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SINTESI DEI FATTI PIÙ IMPORTANTI DEL 2007 (e dei primi sei mesi del 2008)

La Moratoria Onu delle esecuzioni

Il 18 dicembre 2007, la 62ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astensioni una Risoluzione che chiede agli Stati membri di “stabilire una moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena di morte.”
Con questa Risoluzione, presentata dall’Italia insieme ad altri 86 paesi rappresentativi di tutti i continenti, le Nazioni Unite stabiliscono per la prima volta il principio fondamentale che la pena di morte attiene alle questioni del rispetto dei diritti umani e il suo superamento ne rappresenta un importante progresso.
L’approvazione della Risoluzione rappresenta il coronamento di una campagna condotta per oltre 15 anni da Nessuno tocchi Caino e dal Partito Radicale Nonviolento che, nel 2007, hanno deciso di dare un maggiore impulso alla campagna coinvolgendo parlamenti, governi e opinione pubblica di tutto il mondo, attraverso numerose azioni nonviolente: dallo sciopero della sete di Marco Pannella nella campagna “Nessuno tocchi Saddam” poi rilanciata sull’obiettivo più generale della Moratoria Universale delle esecuzioni, ai due scioperi della fame “ad oltranza” - il primo durato 64 giorni, il secondo 25, per complessivi 89 giorni - che numerosi dirigenti e militanti radicali hanno condotto per ottenere la presentazione della Risoluzione pro Moratoria al Palazzo di Vetro.
Nel 1994, il Governo di Silvio Berlusconi aveva presentato, per la prima volta nella storia, una risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La risoluzione non fu approvata per soli 8 voti!
Nel 1997, il Governo di Romano Prodi ha presentato la Risoluzione pro Moratoria alla Commissione dell’ONU per i Diritti Umani di Ginevra che l’ha approvata con la maggioranza assoluta dei voti. Da allora, ogni anno e fino al 2005, la risoluzione è stata sempre approvata dalla Commissione di Ginevra ed è anche grazie a questo se la situazione della pena di morte nel mondo risulta oggi radicalmente cambiata, il numero dei paesi mantenitori della pena di morte essendo passato dai 98 nel 1994 ai 49 di oggi.
 
La situazione ad oggi

L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata anche nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008.
I paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 148. Di questi, i paesi totalmente abolizionisti sono 95; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; 1 paese, la Russia, in quanto membro del Consiglio d’Europa è impegnato ad abolirla e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 3; i paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono cioè sentenze capitali da oltre dieci anni, sono 41.
I paesi mantenitori della pena di morte sono 49, a fronte dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005. Nel 2007, è diminuito il numero di paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali: sono stati 26, a fronte dei 28 del 2006.
Ciò nonostante, è aumentato il numero delle esecuzioni nel mondo. Nel 2007 vi sono state almeno 5.851, a fronte delle almeno 5.635 del 2006 e delle 5.494 del 2005. L’incremento significativo rispetto all’anno precedente è dovuto in pratica alla escalation di esecuzioni registrate in Iran dove sono aumentate di un terzo e in Arabia Saudita dove sono quadruplicate.
Nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008 non si sono registrate esecuzioni in 3 paesi che le avevano effettuate nel 2006: Nigeria (almeno 7), Giordania (almeno 4) e Uganda (2).
 
Ancora una volta, l’Asia si è confermata essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se contiamo che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni (anche se diminuite rispetto all’anno precedente), il dato complessivo del 2007 corrisponde ad almeno 5.782 esecuzioni, in netto aumento rispetto al 2006 quando erano state almeno 5.492 e al 2005, quando erano state registrate almeno 5.413 esecuzioni.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico paese del continente che ha compiuto esecuzioni nel 2007: 42 le persone giustiziate (erano state 53 nel 2006 e 60 nel 2005).
In Africa, nel 2007 la pena di morte è stata eseguita in 7 paesi – Botswana (almeno 1), Egitto (numero imprecisato), Etiopia (1), Guinea Equatoriale (3), Libia (almeno 9), Somalia (almeno 5) e Sudan (almeno 7) – dove sono state registrate almeno 26 esecuzioni contro le 87 del 2006 e le 19 del 2005 effettuate in tutto il continente. Da notare che l’Etiopia non eseguiva sentenze capitali dal giugno del 1998, mentre l’Uganda, che nel 2006 ha giustiziato due persone, non ha effettuato esecuzioni nel 2007 e nel 2008.
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Almeno una esecuzione è stata effettuata nel 2007 e altre tre nei primi mesi del 2008.

Cina, Iran e Arabia Saudita i primi paesi boia del 2007

Dei 49 mantenitori della pena di morte, 39 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 21 di questi paesi, nel 2007, sono state compiute almeno 5.798 esecuzioni, pari al 99% del totale mondiale.
Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa l’85,4% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 355; l’Arabia Saudita 166; il Pakistan almeno 134; l’Iraq almeno 33; il Vietnam almeno 25; l’Afghanistan 15; lo Yemen almeno 15; la Corea del Nord almeno 13; la Libia almeno 9; la Siria e il Sudan almeno 7; il Bangladesh 6; la Somalia almeno 5; la Guinea Equatoriale 3; Singapore 2; la Bielorussia e il Kuwait almeno 1; l’Etiopia 1. Esecuzioni sarebbe avvenute anche in Egitto e Malesia, ma il loro numero è imprecisato.
Molti di questi paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, che in alcuni casi è coperta dal segreto di Stato, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
A ben vedere, in tutti questi paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre paesi che nel 2007 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano quindi tre paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Arabia Saudita.

Cina, primatista di esecuzioni (anche se in diminuzione)

La pena di morte continua ad essere considerata in Cina un segreto di Stato ma nel corso del 2007 e dei primi mesi del 2008 si sono succedute notizie in base alle quali le condanne a morte emesse nel 2007 dai tribunali cinesi sarebbero diminuite rispetto all’anno precedente, fino al 30%.
Il dato è emerso il 9 maggio 2008, nel corso di un forum svoltosi nella provincia cinese di Liaoning, che ha visto giuristi, ricercatori e magistrati di Cina e Gran Bretagna affrontare il tema dell’abolizione o della limitazione della pena di morte. Secondo Li Wuqing, giudice presso il 1° tribunale penale della Corte Suprema del Popolo, la restituzione alla stessa Corte del potere esclusivo di approvare le condanne a morte ha portato i tribunali del paese a gestire i casi capitali in maniera più prudente.
In base alla riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007, ogni condanna a morte emessa in Cina da tribunali di grado inferiore deve essere rivista da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che hanno il compito di controllare fatti, norme applicate e procedure seguite, oltre a fare il raffronto con i precedenti.
La stessa Corte Suprema cinese, l’unica a conoscere il numero esatto delle condanne a morte e delle esecuzioni, ha comunicato di aver annullato il 15% delle condanne a morte emesse dai tribunali di grado inferiore nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008, “per le circostanze non chiare alla base del giudizio di colpevolezza, prove insufficienti, pena inappropriata, procedure illegali e altri motivi.”
Per quanto riguarda le esecuzioni, nel 2007 ne sono state effettuate almeno 5.000. Sarebbero state circa 6.000 secondo la Fondazione Dui Hua, che ha stimato una riduzione pari a un 25-30% rispetto all’anno precedente (ne aveva stimate almeno 7.500 nel 2006), diminuzione che dipenderebbe anche dall’assegnazione a Pechino delle Olimpiadi del 2008.
Iran, di nuovo secondo sul podio della disumanità

Anche nel 2007, l’Iran si è piazzato al secondo posto quanto a numero di esecuzioni, dopo la Cina. Almeno 355 persone sono state messe a morte, un terzo in più rispetto al 2006 quando le esecuzioni erano state almeno 215. E l’escalation non sembra destinata a diminuire tenuto conto che, al 30 giugno, le esecuzioni nel 2008 erano già almeno 127.
I dati reali sulle esecuzioni potrebbero essere ancora più alti, perché le autorità non forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate dai giornali iraniani o direttamente fornite da organizzazioni umanitarie, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni.
Condanne alla lapidazione sono state eseguite anche nel 2007, contrariamente a quanto assicurato nel novembre 2006 dal Ministro della Giustizia iraniano Jamal Karimi-Rad, che aveva ribadito che l’Iran non effettua lapidazioni. Il 5 luglio 2007, un uomo è stato lapidato dopo essere stato condannato a morte per adulterio e aver trascorso 11 anni in carcere.
Nel corso del 2007, in Iran sono stati giustiziati 4 donne e almeno 7 persone minori di diciotto anni al tempo del crimine, un fatto quest’ultimo che pone il paese in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Al 1° luglio, almeno altri 3 minorenni sono stati giustiziati in Iran nel 2008.
Anche nel 2007 e nei primi mesi del 2008 sono continuate le esecuzioni di massa.
Tra il 15 luglio e il 2 agosto 2007, 38 persone sono state giustiziate in 9 diverse città iraniane, 16 in pubblico e 12 esecuzioni sono state trasmesse in televisione. Tra queste quelle avvenute il 1° agosto 2007, relative a sette uomini impiccati sulla pubblica piazza a Mashad, nell’est del Paese, per rapina, atti di banditismo, sequestro di persona, violenza carnale e ‘atti contro la moralità’. Fonti iraniane in esilio hanno detto che alcuni tra i 16 impiccati in pubblico, etichettati come “i più famosi Hooligans di Teheran,” sono in realtà stati giustiziati perché omosessuali.
Il 5 settembre 2007, le autorità iraniane hanno impiccato in una sola giornata 21 persone.
L’Iran ha salutato il 2008 con 23 impiccagioni compiute nei primi dieci giorni del nuovo anno.
Il solo 20 febbraio 2008, dieci persone sono state impiccate per rapina a mano armata e omicidio.
Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici.
 
Arabia Saudita, esecuzioni quadruplicate nel 2007
 
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo in termini assoluti, ma risulta il primo in percentuale sulla popolazione.
Le esecuzioni nel 2007 sono state 166, più del quadruplo rispetto alle 39 effettuate nel 2006. Nel 2008, al 30 giugno, le esecuzioni erano già giunte a 65. Il record era stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni.
Le esecuzioni avvengono in pubblico e tramite decapitazione. Sono effettuate in cortili fuori le moschee più frequentate delle principali città dopo la preghiera del venerdì.
Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri, provenienti quasi tutti dai paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.
Nel 2007, sono stati giustiziati almeno tre minorenni, incluso un quindicenne condannato per un reato che avrebbe commesso a 13 anni.
Delle 166 esecuzioni del 2007, almeno 50 sono state effettuate per reati di droga. Al 30 giugno 2008 le persone decapitate per reati di droga erano almeno 22.
 
Democrazia e pena di morte
 
Dei 49 paesi mantenitori della pena di morte, sono solo 10 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2007 hanno praticato la pena di morte sono state 4 e hanno effettuato in tutto 53 esecuzioni, pari all’1% del totale mondiale: Stati Uniti (42), Giappone (9), Indonesia e Botswana (almeno 1). Esecuzioni sarebbero avvenute anche in Mongolia.
 
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono due gli eventi principali che nel 2007 hanno riguardato la pena di morte: la decisione della Corte Suprema sulla legittimità dell’iniezione letale e l’abolizione della pena di morte nel New Jersey.
Dopo molti anni di discussioni e di ricorsi, i dubbi sul metodo dell’iniezione letale hanno finalmente investito la Corte Suprema degli Stati Uniti e di fatto portato a una sospensione delle esecuzioni in molti Stati che è iniziata il 25 settembre del 2007, quando la Corte ha deciso di discutere il caso “Baze contro Rees” proveniente dal Kentucky. Questo ha fatto sì che le esecuzioni del 2007 negli Stati Uniti siano scese a 42, il numero più basso degli ultimi 13 anni.
La moratoria di fatto si è protratta per otto mesi fino al 6 maggio 2008, quando un uomo è stato giustiziato in Georgia, dopo che, il 16 aprile, la stessa Corte ha stabilito che il cocktail di sostanze letali usato nella gran parte degli Stati Usa non rappresenta una punizione “crudele e inusuale” e quindi non è contrario alla Costituzione americana. Dopo l’esecuzione in Georgia, altre 9 iniezioni letali sono state praticate, al 1° luglio 2008, in sette Stati: Mississippi, Virginia (2), di nuovo Georgia, South Carolina (2), Texas, Oklahoma e Florida.
L’altro evento del 2007 è stato l’abolizione della pena di morte nel New Jersey, il primo Stato Usa a farlo in quarant’anni. In Nebraska, New Mexico, Montana, Colorado e Maryland la pena di morte è andata vicina all’abolizione, mentre l’Illinois, per l’ottavo anno consecutivo, ha rispettato la moratoria delle esecuzioni stabilita nel 2000. Seppure senza una abolizione formale, anche lo Stato di New York va annoverato tra gli Stati che non hanno più la pena di morte, in quanto, dal 2007, il braccio della morte dello Stato è completamente vuoto.
Sul fronte opposto, nel 2007, il South Dakota ha effettuato la prima esecuzione dopo 60 anni di sospensione di fatto, mentre leggi per espandere la pena di morte o renderne più facile l’applicazione sono state approvate in Utah e Texas. In Massachusetts è stato respinto il tentativo di reintrodurla, mentre leggi per espandere la pena di morte o renderne più facile l’applicazione sono state respinte in Georgia, Missouri, New York e Virginia.
Le condanne a morte nel 2007 sono state 110, il numero più basso da quando la pena capitale è stata reintrodotta nel 1976. Nel 2006 le condanne a morte erano state 115, e 138 nel 2005. Negli anni 90 il numero di condanne a morte era stabilmente attorno alle 300 l’anno. Iniziò a diminuire nel 1999, con 284. Da allora, lentamente ma costantemente, le condanne sono diminuite di oltre il 61%.
Quanto ai singoli Stati, anche nel 2007 e per il quinto anno consecutivo, l’Alabama ha registrato il più alto tasso di condanne a morte. Con una popolazione di 4,5 milioni di persone, l’Alabama ha infatti emesso 13 nuove condanne a morte. Il Texas ne ha emesse 11, ma ha una popolazione di 23,5 milioni, cinque volte maggiore.
Il confinamento della pena di morte a un numero relativamente basso di Stati è risultato particolarmente evidente nel 2007: 40 dei 50 Stati non hanno effettuato esecuzioni. Come di consueto, le esecuzioni sono concentrate al Sud (86%), e come al solito in un solo Stato, il Texas, che con le sue 26 esecuzioni, 2 più dell’anno precedente, ha registrato da solo il 62% di tutte le esecuzioni negli Usa.
Oltre alle 26 esecuzioni del Texas, 3 sono state compiute in Alabama e Oklahoma, 2 in Indiana, Ohio e Tennessee, 1 in Arizona, Georgia, South Carolina e South Dakota.
Nel 2007 ci sono state diverse commutazioni di condanne a morte in altrettanti ergastoli senza condizionale: 8 nel New Jersey a seguito dell’abolizione della pena di morte, 3 in Texas, e 1 in Kentucky, New York, Missouri, Oklahoma e Tennessee.
Il numero complessivo di detenuti nei bracci della morte è salito a 3.350, contro i 3.344 del 2006. Per quanto sia leggermente aumentato, il dato è comunque positivo, perché l’aumento di 6 unità è dovuto alla diminuzione delle esecuzioni, non a un aumento delle condanne che invece, come abbiamo visto, sono diminuite di 5 unità.
Gli Stati i cui bracci della morte superano le 100 unità sono: California (660), Texas (393), Florida (397), Pennsylvania (226), Alabama (195), Ohio (191), North Carolina (185), Arizona (124), Georgia e Tennessee (107).
I sondaggi non hanno segnalato importanti cambiamenti. Il tradizionale Sondaggio annuale  della Gallup ha riportato un 69% di favorevoli alla pena di morte, in linea con il 67% dell’anno precedente. Ma come avviene ormai da alcuni anni, la percentuale cambia vistosamente quando invece della domanda “secca” pro o contro la pena di morte, viene aggiunta l’opzione dell’ergastolo senza condizionale (ossia senza alcuna possibilità di liberazione anticipata per buona condotta). Quando gli statunitensi vengono chiamati a scegliere tra pena di morte ed ergastolo senza condizionale, allora la percentuale cambia di molto, e scende sotto il 50%.
 
In Giappone, nel 2007, sono state giustiziate 9 persone, a fronte delle 4 del 2006, mentre nei primi sei mesi del 2008 sono già avvenute 10 esecuzioni.
Con il nuovo Ministro della Giustizia, Kunio Hatoyama, entrato in carica nell’agosto 2007 ed esplicito sostenitore della pena capitale, i principi e i tabù che il Giappone ha mantenuto nei riguardi della pena di morte si sono andati sempre più rompendo. Nel dicembre 2007, con le prime esecuzioni del governo di Fukuda, il Ministro della giustizia ha rotto con la tradizione, che voleva il segreto sulle esecuzioni, pubblicando i nomi e i crimini di tre prigionieri giustiziati. Quando sono state effettuate le prime tre esecuzioni del 2008, in febbraio, il ministro Hatoyama, che le aveva ordinate, ha espresso personalmente il suo punto di vista sulla pena di morte in una conferenza stampa. Lo stesso ha fatto per le quattro impiccagioni effettuate in aprile e le altre tre avvenute a giugno. Anche la tradizione di non eseguire sentenze capitali mentre il parlamento è in sessione, è stata rotta. Ciascuna delle quattro serie di esecuzioni, decise dall’attuale governo, hanno avuto luogo durante una sessione dell’assemblea legislativa.
Con le tre ultime impiccagioni del 17 giugno 2008, si “riducono” a 102 i prigionieri del braccio della morte.
 
In Indonesia, le esecuzioni sono state abbastanza rare fino al 2004 quando, nel quadro di una campagna nazionale contro l’abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Sukarnoputri in vista delle elezioni di ottobre, tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina.
Almeno una persona è stata giustiziata in Indonesia nel 2007, ma nel 2008 si è registrata una escalation: al 18 luglio, erano già state messe a morte sei persone. Tre uomini erano stati giustiziati nel 2006. Nel 2005, erano state messe a morte due persone.
 
In Botswana, la pena di morte è in vigore da quando il paese è divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1966. Da allora sono state giustiziate 40 persone. Le impiccagioni sono effettuate di solito senza alcun preavviso, senza che avvocati e familiari siano informati.
Anche l’ultima esecuzione nota in Botswana è avvenuta in segreto. Il 2 novembre 2007, Sepeni Thubisane Popo è stato impiccato per l’omicidio di una donna. Né l’avvocato né la famiglia del condannato sono stati avvertiti che l’uomo era in procinto di essere giustiziato. “Alcune persone mi hanno detto di aver appreso la notizia dell’esecuzione da Radio Botswana, nel notiziario dell’ora di pranzo,” ha detto l’avvocato.

Europa libera dalla pena di morte, eccetto Bielorussia e Russia
 
L’Europa sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia, paese che anche dopo la fine dell’Unione Sovietica non ha mai smesso di condannare a morte e giustiziare i suoi cittadini. Secondo quanto reso noto dalla Corte Suprema, una esecuzione è stata effettuata nel novembre del 2007 e altre tre nel febbraio del 2008. Secondo i dati OSCE vi sarebbero state almeno 3 esecuzioni nel 2006 e 4 nel 2005.
La Russia, sebbene ancora paese mantenitore, è impegnata ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d’Europa e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni.
Per quanto riguarda il resto dell’Europa, l’Albania, con la ratifica nel febbraio 2007 del 13° Protocollo alla Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali relativo all’abolizione delle pena di morte in ogni circostanza, è divenuta completamente abolizionista. A parte la Lettonia, che prevede la pena di morte solo per reati commessi in tempo di guerra, tutti gli altri paesi europei hanno abolito la pena di morte in tutti i casi.
 
Abolizioni legali, di fatto e moratorie
 
Il trend mondiale verso l’abolizione di diritto o di fatto della pena di morte in corso ormai da oltre dieci anni ha trovato una decisa conferma anche nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008. Ben 9 paesi hanno cambiato status rafforzando il fronte a vario titolo abolizionista.
Il Ruanda, da mantenitore è divenuto un paese abolizionista nel luglio del 2007 con l’entrata in vigore della legge che abolisce la pena di morte per tutti i crimini.
Il Kirghizistan, dopo anni di moratoria, ha abolito totalmente la pena di morte nel gennaio del 2007.
L’Uzbekistan è passato da mantenitore ad abolizionista il 1° gennaio 2008.
Nel 2007, Comore, Corea del Sud, Guyana e Zambia, hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerati abolizionisti di fatto.
Le Isole Cook da abolizioniste per crimini ordinari sono divenute totalmente abolizioniste nel 2007.
L’Albania da abolizionista per crimini ordinari è divenuta abolizionista per tutti i reati con la ratifica del 13° Protocollo della Convenzione Europea sui Diritti Umani entrato in vigore il 1° giugno 2007.
In Francia e in Italia la pena di morte è stata cancellata anche dalla Costituzione nel 2007.
Come già ricordato, nel 2007, il New Jersey è diventato il primo Stato della federazione americana in quarant’anni ad abolire la pena di morte.
 
Nel 2007 e nei primi mesi del 2008, ulteriori passi verso l’abolizione o sviluppi positivi si sono verificati per lo più in Africa: Burundi, Gabon, Mali, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania.
Nel maggio del 2007, il Kazakistan ha emendato la Costituzione abolendo la pena di morte per tutti i reati eccetto alcuni atti di terrorismo e crimini gravi commessi in tempo di guerra.
Una sentenza che sancisce l’incostituzionalità della pena di morte obbligatoria è stata pronunciata nel 2007 in Malawi.
Vi sono poi state amnistie collettive in paesi come in Camerun, Congo, Ghana, Marocco, Nigeria e Thailandi, dove da tempo è in corso una riflessione sull’opportunità di abolire o sospendere la pena di morte.
Nell’aprile 2008, Cuba ha annunciato la commutazione di tutte le condanne a morte. Nei primi di luglio 2008, il Pakistan ha deciso la conversione delle condanne a morte in ergastolo a beneficio di circa 7.000 prigionieri.
Per il secondo anno consecutivo Taiwan non ha effettuato esecuzioni.

Ripristino della pena di morte e ripresa delle esecuzioni 

Sul fronte opposto, nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008, solo 2 Stati, Afghanistan ed Etiopia, hanno ripreso a praticare la pena di morte dopo alcuni anni di sospensione, in rapporto ai 6 del 2006.
Nel febbraio del 2008, il parlamento del Guatemala ha approvato una legge che pone fine alla moratoria delle esecuzioni capitali in atto dal 2002, ma il Presidente Alvaro Colom ha posto il veto.
In Perù è stata respinta dal Parlamento la proposta del Presidente Alan García di reintroduzione della pena di morte.
Negli Stati Uniti, il South Dakota ha effettuato la prima esecuzione dopo 60 anni di sospensione di fatto.

Pena di morte in base alla Sharia

Nel 2007, almeno 754 esecuzioni, contro le 546 dell’anno prima, sono state effettuate in 15 paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta interpretazione della Sharia. Sono 19 i paesi mantenitori che hanno nei loro ordinamenti giuridici richiami espliciti alla Sharia.
Ma il problema non è il Corano, perché non tutti i paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico.
Dei 49 paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 24 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 25, dei quali 15 l’hanno praticata nel 2007.
Lapidazione, impiccagione, decapitazione e fucilazione, sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008.

Condanne a morte tramite lapidazione sono state emesse ma non eseguite negli Emirati Arabi Uniti e in Nigeria. In Iran, invece, un uomo è stato lapidato nel luglio del 2007, dopo essere stato condannato a morte per adulterio e aver trascorso 11 anni in carcere. Tre uomini e due donne sono stati lapidati in Pakistan, ma si è trattato di esecuzioni extra-giudiziarie, effettuate su ordine di giurie tribali.
Un’alternativa alla lapidazione, in esecuzione di sentenze capitali in base alla Sharia, può essere l’impiccagione, la quale è preferita per gli uomini ma non risparmia le donne. L’impiccagione è spesso eseguita in pubblico e combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. È quel che è accaduto in alcuni casi in Iran e in Sudan.
Impiccagioni in base alla Sharia sono state effettuate nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008 in Iran, Iraq, Kuwait, Pakistan, Siria e Sudan.

Il metodo della decapitazione è un’esclusiva dell’Arabia Saudita, il paese islamico che segue l’interpretazione più rigida della legge coranica. Di solito l’esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato viene portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (“Dio è grande”). A volte, alla decapitazione segue anche l’esposizione in pubblico del corpo del giustiziato.
 
Non propriamente una punizione islamica, la fucilazione è pure stata applicata in esecuzione di condanne ispirate dalla Sharia in Afghanistan, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Libia e Somalia.
Particolarmente grave è quel che è accaduto in Afghanistan il 7 ottobre 2007, dopo due anni in cui non si erano registrate esecuzioni. Quindici persone sono state giustiziate a colpi d’arma da fuoco nella capitale Kabul, per reati comprendenti omicidio, sequestro e rapina a mano armata. Dopo l’inizio della fucilazione, ci sono voluti altri cinque minuti per uccidere l’ultimo dei 15 condannati a morte. Scontrandosi l’uno con l’altro, bendati nel buio, incappucciati, incatenati e con le manette, alcuni di loro sono sopravvissuti dopo la fucilazione perpetrata dai 10 membri del plotone. Nel caos generale, Timur Shah, forse il più noto criminale del paese, condannato per omicidio, sequestro e stupro, è riuscito a fuggire, forse, con la complicità di guardie corrotte. La carneficina è avvenuta alle nove e mezza di sera sul ciglio di una strada alla periferia di Kabul. I corpi dei giustiziati erano così terribilmente mutilati che in alcuni casi è stato impossibile identificarli.

Secondo la legge islamica, i parenti della vittima di un delitto possono richiedere un compenso in denaro, detto “prezzo del sangue”, per graziare l’autore del fatto oppure permettere che l’esecuzione della pena abbia luogo. Casi relativi al “prezzo del sangue” si sono risolti col perdono o con l’esecuzione in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Libia e Pakistan.
In alcuni paesi islamici, la pena capitale è stata estesa in base alla Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere imposta a chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. I non-musulmani non possono fare proseliti e alcuni Governi proibiscono ufficialmente i riti religiosi pubblici da parte di non-musulmani. Convertire dall’Islam ad altra religione o rinunciare all’Islam è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale.
Nel 2007 e nei primi mesi del 2008, condanne a morte per blasfemia e apostasia sono state emesse in Afghanistan e in Pakistan. In Arabia Saudita un egiziano è stato decapitato perché ritenuto colpevole di adulterio e di “stregoneria” oltre che di dissacrazione del Corano.
 
Pena di morte nei confronti di minori
 
Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.
Nel 2007, sono stati giustiziati almeno 12 minorenni: in Iran (almeno 7), Arabia Saudita (3), Pakistan (1) e Yemen (1). Nel 2006, le esecuzioni di minori erano state almeno 8, di cui 7 in Iran e 1 in Pakistan. Al 1° luglio, almeno 3 minori erano stati giustiziati nel 2008 in Iran.
Condanne a morte nei confronti di minorenni al momento del reato sono state emesse, oltre che nei suddetti paesi, negli Emirati Arabi Uniti e in Sudan.

La “guerra alla droga”

Il proibizionismo sulle droghe ha dato un contributo notevole alla pratica della pena di morte anche nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008. Nel nome della “guerra alla droga” e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Kuwait, Indonesia, Iran, Corea del Nord, Singapore e Vietnam. Condanne a morte sono state pronunciate, anche se non eseguite, in Algeria, Bangladesh, Emirati Arabi Uniti, Malesia, Pakistan, Qatar, Siria, Sri Lanka e Thailandia.
Delle 166 esecuzioni del 2007 in Arabia Saudita, 50 sono state effettuate per reati di droga. Al 30 giugno, le persone decapitate nel 2008 per reati di droga erano almeno 22.
In Cina, il numero di esecuzioni per reati di droga è apparentemente diminuito rispetto al 2006. Si può ritenere che ciò sia stato anche l’effetto della riforma del gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione ultima di tutte le condanne a morte, oltre che per le direttive della Corte Suprema cinese che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a “un numero estremamente ridotto di criminali efferati.” In ogni caso, come è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali e di date simboliche internazionali.
L’unica impiccagione che risulta nel 2007 in Kuwait, è avvenuta per traffico di droga.
Le due esecuzioni effettuate in Indonesia nei primi sei mesi del 2008, sono avvenute per traffico di droga.
Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. Dei 355 giustiziati in Iran nel 2007, almeno 138 persone, tra cui un minorenne, erano state condannate per traffico di droga.
Dei 13 giustiziati in Corea del Nord nel 2007, almeno 5 erano stati condannati per traffico di droga.
Singapore è ritenuto essere uno dei paesi con la più alta percentuale di esecuzioni rispetto alla popolazione. Secondo dati resi noti nel gennaio 2007, più di 420 persone sono state giustiziate dal 1991, la maggior parte per reati di droga. Le uniche due esecuzioni registrate a Singapore nel 2007 sono state effettuate per traffico di droga.

La “guerra al terrorismo”

Nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008, sono state approvate leggi anti-terrorismo in Malesia, Bangladesh, Indonesia e Singapore. 
Numerose esecuzioni per fatti di terrorismo sono state effettuate in Iran e in Iraq.
Tra i condannati a morte o giustiziati per “terrorismo” in Iran, potrebbero esserci in realtà anche oppositori politici, in particolare appartenenti alle minoranze etniche iraniane: Azeri, Kurdi, Baluci e Ahwazi.
Delle 33 esecuzioni registrate nel 2007 in Iraq, 30 sono state effettuate nei confronti di persone condannate per atti collegati al terrorismo. Nell’aprile del 2008, altre 28 persone sono state giustiziate per fatti analoghi.
In Pakistan, almeno due persone sono state giustiziate per reati legati al terrorismo e numerose condanne a morte sono state ordinate da tribunali speciali contro il terrorismo.
Nel maggio 2008, l’Egitto ha prorogato di due anni lo stato d’emergenza, sollevando le proteste delle associazioni a difesa dei diritti umani.
Centinaia di condanne a morte sono state pronunciate anche se non eseguite in Algeria.
In nome della lotta al terrorismo e “legittimati” dalla partecipazione alla Grande Coalizione nata in seguito agli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, paesi autoritari e illiberali come la Cina hanno continuato nella violazione dei diritti umani al proprio interno e, in alcuni casi, hanno giustiziato e perseguitato persone in realtà coinvolte solo nella opposizione pacifica o in attività sgradite al regime. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo. Nei primi sei mesi del 2008, la polizia ha arrestato nello Xinjiang o Turkestan Orientale 82 attivisti musulmani, accusati di preparare “attentati e atti di sabotaggio” contro le Olimpiadi di Pechino. Il 9 luglio 2008, due Uiguri sono stati giustiziati nello Xinjiang subito dopo l’annuncio pubblico delle loro condanne a morte. Erano stati accusati di essere membri del Movimento Islamico del Turkestan Orientale, che Pechino accusa di legami con il terrorismo. Il loro caso, ha dichiarato la presidente della Uyghur American Association, Rebiya Kadeer, “dimostra che il regime di Pechino è incline a strumentalizzare la minaccia dell’estremismo religioso e del terrorismo per colpire duramente il dissenso pacifico.”
Il 12 giugno 2008, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto il diritto costituzionale dei detenuti a Guantanamo di ricorrere nei tribunali ordinari contro la propria detenzione. La Corte ha anche detto che l’apparato giudiziario militare messo in piedi dopo l’11 settembre per classificare come “nemici combattenti”, detenere e processare presunti terroristi, è inadeguato. “Questi processi non rispettano assolutamente gli standard del giusto processo e il diritto internazionale relativo ai diritti umani,” ha dichiarato nel giugno scorso Philip Alston, special rapporteur ONU sulle esecuzioni extra-giudiziarie, sommarie e arbitrarie, evidenziando come l’accesso alla difesa sia limitato e che i tribunali militari ammettono prove per sentito dire, oltre che “dichiarazioni forzate” ottenute nel corso degli interrogatori. Almeno uno degli accusati – sostiene Alston – è stato sottoposto al “waterboarding”, una tecnica di annegamento simulato denunciata come tortura dai gruppi a difesa dei diritti umani.
 
La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali
 
Nel 2007 e nei primi mesi del 2008, la repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o movimenti spirituali non riconosciuti dalle autorità, è continuata in Cina, Corea del Nord, Iran e Vietnam.
In Cina, è continuata la repressione nei confronti di protestanti e cattolici, musulmani Uiguri e buddisti tibetani. Il Governo ha continuato anche la repressione di movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong. Dopo la più importante protesta anti-cinese degli ultimi 20 anni, iniziata il 10 marzo 2008 in occasione del 49° anniversario della rivolta del 1959 contro il dominio cinese, le autorità tibetane in esilio hanno compilato una lista del totale di morti, feriti e arrestati o detenuti tibetani nelle tre province tradizionali del Tibet, dal 10 marzo al 31 maggio 2008. Questi dati mostrano che 209 persone sono state uccise, 1.000 ferite, più di 5.972 detenute, e circa 40 condannate a pene varianti da un anno all’ergastolo.
Gruppi religiosi e per la difesa dei diritti umani fuori dalla Corea del Nord hanno continuato a fornire informazioni relative alla persecuzione di protestanti, cattolici, buddisti e membri di Chiese cristiane clandestine. Fedeli cristiani sarebbero stati imprigionati, picchiati, torturati o uccisi per aver letto la Bibbia e predicato Dio, in particolare per aver avuto legami con gruppi evangelici operanti oltre confine in Cina.
In Vietnam, particolarmente dura è continuata a essere la repressione nei confronti dei Montagnard, la minoranza etnica di religione cristiana che abita gli altipiani centrali, accusata di credere in una “religione americanista”. Secondo i dati della Fondazione Montagnard, che opera da anni per la libertà religiosa della “popolazione degli altopiani” e ne segue costantemente la situazione, sono “centinaia” i cristiani montagnard di etnia degar che si trovano tuttora in prigione, i quali possono scegliere se rinnegare la fede o emigrare in Cambogia.

Pena di morte per reati politici e di opinione
 
Nel 2007 e nei primi mesi del 2008, condanne a morte o esecuzioni per motivi essenzialmente politici si sono verificate in Iran.
La magistratura ha continuato a trattare come ‘mohareb’, cioè nemici di Allah, gli arrestati durante le proteste anti-regime che si sono svolte nella capitale e in altre città iraniane. L’accusa di essere un ‘mohareb’ comporta un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
La provincia del Khuzestan, dove l’etnia araba di religione sunnita rappresenta la maggioranza, è stata teatro di una dura repressione dopo gli attentati dinamitardi che si sono verificati nella città di Ahwaz nel 2005. Al di là della propaganda di Teheran, la maggior parte dei movimenti ahwazi non sono separatisti violenti. Essi vogliono innanzitutto non discriminazione, diritti culturali, giustizia sociale e autogoverno regionale, non l’indipendenza. Numerosi prigionieri politici arabi Ahwazi sono stati giustiziati.
Anche la provincia iraniana del Sistan Baluchistan è stata teatro di una dura repressione nei confronti della dissidenza baluci di religione sunnita che ha portato a un aumento delle esecuzioni nel corso dell’anno.
Anche nel Kurdistan iraniano, condanne a morte ed esecuzioni si sono susseguite nei confronti di oppositori politici accusati di “azioni contro la sicurezza nazionale” e di “contatti con organizzazioni sovversive.” Nel luglio del 2007, il regime dei Mullah ha condannato a morte due giornalisti kurdi, Adnan Hassanpur e Abdolvahed Hiwa Butimar, per attività contrarie alla sicurezza nazionale. La sorella di Hassanpur ha respinto queste accuse: “Penso che la sua unica colpa sia ciò che ha scritto.”

Pena di morte per reati non violenti
 
Secondo il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, “nei Paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti più gravi.”
Ciò nonostante, nel 2007 e nei primi mesi del 2008, la pena di morte per reati non violenti, la maggior parte dei quali di natura economica, è stata inflitta o eseguita in Cina, Corea del Nord, Iran e Vietnam. Nell’aprile 2007, l’Uganda ha approvato una legge che prevede la pena di morte per chi, intenzionalmente, trasmette il virus dell’Aids.
In Cina, la Corte Suprema del Popolo ha emanato una serie di direttive volte a contrastare, anche con la pena di morte, il fenomeno dei furti di gas, petrolio, fili di rame e gli atti di vandalismo con conseguenze gravi alle persone, alle attrezzature di comunicazione e alle reti di distribuzione dell’energia
In Corea del Nord, il responsabile di una cooperativa agricola e due suoi colleghi sono stati fucilati nel dicembre 2007 per “aver avviato un’impresa privata.” Nel febbraio 2008, 22 persone sarebbero state fucilate per aver tentato di fuggire in Corea del Sud.
In Iran, nel giugno 2007, il parlamento ha approvato una legge che prevede la condanna a morte per le persone coinvolte nella produzione di film pornografici.
Nel maggio 2008, un tribunale del Vietnam ha condannato a morte per furto la commessa di un ufficio postale.

La pena di morte “top secret”
 
Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione al riguardo contribuisce all’aumento del numero di esecuzioni.
In alcuni casi, come la Cina e il Vietnam, dove la questione è coperta dal segreto di Stato, le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali o da fonti indipendenti descrivono solo una parte del fenomeno.
In Bielorussia e Mongolia, dove vige il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, le notizie sulle esecuzioni filtrano dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati o organizzazioni internazionali molto tempo dopo la loro esecuzione.
In quasi tutti gli altri paesi autoritari, dall’Iran, allo Yemen, al Sudan, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti, che evidentemente non riportano tutti i fatti.
Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno sui giornali locali. È il caso della Corea del Nord.
Vi sono, infine, paesi come Arabia Saudita, Botswana e Giappone, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
 
La “civiltà” dell’iniezione letale

I paesi che hanno deciso recentemente di passare dalla sedia elettrica, l’impiccagione o la fucilazione alla iniezione letale come metodo di esecuzione, hanno presentato questa “riforma” come una conquista di civiltà e un modo più umano e indolore per giustiziare i condannati a morte. La realtà è diversa.
Negli Stati Uniti, nel corso del 2007, sono stati presentati ricorsi contro l’iniezione letale e più volte sono stati accolti, determinando consistenti rinvii delle esecuzioni, in Alabama, Arkansas, California, Delaware, Mississippi, Missouri, Nevada, North Carolina, Ohio, Oklahoma, Tennessee e Texas.
L’argomentazione comune ai ricorsi nei vari stati è che il secondo farmaco utilizzato nell’iniezione, quello che paralizza i muscoli, in realtà impedirebbe ai condannati soltanto di manifestare il dolore per il terzo farmaco, quello che blocca il cuore, ma non di provarlo. Un dolore, peraltro, che sarebbe particolarmente forte, e non di brevissima durata. Diverse perizie affidate a esperti di anestesiologia hanno evidenziato la possibilità che il primo farmaco a venir iniettato, il barbiturico con funzione anestetica, potrebbe non essere sufficiente a rendere incosciente il condannato per le fasi successive dell’esecuzione.
Dopo molti anni di discussioni e di ricorsi, i dubbi sul metodo dell’iniezione letale hanno finalmente investito della questione la Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale però, il 16 aprile 2008, respingendo il ricorso presentato da due detenuti nel braccio della morte in Kentucky, ha stabilito che il cocktail di sostanze letali usato nella gran parte degli Stati Usa non rappresenta una punizione “crudele e inusuale” e quindi non è contrario all’Ottavo Emendamento della Costituzione americana.

Nel 1997, la Cina ha introdotto il metodo dell’iniezione letale che è stata applicata per la prima volta nello Yunnan. Di recente, in molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni da 24 posti, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo. Il detenuto è assicurato con delle cinghie a un lettino di metallo posto sul retro del furgone. Una volta inserito l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata nella vena. L’esecuzione può essere seguita su un monitor accanto al posto di guida ed eventualmente registrata.
Nel gennaio del 2008, la Corte Suprema del Popolo ha detto che la Cina prevede di incrementare l’uso dell’iniezione letale per l’esecuzione dei condannati a morte, considerandola un sistema più umano del colpo di pistola alla nuca. Per raggiungere l’obiettivo, la Corte Suprema trasferirà quantitativi del veleno normalmente usato per le iniezioni letali direttamente alle corti locali. Attualmente, funzionari dei tribunali devono recarsi a Pechino per approvvigionarsi.
Dopo dieci anni di sperimentazione, dal 1° marzo 2008, la città di Chengdu, capoluogo della provincia del Sichuan, ha adottato formalmente il metodo dell’iniezione letale al posto del colpo di arma da fuoco alla nuca. Per motivi di ordine psicologico, non si sa bene se del boia o del detenuto, un pannello dotato di foro è posizionato tra il condannato a morte e i funzionari di polizia, in modo tale da non potersi vedere nel corso dell’esecuzione. Il prigioniero infilerà il braccio nel foro e gli addetti inietteranno le sostanze letali, che prima lo addormenteranno, poi procureranno l’arresto cardiaco.

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