticato i gruppi internazionali per i diritti umani che chiedono modifiche al sistema giudiziario del Regno, sostenendo che commettano “grandi errori”, perché hanno frainteso il Paese e l’Islam. “Ogni attacco alla magistratura sarà considerato un attacco alla sovranità del Regno”, ha detto.
Il 9 settembre 2014, gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno invitato l'Arabia Saudita ad attuare una moratoria immediata delle esecuzioni. "Nonostante i numerosi inviti da parte di organismi per i diritti umani, l'Arabia Saudita continua a decapitare le persone con una regolarità spaventosa e in flagrante violazione delle norme di diritto internazionale", ha dichiarato Christof Heyns, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie. "I processi sono a detta di tutti gravemente iniqui. Agli imputati spesso non è concesso di avere un avvocato e condanne a morte sono comminate a seguito di confessioni ottenute sotto tortura." 

Nel 2018, durante la 20esima sessione di settembre, il Comitato delle nazioni Unite sui diritti dei disabili ha deciso nel caso di Munir Adam che l'Arabia Saudita non ha adempiuto agli obblighi previsti dal trattato ai sensi degli articoli 4, 13, paragrafo 1, 15, 16 e 25 della Convenzione. Nella sua conclusione, il CRPD ha rilevato che l'Arabia Saudita ha l'obbligo di indagare sulle torture di Munir e di risarcirlo per la perdita dell'udito dell'orecchio destro. Il Comitato ha anche dichiarato che l'Arabia Saudita è obbligata a "rivedere la sua condanna a morte rispetto le garanzie contenute nella Convenzione, anche attraverso l'esclusione delle prove ottenute sotto tortura; la sospensione permanente della detenzione in isolamento; l'accesso completo ai suoi rappresentanti legali; la fornitura di adattamenti procedurali adeguati per garantire che l'autore possa partecipare efficacemente alla processo e l'accesso ai servizi sanitari necessari." Il Comitato ha anche preso atto degli obblighi dell'Arabia Saudita di impedire atti simili in futuro, vietando la tortura nel sistema giudiziario, indagando sulle accuse di tortura, assicurando l'accesso medico durante la detenzione e considerando l'abolizione della pena di morte. Munir Adam è un cittadino saudita che è stato arrestato nel 2012 e torturato. Le forze di sicurezza lo hanno picchiato così duramente durante questa tortura che ha perso definitivamente l'udito da un orecchio. Dopo la detenzione preventiva di più di tre anni, durante i quali gli è stato negato l'accesso a consulenti legali, Munir è stato condannato a morte dalla Corte penale specializzata - il sistema giudiziario utilizzato per perseguire i crimini contro la sicurezza dello Stato - usando dichiarazioni e confessioni che erano state estorte sotto tortura. Le accuse contro di lui riguardavano la sua partecipazione a "atti di violenza" durante una protesta nel 2012 e "invio di testi". La sua condanna a morte è stata confermata in appello nel maggio 2017 e confermata dall'Alta Corte il 23 luglio 2017. Cosi, Munir ha esaurito tutti i rimedi domestici, ed è a rischio imminente di esecuzione.

Il 19 dicembre 2016, l'Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il 29 settembre 2017, l’Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione sulla pena di morte (L6/17) alla 36° sessione del Consiglio diritti umani.
Il 19 dicembre 2018, l'Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

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