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SINTESI DEI FATTI PIÙ IMPORTANTI DEL 2008 (e dei primi sei mesi del 2009)

La situazione ad oggi
 
L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2008 e anche nei primi sei mesi del 2009.
I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 151. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 96; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 5; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 42.
I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 46, a fronte dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005.
Nel 2008, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 26, come nel 2007 e a fronte dei 28 del 2006. Le esecuzioni sono state almeno 5.727, a fronte delle almeno 5.851 del 2007 e delle almeno 5.635 del 2006.
Nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, non si sono registrate esecuzioni in 3 Paesi che le avevano effettuate nel 2007: Etiopia (1), Guinea Equatoriale (3) e Kuwait (almeno 1). Viceversa, 3 Paesi hanno ripreso le esecuzioni: Saint Kitts e Nevis (1) dopo dieci anni di sospensione, ed Emirati Arabi Uniti (almeno 1) e Bahrein (1) che non le avevano effettuate nel 2007.
 
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2008 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.666 esecuzioni (il 98,9%), in calo rispetto al 2007 quando erano state almeno 5.782.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti e Saint Kitts e Nevis, gli unici due Paesi del continente che hanno compiuto esecuzioni nel 2008: 37 negli USA (erano state 42 nel 2007 e 53 nel 2006) e 1 a Saint Kitts (dopo dieci anni di moratoria di fatto).
In Africa, nel 2008 la pena di morte è stata eseguita solo in 5 Paesi (erano stati 7 nel 2007) dove sono state registrate almeno 19 esecuzioni – Botswana (almeno 1), Egitto (almeno 2), Libia (almeno 8), Somalia (almeno 3) e Sudan (almeno 5) – contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006 effettuate in tutto il continente. Da notare che Etiopia e Guinea Equatoriale che nel 2007 hanno giustiziato rispettivamente 1 e 3 persone, non hanno effettuato esecuzioni nel 2008.
Con una risoluzione approvata nel corso della sessione svoltasi in Nigeria dal 10 al 24 novembre 2008, la Commissione Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha chiesto ai Paesi dell’Unione Africana di “osservare una moratoria delle esecuzioni capitali in vista dell’abolizione della pena di morte.”
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2008, sono state effettuate almeno 4 esecuzioni.
 
Cina, Iran e Arabia Saudita i primi paesi boia del 2008
 
Dei 46 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 20 di questi Paesi, nel 2008, sono state compiute almeno 5.662 esecuzioni, circa il 98,9% del totale mondiale.
Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5.000, circa l’87,3% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 346; l’Arabia Saudita 102; la Corea del Nord almeno 63; il Pakistan almeno 36; l’Iraq almeno 34; il Vietnam almeno 19; l’Afghanistan almeno 17; lo Yemen almeno 13; la Libia almeno 8; il Sudan almeno 5; il Bangladesh 5; la Bielorussia 4; la Somalia almeno 3; l’Egitto almeno 2; il Bahrein 1; Emirati Arabi Uniti, Malesia, Singapore e Siria almeno 1.
Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2008 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano, come nel 2007, tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Arabia Saudita.
 
Cina, primatista di esecuzioni (anche se in diminuzione)
 
Nessuno tocchi Caino stima che nel 2008 siano state effettuate in Cina almeno 5.000 esecuzioni, più o meno come nel 2007 e, comunque, in calo rispetto agli anni precedenti.
La Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d’affari che si è votato alla difesa dei diritti umani e che continua a mantenere buoni rapporti con funzionari governativi cinesi, ha stimato che “il numero delle esecuzioni nel 2008 ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000.” Nel 2007, secondo la Fondazione Dui Hua, le esecuzioni sarebbero state circa 6.000, una riduzione pari a un 25-30% rispetto al 2006, anno per il quale ne aveva stimate almeno 7.500. Un calo che sarebbe dipeso, secondo Kamm, dall’assegnazione delle Olimpiadi del 2008 a Pechino.
Tuttavia questi dati e percentuali non sono verificabili fintanto che permane il segreto di Stato sul numero reale di esecuzioni e condanne a morte.
Il 10 marzo 2009, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Wang Shengjun, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni. Wang ha solo reso noto che, nel 2008, su un totale di un po’ più di 1 milione di condannati dai vari tribunali cinesi, 159.020 erano stati “condannati a morte, all’ergastolo o a oltre cinque anni di carcere.” Wang ha aggiunto che la Corte Suprema del Popolo ha trattato 10.553 casi di vario tipo definendone 7.725, ma ancora una volta non ha rivelato quanti di questi casi fossero relativi a condanne capitali. Un dato comunque indicativo è che, nel 2008, secondo la stessa Corte Suprema, 1.279 persone erano state da tribunali a vari livelli condannate a morte o a pene detentive dai cinque anni all’ergastolo per reati di criminalità organizzata.
Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali le condanne a morte emesse dai tribunali cinesi sarebbero via via diminuite fino ad arrivare al 30% in meno rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa in Cina da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema, la quale da parte sua ha reso noto di aver annullato il 15% delle condanne a morte che ha esaminato nel 2007 e nei primi sei mesi del 2008.
Nonostante questi primi segnali di un, almeno apparente, approccio garantista, nel tritacarne giudiziario cinese sono continuati a finire imputati di reati violenti e non violenti, mentre gli avvocati cinesi denunciano il fatto di non aver accesso ai loro clienti e che molte confessioni sono ancora estorte. Esiste inoltre un doppio standard: funzionari pubblici che si appropriano indebitamente di milioni sono condannati a morte con la sospensione della pena che gli risparmia la vita, mentre comuni cittadini condannati per aver rubato molto meno muoiono con l’iniezione letale o con un colpo alla nuca.
I momenti più caldi per le esecuzioni sono quelli in prossimità delle festività. Il governo cinese è solito “celebrare” le feste nazionali giustiziando un grande numero di condannati e, come di consueto, numerose esecuzioni hanno preceduto anche le “celebrazioni” della Festa Nazionale Cinese e la giornata mondiale anti droga, oltre che l’apertura delle sessioni dell’Assemblea Nazionale del Popolo.
 
Iran, di nuovo secondo sul podio della disumanità
 
Anche nel 2008, l’Iran si è piazzato al secondo posto quanto a numero di esecuzioni e, insieme a Cina e Arabia Saudita, sale così sul terribile podio dei primi tre Stati-boia del mondo.
In Iran sono state calcolate almeno 346 esecuzioni nel 2008. Nel 2007 erano state messe a morte almeno 355 persone, un terzo in più rispetto al 2006 quando le esecuzioni erano state almeno 215.
La situazione non sembra mostrare segni di una inversione di rotta, considerato che nel 2009, al 31 maggio, erano già state effettuate almeno 200 esecuzioni.
Ma i dati reali potrebbero essere ancora più alti, perché le autorità iraniane non forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle notizie pubblicate dai giornali iraniani e a quelle fornite da organizzazioni umanitarie, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni.
Secondo Mohammad Mostafaei, un avvocato che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte del Paese e, in particolare, di 25 condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni, il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o 600,” ha detto l’avvocato che il 26 giugno 2009, nell’ambito della dura repressione delle manifestazioni popolari scoppiate in Iran dopo le elezioni-truffa del 12 giugno, è stato arrestato e portato via da agenti in borghese in una località sconosciuta.
L’Iran è stato l’unico Paese al mondo in cui risulta sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. Almeno 13 minori sono stati giustiziati in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che l’Iran pure ha ratificato. Nel 2007, erano stati giustiziati in Iran almeno 8 minorenni. Le esecuzioni di minori sono continuate anche nel corso del 2009 e, al 30 giugno, erano già almeno 4.
L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione in almeno due casi nel 2008 e uno nel 2009 e, in un caso, anche la fucilazione. Vi è stato anche il caso di persone condannate a essere buttate giù da una rupe chiuse in un sacco.
A riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2008 sono continuate le esecuzioni di massa. L’Iran ha salutato il nuovo anno con 23 impiccagioni compiute nei primi dieci giorni. Il 2 gennaio 2008, sono state impiccate 13 persone, inclusa una madre di due ragazzi colpevole di aver ucciso il marito. Il 27 luglio 2008, vi è stato il più alto numero di giustiziati in un solo giorno negli ultimi anni: 29 persone sono state impiccate contemporaneamente nel carcere di Evin a Teheran. Nel 2009, non vi è stato alcun segno di inversione di rotta. Le esecuzioni di massa sono continuate. Tra il 20 e il 21 gennaio 2009, sono state impiccate diciannove persone. Nel solo mese di maggio sono state impiccate 52 persone. Il 4 luglio 2009, sono state impiccate 20 persone per droga nel carcere della città di Karaj.
La repressione nei confronti di membri di minoranze religiose ed etniche iraniane, in particolare azeri, kurdi, baluci e ahwazi, come pure l’applicazione della pena di morte per motivi essenzialmente politici o per reati chiaramente non violenti, sono continuate in Iran nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009.
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati. Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver frequentato feste a cui partecipano maschi e femmine o per oltraggio al pubblico pudore. Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne velate in maniera non appropriata nelle strade e nei luoghi pubblici.
 
Arabia Saudita
 
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo in termini assoluti, ma risulta il primo in percentuale sulla popolazione.
Le esecuzioni nel 2008 sono state almeno 102, in netta diminuzione rispetto al 2007, quando erano state 166, il quadruplo rispetto alle 39 effettuate nel 2006. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni.
Nel 2009, al 30 giugno, erano state effettuate almeno 45 esecuzioni, tra cui quelle di tre minorenni.
Le esecuzioni avvengono in pubblico e tramite decapitazione. Sono effettuate in cortili fuori le moschee più frequentate delle principali città dopo la preghiera del venerdì.
Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri, provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula. Spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. Molti giustiziati avevano potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza.
Nel 2008 non sono state registrate esecuzioni di minorenni, mentre nel 2009 ne sono state effettuate almeno tre.
Delle 102 esecuzioni del 2008 in Arabia Saudita, almeno 31 sono state effettuate per reati di droga.
 
Democrazia e pena di morte
 
Dei 46 Paesi mantenitori della pena di morte, sono solo 10 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2008 hanno praticato la pena di morte sono state 6 e hanno effettuato in tutto 65 esecuzioni, circa l’1,1% del totale mondiale: Stati Uniti (37), Giappone (15), Indonesia (almeno 10), Botswana (almeno 1), Saint Kitts e Nevis (1). Esecuzioni potrebbero essere avvenute anche in Mongolia, anche se non risultano dati ufficiali.
 
Stati Uniti, continua a diminuire il ricorso e il sostegno alla pena di morte 
 
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono due i fatti principali che, nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, hanno riguardato la pena di morte: la decisione della Corte Suprema sulla legittimità dell’iniezione letale e l’abolizione della pena di morte nel New Mexico.
La breve moratoria “de facto” iniziata il 25 settembre 2007, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva annunciato di voler discutere la costituzionalità dell’esecuzione tramite iniezione letale, si è conclusa il 16 aprile 2008 con la decisione della Corte di confermare la validità del protocollo dell’iniezione letale, in quanto “una certa quota di dolore” nell’esecuzione è inevitabile e non è incostituzionale.
Per effetto dei primi mesi di moratoria (le esecuzioni sono riprese in Georgia il 6 maggio) il 2008 ha registrato “solo” 37 esecuzioni, il numero più basso a partire dal 1999, quando si raggiunse il numero record di 98 esecuzioni.
Il 95% delle esecuzioni è stato effettuato nelle regioni del Sud. Come di consueto il Texas guida la lista dei 9 Stati “esecuzionisti” del 2008 e con le sue 18 esecuzioni ha registrato da solo il 48% di tutte le esecuzioni degli Usa. Oltre al Texas, 4 esecuzioni sono state compiute in Virginia, 3 in Georgia e South Carolina, 2 in Florida, Mississippi, Ohio e Oklahoma, e 1 in Kentucky. L’unico Stato non del Sud a compiere esecuzioni è stato l’Ohio.
Se il record negativo di esecuzioni può essere considerato un risultato “fortuito” in quanto generato dalla moratoria de facto, un evento non ripetibile a breve, una cifra sicuramente positiva è invece quella delle nuove condanne a morte che nel 2008 sono state “solo” 111, il numero più basso da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976.
Il numero complessivo di detenuti nei bracci della morte, a fine 2008, era sceso a 3.297, il numero più basso dal 2000, anno in cui si registrò il record di 3.593 detenuti.
L’altro fatto importante è stato, il 18 marzo 2009, l’abolizione della pena di morte nel New Mexico, la seconda abolizione registrata negli Usa in oltre quarant’anni, dopo quella in New Jersey del dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.
Reggono ancora le moratorie de jure o de facto che negli anni recenti sono state stabilite o che per varie ragioni si sono venute a determinare in Illinois, New York, Maryland, North Carolina, California e Nebraska.
Nel 2008, altre 4 persone nel braccio della morte sono state scarcerate, portando il numero complessivo di “esonerati” a 129 dal 1973 al 31 dicembre 2008. Oltre ai proscioglimenti totali, 4 condannati a morte hanno avuto la pena ridotta all’ergastolo grazie a provvedimenti di clemenza dei Governatori o del Board of Pardons. Altri quattro proscioglimenti si sono registrati nei primi sei mesi del 2009.
Se la questione degli errori giudiziari ha animato il dibattito politico negli anni recenti, nel 2008 ha iniziato ad avere larghissima circolazione il problema dei “costi della pena di morte” legati alla quantità di prove, analisi di laboratorio e testimoni necessari all’accusa, oltre che al sistema di ricorsi, garanzie e assistenza legale da assicurare all’imputato. Da qui l’idea alternativa: rinunciare ai costosissimi processi capitali e dedicare i fondi risparmiati alla riapertura di casi archiviati, per andare alla ricerca di assassini non ancora individuati.
I sondaggi hanno segnalato un calo di favore alla pena di morte a livelli che si erano registrati solo 30 anni fa. Il tradizionale sondaggio Gallup a livello nazionale, realizzato nell’ottobre 2008, ha mostrato che i pareri favorevoli alla pena di morte sono scesi di 5 punti, dal 69% al 64%, rispetto all’anno precedente. In questo sondaggio non era presente la cosiddetta “terza istanza”, ossia la possibilità di condannare un assassino all’ergastolo senza condizionale. La Gallup non pone più questa domanda dal 2006, da quando cioè si registrò il superamento di coloro che preferivano l’ergastolo senza condizionale (48%) alla pena di morte (47%).
 
Giappone, nuovo record di esecuzioni
 
In Giappone, nel 2008, sono state giustiziate 15 persone, il massimo in un solo anno a partire dal 1999 – anno in cui il Governo ha iniziato a rendere noto il numero delle esecuzioni – e molto vicino al record assoluto del lontano 1975, quando le persone impiccate furono 17. Nel 2007, erano state giustiziate 9 persone, a fronte delle 4 del 2006. Una escalation mai vista, se si considera che dal 1998 al 2005 in Giappone si sono registrate 16 esecuzioni in tutto, una media di due all’anno.
Nei primi sei mesi del 2009 sono state effettuate 4 esecuzioni.
Il Giappone ha mantenuto il massimo riserbo sulle esecuzioni fino al dicembre 2007, quando il Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama ha rotto con la tradizione, che voleva il segreto sulle esecuzioni, pubblicando i nomi e i crimini di tre prigionieri giustiziati. Anche la tradizione di non eseguire sentenze capitali mentre il parlamento è in sessione, nel tentativo di evitare inutili controversie, è stata rotta. Ciascuna delle quattro serie di esecuzioni, decise dal primo governo Fukuda ed effettuate tra il dicembre 2007 e il giugno 2008, hanno avuto luogo quando l’assemblea legislativa era in corso.
Durante il suo mandato, dall’agosto 2007 al luglio 2008, il Ministro Hatoyama ha ordinato 13 esecuzioni, un numero record che gli è valso l’appellativo di ‘Spietato Mietitore’ e ‘boia’ affibbiatogli dai media. Ma anche i suoi successori non hanno manifestato segni di una inversione di rotta: sotto il ministro della giustizia Okiharu Yasuoka le esecuzioni sono state 5; quelle autorizzate dal suo successore, Eisuke Mori, sono state 4, effettuate tutte lo stesso giorno, il 29 gennaio 2009.
Dopo queste ultime esecuzioni, i detenuti nel braccio della morte giapponese sono diventati 95, al di sotto dei 100 che il Governo considera la capienza tollerabile del braccio della morte.
 
Indonesia, escalation di esecuzioni
 
In Indonesia, le esecuzioni sono state abbastanza rare fino al 2004 quando, nel quadro di una campagna nazionale contro l’abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Sukarnoputri in vista delle elezioni di ottobre, tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina.
Il numero delle esecuzioni è aumentato notevolmente da quando nel 2004 Susilo Bambang Yudhoyono è diventato Presidente. Sono 19 le persone giustiziate e 57 quelle condannate a morte.
Nel 2008, sono state messe a morte almeno 10 persone, il numero più alto negli ultimi anni. Una persona era stata giustiziata nel 2007 e tre nel 2006.
 
Botswana
 
In Botswana, la pena di morte è in vigore da quando il paese è divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1966, ma il numero delle esecuzioni, spesso effettuate in segreto, è sempre stato molto basso, una o al massimo due all’anno. Per la prima volta dopo molti anni, nel 2004 e nel 2005 non si è registrata alcuna esecuzione. Tra il 2006 e il 2008 sono state effettuate tre esecuzioni, una all’anno.
 
Europa libera dalla pena di morte, eccetto Bielorussia e Russia
 
L’Europa sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia, Paese che anche dopo la fine dell’Unione Sovietica non ha mai smesso di condannare a morte e giustiziare i suoi cittadini.
Secondo stime non ufficiali, circa 400 persone sono state giustiziate in Bielorussia a partire dal 1991. In base a dati ufficiali, oltre 160 sentenze capitali sono state eseguite dal 1997 fino al 2008. In questo periodo, una sola persona condannata a morte è stata graziata dal Presidente Alexander Lukashenko. Nel 2008, sono state effettuate 4 esecuzioni. Nel 2007 ne era stata effettuata una.
La Russia, sebbene ancora Paese mantenitore, è impegnata ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d’Europa e dal 1996 rispetta una moratoria legale delle esecuzioni.
Per quanto riguarda il resto dell’Europa, a parte la Lettonia che prevede la pena di morte solo per reati commessi in tempo di guerra, tutti gli altri Paesi europei hanno abolito la pena di morte in tutte le circostanze.
 
Abolizioni legali, di fatto e moratorie
 
Il trend mondiale verso l’abolizione di diritto o di fatto della pena di morte in corso ormai da oltre dieci anni ha trovato una decisa conferma anche nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009. Dopo che nel 2007 ben 9 Paesi avevano cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 5 lo hanno fatto nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009.
L’Uzbekistan è passato da mantenitore ad abolizionista il 1° gennaio 2008.
La Sierra Leone, nel 2008, ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto.
Il 6 agosto 2008, con l’abolizione del Codice di Giustizia Militare, l’Argentina, già abolizionista per crimini ordinari, ha cancellato anche l’ultima traccia di pena di morte presente nell’ordinamento del Paese.
Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte.
Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato Usa in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007.
 
Nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
Proposte di legge di abolizione della pena di morte o di riduzione del numero dei reati capitali sono state avanzate in Libano, Algeria, Benin, Giordania e Repubblica Democratica del Congo.
Nel giugno 2009, il Kazakistan ha emendato il codice penale limitando la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra.
Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati.
Vi è poi stato un numero significativo di amnistie o commutazioni delle condanne a morte a Trinidad e Tobago, in Nigeria e in Zambia.
Nell’aprile 2008, Cuba ha commutato tutte le condanne a morte.
Nel maggio 2008, il presidente del Camerun ha commutato in ergastolo tutte le condanne a morte e ridotto a 20 anni la pena di chi aveva ha già ricevuto la commutazione in ergastolo della propria condanna capitale.
Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. 
Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni.
 
Ripristino della pena di morte e ripresa delle esecuzioni 
 
Sul fronte opposto, la notizia più importante è stata la ripresa delle esecuzioni a Saint Kitts e Nevis nel dicembre 2008, dopo dieci anni di moratoria di fatto.
Nel febbraio del 2008, il parlamento del Guatemala ha approvato una legge che pone fine alla moratoria delle esecuzioni capitali in atto dal 2002, ma il Presidente Alvaro Colom ha posto il veto.
Nel luglio del 2008, la Liberia ha introdotto la pena di morte per alcuni reati violenti, in aperta violazione con gli obblighi sottoscritti dal Paese a livello internazionale.
Nel dicembre del 2008, il Senato della Giamaica ha votato contro l’abolizione della pena di morte, sanzione che nel Paese non viene applicata da 20 anni.
Il 16 aprile 2008, con la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha confermato la costituzionalità dell’esecuzione tramite iniezione letale, si è conclusa la breve moratoria “de facto” iniziata il 25 settembre 2007. Le esecuzioni sono riprese in Georgia il 6 maggio 2008 e nel corso dell’anno sono state complessivamente 37, comunque il numero più basso degli ultimi 14 anni.
 
Pena di morte in base alla Sharia
 
Nel 2008, almeno 585 esecuzioni, contro le almeno 754 esecuzioni del 2007, sono state effettuate in 16 Paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia.
Sono 19 i Paesi mantenitori che hanno nei loro ordinamenti giuridici richiami espliciti alla Sharia.
Ma il problema non è il Corano, perché non tutti i Paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico.
Dei 48 Paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 23 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 25, dei quali 16 l’hanno praticata nel 2008.
Impiccagione, decapitazione e fucilazione, sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, ma in Iran è stata praticata anche la lapidazione.
 
La lapidazione
 
Tra le punizioni islamiche, la lapidazione è la più terribile. Il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato. La donna viene interrata fino alle ascelle, mentre l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre – che non devono essere né troppo grandi né troppo piccole in modo da poter provocare una morte lenta e dolorosa – viene portato sul luogo dell’esecuzione dove funzionari incaricati o semplici cittadini autorizzati dalle autorità effettuano la lapidazione.
Condanne a morte tramite lapidazione sono state emesse ma non eseguite in Nigeria. In Iran, invece, sono state effettivamente attuate nei confronti di tre uomini condannati per adulterio, due dei quali lapidati il 25 dicembre 2008 e l’altro il 5 marzo del 2009.
In Somalia, il 27 ottobre 2008, miliziani fedeli alle Corti islamiche hanno lapidato in pubblico una ragazza di 13 anni accusata di adulterio.
 
L’impiccagione, ma non solo…
 
Un’alternativa alla lapidazione può essere l’impiccagione, la quale è spesso eseguita in pubblico e combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Impiccagioni in base alla Sharia sono state effettuate nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009 in Afghanistan, Bangladesh, Iran, Iraq, Malesia, Pakistan e Sudan.
L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio viene usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte.
 
La decapitazione
 
Il metodo della decapitazione è un’esclusiva dell’Arabia Saudita, il Paese islamico che segue l’interpretazione più rigida della legge coranica. Di solito l’esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato viene portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (“Dio è grande”).
A volte, alla decapitazione segue anche l’esposizione in pubblico del corpo del giustiziato. E’ quanto è accaduto il 29 maggio 2009, quando Ahmad Adhib bin Askar al Shamalani al Anzi è stato decapitato per omicidio e il suo corpo legato a una croce è stato poi esposto nella capitale Riad. Era stato condannato per avere ucciso un uomo e suo figlio di 11 anni.
 
La fucilazione
 
Non propriamente una punizione islamica, la fucilazione è pure stata applicata nel 2008 e nel 2009 in esecuzione di condanne in base alla Sharia in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Iran, Yemen, Libia e Somalia.
 
Il “prezzo del sangue”
 
Secondo la legge islamica, i parenti della vittima di un delitto hanno tre possibilità: chiedere l’esecuzione della sentenza, risparmiare la vita dell’assassino con la benedizione di Dio oppure concedergli la grazia in cambio di un compenso in denaro, detto “prezzo del sangue” (diya).
Nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, casi relativi al “prezzo del sangue” si sono risolti col perdono o con l’esecuzione in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Libia, Pakistan, Qatar e Yemen.
In Arabia Saudita, numerosi casi di “prezzo del sangue” si sono risolti positivamente grazie all’opera del Comitato per la Riconciliazione, un’organizzazione nazionale che spesso riesce a negoziare il perdono ai prigionieri del braccio della morte aiutando a risolvere le lunghe dispute inter-familiari e tribali.
La versione iraniana del “prezzo del sangue” stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo prezzo del sangue.
 
Blasfemia e apostasia
 
In alcuni Paesi islamici, la pena capitale è stata estesa in base alla Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere imposta a chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture.
I non-musulmani non possono fare proseliti e alcuni Governi proibiscono ufficialmente i riti religiosi pubblici da parte di non-musulmani. Convertire dall’Islam ad altra religione o rinunciare all’Islam è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale.
Nel 2008 e nei primi mesi del 2009, condanne a morte per blasfemia e apostasia sono state emesse in Afghanistan, Arabia Saudita e Pakistan.
Nel settembre del 2008, il Parlamento dell’Iran si è espresso a larghissima maggioranza in favore del nuovo codice penale che, tra le altre cose, rende obbligatoria la pena di morte per gli apostati.
 
Pena di morte nei confronti di minori
 
Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.
Nel 2008, almeno 13 minori sono stati giustiziati in Iran, l’unico Paese al mondo in cui, l’anno scorso, risulta sia stata praticata la pena di morte nei confronti di minorenni al momento del reato. Condanne a morte nei confronti di minori sono state emesse, ma non eseguite, negli Emirati Arabi Uniti e in Sudan.
Nel 2007, erano stati giustiziati nel mondo almeno 13 minorenni: in Iran (almeno 8), Arabia Saudita (3), Pakistan (1) e Yemen (1). Nel 2006, le esecuzioni di minori erano state almeno 8, di cui 7 in Iran e 1 in Pakistan.
Nel 2009, al 30 giugno, almeno 7 minorenni al momento del fatto sono stati giustiziati in Iran (4) e in Arabia Saudita (3).
 
La “guerra alla droga”
 
L’ideologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte anche nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009.
Nel nome della guerra alla droga e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Indonesia, Iran, Yemen, Corea del Nord e Vietnam. Condanne a morte sono state pronunciate, anche se non eseguite, in Algeria, Egitto, Kuwait, Malesia, Pakistan, Qatar, Singapore, Siria e Thailandia.
 
Delle 102 esecuzioni del 2008 in Arabia Saudita, almeno 31 sono state effettuate per reati di droga.
 
In Cina, il numero di esecuzioni per reati di droga è apparentemente diminuito rispetto al 2007. Si può ritenere che ciò sia stato anche l’effetto della riforma del gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione finale di tutte le condanne a morte, oltre che per le direttive della Corte Suprema cinese che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a “un numero estremamente ridotto di criminali efferati.” In ogni caso, come è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali e di date simboliche internazionali come quella del 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga.
 
Al 18 febbraio 2009, erano 109 i prigionieri nel braccio della morte dell’Indonesia, tra cui 56 condannati per traffico di droga, la maggior parte cittadini stranieri. Il 26 giugno 2008, in occasione della Giornata internazionale anti-droga, sono stati fucilati due cittadini nigeriani.
 
Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. Nel nome della guerra alla droga, nel 2008 sono state effettuate in Iran almeno 87 esecuzioni. Il 4 solo luglio 2009 sono state impiccate 20 persone per droga nel carcere della città di Karaj.
 
Delle 64 condanne a morte emesse in Vietnam nel 2008, quasi la metà sono state comminate per reati legati alla droga. Il 19 giugno 2009, il parlamento vietnamita ha dato una sforbiciata alla lista dei reati capitali: ne sono stati cancellati otto, tra cui l’uso di droga; il traffico, invece, è rimasto nella lista.
 
Nell’aprile 2009, la provincia del Punjab in Pakistan ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga.
La “guerra al terrorismo”
 
Nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, sono state approvate leggi anti-terrorismo in Bangladesh e Indonesia. 
Numerose esecuzioni per fatti di terrorismo sono state effettuate in Afghanistan, Indonesia, Iran e Iraq, mentre centinaia di condanne a morte sono state pronunciate anche se non eseguite in Algeria, India e Sudan.
In Pakistan, numerose condanne a morte, anche per reati comuni, sono state ordinate da tribunali speciali contro il terrorismo.
Nel maggio 2008, l’Egitto ha prorogato di due anni lo stato d’emergenza, sollevando le proteste delle associazioni a difesa dei diritti umani.
 
L’8 novembre 2008, sono stati fucilati in Indonesia tre militanti islamici condannati per gli attentati dinamitardi che nel 2002, sull’isola di Bali, uccisero 202 persone, per lo più turisti stranieri.
Delle almeno 34 esecuzioni registrate in Iraq nel 2008, molte sono state effettuate nei confronti di persone condannate per atti collegati al terrorismo, compresi i 28 uomini giustiziati nella città di Bassora il 13 aprile 2008.
 
In nome della lotta al terrorismo e “legittimati” dalla partecipazione alla Grande Coalizione nata in seguito agli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, Paesi autoritari e illiberali hanno continuato nella violazione dei diritti umani al proprio interno e, in alcuni casi, hanno giustiziato e perseguitato persone in realtà coinvolte solo nella opposizione pacifica o in attività sgradite al regime.
Tra i condannati a morte o giustiziati per “terrorismo” in Iran, potrebbero esserci in realtà anche oppositori politici, in particolare appartenenti alle minoranze etniche iraniane: azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere ‘mohareb’, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
Come pure, la Cina fa passare come lotta contro il terrorismo la repressione dei Tibetani e degli Uiguri. La guerra al terrorismo si è concentrata in particolare nel Turkestan Orientale (o Xinjiang occidentale), la regione autonoma nord-occidentale dove vive la minoranza turcofona musulmana degli Uiguri. Nei primi sei mesi del 2008, la polizia ha arrestato 82 attivisti musulmani, accusati di preparare “attentati e atti di sabotaggio” contro le Olimpiadi di Pechino. Il 9 luglio 2008, due Uiguri, Muhetaer Setiwalidi e Abuduwaili Yiming, sono stati giustiziati nello Xinjiang subito dopo l’annuncio pubblico delle loro condanne a morte. Il 9 aprile 2009, altri due Uiguri, Abdurahman Azat e Kurbanjan Hemit, sono stati giustiziati in una località segreta, dopo che le loro condanne a morte sono state annunciate dalle autorità giudiziarie davanti a un pubblico di circa 4.000 persone riunite nello stadio di Kashgar.
 
Il 12 giugno 2008, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto il diritto costituzionale dei detenuti a Guantanamo di ricorrere ai tribunali ordinari contro la propria detenzione. La Corte ha anche detto che l’apparato giudiziario militare messo in piedi dopo l’11 settembre per classificare come “nemici combattenti”, detenere e processare presunti terroristi, è inadeguato.
Il 21 gennaio 2009, il giorno dopo aver giurato come 44° Presidente degli Stati Uniti, lo staff di Barack Obama ha reso nota una bozza con l’ordine di mettere i sigilli al carcere cubano. Il 21 maggio 2009, Obama ha ribadito l’intenzione di chiudere il carcere militare a Cuba entro il gennaio 2010. “La prigione di Guantanamo ha indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e va quindi chiusa,” ha detto il Presidente.
 
La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali
 
Nel 2008 e nei primi mesi del 2009, la repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o di movimenti religiosi o spirituali non riconosciuti dalle autorità, è continuata in Cina, Corea del Nord, Iran e Vietnam.
 
In Cina, il grado di libertà di culto è diverso a seconda delle regioni. Per esempio, nello Xinjiang vi è un controllo ferreo sui musulmani Uiguri mentre nel resto del Paese godono di una maggior libertà. Lo stesso vale per i buddisti della Mongolia Interna e del Tibet rispetto a quelli di altre zone. Nell’Henan sono stati perseguitati in particolare i protestanti, mentre nell’Hebei i cattolici legati al Vaticano.
Dopo la più importante protesta tibetana anti-cinese degli ultimi 20 anni, iniziata il 10 marzo 2008 e culminata in durissimi scontri a Lhasa il 14 marzo, le autorità tibetane in esilio hanno diffuso dati, basati su informazioni e notizie stampa raccolti da diverse fonti, secondo cui 209 persone sono state uccise, più di 1.000 ferite, 5.972 detenute.
A febbraio 2009, per i fatti di Lhasa, erano stati condannati in via definita 76 tibetani con pene varianti dai tre anni all’ergastolo in processi che si sono svolti a porte chiuse. L’8 aprile 2009, un tribunale cinese ha condannato a morte quattro persone in relazione a tre casi di “incendi fatali”, appiccati durante le rivolte del marzo 2008 a Lhasa. Due delle quattro condanne capitali sono state sospese per due anni.
Il Governo ha continuato anche la repressione di movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong. Il “Falun Dafa Information Center” ha avuto notizia di oltre 8.000 praticanti incarcerati nel 2008, e notizie di morti per via della tortura o di altri maltrattamenti subiti sotto custodia continuano a filtrare dalla Cina pressoché ogni giorno. Il Falun Dafa ha documentato le morti di 104 membri nel 2008 a causa di tali abusi. Nei soli 16 giorni delle Olimpiadi, è confermato che siano morti dieci Falun Gong.
 
In base alla sua Costituzione, la Corea del Nord tutela la libertà religiosa, ma in realtà il regime comunista ha autorizzato solo quattro chiese statali – una cattolica, due protestanti e una russa-ortodossa ­ che sono limitate solo alle esigenze di cittadini stranieri. Chi viola tale restrizione è accusato di spionaggio o attività anti-governativa, e pratiche religiose clandestine comportano discriminazioni, l’arresto, la detenzione e anche l’esecuzione.
Almeno 30.000 nord-coreani praticano il cristianesimo di nascosto, e per questo circa 6.000 cristiani sono imprigionati nel “Campo N. 15” nel nord del Paese.
Il 16 giugno 2009, Ri Hyon-ok, una donna di 33 anni madre di tre figli, è stata giustiziata pubblicamente per avere “distribuito Bibbie”. La donna, è stata anche accusata di essere una spia “al soldo degli Usa e della Corea del Sud” e di aver incitato il “popolo alla sovversione”. Il giorno dopo l’esecuzione, che sarebbe avvenuta nella città nord-occidentale di Ryongchon, il marito e i tre figli della donna sarebbero stati spediti in un campo di detenzione vicino alla città di Hoeryong, presso la frontiera con la Cina.
 
La situazione delle minoranze etniche e religiose in Iran è peggiorata, in particolare, quella della comunità Baha’i, esclusa dalla vita pubblica, discriminata e perseguitata. I Baha’i sostengono essere centinaia i seguaci imprigionati e giustiziati dalla rivoluzione iraniana del 1979.
Il 3 gennaio 2009, l’agenzia di stampa Fars ha riportato che un seguace della fede Baha’i, Houshang Khodadad, è stato giustiziato a Torbat-e Heydarieh (nell’Iran orientale) dopo che la figlia ha detto di essere stata stuprata da lui.
 
Il 2008 è stato l’anno in cui sono state prese le misure più severe da decenni nei confronti dei cattolici in Vietnam, poiché le autorità hanno cercato di limitare le veglie di preghiera di massa ad Hanoi con le quali si chiedeva la restituzione delle proprietà della chiesa confiscate dal governo.
Particolarmente dura è continuata a essere la repressione nei confronti dei Montagnard, la minoranza etnica di religione cristiana che abita gli altipiani centrali. Secondo i dati della Fondazione Montagnard, che opera da anni per la libertà religiosa della “popolazione degli altopiani” e ne segue costantemente la situazione, sono “centinaia” i cristiani Montagnard di etnia degar che si trovano tuttora in prigione, i quali possono scegliere se rinnegare la fede o emigrare in Cambogia.
Pena di morte per reati politici e di opinione
 
Nel 2008 e nei primi mesi del 2009, condanne a morte o esecuzioni per motivi essenzialmente politici si sono verificate in Corea del Nord e Iran.
 
Il codice penale della Corea del Nord prevede la pena di morte obbligatoria per attività “in collusione con gli imperialisti” volte a “sopprimere la lotta di liberazione nazionale.” La pena di morte può essere inoltre applicata per “divergenza ideologica”, “opposizione al socialismo” e “crimini controrivoluzionari”.
In base a questi “reati” il regime comunista ha continuato a giustiziare prigionieri politici, oppositori pacifici, disertori o transfughi rimpatriati, ascoltatori di trasmissioni estere, possessori di materiale stampato cosiddetto “reazionario”.
Il 18 novembre 2008, durante la cerimonia di fondazione della “Campagna Corea del Nord Libera”, che ha avuto luogo a Seul, è stata spiegata l’esistenza di sei campi di prigionia politica nella Corea del Nord. I campi sono divisi in “Zona Rivoluzionaria”, dove vengono imprigionati familiari e complici dei prigionieri politici e che possono essere rilasciati dopo un periodo di detenzione, e in “Zona Completamente Controllata”, dove i ‘criminali’ sono imprigionati a vita.
Tra i circa 300.000 detenuti nei campi di prigionia politica, il 90% sono prigionieri in quelli delle zone completamente controllate. Secondo testimonianze di ex prigionieri politici, il campo N° 22 di Hoiryeong e il campo N° 25 di Chongjin avrebbero addirittura un piano di emergenza di occultamento della loro esistenza attraverso la costruzione di dighe e la loro distruzione, sì da seppellire vivi i prigionieri.
 
Nel 2008, almeno 12 persone sono state giustiziate in Iran per motivi essenzialmente politici, ma è probabile che molti dei giustiziati per reati comuni – in particolare per droga – o per “terrorismo” fossero in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi.
La provincia del Khuzestan, dove l’etnia araba di religione sunnita rappresenta la maggioranza, è stata teatro di una dura repressione dopo gli attentati dinamitardi che si sono verificati nella città di Ahwaz nel 2005, una violenza che è esplosa in seguito alla rivelazione di un piano del governo volto a ridurre la percentuale di popolazione araba di etnia ahwazi nella provincia. Almeno 14 prigionieri politici erano stati giustiziati nella regione nel 2007 e le esecuzioni sono continuate anche nel 2008. Al di là della propaganda di Teheran, la maggior parte dei movimenti ahwazi non sono separatisti violenti. Essi vogliono innanzitutto non discriminazione, diritti culturali, giustizia sociale e autogoverno regionale, non l’indipendenza.
Anche la provincia sud-orientale del Sistan-Baluchistan è stata teatro di una dura repressione nei confronti della dissidenza baluci di religione sunnita che ha portato a un aumento delle esecuzioni nel corso del 2008 e del 2009. Accusati di essere “Mohareb” (nemici di Dio) e “corrotti sulla Terra”, termini che il regime iraniano usa in genere per indicare chi si oppone alle autorità della Repubblica Islamica, gli impiccati avrebbero fatto parte del gruppo armato Jundallah, guidato dall’emiro Abdolmalek Rigi, in lotta contro le autorità nella provincia del Sistan-Baluchistan per difendere i diritti dei musulmani sunniti.
Anche nel Kurdistan iraniano, condanne a morte ed esecuzioni si sono susseguite nei confronti di appartenenti a gruppi di resistenza kurdi accusati di “azioni contro la sicurezza nazionale” e di “contatti con organizzazioni sovversive.” Il 31 luglio 2008, cinque Kurdi, tra cui un ragazzo di 15 anni, sono stati impiccati in un campo a Tabriz. Il regime dei Mullah li aveva condannati per complicità con il PJAK, organizzazione legata al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), da anni impegnato nella lotta armata indipendentista nel sud-est della Turchia.
 
Pena di morte per reati non violenti
 
Secondo il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, “nei Paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti più gravi.”
Ciò nonostante, nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009, la pena di morte per reati non violenti è stata inflitta o eseguita in Cina, Corea del Nord e Iran.
 
In Cina, la restituzione alla Corte Suprema del Popolo del potere esclusivo di approvare le condanne a morte ha portato i tribunali del Paese a gestire i casi capitali in maniera più prudente, in particolare quelli relativi a reati non violenti. Ciò nonostante, esecuzioni per reati di natura economica o finanziaria sono continuate ad avvenire.
 
Le esecuzioni pubbliche in Corea del Nord sono di nuovo aumentate dopo che, a partire dal 2000, le critiche internazionali avevano portato a una loro diminuzione. Nel 2008 sono stati fucilati soprattutto funzionari pubblici accusati di traffico di droga, appropriazione indebita, corruzione, contrabbando e altri reati non violenti, oppure cittadini nordcoreani che hanno tentato di fuggire in Cina o in Corea del Sud, spinti dalla carenza di cibo e dalla oppressione politica nel proprio Paese.
 
Nel 2008, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per dei non-reati o, comunque, per fatti chiaramente non violenti come “rapporti sessuali non ammessi”, superstizione, spionaggio... Il 29 gennaio, la magistratura iraniana ha reso noto che un impiegato della dogana dell’aeroporto Mehrabad di Teheran era stato giustiziato per “corruzione e altri reati di natura economica,” un caso raro in Iran di pena di morte per reati di questo tipo.
 
La pena di morte “top secret”
 
Molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sull’applicazione della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
In alcuni casi, come la Cina e il Vietnam, la questione è considerata un segreto di Stato e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali o da fonti indipendenti rappresentano una minima parte del fenomeno.
Anche in Bielorussia e Mongolia vige il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, e le notizie sulle esecuzioni filtrano dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati o organizzazioni internazionali molto tempo dopo la data dell’esecuzione.
In quasi tutti gli altri Paesi autoritari, come Iran, Malesia, Yemen e Sudan, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti, che evidentemente non riportano tutti i fatti. Nel settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, il regime dei mullah ha chiesto ai giornali di non pubblicare notizie sull’escalation di esecuzioni capitali in Iran, in particolar modo di minorenni.
Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali. È il caso della Corea del Nord e della Siria.
Il 7 ottobre 2008, il giornale britannico Independent ha denunciato il fatto che in Iraq le esecuzioni segrete non si sono mai fermate, nemmeno con l’attuale governo di Nouri al-Maliki.
Vi sono, infine, Paesi come Arabia Saudita, Botswana, Giappone, Indonesia e Singapore, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
A ben vedere, in molti di questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la trasparenza nel sistema della pena capitale, per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
 
La “civiltà” dell’iniezione letale
 
I Paesi che hanno deciso recentemente di passare dalla sedia elettrica, l’impiccagione o la fucilazione alla iniezione letale come metodo di esecuzione, hanno presentato questa “riforma” come una conquista di civiltà e un modo più umano e indolore per giustiziare i condannati a morte. La realtà è diversa.
 
Stati Uniti: crudele e usuale
 
Nel corso degli ultimi anni, negli Stati Uniti, molte decine di condannati a morte hanno presentato ricorsi alle varie corti d’appello o supreme sostenendo che, stando a diverse esecuzioni durate molto più del previsto, il protocollo seguito nelle esecuzioni non garantiva affatto che l’esecuzione fosse indolore, e che anzi c’erano prove che si trattasse di una “punizione crudele e inusuale”, locuzione con cui la Costituzione degli Stati Uniti indica un tipo di condanna che non può essere inflitta.
L’argomentazione comune ai ricorsi nei vari Stati è che il secondo farmaco utilizzato nell’iniezione, quello che paralizza i muscoli, in realtà impedirebbe ai condannati soltanto di manifestare il dolore provocato dal terzo farmaco, quello che blocca il cuore, ma non di provarlo. Un dolore, peraltro, che sarebbe particolarmente forte, e non di brevissima durata. Diverse perizie affidate a esperti di anestesiologia hanno evidenziato la possibilità che il primo farmaco a venir iniettato, il barbiturico con funzione anestetica, potrebbe non essere sufficiente a rendere incosciente il condannato per le fasi successive dell’esecuzione.
Quindi, dopo molti anni di discussioni e di ricorsi, i dubbi sul metodo dell’iniezione letale hanno finalmente investito della questione la Corte Suprema degli Stati Uniti e di fatto portato a una sospensione delle esecuzioni in molti Stati che è iniziata il 25 settembre del 2007 e si è protratta fino al 16 aprile 2008, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti, respingendo con sette voti contro due il ricorso presentato da due detenuti nel braccio della morte in Kentucky, Ralph Baze e Thomas Clyde Bowling, ha stabilito che il cocktail di sostanze letali usato non rappresenta una punizione “crudele e inusuale” e quindi non è contrario alla Costituzione americana.
La Corte Suprema ha riconosciuto il rischio di incidenti e malfunzionamenti ma, ha argomentato, questi sono sempre possibili con qualsiasi sistema. La Corte ha sostanzialmente ritenuto che la Costituzione mette il cittadino al riparo da pratiche “volutamente” crudeli o dolorose, ma questo non significa che ogni cosa che fa lo Stato debba per forza essere assolutamente priva di dolore o di rischio. La quota di dolore e/o rischio insita nel protocollo dell’iniezione letale, per quanto possa essere sgradevole e per quanto possa esserne auspicabile l’eliminazione, allo stato attuale però non costituisce elemento di incostituzionalità e, anzi, va considerata “inevitabile”.
L’avvocato Donald Verrilli, che difendeva i due detenuti del Kentucky, ha contestato in pieno il protocollo basato sui tre farmaci, ricordando che in Kentucky se un veterinario usasse lo stesso sistema per eutanasizzare un animale sarebbe deferito all’ordine.
 
Cina: esecuzioni “on the road”
 
In Cina, una condanna a morte può essere eseguita sia tramite plotone sia tramite iniezione letale. Il metodo dell’iniezione letale è stato applicato per la prima volta nel 1997 nello Yunnan.
Il 3 gennaio 2008, il vicepresidente della Corte Suprema del Popolo, Jiang Xingchang, ha detto che la Cina prevede di incrementare l’uso dell’iniezione letale per l’esecuzione dei condannati a morte, considerandola un sistema più umano del colpo di pistola alla nuca. La metà dei 404 Tribunali Intermedi del Popolo, che provvedono alla maggior parte delle esecuzioni, già ora ricorre all’iniezione letale, ha detto Jiang Xingchang.
Di recente, in molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo per praticare l’iniezione letale. I “bus della morte” made in China finora utilizzati sono stati costruiti da una ditta di Chongqing, la Jinguan Auto, specializzata nella fabbricazione di auto blindate, ambulanze e automezzi per la polizia. I produttori dei “bus della morte” sostengono che i veicoli e le iniezioni letali sono un’alternativa civile al plotone di esecuzione, perché pongono fine alla vita del condannato più rapidamente, scientificamente e felicemente. Il cambio dal colpo alla nuca alle iniezioni è la riprova che “la Cina ora promuove i diritti umani,” ha detto Kang Zhongwen, che ha disegnato la camera della morte della Jinguan.
E’ facile immaginare che il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale nelle unità mobili possa favorire il traffico illegale di organi dei condannati. Il rifiuto della Cina a consentire che estranei possano esaminare i cadaveri dei giustiziati ha aumentato i sospetti su quello che accade dopo l’esecuzione: normalmente i corpi senza vita sono portati a un crematorio e bruciati prima che parenti o testimoni indipendenti possano esaminarli.
 
Estradizione e pena di morte
 
Tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e molti altri Paesi abolizionisti sono impegnati, in base alle proprie leggi interne e/o ai patti internazionali che hanno sottoscritto, a non estradare persone sospettate di reati capitali in Paesi dove rischiano di essere condannate a morte o giustiziate.
Alcuni Paesi abolizionisti hanno considerato tale impegno non proprio tassativo.
 
Nel caso di Benedetto Cipriani, un cittadino italiano accusato di pluriomicidio in Connecticut, l’Italia ha acconsentito all’estradizione sulla base di una “nota verbale” con la quale il Governo degli Stati Uniti specifica che i reati contestati a Cipriani non sono punibili, negli USA, con la pena capitale e che, in caso di condanna, il cittadino italiano avrebbe potuto su sua richiesta scontare parte della pena detentiva in Italia. In effetti il suo processo si è concluso il 2 aprile 2009 con una condanna a 200 anni quindi, almeno su questo punto, l’accordo con le autorità italiane è stato rispettato. Ma l’entità della pena di fatto vanifica l’accordo pre-estradizione in cui l’Italia acconsentiva al trasferimento e gli Usa acconsentivano a che Cipriani, che oggi ha 53 anni, scontasse la seconda metà della sua pena detentiva in Italia.
Il 27 giugno 2009, Maged Al Molky, un uomo di origini palestinesi sposato con una cittadina italiana, è stato espulso dall’Italia verso la Siria, dove rischia la condanna a morte. Al Molky è stato espulso dopo aver trascorso 23 anni e otto mesi in carcere in Italia, in base a una condanna inflittagli in quanto capo del commando palestinese che nel 1985 dirottò la nave da crociera “Achille Lauro” e uccise un cittadino americano. L’espulsione è stata disposta nonostante l’uomo dovesse ancora scontare in Italia 3 anni di libertà vigilata. Il rischio che Al Molky sia condannato a morte sta nel fatto che il sequestro dell’Achille Lauro e altri reati connessi alla vicenda sono stati compiuti nelle acque territoriali siriane.
 
Il 28 febbraio 2009, il massimo organo legislativo della Cina ha ratificato un trattato di estradizione con il Messico, Paese che ha abolito la pena di morte e normalmente non consegna persone a un altro Paese dove rischiano la condanna capitale. In base al trattato, le due parti si sono messe d’accordo sul trattare questi casi di volta in volta, invece di inserire la questione nel patto come una delle ragioni per cui può essere rifiutata l’estradizione.
 
Il 19 maggio 2008, un gay iraniano di 21 anni, Seyed Mehdi Kazemi, ha ottenuto asilo nel Regno Unito. Il giovane ha rischiato in più occasioni di essere deportato in Iran, dove avrebbe subito il carcere, severe punizioni corporali e probabilmente l’impiccagione.
Il 12 febbraio 2009, le autorità inglesi hanno riconosciuto anche alla ragazza lesbica iraniana Pegah Emambakhsh lo status di rifugiato politico per l’alto rischio di condanna a morte in caso di rimpatrio forzato in Iran.

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