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I FATTI PIÙ IMPORTANTI DEL 2009 (E DEI PRIMI SEI MESI DEL 2010)

LA SITUAZIONE AD OGGI
 
L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2009 e anche nei primi sei mesi del 2010.
I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 154. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 96; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 8; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44.
I Paesi mantenitori della pena di morte sono scesi a 43, a fronte dei 48 del 2008, dei 49 del 2007, dei 51 del 2006 e dei 54 del 2005.
Nel 2009, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 18, notevolmente diminuiti rispetto al 2008 e al 2007 quando erano stati 26.
Il graduale abbandono della pena di morte è anche evidente dalla diminuzione del numero di esecuzioni nei Paesi che ancora le effettuano. Nel 2009, le esecuzioni sono state almeno 5.679, a fronte delle almeno 5.735 del 2008 e delle almeno 5.851 del 2007.
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, non si sono registrate esecuzioni in 9 Paesi che le avevano effettuate nel 2008: Afghanistan, Bahrein, Bielorussia (che però ne ha effettuate due nei primi mesi del 2010), Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Mongolia (che nel frattempo ha deciso una moratoria delle esecuzioni), Pakistan, Saint Kitts e Nevis e Somalia.
Viceversa, 3 Paesi hanno ripreso le esecuzioni: Thailandia (2) nel 2009, dopo uno stop nel 2008; Taiwan (4) e Autorità Nazionale Palestinese (5) nel 2010, dopo cinque anni di sospensione.
 
Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale. A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq.
Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.
 
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state circa 5.000 esecuzioni (più o meno come nel 2008 e, comunque, in calo rispetto agli anni precedenti), il dato complessivo del 2009 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.608 esecuzioni (il 98,7%), in calo rispetto al 2008 quando erano state almeno 5.674.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni (52) nel 2009.
In Africa, nel 2009 la pena di morte è stata eseguita solo in 4 Paesi (con la Somalia, erano stati 5 nel 2008) dove sono state registrate almeno 19 esecuzioni – Botswana (1), Egitto (almeno 5), Libia (almeno 4) e Sudan (almeno 9) – come nel 2008 e contro le almeno 26 del 2007 e le 87 del 2006 effettuate in tutto il continente.
Nel settembre 2009, la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli ha organizzato nella capitale ruandese Kigali una conferenza sulla pena di morte nella regione centrale, orientale e meridionale del continente africano. I 50 partecipanti hanno chiesto ai Paesi africani di seguire l’esempio del Ruanda e di abolire la pena capitale, attraverso l’istituzione di moratorie formali e l’adozione di un protocollo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli sull’abolizione della pena capitale in Africa. “Invitiamo tutti i Paesi membri dell’Unione Africana che non l’avessero ancora fatto a sottoscrivere gli Strumenti sui Diritti Umani che proibiscono la pena capitale, vale a dire il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e lo Statuto di Roma (della Corte Penale Internazionale), adeguando la propria legislazione nazionale”, è scritto nel documento finale.
Tra il 12 e il 15 aprile 2010, il gruppo di lavoro sulla pena di morte della Commissione Africana sui diritti umani ha organizzato un secondo incontro regionale a Cotonou, nel Benin. Alla conferenza, che si è concentrata sui paesi africani settentrionali e occidentali, hanno partecipato circa 50 rappresentanti provenienti da 15 paesi della regione. La sessione plenaria e i gruppi di lavoro si sono soffermati sulla questione della pena di morte in Africa e sui mezzi per realizzare l’abolizione.
All’incontro regionale di Cotonou, il secondo dopo quello di Kigali, seguirà una conferenza continentale con esperti e rappresentanti degli stati membri dell’Unione Africana. Il Commissario Sylvie Kayitesi, che presiede il gruppo di lavoro, ha in mente di presentare ai capi di Stato e di Governo africani una proposta di protocollo aggiuntivo alla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli, relativo alla pena di morte. Questo darebbe all’Africa la possibilità di adottare uno strumento vincolante che comporti la sua abolizione.
 
In Europa, la Bielorussia continua a costituire l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte. Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate almeno 4 esecuzioni. Ne era stata effettuata almeno 1 nel 2007 e, secondo i dati OSCE, almeno 3 nel 2006 e 4 nel 2005.
Una risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte è stata adottata durante la sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), che si è tenuta a Vilnius, in Lituania, tra il 29 giugno e il 3 luglio 2009. La risoluzione invita la Bielorussia e gli Stati Uniti ad adottare un’immediata moratoria sulle esecuzioni e chiede al Kazakistan e alla Lettonia di modificare la loro legislazione nazionale che ancora prevede la pena di morte per alcuni tipi di reati commessi in circostanze eccezionali.
 
Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte. Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte. Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra. Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto. Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto. Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.
 
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato. Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese. Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati. Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte. Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa. Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione. Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan.
Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte. Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo. Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione in ergastolo della pena capitale per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati. Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.
 
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.
 
Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione.
Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni. Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.
 
 
Le informazioni contenute in questo Rapporto sono il frutto di un monitoraggio quotidiano delle notizie sulla pena di morte nel mondo e della sua evoluzione. Il Rapporto offre un quadro complessivo dei fatti più importanti avvenuti nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010. Le informazioni qui riportate sono disponibili – complete di date e fonti – nella banca dati online di Nessuno tocchi Caino al sito www.nessunotocchicaino.it o www.handsoffcain.info
 
 
CINA, IRAN E IRAQ I PRIMI PAESI BOIA DEL 2009
 
Dei 43 mantenitori della pena di morte, 36 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 15 di questi Paesi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99% del totale mondiale.
Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate circa 5.000, circa l’88% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 402; l’Iraq almeno 77; l’Arabia Saudita almeno 69; lo Yemen almeno 30; il Sudan e Vietnam almeno 9; la Siria almeno 8, l’Egitto almeno 5; la Libia almeno 4; il Bangladesh 3; la Thailandia 2; la Corea del Nord almeno 1; Singapore 1. E’ possibile che esecuzioni siano state effettuate anche in Malesia, anche se non ne risultano ufficialmente.
 
Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
In alcuni casi, come la Cina e il Vietnam, la questione è considerata un segreto di Stato e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali o da fonti indipendenti rappresentano una minima parte del fenomeno.
Anche in Bielorussia vige il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, e le notizie sulle esecuzioni filtrano dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati o organizzazioni internazionali molto tempo dopo la data dell’esecuzione.
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti.
Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali. È il caso della Corea del Nord, della Malesia e della Siria.
In Iraq le esecuzioni segrete non si sono mai fermate, nemmeno sotto il governo di Nouri al-Maliki.
Vi sono, infine, Paesi come Arabia Saudita, Botswana, Egitto, Giappone e Singapore, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
 
Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2009 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: la Cina, l’Iran e l’Iraq.
 
Cina, primatista di esecuzioni (anche se in diminuzione)
 
Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali le condanne a morte emesse dai tribunali cinesi sarebbero via via diminuite fino al 30%, rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa in Cina da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema.
Il quotidiano China Daily ha reso noto che la Corte Suprema cinese ha annullato il 15% delle condanne a morte che ha esaminato nel 2007 e il 10% nel 2008.
Secondo le stime della Dui Hua Foundation, il numero dei detenuti giustiziati in Cina potrebbe essere diminuito della metà rispetto ai 10.000 giustiziati di cui ha parlato per la prima volta nel 2004 un delegato al Congresso Nazionale del Popolo. Tuttavia dati e percentuali non sono verificabili fintanto che permane il segreto di Stato sul numero reale di condanne a morte ed esecuzioni.
 
La Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d’affari che si è votato alla difesa dei diritti umani e che continua a mantenere buoni rapporti con funzionari governativi cinesi, stima che in Cina siano state effettuate “circa” 5.000 esecuzioni nel 2009, in lieve calo rispetto al 2008 quando, secondo la Fondazione, il numero delle esecuzioni ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000. Nel 2007, secondo la Fondazione Dui Hua, le esecuzioni sarebbero state circa 6.000, una riduzione pari a un 25-30% rispetto al 2006, anno per il quale ne aveva stimate almeno 7.500.
Neanche Amnesty International è a conoscenza del numero esatto di condanne a morte eseguite nel 2009, tuttavia, “secondo una stima degli anni precedenti associata alle informazioni indicate dalle attuali fonti di ricerca,” per Amnesty “il numero è nell’ordine di migliaia”. Amnesty International ne aveva registrate almeno 1.718 per il 2008, pur ritenendo che il numero reale potesse essere molto più alto.
 
Il 29 luglio 2009, il vice presidente della Corte Suprema del Popolo, Zhang Jun, ha dichiarato che la Cina intende ridurre le esecuzioni capitali a “un numero estremamente esiguo”, aggiungendo che in futuro la Corte pronuncerà un maggior numero di condanne a morte con sospensione. Citato dal China Daily, Zhang ha detto che la legislazione penale sarà riformata al fine di ridurre il numero di condanne capitali e che la stessa Corte Suprema restringerà ulteriormente l’uso della pena capitale. “Se per ora è impossibile per il Paese abolire la pena capitale – ha detto Zhang – è di fondamentale importanza controllare rigorosamente l’applicazione della stessa da parte degli organi giudiziari.”
Nel febbraio 2010, la più alta corte cinese ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l’applicazione a un numero ristretto di casi “estremamente gravi”. La Corte Suprema ha detto alle corti di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza” che tenga conto della gravità del crimine, ha riportato il 9 febbraio l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua citando Sun Jungong, portavoce della Corte. Le linee guida riflettono la richiesta del luglio 2009 della Corte che la pena di morte sia imposta meno spesso e solo nei casi penali più gravi.
 
L’11 marzo 2010, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Wang Shengjun, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni. Wang ha solo reso noto che i tribunali cinesi hanno definito 767.000 casi penali nel 2009, condannando 997.000 persone, lo 0,2 per cento e l’1,1 per cento in meno, rispettivamente, in confronto al 2008. Ma ancora una volta non ha rivelato quanti di questi casi fossero relativi a condanne capitali e, per la prima volta, non ha neanche comunicato – o i media ufficiali non hanno riportato – quante persone sono state “condannate a morte, all’ergastolo o a oltre cinque anni di carcere”, che era la formula onnicomprensiva nella quale in passato la Corte Suprema racchiudeva le “pene severe” comminate nei processi. “I tribunali hanno tenuto rigorosamente sotto controllo il numero delle sentenze capitali e applicato la pena di morte con prudenza”, ha solo detto Wang nel suo rapporto, nel quale è scritto che le corti hanno messo in atto la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”.
Da parte sua, la Corte Suprema del Popolo ha trattato 13.318 casi di vario tipo e ha definito 11.749 casi nel 2009, un incremento, rispettivamente, del 26,2 per cento e del 52,1 per cento, rispetto all’anno precedente.
E’ da ritenere che per la stragrande maggioranza di questi casi (per trattare i quali la Corte ha dovuto assumere centinaia di nuovi giudici) si tratta di revisione delle condanne a morte, considerato che la Corte Suprema non ha giurisdizione su molti altri casi. Un esperto cinese valuta che il riesame delle sentenze capitali nel e dopo il 2007 costituirebbe oltre il 90 per cento del carico di lavoro della Corte Suprema. “I casi di pena di morte comporranno oltre il 90 per cento del totale complessivo dei casi trattati dalla Corte”, ha detto Ni Jian in un editoriale comparso il 21 novembre 2007 sul The Beijing News.
Se le cose stanno così e considerato che Corte Suprema del Popolo ha trattato 13.318 casi di vario tipo definendone 11.749, una stima approssimativa ma realistica sarebbe quella che fissa il numero delle condanne a morte definitive del 2009 intorno alle 10.000.
 
Nella stessa sessione dell’Assemblea Nazionale, il Presidente della Corte Suprema Wang Shengjun ha detto che i tribunali avrebbero perseguito la corruzione nel sistema giudiziario per prevenire abusi di potere. La Corte “rafforzerà il suo funzionamento e agirà come modello per le corti locali”, ha detto Wang. L’impegno è giunto dopo che un ex vice presidente della Corte Suprema, Huang Songyou, era stato condannato il 19 gennaio 2010 all’ergastolo per aver preso mazzette e per appropriazione indebita. Wang ha reso noto che circa 800 funzionari giudiziari erano stati puniti per violazioni di legge nel 2009.
 
La riforma entrata in vigore il 1° gennaio 2007 è ritenuta una delle più importanti riforme degli ultimi vent’anni sulla pena di morte in Cina e segna un’inversione rispetto alle campagne del “colpire duro” avviate negli anni 80 e che avevano portato nel 1983 a consentire alla Corte Suprema di delegare alle corti provinciali la definizione in ultima istanza dei casi capitali.
Secondo la nuova disposizione, la revisione di ogni caso giudiziario è effettuata da un panel di tre giudici della Corte Suprema, che devono riesaminare tutte le prove, la legge applicata, la commisurazione della pena, il dibattimento del precedente processo e devono sentire l’imputato di persona, o per lettera, prima di giungere alla decisione finale. Se i giudici reputano insufficienti le prove, impropria la commisurazione della pena o illegale il dibattimento, devono sottoporre il caso al comitato giuridico della Corte Suprema. Il comitato giuridico è tenuto a esaminare il caso con un magistrato della Procura Suprema del Popolo. I casi capitali che non abbiano avuto un processo d’appello pubblico non sono rivisti dalla Corte Suprema ma sono rinviati alla corte di seconda istanza per lo svolgimento di un pubblico processo.
A partire dal 1° luglio 2006, infatti, tutti i processi d’appello relativi a casi capitali devono svolgersi in Cina con udienze pubbliche. Gli avvocati difensori possono pronunciare le loro arringhe e gli imputati rendere deposizioni. Le udienze devono essere videoregistrate, in modo da poterle riesaminare. Fino ad allora le Alte Corti provinciali approvavano condanne capitali solo sulla base dei fascicoli relativi ai diversi casi giudiziari, senza ascoltare avvocati e imputati.
Il 22 maggio 2008, la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia cinesi hanno emanato congiuntamente un regolamento relativo al ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali, al fine di garantire il rispetto dei diritti degli imputati. Il regolamento dispone che le istituzioni di sostegno legale debbano designare avvocati esperti di casi capitali e che questi ultimi non possano trasferire questo genere di casi ai propri assistenti, oltre a dover incontrare l’imputato prima del processo. Il tribunale ha obbligo di informare la difesa e l’accusa su cambiamenti di data delle udienze almeno tre giorni prima, e sempre il tribunale deve informare gli avvocati se l’accusa presenta nuove prove o chiede la riapertura del caso.
Dopo la riforma, si sono registrate anche notizie di persone graziate e casi di risarcimento per l’ingiusta detenzione, il più recente dei quali è stato riportato il 15 novembre 2009 dal giornale China Youth Daily e riguarda due uomini ingiustamente condannati a morte con l’accusa di traffico di eroina. Lo Stato ha versato a Mo Weiqi 50.507,49 yuan (7.398,20 dollari USA) mentre Xie Kaiqi ha ricevuto 48.491,67 yuan, dopo che una corte d’appello dello Yunnan a luglio aveva riconosciuto i due non colpevoli, ordinando la loro liberazione. Il 17 settembre 2008, Mo era stato condannato a morte dal Tribunale Intermedio del Popolo della prefettura autonoma di Dehong Dai e Jingpo. Il risarcimento è stato calcolato sulla base dello stipendio medio giornaliero del 2008 per i lavoratori cinesi moltiplicato per il numero dei giorni che Mo e Xie hanno trascorso in prigione, rispettivamente 451 e 433 giorni. I due sono stati scagionati a seguito della confessione del trafficante di droga Xiong Zhengjiang, secondo cui Mo e Xie non sapevano che nei loro bagagli fosse stata nascosta droga.
Il 30 maggio 2010, due nuovi regolamenti sono stati emessi congiuntamente dalla Corte Suprema, dalla Procura Suprema e dai ministeri di Pubblica sicurezza, Sicurezza dello Stato e Giustizia, e rappresentano le prime regole specifiche in Cina su raccolta di prove e relativa revisione nei casi penali. Le prove ottenute illegalmente – ad esempio usando mezzi di tortura durante un interrogatorio – non possono essere usate, soprattutto nei processi che possono concludersi con la condanna a morte dell’imputato. Il primo dei due regolamenti riguarda principi e regole per valutare le prove nei casi capitali, l’altro dispone dettagliate procedure per escludere evidenze ottenute illegalmente. Secondo gli esperti la loro applicazione servirà a ridurre sensibilmente le condanne a morte e le confessioni forzate. Oltre a fornire la definizione di prova illegale, i regolamenti stabiliscono con chiarezza che le prove di origine incerta, le confessioni ottenute per mezzo della tortura o testimonianze ottenute con la violenza e intimidazioni non sono valide, particolarmente nei casi capitali. Lu Guanglun, giudice della Corte Suprema del Popolo, ha detto che disposizioni del genere non esistono nel Codice di Procedura Penale e nelle sue interpretazioni giuridiche. “Questa è la prima volta che una legge chiara ed esplicita stabilisce che le prove ottenute con mezzi illegali sono non solo illegittime, ma anche inutili”, ha osservato Zhao Bingzhi, rettore della facoltà di legge dell’Università di Pechino. “Fino a ora in molti casi prove raccolte in questo modo erano di fatto considerate valide. Si tratta di un importante passo in avanti, sia per il nostro sistema legale sia per la tutela dei diritti umani. Servirà a ridurre il numero delle esecuzioni.”
 
In base alla Legge di Procedura Penale cinese, dopo aver ricevuto dalla Corte Suprema un ordine di esecuzione di una sentenza capitale, il Tribunale del Popolo di livello inferiore provvederà a eseguire la sentenza entro sette giorni. Il che può avvenire nel campo destinato alle esecuzioni oppure nel luogo di custodia designato. L’ufficiale giudiziario preposto all’esecuzione verifica l’identità del condannato, gli chiede se ha le ultime parole da dire o delle lettere da lasciare e poi lo consegna al boia. Le esecuzioni possono essere annunciate ma non effettuate pubblicamente. Dopo l’esecuzione, un impiegato del tribunale prepara un rapporto scritto, sulla base del quale il tribunale che ha provveduto all’esecuzione della sentenza sottoporrà un suo rapporto alla Corte Suprema e provvederà a notificare l’avvenuta esecuzione ai familiari del condannato.
 
Nonostante questi primi segnali di un, almeno apparente, approccio garantista, nel tritacarne giudiziario cinese sono continuati a finire imputati di reati violenti e non violenti, i quali sono stati processati e giustiziati senza la dovuta trasparenza, secondo gli avvocati cinesi che denunciano di non aver accesso ai loro clienti e il fatto che molte confessioni sono ancora estorte. Secondo gli avvocati e i dati processuali, esiste inoltre un doppio standard: funzionari pubblici che si appropriano indebitamente di miliardi di yuan sono condannati a morte con sospensione della pena che gli risparmia la vita, mentre comuni cittadini condannati per aver rubato molto meno muoiono con l’iniezione letale o con un colpo alla nuca.
Il 5 agosto 2009, una donna d’affari della provincia di Zhejiang è stata giustiziata per frode. Du Yimin era stata riconosciuta colpevole di “raccolta fraudolenta di fondi pubblici” e condannata a morte nel marzo 2008. Il suo appello era stato respinto il 13 gennaio 2009. In base alla sentenza, aveva tirato su illegalmente circa 700 milioni di yuan (102 milioni di dollari) da centinaia di persone che avevano investito nella sua catena di saloni di bellezza. Secondo il suo avvocato, avrebbe dovuto essere condannata per il reato meno grave di “raccolta illegale di fondi bancari” che comporta una pena massima di di 10 anni di detenzione e una multa di 500.000 yuan (circa 73.000 dollari). L’esecuzione di Du Yimin ha provocato una polemica circa la coerenza nell’applicazione della pena di morte in Cina. Il giorno prima della sua sentenza capitale, un funzionario cinese che aveva usato 15,8 miliardi di yuan di fondi pubblici per coprire i suoi debiti era stato condannato a una pena detentiva.
 
I momenti più caldi per le esecuzioni sono quelli in prossimità delle festività. Il governo cinese è solito “celebrare” le feste nazionali giustiziando un grande numero di condannati e, come di consueto, numerose esecuzioni hanno preceduto anche le “celebrazioni” della Festa Nazionale Cinese e la giornata mondiale anti droga, oltre che l’apertura delle sessioni dell’Assemblea Nazionale del Popolo.
 
Nel nome della “guerra al terrorismo”, il Governo cinese ha continuato a usare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni.
Arresti e processi per “minaccia alla sicurezza nazionale” sono lievemente diminuiti nel 2009 rispetto ai “livelli storici” raggiunti nel 2008 in vista dei Giochi Olimpici di Pechino, ma sono risultati comunque elevati. Secondo le stime prodotte dalla Fondazione Dui Hua, nel 2009 sono state arrestate 1.150 persone e circa 1.050 imputate di reati relativi alla sicurezza nazionale. Secondo la fondazione, l’escalation di arresti negli ultimi due anni riflette il tentativo del governo cinese di tenere sotto controllo regioni come Tibet e Xinjiang, dove hanno avuto luogo rivolte su base etnica, e di reprimere più duramente le opinioni “sovversive”.
In base alla stampa ufficiale sono 26 le persone finora condannate a morte per aver partecipato alla rivolta nello Xinjiang del luglio 2009 e almeno nove quelle già giustiziate, per la maggior parte di etnia uigura, a giudicare dai loro nomi.
 
In Cina, una condanna a morte può essere eseguita sia tramite plotone sia tramite iniezione letale. In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo per praticare l’iniezione letale. E’ facile immaginare che il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale nelle unità mobili possa favorire il traffico illegale di organi dei condannati. Il rifiuto della Cina a consentire che estranei possano esaminare i cadaveri dei giustiziati ha aumentato i sospetti su quello che accade dopo l’esecuzione: normalmente i corpi senza vita sono portati a un crematorio e bruciati prima che parenti o testimoni indipendenti possano esaminarli.
Il 26 agosto 2009, la stampa ufficiale cinese ha riportato che in due casi su tre gli organi trapiantati in Cina vengono prelevati da prigionieri condannati a morte e giustiziati.
 
Nel febbraio 2009, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha ratificato un trattato di estradizione con il Messico. Sulla questione della pena di morte, le due parti si sono messe d’accordo nel cercare soluzioni a partire dai singoli casi, invece che scrivere nel trattato che essa può costituire motivo di rifiuto dell’estradizione.
 
Iran, di nuovo secondo sul podio della disumanità
 
Anche nel 2009, l’Iran si è piazzato al secondo posto quanto a numero di esecuzioni e, insieme a Cina e Iraq, sale così sul terribile podio dei primi tre Stati-boia al mondo.
In base a un monitoraggio dei principali quotidiani iraniani e alle notizie direttamente fornite da organizzazioni umanitarie come Iran Human Rights, in Iran sono state calcolate almeno 402 esecuzioni nel 2009, 339 delle quali sono state riportate da media ufficiali iraniani. E’ il numero più alto dal 2000. Nel 2008 erano state messe a morte almeno 350 persone (282 riportate da media ufficiali iraniani).
Secondo l’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency), sono 562 le esecuzioni per omicidio, stupro, droga e reati di opinione praticate nella Repubblica Islamica nell’anno iraniano che va dal 21 marzo 2009 al 20 marzo 2010.
 
Secondo le notizie riportate da media ufficiali iraniani nel 2010, al 30 giugno, erano già state effettuate almeno 132 esecuzioni.
Ma i dati reali potrebbero essere ancora più alti, perché le autorità iraniane non forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate dai giornali iraniani o da fonti indipendenti, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni.
L’11 maggio 2009, Mohammad Mostafaei, un avvocato iraniano che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte del Paese e, in particolare, del caso di 25 prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni, ha detto che secondo lui il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o 600”, ha detto l’avvocato.
Secondo la NGO con sede in Norvegia, Iran Human Rights, il maggior numero di esecuzioni è stato praticato nei mesi immediatamente prima e dopo le elezioni presidenziali di giugno (a maggio, 50 esecuzioni; a luglio 94, di cui 50 solo a Teheran). Le città in cui sono avvenute più esecuzioni sono Teheran (77), Ahwaz (41), Zahedan (41), Isfahan (40), Shiraz (30), Kermanshah (19) e Kerman (17).
La maggior parte dei giustiziati sono stati identificati solo con le iniziali del nome o non identificati affatto. Per lo più non è nota né l’età dei condannati né la data del reato.
Tra i reati per cui sono stati giustiziati il più diffuso è il traffico di droga (140 esecuzioni); seguono l’omicidio (56), lo stupro (24) e moharebeh (31). Moharebeh (fare guerra a Dio) è un termine comunemente usato dal regime iraniano per le persone giudicate colpevoli di attività armata contro le autorità. Ventisette dei 31 giustiziati per moharebeh erano stati condannati in quanto membri del gruppo Baluchi Jundullah. Tuttavia, molte di queste persone non avevano alcun legame con Jundullah oppure svolgevano solo delle attività via Internet.
Tra le accuse per cui sono state eseguite condanne a morte figurano anche l’adulterio (2), atti contro la castità (1) e imputazioni vaghe come “disturbo dell’ordine”. Un uomo imputato per adulterio e condannato alla lapidazione è stato impiccato nel carcere di Sari.
Molti dei giustiziati sono stati processati da “Tribunali Rivoluzionari” in dibattimenti a porte chiuse.
Tra i 339 giustiziati, secondo quanto riportato dai media ufficiali iraniani, vi erano almeno 13 donne e 5 minorenni al tempo del reato.
 
La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie non ufficiali relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.
 
Nel 2009, sono state giustiziate almeno 5 persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato.
Nel 2008, l’Iran era stato l’unico Paese al mondo in cui risulta sia stata praticata la pena di morte nei confronti di minori (almeno 13 i giustiziati). Nel 2007, ne erano stati impiccati almeno 8.
A seguito delle pressioni internazionali, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che pone l’Iran, anche su questo e da solo, fuori dalla comunità internazionale. Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato, Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva dell’autorità giudiziaria emanata più di un anno prima, sarebbe proibita nel Paese l’esecuzione di minorenni riconosciuti colpevoli di reati di droga, mentre sarebbe mantenuta la pena di morte per quelli colpevoli di omicidio che, secondo lo stesso Zabhi, erano 120 e per i quali il nuovo provvedimento non avrebbe avuto alcun effetto.
 
L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione in almeno due casi nel 2008 e uno nel 2009 e, in un caso, anche la fucilazione.
L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio viene usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni, ma i fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5 luglio del 2007 era stato lapidato un uomo condannato a morte per adulterio. Nel dicembre 2008, altri due uomini sono stati lapidati per adulterio, mentre un terzo si è salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle pietre. L’ultima esecuzione tramite lapidazione risulta quella del 5 marzo 2009, quando un uomo di 30 anni è stato lapidato, sempre per adulterio, nel carcere di Lakan a Rasht, nel nord dell’Iran. Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dall’allora capo della magistratura iraniana, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi-Shahroudi.
Il 20 dicembre 2009, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione adottata a novembre dalla Terza Commissione dell’ONU che chiede al governo iraniano di abolire le esecuzioni effettuate senza un processo equo. Inoltre, si chiede la fine delle esecuzioni di minori e della lapidazione come mezzo di esecuzione.
 
A riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2009 sono continuate le esecuzioni di massa. Tra il 20 e il 21 gennaio, in soli due giorni, in Iran sono state impiccate diciannove persone. Nel solo mese di maggio sono state impiccate 52 persone, di cui 21 tra il 2 e l’8 maggio. Il numero delle esecuzioni è drammaticamente aumentato dall’inizio delle manifestazioni pro-democrazia dell’estate 2009. Nel solo mese di luglio, sono state impiccate almeno 95 persone, il numero più alto di impiccagioni praticate in un singolo mese da diversi anni a questa parte. Nella maggioranza dei casi le autorità iraniane non hanno fornito le generalità dei giustiziati, né è stato possibile sapere se le accuse formulate contro di loro fossero fondate o meno. Il 4 luglio, venti persone sono state impiccate nel carcere di Karaj per acquisto, vendita e possesso di droghe. Altre 24 persone sono state impiccate il 30 luglio nello stesso carcere di Karaj, sempre per “traffico di droga”.
Nel 2010, non vi è stato alcun segno di una inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono continuate. Nel mese di aprile, sono state impiccate almeno 28 persone. Tra l’8 e il 9 maggio, sono state impiccate 11 persone. Tra il 18 e il 31 maggio, sono state giustiziate 26 persone in sette diverse città. Il numero delle esecuzioni è notevolmente cresciuto in vista del primo anniversario della sollevazione popolare del 12 giugno seguita alle elezioni presidenziali in Iran. Fra il 3 e il 9 giugno 2010, sono state impiccate 22 persone in cinque diverse città.
 
Il 30 gennaio 2008, il portavoce della magistratura, Ali Reza Jamshidi, citando un decreto emesso dall’allora capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, ha comunicato che vi sarebbero state esecuzioni pubbliche solo se autorizzate dallo stesso Shahroudi “sulla base di esigenze di carattere sociale”. Dopo il decreto di Shahroudi le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza in effetti sono diminuite: nel 2008 sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto. Nel 2007 erano state almeno 110.
Ma le esecuzioni pubbliche sono continuate nel 2009: almeno 12 persone sono state impiccate sulla pubblica piazza. Nel 2010, al 30 giugno, sono state impiccate in posti aperti al pubblico almeno 16 persone.
 
Nel 2009, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti. Il 5 ottobre 2009, Rahim Mohammadi è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese, dopo essere stato riconosciuto colpevole di rapporti sessuali con una donna e un uomo, vicino di casa. Accuse che secondo il suo legale “non sono state provate”.
 
Come pure è continuata nel 2009 la repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o di movimenti religiosi o spirituali non riconosciuti dalle autorità. Il 12 luglio 2009, un seguace della religione Ahl-e Haq (una congregazione sciita seguace del primo Imam Ali) è stato giustiziato a Orumieh dopo essere stato riconosciuto come mohareb (nemico di Dio).
 
L’ideologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte in Iran. Nel nome della guerra alla droga, secondo Iran Human Rights, sono state effettuate almeno 140 esecuzioni nel 2009 contro le almeno 87 del 2008, mentre secondo un monitoraggio effettuato dal Ministero degli Esteri olandese sarebbero state addirittura 172, quasi il doppio rispetto alle 96 del 2008. Le stesse autorità ammettono che molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
 
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche nel 2009. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” siano stati in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
Nel corso del 2009 sono state emesse le prime condanne a morte per la partecipazione alle manifestazioni di piazza contro i risultati truffaldini delle elezioni presidenziali del 12 giugno che hanno portato alla riconferma di Mahmoud Ahmadinejad. Nel 2010 sono state effettuate le prime esecuzioni.
 
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta.
Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver frequentato feste a cui partecipano maschi e femmine o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite in pubbliche piazze come “lezione per chi guarda”.
Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo la prima elezione di Mahmoud Ahmadinejad il quale già durante il suo mandato di sindaco della capitale inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori.
A giugno 2010, le autorità iraniane hanno iniziato pattugliamenti di polizia nella capitale per arrestare le donne vestite in un modo giudicato sconveniente. I sostenitori della linea dura dicono che un velo inappropriato è una “questione di sicurezza” e che una “moralità spregiudicata” mette in pericolo l’essenza della Repubblica Islamica. Il Ministro degli Interni iraniano ha annunciato un “piano castità” per promuovere un abbigliamento appropriato “dall’asilo alle famiglie”. La polizia di Teheran ha arrestato donne che indossavano soprabiti corti o veli inadeguati o addirittura perché troppo abbronzate. Alcuni testimoni hanno parlato di multe fino a 800 dollari per abbigliamento giudicato indecoroso.
Il 3 marzo 2010, una sentenza di amputazione e un’altra di fustigazione sono state eseguite su due diverse persone. Una persona identificata come Shoghi Z. ha subito un’amputazione nel carcere Karoun di Ahvaz, in seguito a una condanna per rapina a mano armata e per mohareb (guerra contro Dio). Un’altra persona, identificata come Mehdi H., è stata frustata in pubblico nella piazza Laleh di Sosangerd, per una condanna per disturbo dell’ordine pubblico.
 
Iraq
 
Nel 2009, per la prima volta dalla caduta di Saddam Hussein il 9 aprile 2003 e il successivo ripristino della pena di morte, l’Iraq si classifica tra i primi Stati-boia al mondo, terzo dopo Cina e Iran.
Sono state effettuate almeno 77 esecuzioni, secondo i dati comunicati dalla Corte Suprema irachena.
“Nel 2009 sono state eseguite settantasette condanne capitali”, ha dichiarato il 5 gennaio 2010 in un comunicato Medhat al-Mahmud, capo della Corte Suprema. In base alla Corte, i prigionieri erano stati riconosciuti colpevoli in “casi legati al terrorismo” e l’esecuzione delle loro condanne capitali è stata ritenuta una questione prioritaria.
Secondo Amnesty International, invece, sono stati almeno 120 i prigionieri messi a morte in Iraq nel 2009, mentre i condannati a morte sarebbero stati almeno 366.
Le esecuzioni nel 2008 erano state almeno 34. Nel 2007 si sono registrate almeno 33 esecuzioni.
 
Dopo la caduta del regime di Saddam, la pena di morte era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione. E’ stata reintrodotta dopo il trasferimento di poteri alle autorità irachene, avvenuto il 28 giugno 2004. L’8 agosto 2004, a poco più di un mese dal suo insediamento, l’allora Governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ha varato una legge che ripristina la pena di morte per omicidio, sequestro di persona, stupro e traffico di stupefacenti.
Il 30 maggio 2010, il Consiglio dei Ministri iracheno ha esteso l’applicazione della pena capitale per reati economici (art. 197 del Codice penale del 1989) anche al furto di elettricità. La pratica di attaccarsi abusivamente alla rete elettrica nazionale è molto comune nelle aree rurali dell’Iraq o in quelle urbane non servite.
 
Con l’esecuzione dell’ex rais Saddam Hussein avvenuta per crimini contro l’umanità il 30 dicembre 2006, sono state in tutto 65 le esecuzioni compiute in Iraq nel corso dell’anno. A queste hanno fatto seguito nel 2007 quelle di altri esponenti del deposto regime: Barzan al-Tikriti, Awad Hamed al-Bandar e Taha Yassin Ramadan.
Il 2 marzo 2009, il Tribunale speciale iracheno ha assolto l’ex vice primo ministro irachene Tareq Aziz in relazione ai “fatti della preghiera del venerdì”, vale a dire le uccisioni a Baghdad e Najaf di decine di sciiti, avvenute nel 1999 durante le proteste popolari scoppiate a seguito dell’uccisione dell’allora autorità religiosa sciita Muhammad Sadeq al-Sadr.
L’11 marzo 2009, il Tribunale speciale iracheno ha condannato all’impiccagione per crimini contro l’umanità due fratellastri dell’ex dittatore Saddam Hussein, Watban Ibrahim al Hassan, ex ministro degli Interni, e Sebawi Ibrahim al Hassan, direttore dei servizi di sicurezza. Nello stesso processo, iniziato nell’aprile 2008, l’ex vice premier Tareq Aziz e Ali Hassan al Majid, detto “Ali il Chimico”, sono stati condannati a 15 anni di carcere. Si tratta della prima condanna emessa nei confronti di Tareq Aziz. Gli imputati erano accusati a vario livello di aver favorito le uccisioni – avvenute al termine di un processo sommario – di 42 commercianti accusati di speculare sul prezzo del cibo all’epoca dell’embargo Onu.
 
Il 25 gennaio 2010, è stato giustiziato Ali Hassan al-Majid, detto “Alì il chimico”, il braccio destro dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Lo ha riferito un portavoce del governo iracheno, secondo cui l’esecuzione è stata effettuata mediante impiccagione.
La settimana prima, Alì Hassan al-Majid era stato condannato a morte per aver dato ordine, nel marzo 1988, di usare gas letali per reprimere la rivolta del villaggio curdo di Halabja. Cinquemila persone, tre quarti delle quali donne e bambini, persero la vita in pochi minuti, soffocate da un micidiale cocktail di Tabun, Sarin e VX. Per Alì il Chimico questa era la quarta condanna alla pena capitale. Il cugino di Saddam era già stato condannato a morte nel giugno 2007 per la repressione della ribellione curda, la campagna militare di Anfal del 1987-1988, che aveva fatto quasi 180.000 morti. Nel dicembre 2008 era stato condannato in relazione alla repressione di un’insurrezione sciita nel 1991. Nel marzo 2009 era stato riconosciuto tra i responsabili delle uccisioni, avvenute 10 anni prima, di sciiti del quartiere Sadr City di Baghdad.
 
 
DEMOCRAZIA E PENA DI MORTE
 
Dei 43 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 7 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2009 hanno praticato la pena di morte sono state solo 3 e hanno effettuato in tutto 60 esecuzioni, circa l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (52), Giappone (7) e Botswana (1). Nel 2008 erano state 6 (con Indonesia, Mongolia e Saint Kitts e Nevis) e avevano effettuato in tutto 65 esecuzioni.
In Indonesia, il 2009 è stato il primo anno senza esecuzioni dal 2004, mentre l’India non ha eseguito condanne a morte per il quinto anno consecutivo.
 
Stati Uniti, continuano a diminuire le condanne e i detenuti nel braccio della morte
 
Le esecuzioni
 
Rispetto ai due anni precedenti, parzialmente attraversati da una moratoria, le esecuzioni sono aumentate.
Nel 2009 sono state 52 contro le 37 del 2008 e le 42 del 2007. Il dato però non è omogeneo, perché nei due anni precedenti per diversi mesi (dal settembre 2007 al maggio 2008) è stata in vigore una moratoria de facto in attesa della sentenza della Corte Suprema sulla costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale (caso Baze v. Rees del Kentucky, 16 aprile 2008).
Le 52 esecuzioni sono avvenute in 11 Stati diversi: Texas (24), Alabama (6), Ohio (5), Georgia (3), Oklahoma (3), Virginia (3), Florida (2), South Carolina (2), Tennessee (2), Indiana (1) e Missouri (1). La pena di morte è in vigore in 35 Stati, e se 11 hanno compiuto esecuzioni significa che in altri 24 Stati retenzionisti non è stata compiuta nessuna esecuzione. Rispetto al record di esecuzioni registrato nel 1999 (98) nel 2009 si è avuto una diminuzione del 47%.
51 esecuzioni sono avvenute per iniezione letale, 1 sulla sedia elettrica (Virginia). Tutti i giustiziati erano maschi: 23 bianchi, 22 neri e 7 latino-americani.
 
Casi rilevanti
 
Nel corso del 2009 le esecuzioni più rilevanti sono state quelle di John Allen Muhammad e di Kenneth Biros.
John Allen Muhammad, detto “Il cecchino di Washington”, è stato giustiziato il 10 novembre in Virginia. Era accusato di almeno 10 omicidi avvenuti nel 2002 nell’area intorno a Washington.
L’esecuzione di Kenneth Biros, avvenuta l’8 dicembre in Ohio, è stata la prima a essere effettuata con un nuovo protocollo dell’iniezione letale. Secondo la nuova formulazione, l’iniezione letale è composta da una overdose di barbiturico, il sodio tiopentale. Il sodio tiopentale era già presente nella formulazione precedente e costituiva il primo dei tre farmaci iniettati, a cui facevano seguito un paralizzante muscolare e un veleno cardiaco.
 
Le condanne a morte
 
Il 2009, per il 7° anno consecutivo, ha registrato una diminuzione delle condanne a morte, che quest’anno si sono fermate a 106, il numero più basso da quando, nel 1976, gli USA hanno reintrodotto la pena di morte. Erano state 111 nel 2008 e 119 nel 2007. Le 106 condanne del 2009 costituiscono una diminuzione di due terzi rispetto al record che venne registrato nel 1994 con 328 condanne a morte.
Il calo più vistoso è quello del Texas, che quest’anno ha avuto 11 condanne, contro le 34 di media negli anni ’90. Un ex vice procuratore distrettuale a Houston, Vic Wisner, attribuisce il dato a un “costante tam tam dei media sul tema di condanne sospette e condanne ribaltate in assoluzioni (exonerations), che ha veramente modificato le scelte dei giurati popolari”. Wisner ha ricordato che se da un lato i sondaggi continuano a confermare il favore “teorico” nei confronti della pena di morte, quando poi il singolo viene chiamato a far parte di una giuria popolare, il rischio che venga commesso un errore giudiziario che una esecuzione renderebbe irreversibile frena l’utilizzo effettivo della pena di morte.
Oltre a quello del Texas, l’altro dato di assoluto rilievo è quello della Virginia, Stato che di solito è secondo solo al Texas per numero di esecuzioni. Mentre negli anni ’90 la Virginia condannava a morte in media 6 persone l’anno, nel 2009 è stata emessa una sola condanna a morte e, negli scorsi 5 anni, sono state messe in tutto solo 6 condanne a morte.
In controtendenza rispetto al dato nazionale è stata la California, dove le condanne a morte sono aumentate: sono state 29 nel 2009, mentre erano state 20 nel 2008. Di queste condanne, 13 sono state emesse nella Contea di Los Angeles, la quale da sola ha emesso più condanne a morte dell’intero Stato del Texas.
 
I bracci della morte
 
Nei primi 9 mesi del 2009 i detenuti dei bracci della morte sono diminuiti di 34 unità, passando dai 3.297 ai 3.263. Il numero massimo di detenuti nei bracci della morte si registrò nel 2000, con 3.593. Da allora è diminuito costantemente.
Come accade ormai da molti anni, il braccio della morte della California è il più grande degli Stati Uniti. Il 1° ottobre 2009 aveva 694 detenuti. Se è vero che nel 2009 la California ha emesso più condanne a morte di tutti gli altri Stati, la ragione principale dell’ampiezza del suo braccio è che le procedure di appello in questo Stato sono più lunghe che in altri Stati, e alcune Corti sono particolarmente garantiste, e questo porta a un numero basso di esecuzioni (sono state 13 dal 1976). Dopo la California, sono la Florida (395), il Texas (339), la Pennsylvania (223) e l’Alabama (201) ad avere i bracci della morte più popolati. Bracci della morte con oltre 100 detenuti sono quelli di Ohio (170), North Carolina (169), Arizona (132) e Georgia (108).
I bracci della morte più piccoli sono quelli di New Hampshire e Wyoming (1 detenuto), New Mexico e Montana (2 detenuti). Il braccio della morte dello Stato di New York è vuoto.
Negli ultimi 10 anni il braccio della morte che proporzionalmente è cresciuto di più è quello Federale: nel 2000 aveva 19 reclusi, alla fine del 2009 ne contava 58, mentre 8 uomini sono detenuti nel braccio della morte Militare.
Divisi per razza, il 44,4% dei detenuti è bianco, il 41,6% nero, l’11,6% latino-americano e il 2,4% di altri gruppi etnici. Divisi per sesso, nei bracci della morte statunitensi ci sono 53 donne e 3.224 uomini. Le donne costituiscono oggi l’1,6% del braccio della morte USA. Nel 2008 le donne erano 58.
 
La politica legislativa
 
Nel corso dell’anno 11 diversi Stati hanno discusso proposte di legge abolizioniste, con i parlamentari che spesso hanno citato gli alti costi legati alla lunga procedura nel corso della quale al condannato a morte devono essere garantiti un numero significativo di diritti e gli elevati costi di detenzione, considerevolmente più alti rispetto ai penitenziari di massima sicurezza per i detenuti condannati “solo” all’ergastolo. Alcune proposte hanno avuto vita parlamentare breve, altre hanno avuto più successo. 
Il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita nel dicembre 2007. Per quanto sia uno Stato del Sud, confinante con “campioni” della pena di morte come il Texas e l’Oklahoma, negli ultimi 49 anni il New Mexico aveva compiuto una sola esecuzione.
In Colorado una legge che aboliva la pena di morte e destinava i fondi così risparmiati alla polizia perché riaprisse i 1.300 casi di omicidio non risolti è stata approvata dalla Camera il 21 aprile 2009, ma non è passata per 1 voto al Senato il 6 giugno. Si è calcolato che in Colorado 3 omicidi su 10 non trovano soluzione. La legge aveva avuto il supporto dei familiari di oltre 500 vittime i cui casi non sono stati risolti. L’ultima esecuzione in Colorado risale al 1997.
In Montana una legge abolizionista è stata approvata dal Senato il 16 febbraio 2009, ma bocciata dalla Camera in sede di Commissione Giustizia il 30 marzo. L’ultima esecuzione in Montana risale al 2006, ma si trattava di un “volontario”, ossia di un condannato che ha volutamente rinunciato a presentare i ricorsi possibili. L’esecuzione precedente era del 1998.
In Maryland per alcune settimane è sembrato possibile che passasse una legge abolizionista sulla spinta della raccomandazione in tal senso che era stata espressa il 13 dicembre 2008 dalla Commissione sulla Pena di Morte, e che era stata fatta propria dal Governatore Martin O’Malley. Ostacolata al Senato, la proposta abolizionista si è dovuta trasformare in una legge di compromesso che rende più difficile emettere condanne a morte. Le nuove restrizioni prevedono che una condanna a morte possa essere emessa solo in presenza di prove inconfutabili come test del Dna, videoregistrazioni del reato o confessioni videoregistrate. Al momento della ratifica il Governatore O’Malley ha confermato quanto aveva più volte dichiarato in precedenza, e cioè che avrebbe preferito l’abrogazione della pena di morte, ma intanto la legge è un passo nella giusta direzione. L’ultima esecuzione è del 2005.
In Kansas la senatrice repubblicana Carolyn McGinn ha presentato un disegno di legge abolizionista, che ha superato il vaglio della Commissione Giustizia del Senato, la quale però, con una decisione di compromesso, ha deciso alcuni approfondimenti e il rinvio del proseguimento della legge al 2010. Il 19 gennaio 2010 la legge è stata di nuovo approvata in Commissione al Senato, ma poi bocciata il 19 febbraio dall’aula, seppure con un voto di parità (20-20). Da quando è stata reintrodotta la pena di morte nel 1994, nel Kansas non è stato giustiziato nessuno.
In Connecticut una legge abolizionista è passata alla Camera il 13 maggio 2009 e al Senato il 22 maggio, ma è stata poi bloccata dalla governatrice Jodi Rell che il 5 giugno 2009 ha posto il veto. I tre candidati democratici alle elezioni a governatore del novembre 2010 (Ned Lamont, Mary Glassman e Dannel Malloy) hanno dichiarato che loro, invece, la legge l’avrebbero firmata. L’ultima esecuzione del Connecticut risale al 2005, ma si trattava di un “volontario” che aveva insistito per essere giustiziato. Prima di questa esecuzione, l’ultima risaliva al 1939.
In New Hampshire la Camera ha approvato il 25 marzo 2009 un disegno di legge abolizionista, che poi il Senato ha accantonato dopo che il governatore John Lynch, Democratico, aveva preannunciato il veto. Come soluzione di compromesso Camera e Senato hanno approvato un disegno di legge che istituisce una “Commissione di Studio” sulla pena di morte. In New Hampshire non è stata compiuta nessuna esecuzione dal 1939, e attualmente c’è una sola persona nel braccio della morte.
 
Leggi intese non a limitare l’uso della pena di morte ma a espanderlo sono state approvate in Virginia, dove però il Governatore Timothy M. Kaine ha posto il veto il 27 marzo 2009. Tre diverse leggi prevedevano la pena di morte anche per i complici di chi materialmente commette un omicidio (la cosiddetta “Triggerman rule”), per chi uccide poliziotti ausiliari e per chi uccide vigili del fuoco in servizio. È il terzo anno consecutivo che il Governatore pone il veto sulla “Triggerman rule”.
Nello Utah la Camera ha bocciato il 12 marzo 2009 il progetto di legge SJR14 che era stato approvato dal Senato e che avrebbe ristretto le opzioni e i tempi di appello per i condannati, soprattutto nel caso di condanne a morte.
Il 10 marzo 2010, il Senato del New Hampshire ha respinto 14-10 il disegno di legge SB 472 che avrebbe esteso la pena di morte introducendo l’aggravante specifica di “irruzione nell’abitazione di una vittima”.
Il 18 marzo 2010, in Maryland, la Commissione Giustizia della Camera ha respinto un emendamento che avrebbe esteso la pena di morte, rendendola possibile per i molestatori recidivi di minorenni anche senza morte della vittima.
 
Comunque, reggono ancora le moratorie che, negli anni recenti, sono state stabilite de jure come in Illinois o che si sono determinate de facto come negli Stati di Kansas, New York, North Carolina, South Dakota e nell’Amministrazione Militare o che si sono venute a creare a causa di ricorsi contro i protocolli di esecuzione come in California, Kentucky, Maryland, Nebraska e nel sistema federale.
 
I metodi di esecuzione
 
Il 28 maggio 2009, il Nebraska ha adottato l’iniezione letale come principale metodo di esecuzione, mentre prima era l’unico Stato ad avere ancora la sedia elettrica come protocollo di esecuzione primario.
Dopo la scelta del Nebraska, oggi tutti gli Stati hanno l’iniezione letale come primo metodo di esecuzione. In alcuni Stati rimangono in vigore i “vecchi metodi”, disponibili su richiesta del condannato e di solito solo per i reati commessi prima dell’entrata in uso dell’iniezione.
La sedia elettrica rimane disponibile in Alabama, Arkansas, Florida, Illinois, Kentucky, Oklahoma, South Carolina, Tennessee e Virginia. La camera a gas in Arizona, California, Maryland, Missouri e Wyoming. La fucilazione in Oklahoma e Utah. L’impiccagione in New Hampshire e Washington.
Il 17 novembre 2009, in Virginia, Larry Bill Elliott è stato giustiziato su sua richiesta con la sedia elettrica.
Il 17 giugno 2010, nello Utah, Ronnie Lee Gardner è stato giustiziato tramite fucilazione nel carcere di Salt Lake City. L’esecuzione, la prima nello Stato dal 1999 e la prima tramite plotone negli Stati Uniti dal 1996, è avvenuta a mezzanotte. Lo Utah ha abolito le esecuzioni per fucilazione nel 2004 ma coloro che erano già stati condannati in quella data hanno conservato il diritto di scegliere se morire con il plotone o con l’iniezione letale. La fucilazione, ormai rarissima, segue un preciso rituale. Il condannato viene legato a una sedia. Cinque volontari, rappresentanti delle forze dell’ordine, si sistemano a otto metri da lui armati di fucili Winchester caricati con una cartuccia calibro 30: solo uno ha l’arma caricata a salve. Un obiettivo in tessuto bianco viene appuntato all’altezza del cuore del detenuto, un recipiente è posto ai suoi piedi per raccogliere il sangue. Dopo avere pronunciato le ultime parole, la testa viene coperta con un cappuccio e i boia fanno fuoco, senza sapere chi tra loro causerà la sua morte. Nel caso di Gardner sono stati tutti e quattro. I testimoni presenti non possono vedere il viso dei cecchini. Gardner era stato condannato a morte nel 1985 per duplice omicidio.
Con quella di Gardner, sono 1.216 le esecuzioni negli Usa dal 1976 a oggi: 1.042 per iniezione letale, 157 con la sedia elettrica, 11 con camera a gas, 3 per impiccagione, 3 per fucilazione.
 
Nel novembre 2009, l’Ohio è il primo Stato ad aver adottato un nuovo protocollo dell’iniezione letale basata su un singolo farmaco. Il protocollo è stato modificato a seguito della fallita esecuzione di Romell Broom il 15 settembre 2009. L’esecuzione era stata sospesa dopo che per due ore gli addetti avevano compiuto 18 tentativi, tutti falliti, di infilare l’ago nelle vene in varie parti del corpo. Il nuovo protocollo prevede che la classica iniezione composta da tre diversi farmaci (un sedativo, un anestetico e un paralizzante) venga sostituita da una singola, massiccia iniezione di anestetico, il sodio tiopentale. Nel protocollo precedente, praticamente uguale a quello di tutti gli Stati che adottano l’iniezione letale, il sodio tiopentale costituiva il secondo farmaco in ordine di tempo a venir iniettato. Il nuovo protocollo, inoltre, prevede una opzione di riserva: nel caso non fosse agevole trovare vene adatte per l’iniezione, una combinazione di due diversi farmaci (midazolam e hydromorphone) verrà iniettata in un muscolo.
Il 2 marzo 2010, anche lo Stato di Washington ha aggiornato il suo protocollo, adottando lo stesso dell’Ohio. Diversi altri Stati hanno avviato la procedura di modifica del protocollo.
 
La Corte Suprema 
 
Negli scorsi anni la Corte Suprema ha preso decisioni “miliari” nel vietare le esecuzioni di minori, di malati mentali o confermando la costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale. Le sentenze del 2009 hanno invece riguardato tematiche meno generali, anche se alcune di loro sembrano avere un carattere “interlocutorio” rispetto a punti nodali che arriveranno in evidenza nei prossimi anni.
 
Il 9 marzo 2009, con la sentenza Thompson v. McNeil, la Corte Suprema ha respinto il ricorso di William Thompson incentrato sul fatto che dopo aver trascorso 32 anni nel braccio della morte della Florida questo ormai costituiva “punizione crudele e inusuale”, che come è noto è espressamente vietata dalla Costituzione. È un argomento presentato più volte dai detenuti nel braccio della morte, ma sempre respinto. Stavolta però due giudici – John Paul Stevens e Stephen Breyer – hanno votato in dissenso. Il giudice John Paul Stevens ha definito il trattamento subito dal condannato “disumanizzante”, aggiungendo che una pena capitale applicata dopo così tanto ritardo “è totalmente priva di giustificazione penalistica e finisce per essere una gratuita inflizione di sofferenza”.
Prima o poi la Corte Suprema si troverà a dover discutere un caso ancora più clamoroso, quello di Romell Broom che, come abbiamo visto, doveva essere giustiziato in Ohio il 15 settembre 2009. Dopo aver legato il condannato a morte al lettino e aver tentato per due ore di infilare gli aghi in vene che risultavano difficili da trovare o fragili, l’esecuzione venne sospesa. Il fallimento ha indotto lo Stato dell’Ohio a modificare il proprio protocollo di esecuzione, ma la difesa ha preannunciato un ricorso alla Corte Suprema sostenendo che dopo l’angoscia e lo stress della fallita esecuzione, un nuovo tentativo costituirebbe “punizione crudele e inusuale”.
 
Il 17 agosto 2009, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ordinato a una Corte Distrettuale della Georgia di riesaminare il caso di Troy Davis. La decisione è stata considerata da molti osservatori “eccezionale”, dato che per la prima volta in 50 anni è stato accettato un ricorso presentato direttamente alla Corte e non un ricorso proveniente da Corti di grado inferiore. In Georgia infatti è in vigore una speciale legge antiterrorismo che limita i diritti d’appello dei condannati per, tra l’altro, l’omicidio di poliziotti, e Davis è accusato proprio di aver ucciso un poliziotto nel 1989. I ricorsi di Davis erano stati tutti dichiarati “nulli in quanto presentati in ritardo” proprio in base alla legge antiterrorismo, senza entrare nel merito di nuove evidenze che scagionavano il condannato, tra cui dichiarazioni scritte di quasi tutti i testimoni che avevano deposto contro di lui, i quali hanno rivelato di aver subito forti pressioni da parte della polizia (Davis, nero, è accusato dell’omicidio di un poliziotto bianco avvenuto 20 anni fa). Il parere di maggioranza, firmato dai giudici John Paul Stevens, Ruth Bader Ginsburg e Stephen Breyer, sancisce che “il rischio che un uomo innocente venga messo a morte fornisce giustificazione adeguata per concedere all’imputato una nuova udienza in cui discutere le nuove prove, anche quando questo contrasta con la formalità della legge”. In dissenso hanno votato i 2 membri più conservatori della Corte Suprema, Antonin Scalia e Clarence Thomas.
 
Il 30 novembre 2009, nel caso Porter v. McCollum, la Corte Suprema ha annullato all’unanimità una condanna a morte nei confronti di un veterano della Florida che aveva combattuto la Guerra di Corea, riconoscendo importanza, per la prima volta, alla circostanza attenuante del “post-traumatic stress disorder”. George Porter, 76 anni, bianco, era stato condannato a morte nel 1988 dopo aver confessato di aver ucciso, nell’ottobre 1986, la ex fidanzata Evelyn Williams e il nuovo compagno della donna, Walter Burrows. Ma i suoi difensori non sapevano, né la pubblica accusa vi aveva fatto cenno, che Porter aveva combattuto in Corea, riportando diverse onorificenze e una ferita grave. La Corte Suprema ha riconosciuto che “purtroppo il suo stato di servizio lo ha lasciato traumatizzato, un uomo cambiato”. Questa sentenza appare molto importante in un momento in cui nel paese diverse migliaia di veterani delle guerre in Iraq o in Afghanistan stanno ottenendo dagli psichiatri militari il riconoscimento di “affetti da disordine da stress post-traumatico”.
 
I proscioglimenti e le commutazioni
 
“Esonerato” è un termine tecnico che, nella giustizia statunitense, indica chi viene condannato in primo grado, ma poi assolto in appello. Come è noto l’appello negli Stati Uniti non è un atto unico e irripetibile, ma può essere ripresentato ogni volta che la difesa ritiene di aver trovato elementi probatori nuovi. Non è raro che alcuni ‘appelli’ si tengano anche 20 anni o più dopo il primo grado. In alcuni casi gli “esonerati” sono palesemente innocenti (quando ad esempio dei test del Dna dimostrano la colpevolezza di qualcun altro), in altri casi si arriva al proscioglimento in appello per “insufficienza di prove” o perché, a tanti anni di distanza dai fatti, la Pubblica Accusa non ha più testimoni attendibili per rifare un processo.
Nel corso del 2009 sono stati esonerati complessivamente 9 condannati a morte, tutti maschi, portando il numero complessivo di “prosciolti” a 139 dal 1973 al 31 dicembre 2009. Tre sono stati assolti: Daniel Wade Moore (bianco) in Alabama; Herman Lindsey (nero) in Florida; Nathson Fields (nero) in Illinois. Nei confronti degli altri 6 la Pubblica Accusa ha ritirato le imputazioni: Ronald Kitchen (nero) in Illinois; Yancy Douglas (nero) in Oklahoma; Paris Powell (nero) in Oklahoma; Paul House (bianco) in Tennessee; Michael Toney (bianco) in Texas; Robert Springsteen (bianco) in Texas.
 
Oltre ai proscioglimenti totali, 3 condannati a morte hanno avuto la pena ridotta all’ergastolo con provvedimento politico e non giudiziario.
Il 12 febbraio 2009, in Ohio, il Governatore Ted Strickland ha commutato la condanna a morte di Jeffrey D. Hill in ergastolo con la possibilità di libertà condizionale non prima dei 25 anni.
Il 19 maggio 2010, in Oklahoma, il Governatore Brad Henry ha concesso “clemenza” a Richard Tandy Smith, commutando la sua condanna a morte in ergastolo senza condizionale.
Il 4 giugno 2010, in Ohio, il Governatore Ted Strickland ha concesso “clemenza” a Richard Nields, commutando la condanna a morte in ergastolo senza condizionale.
 
Il 22 luglio 2009, l’associazione Innocence Project ha pubblicato un rapporto sull’alta percentuale di errori nei riconoscimenti effettuati da testimoni oculari. Il rapporto, dal titolo “Rivalutare i confronti: perché i testimoni commettono errori e come operare per ridurre il rischio di errata identificazione” (Reevaluating Lineups: Why Witnesses Make Mistakes and How to Reduce the Chance of a Misidentification), conta in almeno 175 le persone che sono state condannate, alcune anche a morte, in base al riconoscimento di testimoni oculari, che in seguito sono stati smentiti da test del Dna. Ma i test del Dna sono possibili solo nel 5/10 per cento dei casi, e quindi non possono essere sufficienti a impedire le condanne sbagliate. Il rapporto segnala che: nel 38% dei casi in cui l’identificazione si è dimostrata errata, erano stati almeno due i testimoni oculari che avevano identificato la persona sbagliata; nel 53% dei casi di errore esaminati, le vittime dell’errata identificazione erano di razza diversa da quella dei testimoni; nel 50% dei casi di errore esaminati, la testimonianza oculare era l’elemento principale usato dall’accusa per chiedere e ottenere la condanna, in mancanza di altri elementi di riscontro importanti.
 
I costi della pena di morte
 
Oltre alla questione degli errori giudiziari, che ha animato il dibattito politico negli anni recenti, sta prendendo piede la questione dei “costi della pena di morte”. Come è noto, a differenza dei sistemi giudiziari europei, negli Stati Uniti i vari uffici giudiziari hanno bilanci ben precisi che devono essere rispettati al centesimo. Se un procuratore vuole istruire un processo in cui poter chiedere la pena di morte deve portare più prove, più analisi di laboratorio, più testimoni, e lo Stato deve garantire all’imputato avvocati di ufficio di miglior livello. E questo ha dei costi, i quali aumentano anche nelle fasi successive del procedimento giudiziario, perché chi rischia una condanna a morte ha diritto a maggiore assistenza legale gratuita, a fare delle controanalisi di laboratorio a spese dello Stato, ad assumere esperti di vario tipo sempre a spese dello Stato e, inoltre, a presentare tutta una serie di ricorsi e appelli che invece per legge non vengono concessi per le condanne detentive. Questo significa che un procuratore che inizia un processo capitale mette in moto un meccanismo che drena molti fondi dalle casse dello Stato, e che spesso, a causa di queste alte spese, rimangono pochi fondi per altre attività.
In molte interviste a politici e nei disegni di legge presentati nei vari Stati, la discussione sui “costi” sta sempre più prendendo piede e avanza un’idea alternativa: rinunciare ai processi capitali, che di solito si svolgono contro persone sulle quali esistono già prove convincenti, e dedicare i fondi risparmiati alla riapertura di casi archiviati, per andare alla ricerca di assassini non ancora individuati.
Alcuni studi hanno calcolato che circa il 50% delle condanne a morte emesse in primo grado vengono poi, nei gradi successivi, annullate e convertite in condanne all’ergastolo. Questa percentuale non rientra tra quelle delle assoluzioni, e non si può quindi parlare di errori giudiziari, ma si tratta certamente di procedure giudiziarie che producono uno spreco di denaro pubblico. Il sospetto è che i procuratori distrettuali, che spesso poi tentano la carriera politica, puntino sulle condanne a morte per una questione di prestigio personale, incuranti dei costi. Altri studi hanno accertato che, anche nei casi in cui una condanna a morte “regge”, tenere una persona all’ergastolo tutta la vita costa circa 10 volte di meno che tenercela solo qualche anno e poi giustiziarla. Certo, quasi immancabilmente i media registrano che dopo una esecuzione i parenti della vittima si dicono “molto soddisfatti e finalmente sollevati”, ma a questo argomento, che fa presa sui politici alla ricerca di consensi, alcune associazioni di parenti delle vittime stanno rispondendo che, proprio nell’interesse delle vittime, sarebbe meglio dirottare i fondi verso i “cold cases”, i casi archiviati (molte migliaia ogni anno). La soddisfazione di poche decine di parenti delle vittime che vedono giustiziati i “loro colpevoli”, contrapposta al dolore di molte migliaia di altri parenti delle vittime che non vedono identificato il “loro colpevole” perché non ci sono i fondi per cercarli. Questo argomento “quantitativo”, e non poteva essere diversamente nella cultura statunitense, sta avendo successo, e anche molti politici tradizionalmente favorevoli alla pena di morte stanno prendendo posizioni più articolate. L’argomento dei “costi” è certamente destinato a montare ulteriormente nei prossimi anni, e unito a quello degli errori giudiziari dovrebbe portare a importanti cambiamenti.
 
Un studio del Death Penalty Information Center dell’ottobre 2009 valuta in centinaia di milioni di dollari il risparmio che si avrebbe ogni anno se venisse abolita la pena di morte.
Richard Dieter, direttore del DPIC e autore dello studio, così riassume i dati: “Dubito molto che nel clima economico di oggi un qualsiasi parlamento introdurrebbe la pena di morte se fosse messo davanti al fatto che per ogni esecuzione i contribuenti spendono 25 milioni di dollari o che lo Stato potrebbe spendere nel giro di pochi anni 100 o più milioni di dollari e produrre poche o nessuna esecuzione. Perché, a guardare i dati, solo 1 su 10 delle condanne a morte emesse arriva a esecuzione. Ne deriva che uno Stato spende per una singola esecuzione fino a 30 milioni di dollari.” Lo studio constata che con in media poco più di cento nuove condanne a morte ogni anno e 3.300 detenuti nei bracci della morte, “la pena di morte si sta trasformando in una versione molto costosa dell’ergastolo senza condizionale”.
Uno studio del 2008 in California ha rilevato una spesa annua di 137 milioni di dollari relativa ai processi capitali. Un sistema comparabile che però prevedesse come pena massima l’ergastolo senza condizionale costerebbe 11,5 milioni di dollari l’anno. Lo Stato di New York ha speso 170 milioni di dollari in nove anni per perseguire i reati capitali, prima che la sua legge fosse dichiarata incostituzionale, e nel frattempo non è stata eseguita nessuna condanna. In New Jersey, dal 1983 a oggi, i contribuenti hanno pagato un sovrapprezzo di 253 milioni di dollari per avere delle condanne a morte piuttosto che delle condanne all’ergastolo, ma a fronte dei 253 milioni non hanno avuto nessuna esecuzione, giungendo infine all’abolizione. Alcuni ritengono di poter tagliare i costi della pena di morte ma, ricorda Dieter, gli alti costi sono imposti dagli standard di garanzie per i condannati che la Corte Suprema ha ribadito più volte. In Maryland, uno studio effettuato dall’Urban Institute ha stimato in 186 milioni di dollari il costo complessivo dei casi capitali trattati dal 1978 al 1999. Considerate le 5 esecuzioni effettuate dal 1978, sono costate ognuna oltre 37 milioni di dollari. La Duke University del North Carolina calcola che lo Stato risparmierebbe 11 milioni di dollari l’anno se sostituisse la pena di morte con l’ergastolo senza condizionale. La stessa università aveva calcolato in precedenza che un singolo processo in cui viene chiesta la pena di morte costa 2,1 milioni di dollari di più rispetto a uno in cui viene chiesto l’ergastolo senza condizionale. In Nebraska tra il 1973 e il 1999 solo 3 degli 89 processi in cui era stata chiesta la pena di morte si sono conclusi con una esecuzione, facendo sì che le 3 esecuzioni siano costate nel complesso 45 milioni di dollari. In Tennessee una agenzia governativa, la Tennessee Comptroller of the Currency, ha calcolato un sovraccosto del 48% dei processi in cui la pubblica accusa chiede la pena di morte. In Kansas, uno studio commissionato dallo Stato calcola al 70% il sovraccosto di un processo capitale, mentre in Florida, lo Stato con il secondo braccio della morte più grande del Paese, l’abolizione della pena di morte porterebbe a un risparmio di 51 milioni di dollari l’anno.
 
Anche la polizia ha preso clamorosamente posizione. Nell’aprile 2010 il Capo della Polizia di Los Angeles, Charlie Beck, in una intervista al Los Angeles Times, ha ricordato che in uno Stato che spende 137 milioni di dollari l’anno per la pena di morte, molte indagini per omicidio devono fermarsi per mancanza di fondi. Beck racconta che a Los Angeles mancano fondi per pagare gli straordinari, i turni di notte e i turni festivi degli investigatori della Sezione Omicidi. Un calcolo fatto dal quotidiano valuta che a causa della mancanza di fondi è come se ogni mese 290 agenti siano stati tolti dalle strade. Questo mentre in California è in discussione un piano per il rinnovo del braccio della morte che porterebbe a un costo di altri 400 milioni di dollari oltre ai 137 l’anno già in budget. L’intervista al Capo della Polizia si conclude poi ricordando il dato non casuale che la Los Angeles County è quella che in tutti gli USA ha emesso più condanne a morte nel 2009.
 
Ma forse le prese di posizione più inattese sono quelle dei parenti delle vittime. Come abbiamo visto, in Colorado una legge abolizionista non è passata per un solo voto. Aveva il pieno appoggio di “Families of Homicide Victims and Missing Persons”, una associazione che rappresenta i familiari di oltre 500 vittime di omicidio i cui casi non sono stati ancora risolti. Il direttore dell’associazione, Howard Morton, che da tempo partecipa a iniziative assieme alle associazioni abolizioniste “classiche”, ritiene che si spendano troppi soldi per arrivare a poche condanne a morte, mentre sarebbe meglio risparmiare i costi dei processi capitali e utilizzare quel denaro per riaprire i casi archiviati. Morton spiega chiaramente che, proprio partendo dal punto di vista delle vittime, è ben poca cosa la soddisfazione che ricavano alcune persone dalle sporadiche esecuzioni che vengono effettuate, rispetto all’assoluta incertezza, e spesso paura, che provano i tanti parenti delle oltre 1.300 vittime i cui casi non vengono risolti.
 
Il bilancio crimine/repressione
 
Un sondaggio condotto tra i principali esponenti di tutte le più importanti associazioni di criminologia negli Stati Uniti (Radelet & Lacock, 2009), segnala che l’88% ritiene che le esecuzioni non abbiano effetto deterrente sul tasso di omicidi, il 5% ritiene che invece questo effetto deterrente esista, mentre il 7% non ha un’opinione certa in materia.
In un sondaggio tra 500 capi della polizia dei vari Stati il 57% concorda con la dichiarazione che la pena di morte ha scarso potere dissuasivo, perché i criminali raramente pensano alle conseguenze dei loro gesti quando hanno una reazione violenta.
 
Il rapporto annuale del FBI (Uniform Crime Report) pubblicato nel settembre 2009 (con i dati però riferiti al 2008) segnala una diminuzione del tasso di omicidi nel 2008. Rispetto all’anno precedente è sceso del 4,7%. Il Sud rimane la zona con il tasso di omicidi più alto: 6,6 ogni 100.000 persone, rispetto alla media nazionale che è di 5,4. Il tasso più basso è quello del Nord-Est, con 4,2. Nel 2008 sono stati registrati 16.272 omicidi volontari o comunque non preterintenzionali. Dal 1976 l’80% delle esecuzioni si sono avute al Sud (971 su 1.176), mentre il Nord-Est ha effettuato meno dell’1% delle esecuzioni (4 su 1.176). Dei 20 Stati con il più alto tasso di omicidi, tutti hanno la pena di morte in vigore. Il numero di vittime tra bianche e nere è risultato essere uguale, con entrambe i gruppi attestati al 48%. Ma nei casi di omicidio definiti con la pena di morte, il 78% delle vittime erano bianche.
Tutte le ricerche confermano che è più probabile ricevere la pena di morte in un processo in cui la vittima di un omicidio era un bianco rispetto a processi in cui la vittima era un nero.
 
I sondaggi
 
In questi ultimi anni i sondaggi sono caratterizzati da una ambivalenza di fondo: davanti alla domanda “secca” se si è favorevoli alla pena di morte, i sì rimangono elevati, e il loro calo, anno per anno, è molto lento. Quando invece nel sondaggio viene inserita esplicitamente una domanda sull’ergastolo senza condizionale, allora le cose cambiano. Sostanzialmente, molte persone dichiarano di rimanere “in linea di principio” favorevoli alla pena di morte ma poi, chiamate a riflettere sul rischio che vengano condannati degli innocenti, allora dicono di ritenere la condanna all’ergastolo senza condizionale la più adatta. Sommando i contrari alla pena di morte “convenzionali” a quelli che, pur approvandola in linea di principio, preferiscono però l’ergastolo senza condizionale si ottengono allora cifre positive. In effetti il discrimine è sottile, e per riassumere la situazione degli Stati Uniti possiamo dire che calano lentamente i “favorevoli per principio” alla pena di morte, mentre aumentano con costanza e più velocemente i “contrari in pratica” alla pena di morte.
 
La Gallup, una multinazionale dei sondaggi, dal 1936 registra il parere degli statunitensi sulla pena di morte. È il principale punto di riferimento a livello nazionale. Il sondaggio del 2009, condotto tra l’1 e il 4 ottobre 2009 con 1.013 telefonate, segnala stabilità nell’atteggiamento sulla pena di morte. Circa il 65% è favorevole alla pena di morte, mentre il 31% è contrario. Come al solito, le percentuali cambiano quando viene prospettata l’opzione dell’ergastolo senza condizionale. Il 48% degli statunitensi infatti ritiene che l’ergastolo senza condizionale sia la punizione più adatta per gli omicidi (lo scorso anno erano il 47%). Il sondaggio annuale Gallup si è mantenuto molto costante nei suoi risultati durante i decenni. Nel 1936 i favorevoli alla pena di morte erano stati il 59%, mentre il 65% di oggi è la stessa percentuale del 2006. Un picco venne registrato nel 1994, quando la criminalità divenne un’emergenza nazionale, e il supporto alla pena di morte raggiunse l’80%. Quest’anno il 49% ha risposto che la pena di morte non viene applicata abbastanza spesso, secondo il 24% è applicata “nella giusta misura”, e per il 20% “troppo spesso”. Apparentemente il dato contrasta con il fatto che per il 59% è verosimile che “almeno un innocente possa essere stato giustiziato negli ultimi 5 anni”. Divisi per schieramento politico, i Repubblicani risultano essere favorevoli alla pena di morte all’81%, i Democratici al 48%. La percentuale di errore è del 4%.
 
Giappone, nessuna esecuzione con il nuovo governo
 
L’escalation di esecuzioni registrata in Giappone negli ultimi anni potrebbe fermarsi grazie al nuovo governo, guidato dal Partito Democratico, entrato in carica nel settembre del 2009.
Da allora, non sono state effettuate esecuzioni sotto il ministro della giustizia Keiko Chiba, apertamente contraria alla pena di morte sulla quale ha chiesto subito di aprire un pubblico dibattito.
Prima del cambio di governo a settembre, 7 detenuti erano stati giustiziati in Giappone nel 2009. Meno della metà rispetto al 2008, quando in Giappone sono state giustiziate 15 persone, il massimo in un solo anno a partire dal 1999 – anno in cui il Governo ha iniziato a rendere noto il numero delle esecuzioni – e molto vicino al record assoluto del lontano 1975, quando le persone impiccate furono 17.
Nel 2007, erano state giustiziate 9 persone, a fronte delle 4 del 2006. Una escalation mai vista, se si considera che dal 1998 al 2005 in Giappone si sono registrate 16 esecuzioni in tutto, una media di due all’anno.
In Giappone c’è stata una moratoria di fatto delle esecuzioni durata 15 mesi, fino al 2006, che ha coinciso con il mandato del Ministro della Giustizia dell’epoca, Seiken Sugiura, contrario alla pena capitale per il suo credo buddista.
Nel 2009 sono state comminate 34 condanne a morte.
 
Il Giappone ha mantenuto il massimo riserbo sulle esecuzioni fino al dicembre 2007, quando l’allora Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama ha rotto con la tradizione, che voleva il segreto sulle esecuzioni, pubblicando i nomi e i crimini di tre prigionieri giustiziati. Anche la tradizione di non eseguire sentenze capitali mentre il parlamento è in sessione, nel tentativo di evitare inutili controversie, è stata rotta. Ciascuna delle quattro serie di esecuzioni, decise dal primo governo Fukuda ed effettuate tra il dicembre 2007 e il giugno 2008, hanno avuto luogo quando l’assemblea legislativa era in corso.
 
La pena di morte è prevista per 13 reati ma, in pratica, viene applicata solo per omicidio.
La morte avviene tramite impiccagione: i detenuti, incappucciati e bendati, vengono messi sopra una botola che poi viene aperta all’improvviso. I detenuti di solito non sono informati sulla data della loro esecuzione fino al giorno dell’impiccagione. Poiché vengono avvertiti solo un’ora prima dell’esecuzione, i detenuti non possono incontrare i parenti o presentare un appello finale. Familiari e avvocati sono generalmente informati dopo l’esecuzione, alla quale non possono assistere nemmeno gli avvocati.
I detenuti sono rinchiusi in strette celle isolate e monitorati da telecamere 24 ore al giorno. È vietato che parlino con altri detenuti. A meno di recarsi alla toilet, i prigionieri non possono muoversi all’interno della cella e devono restare seduti, inoltre risultano fortemente limitati gli accessi all’aria aperta e alla luce naturale. Rischiano anche pene supplementari per la loro condotta che può violare le strette regole a cui sono sottoposti.
Il loro contatto con il mondo esterno è limitato a scarse, controllatissime visite di parenti e avvocati che in alcuni casi possono essere limitate a meno di cinque minuti. Non sono consentiti passatempi o televisione, è consentito possedere tre libri soltanto, anche se altri possono essere presi a prestito con il permesso del direttore purché il loro contenuto non sia giudicato “sovversivo dell’autorità”. L’esercizio fisico è limitato a due brevi sedute alla settimana fuori dalle celle, quattro pareti massicce e una piccola finestra.
“Tali disumane condizioni fanno aumentare l’ansietà e l’angoscia del prigioniero e in molti casi lo spingono oltre ogni limite fino a uno stato di vera e propria malattia mentale”, ha detto James Welsh, principale autore del Rapporto di Amnesty International “Appesi a un filo: salute mentale e pena di morte in Giappone”. Il documento, pubblicato il 10 settembre 2009, riporta i casi di cinque prigionieri con malattie mentali detenuti nel braccio della morte giapponese, compresi due casi che presentano ampie documentazioni mediche.
Con il trattamento riservato ai detenuti nel braccio della morte, il Giappone sta violando precisi obblighi che gli derivano dall’essere parte del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Inoltre, si è impegnato in sede internazionale a proteggere detenuti con gravi malattie mentali dalla pena capitale, ma è evidente che il Giappone sta contravvenendo ai suoi impegni a evitare l’esecuzione di persone malate di mente.
Al 31 dicembre 2009, erano 106 le persone rinchiuse nel braccio della morte in attesa di esecuzione. Ma il numero esatto di prigionieri affetti da malattie mentali resta sconosciuto, a causa del segreto che avvolge la pena di morte e la salute dei prigionieri, oltre che per la preclusione a effettuare esami da parte di esperti indipendenti.
 
Quando è entrato in carica nell’agosto 2007, il Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama aveva promesso di “svuotare il braccio della morte”. Nel corso del suo mandato, durato un anno, Hatoyama ha ordinato 13 esecuzioni, un numero record che gli è valso l’appellativo di ‘Spietato Mietitore’ affibbiatogli dai media. Dopo l’esecuzione di tre uomini il 7 dicembre 2007, la prima in cui le autorità giapponesi hanno comunicato i nomi dei giustiziati, una fonte del Ministero della Giustizia ha tenuto a precisare che la decisione di dare maggiori informazioni è stata presa dal ministro della giustizia Hatoyama “per guadagnare consenso popolare nei confronti della pena di morte”.
 
Il 29 gennaio 2009, quattro uomini sono stati impiccati all’alba per omicidio, in tre diverse città: Tokyo, Fukuoka e Nagoya (due esecuzioni). Sono state le prime esecuzioni capitali praticate nel Paese dall’inizio dell’anno. I nomi dei quattro giustiziati sono: Tadashi Makino, 58 anni, Yukinari Kawamura, 44, Tetsuya Sato, 39, e Shojiro Nishimoto, 32. “Si tratta di crimini efferati che hanno spezzato preziose vite umane”, ha dichiarato alla stampa l’allora ministro della giustizia Eisuke Mori, aggiungendo di aver “autorizzato queste esecuzioni dopo un attento esame dei casi”. In Giappone i detenuti del braccio della morte attendono generalmente dieci anni o più prima di essere giustiziati, tuttavia questa volta, secondo quanto ha riferito lo stesso ministero, tre dei quattro prigionieri sono stati messi a morte a meno di tre anni dalla condanna a morte definitiva.
Il 28 luglio 2009, tre uomini sono stati impiccati dopo essere stati condannati a morte per omicidio plurimo. Hiroshi Maeue, 40 anni, è stato giustiziato a Osaka per aver ucciso nel 2005 tre persone conosciute su un sito internet dedicato ai suicidi. Yukio Yamaji, 25 anni, è stato messo a morte sempre a Osaka per l’omicidio e stupro di due sorelle nel 2005. Chen Detong, 41enne cittadino cinese, è stato impiccato a Tokyo per aver ucciso tre suoi connazionali nel 1999, nella città di Kawasaki.
 
Il 16 settembre 2009, Yukio Hatoyama, un cristiano battista, è stato eletto dal parlamento nuovo primo ministro del Giappone. Alle elezioni politiche del 30 agosto, dopo oltre 50 anni di praticamente ininterrotto governo dei conservatori, il suo Partito Democratico era riuscito a impossessarsi della maggioranza assoluta della Camera Bassa. Il giorno successivo, 17 settembre, il nuovo ministro della Giustizia, Keiko Chiba, ha chiesto un ampio dibattito pubblico sull’eventualità di abolire nel Paese la pena di morte. Alla sua prima conferenza stampa che ha seguito la prima riunione del nuovo Governo Hatoyama, Chiba ha detto che la sua “personale opinione” è che “sarebbe una cosa buona” se ci fossero dei passi verso una moratoria delle esecuzioni o l’abolizione della pena di morte. Ma ha aggiunto: “Rimane il fatto che il ministro della giustizia è sottoposto al dovere professionale di rispettare la legge vigente. Sono pienamente consapevole che è istituzionalmente obbligato a occuparsi di esecuzioni.” “La pena capitale mette in gioco la vita della persona, quindi gestirò ogni caso con cautela, rispettando i doveri del Ministro della Giustizia”, ha concluso Chiba, ex avvocatessa di 61 anni e membro della Lega Parlamentare per l’Abolizione della Pena di Morte.
Ogni tentativo di effettuare un’esecuzione potrebbe incontrare anche la fiera resistenza da parte di altri membri del governo Hatoyama, a partire da Shizuka Kamei, leader del Nuovo Partito Popolare e della lega contro la pena di morte, e Mizuho Fukushima, leader del Partito socialdemocratico, un altro fiero oppositore della pena capitale. Nobuto Hosaka, segretario generale della lega parlamentare anti pena di morte, è ottimista sul nuovo ministro della giustizia. “Penso che probabilmente stabilirà una moratoria. Di sicuro sarà posto un freno alle esecuzioni”, ha dichiarato.
Il 30 settembre 2009, il nuovo ministro della Giustizia ha ribadito la necessità di un dibattito nel Paese sulla pena di morte e che su questa realtà ci sia maggiore trasparenza.
Il 2 dicembre 2009, Shizuka Kamei, ministro ai Servizi finanziari e alla Riforma postale del governo guidato da Yukio Hatoyama, ha detto che il governo giapponese lavorerà per abolire la pena di morte nel Paese, ma ha ammesso che “il percorso non è facile e la strada è in salita”, considerato che l’80% dei cittadini è favorevole alle esecuzioni capitali. Kamei era ospite d’onore di un simposio sulla pena capitale nella prospettiva europea e asiatica, promosso a Tokyo dalla Delegazione dell’Unione Europea in Giappone, dall’ambasciata di Svezia e dalla Waseda University. “E’ la prima volta che un ministro si esprime in termini così netti in pubblico”, ha detto Hirotami Murakashi, il segretario della Lega contro la pena di morte di cui fanno parte un centinaio di iscritti, tra deputati e senatori, di ogni schieramento politico. Il Ministro ha spiegato che ci sono le condizioni “per una nuova e straordinaria era e per la scrittura di un nuovo capitolo dei diritti umani in Giappone”. Criticando le politiche dell’ex premier liberal-democratico Junichiro Koizumi, Kamei ha detto: “Dobbiamo andare oltre e puntare a una vita migliore: Hatoyama ha lanciato il concetto di ‘fraternità’, inoltre c’è un nuovo ministro della Giustizia, Keiko Chiba (formalmente uscita dalla Lega dopo essere diventata ministro).” Ci sono tutte le condizioni perché ci si avvii a una moratoria di fatto, primo passo per l’approvazione di una legge che introduca il carcere a vita senza possibilità di liberazione anticipata. “Sarebbe una pietra miliare perché a quel punto il carcere a vita renderebbe inutile la pena di morte. Continuerò a fare del mio meglio per arrivare all’abolizione, allineandoci al trend internazionale.”
Il 2 giugno 2010, Yukio Hatoyama si è dimesso, a seguito della lunga controversia sulla risistemazione della base Usa di nell’isola di Okinawa. Al suo posto il parlamento ha eletto come nuovo premier Naoto Kan, il quale l’8 giugno ha nominato il suo nuovo governo confermando 11 dei 17 ministri in carica, tra i quali il Ministro della Giustizia Keiko Chiba.
 
Il 7 febbraio 2010, il governo giapponese ha reso noto che, in base a un sondaggio effettuato, oltre l’85% dei giapponesi ritiene la pena di morte necessaria in certe circostanze. Il sondaggio ha rilevato che solo il 5,7% è contrario alla pena capitale. Il favore alla pena di morte è cresciuto del 4% dal 2004. Il sondaggio cita come fattori chiave la paura dell’aumento della criminalità e di reati atroci come conseguenza dell’abolizione.
 
Botswana
 
La pena di morte è in vigore in Botswana da quando il Paese è divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1966. Da allora sono state messe a morte 43 persone.
Sono crimini capitali omicidio, pirateria, tradimento, attentato alla vita del capo dello Stato e reati militari come ammutinamento e diserzione di fronte al nemico.
Il numero delle esecuzioni, spesso effettuate in segreto, è sempre stato molto basso, una o al massimo due all’anno. Per la prima volta dopo molti anni, nel 2004 e nel 2005, non si è registrata alcuna esecuzione. Tra il 2006 e il 2009 sono state effettuate quattro esecuzioni, una all’anno. Nel 2009 sono state comminate solo due condanne a morte.
Le esecuzioni non possono avvenire senza un mandato firmato dal Presidente, ma nessun Presidente ha mai concesso la grazia.
Il 31 ottobre 2008, il Presidente del Botswana, Seretse Khama Ian Khama, ha dichiarato che il Governo non intende cambiare la sua attuale posizione sulla pena di morte. Questo, ha detto, non significa che il governo si diverta ‘a farlo’ ma è l’unico modo per scoraggiare le persone a uccidere. “La paura di rischiare la pena di morte può portare un possibile omicida a pensarci due volte prima di uccidere qualcuno”, ha detto. “Nessuno vuole morire.”
Il 7 aprile 2009, il Ministro del Lavoro e degli Affari Interni del Botswana, Peter Siele, ha detto in Parlamento che il ruolo del boia non è definito. Il parlamentare Akanyang Magama ha chiesto se non sia traumatico per le guardie “la cui occupazione principale è di riabilitare i prigionieri, che gli venga chiesto di giustiziarli”. Siele ha detto che il Dipartimento Prigioni e Riabilitazione predispone un programma di consulenza continuo per i funzionari coinvolti i questi casi.
Il 18 dicembre 2009, un cittadino dello Zimbabwe, Gerald Dube, è stato impiccato in Botswana dopo essere stato condannato a morte per omicidio plurimo.
 
Indonesia
 
In Indonesia, il 2009 è stato il primo anno senza esecuzioni dal 2004.
Nel 2008, erano state messe a morte almeno 10 persone, il numero più alto negli ultimi anni. Almeno una persona era stata giustiziata nel 2007, mentre tre uomini erano stati giustiziati nel 2006. Nel 2005, erano state messe a morte due persone.
 
Dall’anno dell’indipendenza nel 1945, in Indonesia sono state giustiziate 62 persone.
Le esecuzioni sono state abbastanza rare fino al 2004 quando, nel quadro di una campagna nazionale contro l’abuso e lo spaccio di droga lanciata dall’allora Presidente Megawati Sukarnoputri in vista delle elezioni di ottobre, tre cittadini stranieri sono stati fucilati per traffico di eroina.
Il numero delle esecuzioni è aumentato notevolmente sotto la presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono. Sono 19 le persone giustiziate da quando nel 2004 Yudhoyono è diventato Presidente, mentre sono state un totale di quattro i condannati messi a morte durante le presidenze di Megawati Sukarnoputri e Abdurrahman Wahid. Da quando Yudhoyono è stato eletto, i tribunali indonesiani hanno condannato a morte 57 persone, compresi tre cittadini australiani.
 
A metà del 2009, in base ai dati forniti dall’Ufficio della Procura Generale, erano 111 i prigionieri nel braccio della morte del Paese. Di questi, erano 56 quelli condannati per traffico di droga, mentre i restanti 53 erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio, terrorismo e altri crimini. Provenienti da 16 Paesi, i cittadini stranieri nel braccio della morte indonesiano erano 41, tutti condannati per traffico di droga. La Nigeria è in cima alla lista con 12 detenuti, seguono Australia con 6 e Cina con 5.
Il 16 marzo 2009, la Corte Suprema ha preparato un nuovo ordine che dà ai procuratori il diritto di accelerare le esecuzioni dei condannati a morte. “La procura deve informare i condannati a morte che tutte le vie legali devono essere percorse. Se, dopo gli opportuni limiti temporali, il condannato non ha esercitato i suoi diritti, i procuratori hanno il diritto di giustiziarlo”, ha detto il giudice della Corte Suprema, Joko Sarwoko, che ha steso l’ordine. Secondo il giudice, un limite appropriato può essere “uno o due mesi”.
 
Il codice penale prevede la pena di morte per omicidio, reati relativi alle armi illegali, alla corruzione, alla droga e al terrorismo.
In base alla legge indonesiana le richieste di grazia sono automatiche e inoltrate dai tribunali stessi quando i condannati a morte non provvedono da soli.
Le esecuzioni di solito avvengono tramite fucilazione di primo mattino su una spiaggia deserta o in una foresta remota. Il condannato riceve la notizia della sua esecuzione soltanto 72 ore prima. Con la testa coperta da un cappuccio e indosso una camicia bianca con un segno rosso all’altezza del cuore, il condannato affronta un plotone i cui membri – una dozzina – sono disposti in fila a breve distanza. Alcuni dei fucili sono caricati a salve, di modo che nessuno di loro sarà in grado di capire chi ha sparato il colpo fatale. Dopo la fucilazione, un dottore controlla che il corpo crivellato di colpi non dia più segni di vita. Se dovesse essere ancora vivo, il comandante del plotone sparerà un colpo di arma da fuoco alla testa del condannato.
 
Il 14 settembre 2009, la provincia indonesiana di Aceh ha approvato una legge che rende l’adulterio punibile con la lapidazione. In Base alla legge, approvata all’unanimità dal parlamento locale, gli adulteri sposati – musulmani e non – potranno essere condannati alla lapidazione, mentre gli adulteri non sposati potranno subire 100 colpi di canna. La controversa legge è stata approvata in una sessione plenaria due settimane prima dell’insediamento del nuovo parlamento dominato dal Partito di Aceh di ispirazione islamica moderata, dopo la pesante sconfitta dei partiti islamici conservatori nelle elezioni locali del settembre 2009. Il Partito di Aceh ha annunciato che avrebbe rivisto la legge nella nuova assemblea provinciale una volta insediata.
Il 28 settembre 2009, anche leader religiosi indonesiani hanno criticato la legge sulla lapidazione per gli adulteri passata dal consiglio legislativo provinciale di Aceh. Amidhan, capo del consiglio nazionale dei dotti islamici, ha detto: “l’ordinanza deve riconoscere e rispettare i diritti umani e non deve essere in conflitto con la legislazione nazionale e la costituzione del 1945.” “Non concordo con questa legge poiché va contro la dignità umana”, ha detto Padre Sebastianus Eka.
Il 27 ottobre 2009, il portavoce del Governo della provincia di Aceh, Abdul Hamid Zein, ha annunciato che la legge che prescrive la lapidazione per gli adulteri sarebbe stata ridiscussa. “Il Governatore provinciale Irwandi Yusuf si è rifiutato di firmare la legge per via della parte che prevede la lapidazione”, ha detto il portavoce, aggiungendo che “sin dall’inizio il Governo di Aceh non ha condiviso la legge. Ora confidiamo che il Parlamento locale la discuta di nuovo”.
India
 
Per il quinto anno consecutivo l’India non ha eseguito condanne a morte.
Il 14 agosto 2004, è stata effettuata la prima – e per ora unica – esecuzione in India dopo nove anni di una moratoria di fatto. L’India non tiene statistiche ufficiali sul numero delle condanne a morte e delle esecuzioni né sul numero dei detenuti nel braccio della morte. Secondo il Rapporto “Lotteria letale: La pena di morte in India”, presentato dall’Unione Popolare per i Diritti Civili e da Amnesty International e reso pubblico il 13 settembre 2008, tra il 1950 e il 2006 la Corte Suprema indiana ha approvato più di 700 condanne a morte.
Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 50 sentenze capitali.
 
In India, sono considerati reati capitali la cospirazione contro il Governo, la diserzione o la tentata diserzione, intraprendere o tentare di intraprendere una guerra contro il Governo centrale, l’omicidio o il tentato omicidio, l’induzione al suicidio di un minorenne o di un ritardato mentale.
Le corti speciali stabilite in base al Terrorist Affected Areas Special Courts Act del 1984 e in base al Prevention of Terrorism Act (POTA) del 2002, avevano il potere di imporre la pena di morte per atti di terrorismo.
 
Le condanne devono essere confermate dalla Corte Suprema, la quale nella storica sentenza “Bachan Singh contro lo stato del Punjab” del 9 maggio 1980 ha sostenuto che la pena di morte può essere applicata solo se il caso rientra tra quelli “più rari tra i rari”.
L’11 agosto 2008, affrontando il caso di Murli Manohar Mishra alias Swami Shraddhananda, la Corte Suprema Indiana ha ribadito questa linea stabilendo che, al fine di ridurre al minimo l’uso della pena di morte, potrà sostituire le condanne a morte con l’ergastolo. I giudici B N Agrawal, G S Singhvi e Aftab Alam, applicando quanto stabilito in passato dalla Corte Suprema, hanno deciso che Murli Manohar Mishra doveva essere condannato all’ergastolo invece che alla pena di morte. La Corte Suprema ha sottolineato nel suo verdetto che “la formalizzazione di questa speciale categoria di sentenze, per un numero ristretto di casi, avrà il grande vantaggio di mantenere la pena di morte nei codici, ma di usarla, di fatto, il meno possibile, solo nel più raro tra i rari dei casi”. Swami era stato condannato a morte per aver sepolto viva sua moglie nel giardino dietro casa dopo averle somministrato alcuni sedativi.
Il 18 agosto 2009, la Corte Suprema ha affermato che molti giudici, nel comminare la pena di morte in maniera meccanica rispetto alle linee guida del 1980 sulla sua applicazione solo nel caso “più raro tra i rari”, sembrano aver perso di vista i due elementi fondamentali: il caso in cui “l’alternativa minore (l’ergastolo) è assolutamente da escludere” e “gli standard di imparzialità”. Queste due condizioni devono essere pienamente soddisfatte dai giudici prima di emettere una condanna a morte, ma nel recente passato non sono state accuratamente rispettate, hanno detto i due giudici costituzionali S B Sinha e M K Sharma.
Preoccupata per le diverse interpretazioni delle linee guida sulla applicazione della pena di morte contenute nella sentenza Bachan Singh, la Corte Suprema ha detto che è giunto il momento di arrivare a una lettura univoca al fine di introdurre “un po’ di oggettività nella giurisprudenza sulla pena capitale che si sta sbriciolando sotto il peso delle più disparate interpretazioni”.
Questo giudizio è stato espresso nella sentenza con cui la Corte Suprema, nel comminare l’ergastolo a quattro membri di una banda responsabile di aver ucciso tre impiegati del partito di estrema destra “Shiv Sena” a Mumbai nel marzo 1999, ha rigettato il ricorso del governo di Mahrashtra che chiedeva la pena capitale per tre di loro. Un giudizio, quello della Corte, che sembra tener conto delle preoccupazioni dei commentatori giudiziari secondo i quali il ricco e potente scampa sempre alla pena capitale, mentre “alla fin fine è sempre l’emarginato e il povero a subire la pena estrema”.
 
Il 10 febbraio 2010, la Corte Suprema indiana ha chiarito che l’aver già scontato una lunga detenzione e le precarie condizioni socio-economiche sono circostanze attenuanti che possono condurre alla commutazione in ergastolo di una condanna capitale. Nel caso relativo a due imputati identificati come Mulla e Guddu, i giudici supremi P. Sathasivam e H.L. Dattu hanno stabilito la commutazione in ergastolo delle loro condanne capitali, emesse in origine per aver causato la morte di cinque lavoratori agricoli sequestrati a scopo di riscatto. Il crimine sarebbe avvenuto il 22 dicembre 1995 nel distretto Sitapur dello Stato indiano di Uttar Pradesh. I giudici hanno affermato: “Nel caso in esame, i condannati hanno un retroterra estremamente povero e hanno evidentemente commesso questo orribile crimine per un bisogno economico. Nonostante lo shock provocato dalle loro azioni, non ci sono ragioni per cui non possano nel tempo correggersi.” Uno degli appellanti ha 65 anni, il secondo 64, ed entrambi si trovano in carcere da più di 14 anni, hanno sottolineato i giudici. “Nonostante la natura del crimine, le circostanze attenuanti ci consentono di sostituire la condanna a morte con l’ergastolo. Tuttavia la pena dell’ergastolo deve coprire la loro intera vita e non deve essere soggetta ad alcuna remissione da parte del governo.”
Il 20 maggio 2010, con una sentenza che pare essere in linea con quella della Corte Suprema indiana, l’Alta Corte di Gauhati, nello stato di Assam, ha commutato in ergastolo la condanna a morte di un guidatore di risciò, Sujit Biswas, 24 anni. I giudici Amitava Roy e P.K. Mushahary hanno stabilito che la condanna a morte non fosse la sentenza appropriata per il ragazzo, riconosciuto colpevole dello stupro e omicidio di una bambina di tre anni, commessi a ottobre del 2007 nella zona Nepali Mandir della città, dal momento che Sujit “è giovane e vive in povertà”.
 
Il 16 settembre 2009, un Ministro dell’Unione ha chiesto di ripensare alla questione della pena di morte. “Sono pochi i paesi nel mondo che ancora si vendicano degli assassini uccidendoli. Noi abbiamo ancora la pena capitale”, ha detto il Ministro per le minoranze Salman Khurshid.
Il 9 novembre 2009, in occasione di una cerimonia organizzata dal Consiglio Sikh del Punjab, il giudice Ajit Singh Bains, presidente dell’Organizzazione per i Diritti Umani del Punjab, ha rivolto un appello in favore dell’abolizione della pena di morte in India.
 
 
 
 
 
EUROPA LIBERA DALLA PENA DI MORTE, SE NON FOSSE PER LA BIELORUSSIA E LA RUSSIA
 
L’Europa sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia, Paese che anche dopo la fine dell’Unione Sovietica non ha mai smesso di condannare a morte e giustiziare i suoi cittadini. La Russia, sebbene ancora Paese mantenitore, è impegnata invece ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d’Europa e dal 1996 rispetta una moratoria legale delle esecuzioni.
Per quanto riguarda il resto dell’Europa, a parte la Lettonia che prevede la pena di morte solo per reati commessi in tempo di guerra, tutti gli altri Paesi europei hanno abolito la pena di morte in tutte le circostanze.
Nel luglio del 2009, l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha approvato una risoluzione “sulla moratoria della pena di morte nella prospettiva della sua abolizione”.
 
Bielorussia
 
La pena capitale in Bielorussia è prevista per 14 reati che vanno dall’omicidio a una serie di reati militari e contro la sicurezza dello Stato, ai crimini contro l’umanità. Nell’articolo 24 della Costituzione si legge che “la pena di morte può essere applicata come misura eccezionale di punizione solo in caso di gravi crimini, nel rispetto della legge e in base a sentenza di tribunale, fino a che non sarà abolita”.
Le informazioni sulla pena di morte sono considerate segreto di Stato. Gli stessi parenti dei giustiziati non sono informati sulla data delle esecuzione né sul luogo della loro sepoltura.
 
Secondo stime non ufficiali, circa 400 persone sono state giustiziate in Bielorussia a partire dal 1991. In base a dati ufficiali, oltre 160 sentenze capitali sono state eseguite dal 1997 fino al 2008. In questo periodo, una sola persona condannata a morte è stata graziata dal Presidente Alexander Lukashenko.
Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio. Nel 2008, erano state effettuate 4 esecuzioni. Nel 2007 ne era stata effettuata una.
Per quanto riguarda gli anni precedenti, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha riportato informazioni da fonti ufficiali secondo cui ci sarebbero state cinque esecuzioni tra il 30 giugno 2005 e il 30 giugno 2006. Tenuto conto che il Presidente della Corte Suprema, Valyantsin Sukala, l’8 febbraio 2006, aveva dichiarato che nel 2005 erano state effettuate 2 esecuzioni, dai dati dell’OSCE si ricava che tre persone sono state giustiziate nel 2006. Secondo il Ministro dell’Interno della Bielorussia Uladzimir Navumaw nel 2004 “sono state condannate a morte e giustiziate cinque persone”. Secondo l’OSCE, almeno una persona è stata giustiziata nel 2003 e 5 nel 2002. Sette persone erano state giustiziate nel 2001 e 10 nel 2000. Secondo l’allora Procuratore Generale Oleg Bozhelko, nel 1999 erano state eseguite 14 condanne a morte, mentre l’OSCE aveva riportato 40 esecuzioni nel 1998.
 
In un referendum del 1996, non riconosciuto dalla comunità internazionale a causa di gravi irregolarità, la maggioranza dei votanti (80,44%) si era espressa a favore della pena capitale. Il Presidente Alexander Lukashenko è stato aspramente criticato in occidente per il suo ruolo autoritario e nel gennaio del 1997 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) ha sospeso la Bielorussia dallo status di osservatore speciale, anche a causa della sua posizione sulla pena di morte.
Le autorità bielorusse non hanno preso nessuna misura decisiva volta ad abolire la pena di morte o a stabilire una moratoria legale. Il dibattito si è sostanzialmente limitato alle prospettive dell’adesione della Bielorussia al Consiglio d’Europa, il quale pone come condizione tra l’altro l’abolizione della pena capitale.
Nello stesso tempo, i sociologi registrano una considerevole evoluzione in senso umanitario dell’opinione pubblica bielorussa riguardo alla pena di morte. In particolare, secondo i dati del sondaggio nazionale effettuato nel settembre 2008 dall’Istituto Indipendente di Studi Socio-economici e Politici, il 44,2% degli intervistati si è espresso per l’abolizione della pena capitale nella Repubblica di Bielorussia, mentre il 47,8% è per il suo mantenimento. Ciò significa che ogni riferimento al referendum del 1996 non riflette più l’opinione pubblica attuale ed è usato solo per giustificare la riluttanza delle autorità a prendere decisioni politiche.

Il 21 gennaio 2009, Grigory Vasilevich, Procuratore Generale del Paese, ha detto in una conferenza stampa: “Se ci stiamo muovendo per entrare a far parte del Consiglio d’Europa, dovremmo accettare le regole del Consiglio.”

Il 6 marzo 2009, Yevgeny Smirnov, presidente della Commissione Giustizia dell’Assemblea Nazionale, ha dichiarato: “Le autorità bielorusse difficilmente decideranno di abolire la pena di morte, tuttavia l’introduzione di una moratoria sul tipo di quella vigente in Russia potrebbe rappresentare un’opzione possibile.”

L’11 marzo 2009, il presidente della Corte Costituzionale della Bielorussia, Pyotr Miklashevich, in una conferenza stampa, ha dichiarato: “Sono il Parlamento e il Presidente a poter iniziare il processo di abolizione in Bielorussia.” Ma ha aggiunto: “La clausola sulla pena di morte è contenuta nella prima sezione della Costituzione che è sotto speciale protezione. Qualunque emendamento o aggiunta sono possibili solo tramite referendum.”

Il 25 marzo 2009, il vicepresidente della Corte Suprema bielorussa, Valery Kalinkovich, ha dichiarato: “Siamo in pratica a un passo dall’abolizione della pena di morte.” Ha precisato però che eventuali provvedimenti relativi alla pena capitale non rientrano tra le competenze della Corte Suprema.

Il 19 agosto 2009, il Procuratore Generale Ryhor Vasilevich ha dichiarato che i crimini più gravi devono essere puniti con la pena capitale. “La misura è grave, ma giusta”, ha detto Vasilevich nel corso di una conferenza stampa a Minsk.
Il 10 ottobre 2009, Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, il centro d’informazione del Consiglio d’Europa a Minsk ha lanciato una campagna sull’abolizione. Il direttore del centro, Ihar Horski, ha spiegato che un video di 45 secondi andrà in onda su tutte le televisioni bielorusse. Il messaggio essenziale del video è che la pena di morte non è un deterrente per i criminali. Il video verrà trasmesso anche su schermi a cristalli liquidi nei palazzi governativi e nei centri commerciali della capitale. Il messaggio verrà diffuso anche sui tabelloni pubblicitari di Minsk, delle capitali regionali e delle università. L’Unione Europea e il Consiglio d’Europa hanno chiesto molte volte alle autorità bielorusse di abolire la pena capitale o dichiarare una moratoria sull’uso della pena di morte nel Paese. L’ultima volta nel giugno 2009, quando l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione secondo cui il parlamento bielorusso avrebbe potuto riguadagnare il suo status di Osservatore Speciale nell’Assemblea Parlamentare se avesse imposto una moratoria sulla pena di morte.
Il 30 novembre 2009, il presidente Alexander Lukashenko ha detto che le autorità bielorusse avrebbero avviato presto una campagna d’informazione sull’abolizione della pena di morte. “Si terranno delle audizioni parlamentari e discuteremo dell’argomento sugli organi d’informazione. Il popolo deciderà se la pena capitale debba essere o no abolita”, ha detto Lukashenko. “La stragrande maggioranza dei cittadini bielorussi – ha aggiunto il Presidente – ha approvato la pena di morte in un referendum del 1996 e soltanto un nuovo referendum può cambiare questo stato di cose.” “Se convocassimo un referendum adesso, otterremmo lo stesso risultato del precedente.”
Il 23 marzo 2010, il Consiglio d’Europa ha espresso dura condanna per le esecuzioni di Andrei Zhuk, 25 anni, e Vasily Yuzepchuk, 30 anni, entrambi riconosciuti colpevoli di omicidio. Nel comunicato congiunto del Segretario Generale Thorbjørn Jagland (norvegese), della Presidente del Comitato dei Ministri Micheline Calmy-Rey (svizzera) e del Presidente dell’Assemblea Parlamentare Mevlüt Çavusoglu (turco), si legge: “La pena di morte è una pena crudele e degradante, che è stata abolita dal Consiglio d’Europa attraverso il Sesto Protocollo alla Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali. Le autorità bielorusse sono ormai le uniche in Europa a giustiziare persone. Le esecuzioni […] costituiscono un serio ostacolo alla nostra aspirazione di avvicinare la Bielorussia ai valori europei. Siamo pronti ad aiutare la Bielorussia a uscire dall’isolamento che si è imposto. Ma il Paese deve scegliere tra l’attuale sistema e il valore della democrazia e dei diritti umani. Ecco perché chiediamo l’immediata abolizione della pena di morte.”
Il 14 maggio 2010, due uomini sono stati condannati a morte in Bielorussia per tre omicidi commessi nell’ottobre del 2009 nel corso di una rapina a mano armata. Si tratta di Aleg Gryshkautsou, di 29 anni, e Andrei Burdyka di 28, riconosciuti colpevoli dal giudice Pyotr Bandyk del tribunale di Grodno di aver ucciso due uomini e una donna nell’ottobre 2009, per poi rubare 520 dollari e dare alle fiamme l’abitazione delle vittime.
 
Russia

 

Diversa la situazione della Russia che dal 28 febbraio 1996 è impegnata all’abolizione della pena di morte come membro del Consiglio d’Europa. Nell’agosto del 1996, l’allora Presidente Boris Eltsin, per adempiere agli obblighi internazionali, ha imposto una moratoria sulle esecuzioni, tuttora in vigore, anche se esecuzioni sarebbero state effettuate in Cecenia tra il 1996 e il 1999.
La moratoria ha aggirato il costante rifiuto da parte della Duma di Stato russa (Camera bassa) di abolire la pena di morte.
La Russia ha firmato nel 1996 il Sesto Protocollo della Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, relativo all’abolizione della pena di morte, ma il parlamento non lo ha ancora ratificato.
Nel 2000, la Corte Costituzionale ha stabilito che non possono essere pronunciate nuove condanne a morte fino a che non sia stato messo in pratica il nuovo sistema di giurie in tutto il Paese. L’8 dicembre 2006, la Duma di Stato ha approvato l’estensione di tre anni della moratoria sulla pena di morte, fissandone il termine al 2010 e non più nel 2007, come precedentemente stabilito, per guadagnare il tempo necessario a introdurre in Cecenia le giurie popolari al posto del collegio di tre giudici, come stabilito dalla Corte Costituzionale. La procedura istitutiva delle giurie popolari si è conclusa in tutta la Federazione il 1° gennaio 2010.
Il 19 novembre 2009, la Corte Costituzionale ha stabilito che in Russia la moratoria sulla pena di morte proseguirà dopo il 1° gennaio 2010, lasciando chiaramente intendere la volontà di eliminare la pena capitale dall’ordinamento giudiziario russo. La Corte Costituzionale ha affermato che l’introduzione su tutto il territorio del Paese delle giurie popolari “non da’ il via libera all’applicazione della pena di morte, anche sulla base di sentenze pronunciate da giurie popolari”. “La Corte Costituzionale ha con ciò posto il punto finale al dibattito sulla sorte futura della pena capitale”, ha detto a Interfax Pavel Odintsov, portavoce della Corte. Il presidente della Corte Costituzionale, Valeri Zorkin, ha motivato la decisione riferendosi tra l’altro a una serie di norme internazionali sottoscritte anche da Mosca e che vietano o raccomandano di vietare l’applicazione della pena di morte.
 
Da parte sua, il Primo Ministro Vladimir Putin si è più volte dichiarato contrario alla pena di morte, spiegando che “lo strumento più efficace nella lotta contro il crimine è la certezza della pena, e non la sua crudeltà”. Secondo il leader del Cremlino, tuttavia, per arrivare all’abolizione della pena di morte “serve una educazione generale, è necessario che la gente capisca”. Il riferimento è evidentemente al fatto che secondo i sondaggi in Russia la maggioranza della popolazione sarebbe favorevole al ripristino della pena di morte. “Però non bisogna unirsi al populismo – ha dichiarato Putin – e credo anche che oggi in Russia non ce ne sia bisogno.”
L’8 settembre 2009, la portavoce del presidente russo Dmitry Medvedev, Nataliya Timakova, ha dichiarato che la Russia continuerà a mantenere la moratoria sulla pena di morte, precisando che “la questione dell’abolizione della moratoria non era esaminata né dall’amministrazione presidenziale né dalla magistratura”. La Timakova è intervenuta in risposta alla notizia comparsa sulla edizione russa del settimanale Newsweek, secondo cui il Cremlino starebbe considerando la fine della moratoria.
 
Il 23 marzo 2010, il presidente della Duma di Stato, Boris Gryzlov, ha dichiarato che la Russia ha evitato di ratificare il Sesto Protocollo alla Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, relativo all’abolizione della pena di morte, considerate le minacce terroristiche presenti nel Paese. “Le circostanze non ci permettono di farlo. Il motivo è legato alle attività terroristiche in Russia”, ha detto Gryzlov in un incontro con Andreas Gross e Georgy Frunda, membri della Commissione di monitoraggio dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), svoltosi alla Duma. Gryzlov ha ribadito che la Russia ha soddisfatto la maggior parte degli obblighi assunti al momento della sua adesione al Consiglio d’Europa nel 1996. Mosca è pronta a continuare a lavorare sulla questione “sebbene altri Paesi, pur trovandosi secondo noi in una situazione peggiore, hanno interrotto il monitoraggio”, ha detto Gryzlov ai membri della PACE.
Il 31 marzo 2010, Sergei Mironov, presidente del Consiglio della Federazione russa (Camera Alta del Parlamento) ha dichiarato di non essere favorevole alla pena di morte per i responsabili di azioni terroristiche. Mironov ha detto ai giornalisti che “la proposta di Lyskov, presidente della Commissione Affari giudiziari e legali del Consiglio della Federazione, di punire con la morte i terroristi le cui azioni provochino la perdita di vite umane, costituisce una sua opinione personale”. Dopo aver precisato che “non sono in vista iniziative legislative del genere” nel Consiglio della Federazione e che “sul tema non c’è alcun gruppo di lavoro”, Mironov ha detto di sostenere l’ergastolo, e di essere favorevole a integrazioni legislative in modo da precludere la grazia. L’ergastolo “non dovrebbe essere mitigato per nessun motivo, neanche per motivi di salute”, ha spiegato il Presidente del consiglio federale, aggiungendo che, se ci fosse la pena capitale, a causa di errori giudiziari persone innocenti potrebbero perdere la vita.
 
Secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Russo dell’Opinione Pubblica reso pubblico il 19 febbraio 2010, il 44% dei russi pensa che la pena di morte dovrebbe rientrare in vigore ed essere applicata. Il 18% è dell’opinione che andrebbe abolita del tutto mentre il 29% vorrebbe che si mantenesse la moratoria.
 
 
 
 
ABOLIZIONI LEGALI, DI FATTO E MORATORIE
 
Il trend mondiale verso l’abolizione di diritto o di fatto della pena di morte in corso ormai da oltre dieci anni ha trovato una decisa conferma anche nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Dopo che nel 2008, 3 Paesi hanno cambiato status rafforzando ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista, altri 6 lo hanno fatto nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Nell’aprile 2009 il Burundi ha adottato un nuovo codice penale che abolisce la pena di morte.
Nel giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte.
Nel luglio 2009, il Presidente del Kazakistan ha promulgato la legge che limita la pena di morte a crimini terroristici che provocano la morte di persone e a reati particolarmente gravi commessi in tempo di guerra.
Nel luglio 2009 Trinidad e Tobago ha superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi va considerata abolizionista di fatto.
Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto.
Nel gennaio 2010, il Presidente della Mongolia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007. Molto vicino all’abolizione è arrivato anche il Connecticut, dove Camera e Senato hanno votato l’abolizione, ma la governatrice M. Jodi Rell ha posto il veto il 5 giugno 2009.
 
Burundi
 
Il 22 aprile 2009, il Presidente del Burundi ha promulgato il nuovo codice penale che abolisce la pena di morte e stabilisce l’ergastolo come pena massima. Tutti gli attuali prigionieri del braccio della morte riceveranno quindi la commutazione della pena.
Il nuovo codice, composto da 620 articoli, recepisce anche norme di diritto internazionale relative al genocidio, ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, non considerati finora come reati. Introduce inoltre delle misure per la protezione di donne e bambini da ogni forma di violenza, in particolare quella di natura sessuale. La nuova legge prevede per il reato di tortura pene detentive da 10 anni all’ergastolo, mentre per lo stupro da 20 anni all’ergastolo.
L’aspetto negativo del nuovo codice è che esso rende l’omosessualità un reato punibile in Burundi con la detenzione. Infatti, in base all’articolo 567 del Codice Penale, chi ha una relazione omosessuale rischia ora da tre mesi a due anni di carcere e una multa da 42 a 84 dollari USA. A marzo, la Camera ha ribaltato il voto con cui il Senato aveva precedentemente respinto l’emendamento al codice penale che prevede il carcere per gli omosessuali. Contro la decisione del Senato, il Governo aveva convocato una manifestazione di protesta, svoltasi il 12 marzo, che ha visto la partecipazione di migliaia di cittadini.
Più di 60 organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali hanno denunciato la misura discriminatoria nei confronti degli omosessuali. “Il Governo afferma di sostenere i diritti umani, ma ha fatto passare una legge che non solo viola il diritto alla privacy, ma discrimina anche un gruppo di cittadini vulnerabili all’HIV/AIDS”, ha dichiarato David Nahimana, presidente dell’organizzazione umanitaria burundese Ligue Iteka. “Queste previsioni del Codice Penale devono essere riviste immediatamente.”
Il 21 novembre 2008, l’Assemblea Nazionale del Burundi aveva approvato la nuova legge penale che abolisce la pena di morte con 90 voti a favore, nessuno contrario e 10 astensioni, approvando però anche un emendamento che rendeva l’omosessualità un reato. “Si tratta di una legge rivoluzionaria, dal momento che abolisce la pena di morte in Burundi per la prima volta”, aveva dichiarato il deputato estensore della legge Didace Kiganahe, già ministro della giustizia. “Questo voto ha richiesto coraggio, poiché i parlamentari hanno votato a favore dell’abolizione della pena capitale pur sapendo che il proprio elettorato vorrebbe mantenerla”, aveva aggiunto Kiganahe. Di parere diverso la deputata Catherine Mabobori, che motivando la propria astensione legata all’introduzione del reato di omosessualità, aveva dichiarato: “Purtroppo questa legge rappresenta un passo indietro poiché rende l’omosessualità un reato penale, mentre finora l’atteggiamento è stato di tolleranza.”
Il 17 febbraio 2009, il Senato del Burundi ha votato la riforma del codice penale del Paese, che abolisce la pena di morte, respingendo però l’emendamento che dichiarava illegale l’omosessualità. Dei 43 senatori presenti, 36 hanno votato contro l’emendamento sull’omosessualità. “Non sono dispiaciuto che (l’emendamento) sull’omosessualità sia stato respinto”, ha detto il Ministro della Giustizia Jean-Bosco Ndikumana, che era contrario alla proposta.
Il disegno di legge, rivisto dal Senato, è tornato all’Assemblea Nazionale che a marzo ha ribaltato il voto del Senato contrario alla criminalizzazione dell’omosessualità. In base alla Costituzione del Burundi, l’Assemblea Nazionale prevale in caso di conflitto tra le due camere.
 
Sin dall’indipendenza dal Belgio nel 1962, il Burundi è stato teatro di scontri tra la minoranza dei Tutsi al potere nel Paese e gli Hutu che costituiscono la maggioranza della popolazione. Il conflitto etnico si è ulteriormente aggravato nel 1993, dopo l’assassinio da parte di estremisti Tutsi del Presidente Hutu Melchior Ndadaye, il primo Presidente del Paese eletto democraticamente. Oltre 500.000 persone sono morte nel corso di massacri, ribellioni e colpi di stato che si sono susseguiti per una decade.
Il 28 agosto 2000 è stato firmato ad Arusha, in Tanzania, un accordo di pace tra il Governo, i principali partiti politici e alcuni gruppi armati dell’opposizione. Come stabilito nell’Accordo, il leader dei Tutsi Pierre Buyoya ha guidato il governo per i primi 18 mesi e il 30 agosto 2003 ha lasciato il potere al suo Vice Presidente, l’Hutu Domitien Ndayizeye, per gli altri 18 mesi del periodo di transizione.
Nell’aprile del 2003 il Parlamento nazionale di transizione ha votato all’unanimità il riconoscimento della Corte Penale Internazionale, il tribunale permanente delle Nazioni Unite per i crimini di guerra. Nel gennaio 2005, è stata istituita la Truth and Reconciliation Commission (Commissione Verità e Riconciliazione) con un mandato di due anni per investigare sui crimini politici commessi tra il 1962 e il 2000.
Una nuova Costituzione che stabilisce un sistema di ripartizione del potere gradito sia all’esercito dominato dalla minoranza Tutsi sia ai ribelli Hutu, è stata approvata con un referendum popolare che si è tenuto nel marzo 2005. L’ex leader ribelle Pierre Nkurunziza era il candidato unico alle elezioni presidenziali dell’agosto 2005, le prime democratiche tenute nel Paese dall’inizio della guerra civile.
 
Prima della riforma del codice che ha abolito la pena di morte, in Burundi erano considerati reati capitali omicidio premeditato, stregoneria, tradimento, spionaggio, attentato alla vita del Capo dello Stato e cannibalismo. Più di 600 persone sono state condannate a morte in Burundi per crimini violenti commessi tra il 1993 e aprile 2003.
Nel 1999 vi sono state 62 esecuzioni. Nel 2000 due soldati sono stati giustiziati per omicidio. E’ dal 2001 che non si registravano esecuzioni.
Secondo organizzazioni per i diritti umani locali, alla fine del 2008 erano circa 800 i prigionieri nel braccio della morte del Burundi, la cui condanna deve essere ora commutata.
 
Togo
 
Il 23 giugno 2009, il parlamento del Togo ha votato all’unanimità la legge che abolisce la pena di morte nel Paese. In base alla nuova legge, i condannati a morte avranno la loro pena commutata in ergastolo.
La legge, composta da cinque articoli, afferma il principio dell’abolizione della pena di morte, stabilisce la sua sostituzione con l’ergastolo e prevede la sostituzione in tutta la legislazione togolese di ogni riferimento alla pena di morte con le parole “reclusione a vita”.
Alla votazione dell’Assemblea Nazionale, riunita in seduta plenaria e presieduta dal Presidente El Hadj Abass Bonfoh, ha assistito anche il Primo Ministro spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero, impegnato nella campagna per una moratoria universale della pena di morte nella prospettiva della sua abolizione completa. “Il parlamento Togolese ha levato una voce a favore della giustizia e della dignità umana”, ha dichiarato Zapatero, che ha definito l’abolizione della pena di morte “un passo da gigante per il Togo”. Da parte sua, il Ministro della Giustizia, Kokou Tozoun, ha detto: “Penso sia stata la decisione migliore che abbiamo preso quest’anno... noi non abbiamo il diritto di dare la morte a nessuno se siamo convinti, come siamo, che la morte non è una cosa buona da dare.”
 
La decisione di abolire la pena di morte era stata presa dal Consiglio dei Ministri del Togo il 10 dicembre 2008. In un comunicato ufficiale emesso al termine della riunione del Consiglio e letto dal ministro per la Comunicazione e la Cultura, Oulegoh Keyewa, si spiegava che “l’abolizione della pena capitale, considerata come una pena umiliante, degradante e crudele dalla comunità delle nazioni rispettose dei diritti umani, si è imposta alla coscienza collettiva dei togolesi dopo trent`anni di moratoria”. Una tale pena, continuava il comunicato, è “irrimediabile” e “incompatibile” con la scelta del Paese di dotarsi di “una giustizia che limiti gli errori giudiziari, corregga, educhi e garantisca i diritti propri della persona”.
L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay, aveva accolto favorevolmente la decisione del Togo di cancellare la pena di morte dal proprio codice penale. Pillay ha detto che l’abolizione della pena capitale in questo stato dell’Africa occidentale dimostra il rispetto del Togo per il diritto alla vita, affermando inoltre che la decisione del Consiglio dei Ministri dimostra che il Togo sta mettendo in atto un “sistema obiettivo di giustizia che non ricorre alla violenza”.
 
Prima dell’abolizione, erano considerati reati capitali l’omicidio premeditato e i complotti contro la sicurezza dello Stato.
L’ultima esecuzione in Togo risale al 1978, mentre l’ultima condanna a morte risale al 2003. Nel dicembre 1986, erano state condannate a morte tredici persone per il ruolo svolto nel fallito colpo di Stato del settembre 1986, ma le loro sentenze erano state commutate in ergastolo dall’allora Presidente Gnassingbé Eyadéma nell’ottobre 1987.
Al momento dell’abolizione, i detenuti nel braccio della morte togolese erano almeno sei.
 
Kazakistan
 
Il 27 maggio 2009, la Camera bassa (Majilis) del Parlamento kazako ha approvato il disegno di legge “Emendamenti alla legislazione della Repubblica del Kazakistan sul tema della pena capitale”, allineando la legislazione penale alla Costituzione del Paese. Gli emendamenti prevedono la pena di morte solo per crimini terroristici che provocano la morte di persone e per crimini particolarmente gravi commessi in tempo di guerra, riconoscendo alle persone condannate il diritto di inoltrare richiesta di grazia. In base al disegno di legge approvato, sono ridotti a otto i reati che comportano la pena di morte.
Il 24 giugno 2009, con l’approvazione da parte della Camera bassa di alcuni emendamenti introdotti al Senato, la nuova normativa è stata licenziata dal Parlamento di Astana e inviata al presidente Nursultan Nazarbaev che l’ha promulgata il 10 luglio 2009.
 
Rappresentanti della Corte Suprema, della Procura Generale, del Ministero della Giustizia, del Ministero degli Interni, del Ministero della Difesa e del Comitato per la Sicurezza nazionale, hanno concorso alla elaborazione della riforma. La proposta di legge è stata esaminata anche da esperti indipendenti dell’OSCE.
Il 21 maggio 2007, il Kazakistan aveva promulgato un emendamento alla Costituzione che limita l’uso della pena capitale ad azioni terroristiche che causano perdita di vita umana e a reati eccezionalmente gravi commessi in tempo di guerra. La riforma era stata proposta alle Camere riunite in seduta congiunta il 16 maggio dal presidente Nursultan Nazarbayev, il quale aveva detto che in tal modo “il Kazakistan diventerà un Paese in cui la pena di morte esiste solo virtualmente”. Nazarbayev aveva aggiunto che “la pena capitale non è stata usata nel Paese negli ultimi quattro anni grazie alla moratoria da me introdotta”.
In conformità con la nuova norma costituzionale, era necessario emendare anche il nuovo Codice Penale in vigore dal 1° gennaio 1998, con il quale i reati passibili di morte in tempo di pace erano stati ridotti da 18 a 3: omicidio premeditato, genocidio e sabotaggio. La pena di morte era mantenuta anche per tradimento e per altri 7 reati militari commessi in tempo di guerra.
Dal 1° gennaio 2004 è in vigore l’ergastolo come alternativa.
Le ultime esecuzioni effettuate nel Paese risalgono al novembre del 2003 quando sono state giustiziate cinque persone. Il 17 dicembre 2003, il Presidente Nazarbayev aveva introdotto una moratoria sulla pena di morte.
Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, 32 persone sono state giustiziate nel 2001, 33 nel 2002 e 14 durante la prima metà del 2003.
 
Trinidad e Tobago
 
Trinidad e Tobago è divenuto un Paese “abolizionista di fatto” nel luglio 2009, dopo oltre un decennio che non si effettuavano impiccagioni. Infatti, le ultime esecuzioni sono state effettuate il 28 luglio 1999, quando sono stati giustiziati Anthony Briggs e Wenceslaus James, quest’ultimo mentre aveva un appello pendente di fronte all’Organizzazione degli Stati Americani.
Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 11 condanne a morte.
 
Nell’ agosto 2008, 52 detenuti di Trinidad e Tobago, giudicati colpevoli di omicidio, si erano visti commutare la condanna capitale in ergastolo dopo che il giudice Nolan Bereaux dell’Alta Corte di Port-of-Spain si è pronunciato a favore della petizione di natura costituzionale promossa dai prigionieri, nella quale chiedevano di essere trasferiti dal braccio della morte. Perché, dopo la sentenza Pratt e Morgan del Privy Council di Londra, che funge da corte d’appello di ultima istanza nella regione caraibica, il limite costituzionale per eseguire la condanna a morte è di 5 anni dalla data del verdetto. I prigionieri giudicati colpevoli di omicidio passeranno il resto della loro vita in carcere.
Dopo la decisione dell’Alta Corte, il governo di Trinidad e Tobago ha reso noto che cercherà di emendare la legge esistente per rendere più semplici le esecuzioni. Il ministro della giustizia Bridgid Annisette-George ha ribadito che il verdetto comunque “non avrà effetto sulle condanne a morte emesse a partire dall’8 luglio 2004”. Il ministro ha reso noto che almeno 30 persone rimangono nel braccio della morte e che lo Stato ha l’impegno di eseguire le sentenze capitali. Annisette-George ha detto che il governo guidato da Patrick Manning starebbe cercando di emendare la norma costituzionale per far fronte al problema creato dalla sentenza Pratt e Morgan del Privy Council.
 
Trinidad e Tobago è tra gli undici firmatari dell’accordo del 2001 volto a stabilire una Corte Caraibica di Giustizia, sostitutiva del Privy Council di Londra come corte d’appello di ultima istanza nella regione. I leader dei Paesi caraibici vedono in essa la fine dell’ultimo retaggio del colonialismo, ma i militanti per i diritti umani sono preoccupati che con la nuova giurisdizione aumenteranno le esecuzioni essendo i governi caraibici per lo più a favore della pena di morte. Il 16 aprile 2005, la Corte Caraibica di Giustizia è stata inaugurata proprio a Port Spain, capitale di Trinidad, dove ha il suo quartier generale. Comunque, il governo non è finora riuscito a far passare un emendamento alla Costituzione necessario alla adesione effettiva del Paese alla nuova giurisdizione.
 
Bahamas
 
Nel gennaio 2010 le Bahamas hanno superato dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi vanno considerate abolizioniste di fatto.
 
Sono reati capitali il tradimento e la pirateria. Fino al 2006, la pena di morte era una sanzione obbligatoria in caso di omicidio.
L’arcipelago delle Bahamas è uno Stato indipendente nell’ambito del Commonwealth per il quale il Comitato Giudiziario del Privy Council di Londra rimane la Corte d’Appello di ultima istanza.
In base a una sentenza del Privy Council del 1993, la pena di morte non può essere eseguita e va commutata automaticamente in ergastolo nel caso in cui il condannato abbia passato più di cinque anni nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione.
L’8 marzo 2006, con un’altra importante sentenza, il Comitato Giudiziario del Privy Council ha stabilito che la condanna a morte obbligatoria per omicidio viola la Costituzione delle Bahamas e i diritti umani internazionalmente riconosciuti. Per Lord Bingham di Cornhill, uno dei cinque giudici componenti il Comitato Giudiziario, la pena di morte obbligatoria sarebbe dovuta essere considerata una sanzione inumana e degradante già dal 1973. A partire da quell’anno, sono 16 le persone giustiziate nelle Bahamas. Se il giudice avesse potuto scegliere con ogni probabilità non sarebbero state giustiziate.
L’11 marzo 2002, il Comitato Giudiziario del Privy Council, nel confermare una decisione emessa nell’aprile del 2001 dalla Corte d’Appello dei Caraibi orientali (ECCA), aveva già unanimemente considerato incostituzionale – perché inumana e degradante – la pena di morte quale sanzione obbligatoria per omicidio.
Negli anni precedenti, un caso particolarmente importante è stato quello di David Mitchell e John Higgs, condannati a morte per omicidio. Nel 1999, il Privy Council aveva rigettato i loro ricorsi in appello con il parere contrario di due dei cinque giudici che componevano la giuria. Lord Steyn e Lord Cook avevano affermato che per le condizioni disumane in cui i due condannati erano stati detenuti non dovevano essere giustiziati.
David Mitchell è stato giustiziato il 6 gennaio del 2000 e questa è stata l’ultima esecuzione avvenuta alle Bahamas. John Higgs che avrebbe dovuto essere impiccato dopo di lui si suicidò in carcere poche ore prima di salire sul patibolo.
Le Bahamas sono tra gli undici firmatari dell’accordo del 2001 volto a stabilire una Corte Caraibica di Giustizia, sostitutiva del Privy Council di Londra come corte d’appello di ultima istanza nella regione. Comunque, le Bahamas devono indire un referendum speciale per decidere l’adesione alla Corte inaugurata a Trinidad nel 2005.
 
Mongolia
 
Il 14 gennaio 2010, il presidente mongolo Tsakhia Elbegdorj ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali, un gesto che le organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno accolto come passo verso una legge che abolisca nel Paese la pena di morte. “La maggioranza dei Paesi del mondo ha scelto di abolire la pena di morte. Noi dovremmo andare nella stessa direzione”, ha spiegato Elbegdorj davanti al Parlamento. “A partire da domani grazierò i prigionieri del braccio della morte.”
Il presidente Elbegdorj propone di sostituire la pena di morte con 30 anni di prigione, tuttavia la decisione di abolirla spetta al Parlamento, controllato dall’opposizione, nelle cui fila sono molti i favorevoli al mantenimento della pena capitale.
 
Dopo essere stata per 65 anni uno Stato satellite dell’Unione Sovietica, nel 1990 la Mongolia ha iniziato la transizione verso la democrazia legalizzando i partiti di opposizione e tenendo le prime elezioni multipartitiche.
Dopo una modifica apportata nel 1994 al codice penale, i reati capitali sono stati ridotti a omicidio premeditato, stupro aggravato o su minore e reati contro lo Stato se commessi con l’uso di violenza. Le donne di oltre 60 anni e i minori di 18 anni non sono passibili di pena capitale.
Il Governo della Mongolia non ha mai reso pubblici i dati su condanne a morte ed esecuzioni. Nel 2006 vi sarebbero state almeno 3 esecuzioni, e Amnesty International, pur in assenza di informazioni attendibili, teme che esecuzioni siano state effettuate nel Paese anche nel 2007, mentre almeno 5 esecuzioni sarebbero state effettuate nel 2008.
Nel 2009 non si sono registrate esecuzioni nel Paese e sono almeno tre le condanne a morte commutate dal Presidente Elbegdorj da quando è entrato in carica a maggio.
Il 15 ottobre 2009, il Presidente Tsakhia Elbegdorj ha concesso la grazia a Buuveibaatar, 33 anni, la cui condanna a morte è stata commutata in pena detentiva. Buuveibaatar era stato condannato a morte il 1° agosto 2008 dal tribunale del distretto di Bayangol della capitale Ulan Bator per l’assassinio nel gennaio 2008 del fidanzato della sua ex ragazza. Secondo il padre, il condannato sarebbe stato picchiato durante un fermo di polizia e avrebbe “confessato” il crimine durante gli interrogatori. La pena di morte nei confronti di Buuveibaatar era stata confermata dalla Corte suprema della Mongolia. Dopo di che la famiglia aveva scritto il 1° aprile 2009 all’allora Presidente della Mongolia Nambaryn Enkhbayar per chiedere clemenza, richiesta rinnovata il 2 luglio al nuovo Presidente Elbegdorj che l’ha accolta.
 
Stati Uniti d’America
 
Il 18 marzo 2009, il New Mexico ha abolito la pena di morte, divenendo così il secondo Stato USA in oltre quarant’anni a farlo, dopo che il New Jersey l’aveva abolita il 13 dicembre 2007.
Il Governatore del New Mexico Bill Richardson, un Democratico che in passato era stato Ministro dell’Energia nel gabinetto del Presidente Clinton, nella conferenza stampa in cui ha illustrato la ratifica della nuova legge che sostituisce la pena di morte con l’ergastolo senza condizionale, ha spiegato perché, a differenza del passato, non è più favorevole alla pena di morte: “Firmare questa legge è stata la decisione più difficile della mia vita politica, ma ho dovuto prendere atto che la possibilità che un innocente venga giustiziato esiste, e una cosa del genere è un anatema per la nostra sensibilità di esseri umani.” Richardson ha poi spiegato di aver voluto prima visitare il braccio della morte, dove è rimasto colpito dall’alta percentuale di detenuti appartenenti a minoranze etniche, di aver visitato la “camera della morte”, e di aver poi visitato il reparto di massima sicurezza dove verrebbero messi i condannati all’ergastolo senza condizionale: “La mia conclusione è che quelle celle sono se possibile ancora peggiori della morte. Credo sia una giusta punizione.” “Di fronte al fatto che il nostro sistema che porta alle condanne a morte non è e non potrà mai essere perfetto, la mia coscienza mi impone di sostituirla con una soluzione che garantisca comunque la sicurezza della società.”
Il Senato aveva approvato il disegno di legge il 13 marzo con una votazione 24-18 e la Camera lo aveva fatto l’11 febbraio. La legge vieta nuove condanne a morte dal 1° luglio 2009, ma non ha valore retroattivo e, quindi, non si applica ai due detenuti del braccio della morte del New Mexico. Lo Stato aveva effettuato una sola esecuzione negli ultimi 49 anni, quella di Terry Clark, il 6 novembre 2001.
Su Richardson, perché controfirmasse la legge, avevano fatto pressione la Conferenza statunitense dei Vescovi Cattolici, l’ex Presidente Jmmy Carter e la Vice Governatrice Diane Denish. Richardson ha anche detto che dopo aver sollecitato i cittadini a contattare gli uffici del Governatore per esprimere una opinione, ha avuto 12.000 contatti, oltre tre quarti dei quali erano favorevoli all’abolizione. Parere contrario avevano invece espresso i procuratori distrettuali, che ritengono utile avere la possibilità di prospettare agli imputati la possibilità di una condanna a morte, e l’Associazione degli Sceriffi e della Polizia, che ritiene che la pena di morte trattenga la gente dal commettere crimini contro i tutori dell’ordine.
Richardson, ricordando di essere stato prima un deputato a Washington e poi un Ministro, aveva anche rilevato che l’uso della pena di morte ha implicazioni negative anche dal punto di vista della politica estera, sia per l’alto numero di minoranze etniche nei bracci della morte, sia perché, comunque, “non è un buon segno di leadership morale”. La legge abolizionista era stata approvata sia nel 2005 che nel 2007 dalla Camera, ma entrambe le volte non era riuscita a superare la Commissione Giustizia del Senato, mentre quest’anno il voto favorevole del Senato (18-13) è stato netto.
 
Il 5 giugno 2009, come aveva preannunciato durante i lavori parlamentari, la governatrice del Connecticut, M. Jodi Rell, ha posto il veto alla legge HB6578, approvata il 31 marzo dalla Camera e il 22 maggio dal Senato, che avrebbe abolito la pena di morte sostituendola con l’ergastolo senza condizionale. La Rell, 63 anni, bianca, repubblicana, in una lettera scritta ai parlamentari per comunicare la sua decisione, ha confermato il suo punto di vista: “Non tollereremo coloro che hanno ucciso nel modo più vile e disumano. Non dovremmo, e non lo faremo, sopportare coloro che hanno ucciso per il piacere di uccidere, o coloro che hanno preso una vita preziosa e devastato la vita di molti altri.” Per superare il veto del Governatore il Parlamento avrebbe dovuto rivotare la legge con una maggioranza dei due terzi, voti che ancora non sono disponibili. La legge era passata 90-56 alla Camera e 19-17 al Senato.
 
Da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976, reggono ancora le moratorie de jure o de facto che, negli anni recenti, sono state stabilite o che per varie ragioni si sono venute a determinare in molti Stati della federazione americana.
Il Kansas, il New Hampshire e l’Amministrazione Militare non hanno compiuto esecuzioni, mentre il South Dakota ne ha compiuta una sola, nel 2007, ma nei confronti di un condannato che insisteva per essere giustiziato.
Nello Stato di New York dal 2004 sono stati dichiarati incostituzionali alcuni articoli della legge capitale, ma da allora il Parlamento ha volutamente evitato di mettere in calendario una nuova legge sulla pena di morte. Si è quindi si è realizzata una situazione di compromesso, una “vacatio legis” in cui la pena di morte non viene abolita, ma nemmeno viene reintrodotta.
Il 6 febbraio 2009, il Governatore dell’Illinois Pat Quinn ha dichiarato che non prevede a breve di revocare la moratoria sulla pena di morte che è in vigore da 9 anni. La moratoria fu dichiarata nel 2000 dall’allora Governatore George Ryan, che tre anni dopo, citando una dozzina di casi di condanne a morte sbagliate nel suo Stato, aveva graziato tutti i 167 condannati a morte, convertendone la condanna in ergastolo senza condizionale. Dopo di lui il Governatore Blagojevic, Democratico, pur approvando alcune riforme legislative in tema di pena di morte, ha mantenuto la moratoria, così come, del resto, il Parlamento non aveva avuto fretta di esaminare dei progetti di legge che avrebbero portato alla fine della moratoria.
In North Carolina è ancora in vigore una moratoria de facto iniziata nel gennaio 2007 e scaturita dalla posizione di assoluta non collaborazione alle esecuzioni espressa dall’associazione dei medici. Poiché però la presenza di un medico era prevista sia dalle leggi dello Stato che dalle leggi federali, la presa di posizione dei medici ha dato il via a una lunga serie di ricorsi, conclusisi, almeno per il momento, con una sentenza della Corte Suprema di Stato che il 1° maggio 2009 ha stabilito che l’associazione dei medici non può punire i propri iscritti che volontariamente decidessero di collaborare a una esecuzione. Anche in mancanza di un potere sanzionatorio da parte dell’associazione dei medici, nessun medico si è offerto volontario, nemmeno quando sono state ipotizzate variazioni del protocollo che assegnasse ai medici solo attività di monitoraggio. La situazione di stallo potrebbe protrarsi ancora per molto.
In California è ancora in corso la moratoria de facto scaturita dall’ordinanza del giudice Jeremy Fogel che il 15 dicembre 2006 dichiarò l’incostituzionalità del protocollo dell’iniezione letale in quanto a rischio di risultare molto doloroso per il condannato. In seguito il protocollo fu modificato da un team nominato dal governatore Schwarzenegger, ma prima ancora che il giudice Fogel lo esaminasse un nuovo ricorso ha insistito sull’illegalità della nuova procedura in quanto elaborata dagli esperti senza una discussione pubblica, come invece prescrive la legge. Il 5 gennaio 2010, il California Department of Corrections and Rehabilitation, seguendo alla lettera la legge, ha reso pubblico un documento di 25 pagine contenente le proposte di modifica al protocollo di esecuzione. Si tratta solo del primo passo della procedura di approvazione e formalizzazione del nuovo protocollo. Secondo gli esperti, non è prevedibile che la California riprenda le esecuzioni a breve.
In Maryland è ancora in vigore la moratoria de facto iniziata il 19 dicembre 2006 dopo che la Corte d’Appello aveva rilevato delle imperfezioni procedurali relative a chi deve preparare il protocollo di esecuzione, e chi lo deve visionare e approvare. Il Governatore Martin O’Malley, un Democratico contrario alla pena di morte, aveva approfittato della battuta d’arresto per tentare l’abolizione, ma il 14 marzo 2009 ha detto di rinunciare all’abolizione della pena di morte, almeno per quest’anno, perché il Senato è diviso troppo nettamente sull’argomento. Il 5 marzo infatti il Senato aveva modificato un progetto di legge abolizionista che era stato approvato dalla Camera, emendandolo per farlo diventare un disegno di legge che si limita a porre alcuni limiti alla pena capitale. Il 24 giugno 2009, l’amministrazione del Governatore Martin O’Malley, che lo aveva a lungo tenuto in stand-by preferendo sollecitare l’abolizione, ha reso noto il nuovo protocollo dell’iniezione letale. Non è comunque probabile che la ripresa delle esecuzioni sia imminente, perché il nuovo regolamento deve essere approvato da una commissione legislativa bicamerale i cui due co-presidenti sono entrambi contrari alla pena di morte, e prima di votare potrebbero indire tutta una serie di udienze pubbliche di approfondimento. Secondo gli esperti potrebbero passare addirittura anni prima di una nuova esecuzione in Maryland.
In Nebraska è ancora in atto la moratoria de facto iniziata l’8 febbraio 2008 quando la Corte Suprema di Stato ha dichiarato incostituzionale l’uso della sedia elettrica. Il 10 febbraio 2010, il Governatore Dave Heineman ha ratificato il protocollo dell’iniezione letale, ma si ritiene che la serie di ricorsi di costituzionalità che in questi casi gli avvocati difensori presentano in tutte le sedi possa prolungare di altri due anni la moratoria de facto.
Il 25 novembre 2009, la Corte Suprema del Kentucky ha ordinato la sospensione di tutte le esecuzioni fino a quando lo Stato non si sarà messo in regola con le sue proprie leggi. Come già accaduto in altri Stati, il Department of Correction ha apportato nel tempo modifiche ai protocolli di esecuzioni, ma secondo le leggi tali cambiamenti, compresa l’adozione dell’iniezione letale, avrebbero dovuto avvenire con una serie di passaggi pubblici e con una serie precisa di passaggi amministrativi. La Corte ha inoltre ricordato che i particolari del protocollo dell’iniezione letale devono essere resi noti, smentendo la prassi del Department of Corrections. Al Dipartimento la Corte ha riconosciuto il diritto di mantenere “riservatezza” solo su alcuni punti strettamente legati alla sicurezza dei penitenziari e all’identità dei dipendenti del Department coinvolti nelle esecuzioni.
 
 
 
VERSO L’ABOLIZIONE
 
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ulteriori passi politici e legislativi verso l’abolizione o fatti comunque positivi come commutazioni collettive di pene capitali si sono verificati in numerosi Paesi.
Nell’aprile 2009, il ministro della Giustizia ha annunciato che la Giordania abolirà la pena di morte per tutti i reati eccetto che per omicidio premeditato.
Nel giugno 2009, una Conferenza nella Repubblica Democratica del Congo si è conclusa con l’annuncio da parte del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte nel Paese.
Nel giugno 2009, il Vietnam ha approvato la eliminazione della pena di morte per otto reati.
Nell’agosto 2009, il Ministero della Giustizia del Libano ha lanciato una campagna nazionale a sostegno della proposta di abolizione della pena di morte.
Nel settembre 2009, il governo della Corea del Sud si è detto d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa.
Nel novembre 2009, il governo del Benin ha presentato una proposta di legge all’Assemblea Nazionale per inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
Nell’aprile 2010, già abolizionista per tutti i reati, Gibuti ha approvato un emendamento che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
Nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni in Pakistan.
Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti. 
Nel gennaio 2009, la Corte Suprema dell’Uganda ha stabilito la commutazione in ergastolo delle condanne a morte dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni.
Nel gennaio 2009, il Presidente dello Zambia ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte.
Nel luglio 2009, in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione, il Re del Marocco Mohammed VI ha concesso un’ampia amnistia che ha riguardato circa 24.000 detenuti, molte decine dei quali hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo.
Nell’agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione della pena capitale in ergastolo per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte.
Nell’agosto 2009, lo Stato di Lagos in Nigeria ha commutato la pena capitale nei confronti di 40 prigionieri del braccio della morte, 3 dei quali sono stati amnistiati e liberati.
Nel novembre 2009, il presidente della Tanzania ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri.
 
Giordania
 
Il 5 aprile 2009, il Ministro della Giustizia Ayman Odeh ha annunciato che la Giordania potrebbe abolire la pena di morte per i crimini contro la sicurezza dello Stato, inclusi terrorismo, spionaggio e tradimento, se le proposte di emendamento al codice penale saranno approvate dalla Camera dei Rappresentanti. Sei reati contro la sicurezza dello Stato – ha spiegato Odeh – diventeranno punibili mediante l’ergastolo con lavori forzati. Dopo aver chiarito che la pena capitale resterà in vigore per l’omicidio premeditato, Odeh ha negato che le richieste internazionali affinché il Governo giordano eliminasse del tutto la pena di morte abbiano giocato un ruolo negli emendamenti proposti.
La riduzione del numero di reati capitali è tra le proposte avanzate da una Commissione istituita dal Ministero della Giustizia al fine di aggiornare il codice penale del Paese. Composta da avvocati, magistrati e giuristi, la Commissione ha cominciato a riunirsi nell’agosto 2008.
Nell’agosto 2006 la Giordania ha abolito la pena capitale per reati legati a droga, armi ed esplosivi.
Il 4 marzo 2010, il Ministro della Giustizia Ayman Odeh ha dichiarato che “prossimamente” verrà sottoposto al Consiglio dei Ministri un nuovo emendamento al codice penale per sostituire la pena di morte per furto con l’ergastolo.
 
Secondo dati rilasciati dalle autorità, dall’inizio del 2000 sono state giustiziate in Giordania 41 persone, tutte per omicidio, terrorismo e violenza sessuale. Nel 2004 vi è stata almeno una esecuzione. Erano state almeno 7 nel 2003 e 14 nel 2002. Almeno 15 persone sono state giustiziate nel 2005, secondo fonti della polizia giordana.
L’ultima esecuzione in Giordania risale a marzo 2006.
Al 21 aprile 2009, erano 45 i prigionieri del braccio della morte, incluse cinque donne, per la maggior parte riconosciuti colpevoli di omicidio, stupro di minorenni e crimini contro la sicurezza dello Stato. Lo ha riportato il giornale degli Emirati Arabi The National. Tra le cinque donne detenute nel braccio della morte – si legge nell’articolo – c’è una donna irachena, Sajeda Atrous Rishawi, che prese parte a una fallita missione suicida contro un albergo di Amman nel 2005, parte di una serie di attentati esplosivi che provocarono la morte di 60 persone e centinaia di feriti. La Rishawi, che fu arrestata quattro giorni dopo gli attacchi e condannata a morte nel settembre 2006, si trova attualmente nel carcere femminile di Jwiadeh. Il legale della Rishawi, Hussein Masri, ha detto che la donna ha presentato domanda di grazia a Re Abdullah di Giordania.
Nel 2009, secondo Amnesty International, sono state comminate almeno 12 condanne a morte.
 
Repubblica Democratica del Congo
 
L’attuale Costituzione della Repubblica Democratica del Congo, in vigore da inizio 2006, riconosce il “diritto alla vita” e la “natura inviolabile dell’essere umano”. La proposta di abolire esplicitamente la pena di morte fu respinta dal parlamento nazionale nella fase di elaborazione del testo, nel 2005.
L’11 giugno 2009, la Conferenza contro la pena di morte nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), organizzata a Kinshasa da Nessuno tocchi Caino sotto l’Alto Patrocinio del Presidente dell’Assemblea Nazionale e del Presidente del Senato congolesi, si è conclusa con l’annuncio da parte della Presidenza del Senato dell’avvio del processo legislativo volto ad abolire la pena di morte in Congo, stabilendo nel frattempo una moratoria legale delle esecuzioni. Negli stessi termini si era espresso nel suo intervento inaugurale il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Evariste Boshab, secondo il quale le norme penali ordinarie vanno uniformate alla nuova Costituzione congolese che non prevede più la pena di morte. A tal fine sono state già depositate due proposte di legge al Senato e alla Assemblea Nazionale, rispettivamente da Leonard She Okitundu e da Nyabirungu Mwene Songa. Intervenendo alla conferenza, il Ministro della Giustizia Luzolo Bambi ha parlato di “abolizione responsabile”, ponendo l’attenzione sulla necessità, in vista della fine della pena capitale, di migliorare le condizioni delle carceri del Paese. Positivo il giudizio della Vice Presidente del Senato italiano Emma Bonino presente a Kinshasa: “La Conferenza ha recepito in pieno metodo e contenuti della Risoluzione per la moratoria approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu in uno dei Paesi-simbolo del martirio dell’Africa e al contempo della sua capacità di lanciare al mondo segnali di speranza e di nonviolenza.” Secondo la deputata Radicale Elisabetta Zamparutti, organizzatrice della conferenza di Nessuno tocchi Caino, “con l’abolizione della pena di morte il Congo dimostra di sapere voltare pagina, interrompendo l’assurda catena dell’odio e della vendetta che in quella parte del continente ha avuto la sua rappresentazione più tragica e attuale”. Alla conferenza ha fatto seguito un seminario di tre giorni coordinato da Oliviero Toscani e rivolto agli addetti all’informazione provenienti da diverse province del Congo con l’obiettivo di realizzare una campagna multimediale di sensibilizzazione dell’opinione pubblica contro la pena di morte.
 
Il 23 settembre del 2002 la Repubblica Democratica del Congo aveva messo fine a una moratoria legale delle esecuzioni annunciata il 10 dicembre 1999 dall’allora Ministro per i Diritti Umani Leonard She Okitundu.
Le ultime esecuzioni sono avvenute il 7 gennaio 2003, quando 15 persone condannate a morte dalla Corte d’Ordine Militare (COM) sono state giustiziate in segreto in un accampamento militare alla periferia della capitale Kinshasa.
La Corte d’Ordine Militare è stata soppressa il 24 aprile 2003. Dalla sua istituzione ha ordinato l’esecuzione di circa 200 persone.
Il 28 giugno 2003, in occasione di un incontro con una delegazione di Nessuno tocchi Caino in missione nel Paese, il Presidente Joseph Kabila aveva dichiarato che non avrebbe giustiziato nessuno, neanche gli assassini di suo padre Laurent già condannati a morte.
Da allora, numerose condanne a morte sono state comminate da tribunali ordinari e militari, ma nessuna è stata eseguita.
 
Il 5 maggio 2010, tre uomini sono stati condannati a morte da un tribunale militare in relazione all’omicidio di un giornalista, avvenuto nel 2008. Il sergente-maggiore Seba Tandema, il sergente Oscar Tchenda Kashama e un civile identificato solo come Mushamuka sono stati riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Didace Namujimbo, 34 anni, commesso a Bukavu nel novembre 2008. Sono sei i giornalisti assassinati a partire dal 2005 nella tumultuosa regione orientale della RDC. La locale associazione Journalists in Danger (JED) ha da tempo denunciato “intimidazioni, denigrazioni e minacce” contro numerosi giornalisti nella regione, che da almeno dieci anni è teatro di scontri tra l’esercito regolare e gruppi ribelli.
Il 19 maggio 2010, undici miliziani ribelli sono stati condannati a morte per aver preso parte a un attacco che ad aprile costò la vita a due membri dello staff delle Nazioni Unite nella città di Mbandaka. Nello stesso processo, altre 21 persone sono state condannate a pene detentive. Durante l’attacco la milizia prese il controllo dell’aeroporto cittadino, riconquistato il giorno seguente dalle truppe governative e dai peacekeepers dell’Onu. La provincia di Mbandaka nel 2009 è stata teatro di scontri tra le comunità Lobala e Boba, che hanno provocato più di 100 morti e 200.000 profughi.
Il 10 giugno 2010, il tribunale militare di Kisangani ha confermato la condanna a morte per omicidio, spionaggio e cospirazione di due cittadini norvegesi, Joshua French e Tjostolv Moland. Il 22 aprile, l’alta corte militare di Kinshasa aveva annullato le condanne a morte dei due norvegesi rinviando il caso al tribunale militare di primo grado. I due erano stati condannati a morte dopo che il loro autista fu trovato morto nella giungla nei dintorni della città di Kisangani nel maggio 2009. French e Moland, i quali sostengono che l’autista Abedi Kasongo era stato ucciso a opera di banditi nel corso di una rapina, in passato sono stati membri dell’esercito norvegese, tuttavia la Norvegia ha negato che all’epoca fossero ancora in servizio e ha sempre respinto ogni accusa di spionaggio. Dopo la prima condanna a morte pronunciata l’8 settembre 2009 dal tribunale militare di Kisangani, il ministro degli esteri congolese, Alexis Thambwe Mwamba, aveva assicurato che i due uomini non sarebbero stati giustiziati in nessuna circostanza, “neanche se il verdetto verrà confermato”, perché “il governo della RDC ha adottato una moratoria sulla pena di morte che non viene più applicata nel Paese”.
 
Vietnam
 
Il 19 giugno 2009, il Vietnam ha votato a favore della eliminazione della pena di morte per otto reati. Gli emendamenti al codice penale, approvati l’ultimo giorno della quinta sessione della Assemblea Nazionale del Popolo durata un mese, entrano in vigore a partire dal 1° gennaio 2010.
I lavori parlamentari erano chiusi ai giornalisti stranieri, ma secondo un comunicato diffuso dal parlamento non sarà più comminata la pena capitale ai condannati per i seguenti reati: stupro; appropriazione indebita; contrabbando; contraffazione e spaccio di banconote, assegni e titoli governativi; consumo di droghe; corruzione; dirottamento o pirateria; distruzione di mezzi militari.
Quelli già condannati o in attesa di condanna a morte per questi reati avranno la loro pena commutata in ergastolo.
Il 75% dei deputati dell’Assemblea Nazionale, dominata dal Partito Comunista, ha appoggiato la riforma del codice penale.
L’Assemblea Nazionale ha rimosso il semplice uso di droga dalla lista dei reati capitali, ma ne ha mantenuto il traffico.
Il codice penale vietnamita era stato emendato l’ultima volta nel 1999 con la riduzione dei reati capitali da 44 a 29. Dopo questa ultima riforma, il Vietnam prevede quindi nei suoi codici ancora 21 reati passibili di pena di morte.
 
La pena capitale rimane in vigore per reati come omicidio, rapina a mano armata, traffico di droga, abuso sessuale di minori, produzione e vendita illegale di cibo, generi alimentari e farmaceutici. E’ prevista la pena di morte anche per sette atti di natura politica avvertiti come “minacce alla sicurezza nazionale”.
La definizione di reati relativi alla “sicurezza nazionale” è molto ampia e le Nazioni Unite hanno spesso manifestato preoccupazione che i dissidenti vietnamiti possano essere condannati a morte in base a tali previsioni per colpire in realtà l’esercizio pacifico del diritto di espressione.
 
In passato, il Vietnam era ritenuto uno dei Paesi che faceva maggior ricorso alla pena capitale. Fino al 2004, le esecuzioni si aggiravano tra le 80 e 100 per anno, molte delle quali per reati legati alla droga. Nel 2007, il numero di esecuzioni di cui si è avuta notizia si è ridotto ad almeno 25, mentre le condanne a morte riportate da media ufficiali vietnamiti sarebbero state 95 (erano state 116 nel 2006).
Nel 2008 sono state riportate almeno 19 esecuzioni. Le condanne a morte sono state almeno 64.
Nel 2009, secondo Amnesty International, sono state giustiziate almeno 9 persone, mentre almeno 59 sono state condannate a morte.
 
Libano
 
Il 29 agosto 2009, il Ministero della Giustizia libanese ha avviato una campagna nazionale a sostegno di sette emendamenti che attendono l’approvazione del Governo, compreso quello per l’abolizione della pena di morte nel Paese. Intervistato dal giornale The Daily Star, il ministro della Giustizia Ibrahim Najjar ha detto che gli emendamenti sono stati presentati al consiglio dei ministri e che la campagna è stata avviata per fare pressione sul governo affinché vengano trasmessi al Parlamento. Il Ministro ha sottolineato in particolare che l’abolizione della pena di morte, il più controverso tra gli emendamenti, dovrebbe essere approvata immediatamente nell’interesse di “una giustizia più umana e più efficiente”. Najjar chiede la cancellazione degli articoli del Codice Penale che consentono ai tribunali di emettere condanne capitali, che verrebbero sostituite con l’ergastolo ai lavori forzati.
Il progetto di legge abolizionista era stato presentato al Consiglio dei Ministri nell’ottobre 2008. “La scienza ha provato che non vi è alcuna relazione causale tra il crimine e la presenza o assenza della pena di morte”, aveva dichiarato il Ministro Najjar, presentatore della proposta. Secondo Najjar, l’abolizione della pena di morte è in linea con i valori religiosi e umanitari così come con la cultura giuridica del Paese ed è sostenuta dagli studi di criminologia secondo i quali “le misure preventive sono molto più efficaci della pena di morte nel ridurre la criminalità”.
Il 7 gennaio 2010, in un incontro tenuto nel più grande carcere libanese, Roumieh, il governo è stato esortato a muoversi verso l’abolizione formale della pena di morte. “È vero che in Libano non ci sono esecuzioni, per il momento, ma non vi è alcuna moratoria ufficiale”, ha detto Tanya Awad Ghorra, responsabile della comunicazione dell’Associazione libanese per i Diritti Civili (LACR).
 
La pena di morte in Libano è stata reintrodotta nel 1994 ed è prevista per omicidio premeditato, tentato omicidio, collaborazione con Israele, terrorismo e atti di insurrezione e guerra civile.
Il 26 luglio 2001, il Parlamento libanese ha approvato all’unanimità una legge che attribuisce ai giudici facoltà di condannare a morte gli imputati solo in casi estremi. La legge rimpiazza l’art. 302 del Codice Penale, che rendeva la pena di morte obbligatoria per tutti gli omicidi premeditati e aboliva la facoltà del giudice di considerare le attenuanti.
I decreti di esecuzione devono essere firmati dal Presidente e dal Primo Ministro.
Tra il 1994, anno della reintroduzione e la fine del 1998 quando è stato nominato Primo Ministro Salim Hoss, un convinto abolizionista che aveva bloccato le esecuzioni, sono state eseguite 14 condanne a morte.
Nel dicembre 2001, l’allora Presidente Emile Lahoud aveva detto di sentirsi impegnato a mantenere una moratoria sulle esecuzioni per l’intera durata del suo mandato, ma il 17 gennaio 2004 tre condannati per omicidio sono stati giustiziati nel cortile della prigione di Rumieh, alla periferia di Beirut. Sono state le prime esecuzioni da quando Emile Lahoud è divenuto Presidente del Libano nel 1998. Anche se un gran numero di condanne a morte sono state pronunciate dall’indipendenza del Libano, solo 51 persone sono state giustiziate.
 
Corea del Sud
 
Il 4 agosto 2009, la Commissione Nazionale per i Diritti Umani coreana (NHRC), istituita nel 2001 con una legge del parlamento, ha presentato una petizione alla Corte Costituzionale che chiede la fine della pena capitale. Nella petizione, la commissione ha detto che la Repubblica non ha l’autorità di privare i cittadini della vita, poiché la vita è il più fondamentale dei diritti dell’essere umano. Secondo la Commissione, “anche nelle situazioni più estreme, la vita umana non dovrebbe essere né strumento né fine di chi ha responsabilità di governo o serve l’interesse pubblico”.
Il 2 settembre 2009, il quotidiano coreano The Hankyoreh ha riportato che il governo della Corea del Sud è d’accordo a non applicare la pena di morte, come chiesto dal Consiglio d’Europa, nel quadro dell’adesione alla Convenzione Europea sulla Mutua Assistenza in Materia Penale. A renderlo noto è stato lo stesso Terry Davis, segretario generale del Consiglio d’Europa, in una lettera inviata all’avvocato sud-coreano Kim Hysung-tae e che quest’ultimo ha sottoposto alla Corte Costituzionale di Seoul. Nella sua lettera, Davis scrive: “Il Governo della Corea del Sud ha assicurato al Consiglio d’Europa che non applicherà la pena di morte nel momento in cui accederà alla Convenzione Europea sulle Estradizioni (ETS N. 24), ai Protocolli Addizionali (ETS N. 86 e 98) e alla Convenzione Europea sulla Mutua Assistenza in Materia Penale e relativo Protocollo (ETS No. 99).” Il Ministro della Giustizia sud-coreano ha confermato l’impegno preso dal proprio Governo sulla non-applicazione della pena capitale: la Corea del Sud non giustizierà né adesso né in futuro persone condannate a morte. L’avvocato Hysung-tae, che segue appelli presso la Corte Costituzionale sulla legittimità della pena di morte, aveva infatti chiesto un mese fa al Consiglio d’Europa di esprimere la propria posizione sulla pena capitale.
 
Il 25 febbraio 2010, la Corte Costituzionale sudcoreana si è espressa nuovamente in favore della pena di morte, confermando una sentenza analoga emessa 14 anni fa sullo stesso tema.
A rivolgersi alla Corte Costituzionale è stata la Corte d’Appello di Gwangju, il 3 ottobre 2008, accogliendo la richiesta di ‘Oh’, un pescatore settantenne riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2007 di quattro turisti che si trovavano sulla sua barca. Il processo d’appello dell’uomo era stato sospeso fino al pronunciamento della Corte Costituzionale. E’ la prima volta che in Corea del Sud una corte locale solleva un dubbio di costituzionalità sul tema della pena capitale. Il giudice presidente della corte d’appello ha spiegato che “all’epoca dell’ultimo pronunciamento della Corte Costituzionale sul tema – avvenuto nel 1996 – la Corte stessa aveva stabilito la costituzionalità della pena di morte, indicando tuttavia la necessità di abolirla nel lungo periodo”.
La decisione della massima corte del Paese asiatico è stata raggiunta questa volta con un margine minimo, 5 voti favorevoli e 4 contrari, rispetto al netto 7-2 con cui nel 1996 la pena capitale era stata giudicata in linea con la costituzione. Secondo i giudici del collegio, la società necessita ancora di cambiamenti profondi prima che sia possibile abolire la pena di morte, definita una “punizione legittima in grado di fungere da deterrente contro i crimini, a favore della pubblica sicurezza”, indicando il parlamento come unica sede opportuna per cambiare o dibattere in materia.
 
Un disegno di legge abolizionista giace in parlamento da diversi anni. La prima volta è stato presentato nel dicembre 1999 da oltre 90 parlamentari. Una legge simile è stata presentata di nuovo all’Assemblea Nazionale nell’ottobre 2001 da 155 deputati, mentre sono stati 175 quelli che l’hanno firmata nel dicembre del 2004. Nonostante sia stata la maggioranza dei membri dell’Assemblea Nazionale a sponsorizzarla nel 2001 e nel 2004, non se ne è fatto nulla.
 
Dal 1948, anno di fondazione della Corea del Sud, sono state 902 le persone messe a morte nel Paese, per lo più mediante impiccagione.
In Corea non sono state più compiute esecuzioni dopo l’impiccagione di 23 detenuti il 30 dicembre 1997. Una moratoria non ufficiale della pena capitale è in atto dal febbraio del 1998, quando salì al potere il defunto presidente Kim Dae-jung, egli stesso condannato al patibolo nel 1980 durante gli anni del regime e poi graziato.
Il 31 dicembre 2007, il Presidente uscente della Corea del Sud, Roh Moo-hyun, aveva commutato in ergastolo le condanne a morte di sei detenuti sudcoreani. Da parte sua, il nuovo presidente Lee Myung-Bak, che a febbraio 2008 ha preso il posto di Roh, ha già detto di voler mantenere la pena di morte. Ha precisato però di volerne fare un uso molto accorto.
Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 5 condanne a morte.
 
Il 18 marzo 2010, il presidente dell’Assemblea Nazionale si è detto favorevole all’abolizione della pena di morte, a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni del Ministro della Giustizia secondo cui il Governo potrebbe riprendere le esecuzioni dopo più di 12 anni. “La vita umana ha dignità, valore e diritti, e il potere dello Stato mai dovrebbe essere in grado di portarla via”, ha detto il presidente della Camera, Kim Hyung-o, in un’intervista radiofonica. Kim ha detto che la Corea del Sud dovrebbe completare l’abolizione della pena capitale, piuttosto che limitarsi a proseguire con una moratoria “ambigua”. “Un Paese che si è proiettato nel 21° secolo non dovrebbe tornare alle vecchie abitudini”, ha detto Kim. “Chi commette gravi crimini può essere punito con l’ergastolo senza possibilità di liberazione.” Da parte sua, il Ministro della Giustizia Lee Kwi-nam ha dichiarato che il governo potrebbe decidere la costruzione di una struttura dove praticare le esecuzioni capitali, facendo intendere una ripresa di quest’ultime. Lee ha chiarito di non aver parlato di una ripresa immediata delle esecuzioni: “Abbiamo assunto un approccio cauto alla questione e lo stesso faremo in futuro.”
In base ai dati forniti dal Ministero della Giustizia, sono circa 60 i prigionieri del braccio della morte del Paese, il cui metodo ufficiale di esecuzione è l’impiccagione.
 
L’83,1% della popolazione sudcoreana è a favore della pena di morte, secondo un’indagine condotta su scala nazionale nel marzo 2010 da un gruppo di esperti dell’Istituto Youido del partito al governo, che ha intervistato 3.049 adulti. Secondo il sondaggio solo l’11,1% è contrario.
 
Benin
 
Il 28 febbraio 2009, un anno dopo la sua creazione, avvenuta per decreto presidenziale il 18 febbraio 2008, la commissione ad hoc per la revisione della Costituzione dell’11 dicembre 1990 (detta Commissione Ahanhanzo-Gléglé) ha pubblicato il suo rapporto. L’art. 15 del progetto di revisione della legge fondamentale è stato redatto in questi termini: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza e all’integrità della sua persona. (…) nessuno può essere condannato a morte.” Il progetto di revisione dovrà essere sottoposto a dibattito nazionale e a referendum.
Il Presidente del Benin Thomas Yayi Boni ha chiesto al Parlamento di inscrivere l’abolizione della pena di morte nella Costituzione e, nel novembre del 2009, una proposta di legge in tal senso è stata presentata dal governo all’Assemblea Nazionale per la discussione e l’approvazione finale.
Il 7 febbraio 2010, il Ministro della Giustizia Victor Tokpanou ha dichiarato: “L’esecutivo avrebbe in teoria fatto la sua parte per questa revisione della Costituzione, producendo gli studi preliminari, scrivendo la proposta di legge e depositandola sul tavolo dell’Assemblea Nazionale. Ma il governo continua a sensibilizzare i membri del parlamento perché la proposta sia messa in discussione alla sessione di aprile e, speriamo, approvata entro la prima metà dell’anno.”
 
Attualmente, il Codice Penale prevede la pena di morte per omicidio, tradimento, stregoneria e altre pratiche che turbino l’ordine pubblico. Non ci sono state notizie di esecuzioni dopo le sette effettuate nel 1993. Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 5 condanne a morte.
 
Gibuti
 
Il 14 aprile 2010, il parlamento di Gibuti ha approvato un emendamento costituzionale che introduce l’abolizione della pena di morte nella Costituzione.
“L’Unione Europea si congratula con Gibuti per l’ulteriore rafforzamento dei suoi impegni nell’abolizione della pena capitale in linea con il trend abolizionista mondiale”, ha dichiarato Catherine Ashton, Alto Rappresentate per gli Affari Esterni e la Politica sulla Sicurezza dell’Unione Europea.
 
La riforma del Codice Penale e del Codice di Procedura Penale, entrata in vigore il 1° gennaio 1995, ha abolito completamente la pena di morte. Nel 2002, Gibuti ha ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (per l’abolizione della pena di morte).
In precedenza, era stata condannata a morte solo una persona, per terrorismo, ma la condanna era stata commutata in ergastolo nel 1993. L’ultima esecuzione risale a prima dell’indipendenza dalla Francia, il 27 giugno del 1977.
 
Pakistan
 
Nel 2009, in Pakistan, sono state emesse 276 condanne a morte, ma per la prima volta nella storia del Paese non sono state registrate esecuzioni.
Nel 2008, erano state giustiziate almeno 36 persone e almeno 159 erano state condannate a morte, un calo già significativo rispetto al 2007, quando sono state almeno 134 le persone giustiziate e almeno 309 quelle condannate a morte.
Il 3 giugno 2010, il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha firmato gli Strumenti di Ratifica relativi al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e alla Convenzione contro la Tortura e i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti. I due Trattati erano stati firmati dal nuovo governo del Pakistan il 17 aprile 2008.
 
Il radicale cambio di rotta nella pratica della pena di morte è iniziato il 3 luglio 2008, quando il governo federale pakistano ha approvato formalmente la proposta di conversione delle condanne a morte in ergastolo a beneficio di circa 7.000 prigionieri sparsi in tutto il Paese. La decisione è stata presa nel corso di una riunione del consiglio dei ministri, presieduta dal premier Syed Yousaf Raza Gilani.
Il premier Gilani aveva annunciato la sua intenzione di commutare tutte le condanne a morte in Pakistan il 21 giugno 2008, nell’ambito delle celebrazioni per il 55° anniversario della nascita di Benazir Bhutto, per onorare la memoria della leader del Pakistan People’s Party, la stessa formazione dell’attuale primo ministro, uccisa in un attentato nel dicembre 2007.
Contro la decisione del Governo si sarebbe pronunciato il Ministero della Giustizia, il quale – secondo fonti della Segreteria del primo ministro – avrebbe sconsigliato il premier dall’approvare le commutazioni, definendo il provvedimento come una violazione del diritto islamico, oltre che delle decisioni assunte dalla Corte Suprema pakistana. Secondo il Ministero della Giustizia, il Presidente del Pakistan non avrebbe alcun diritto di commutare condanne a morte emesse sulla base delle Ordinanze Hudud, che prevedono punizioni stabilite nel Corano, o della Quisas, legge che in caso di omicidio attribuisce ai familiari dell’ucciso il diritto di chiedere l’esecuzione del responsabile. Analogamente – secondo il Ministero della Giustizia – neanche alcuni tipi di condanne capitali emesse per omicidio in base alle leggi Tazir, che lasciano al giudice facoltà di decidere la pena, possono essere condonate o commutate in ergastolo senza il consenso dei familiari della vittima. Nonostante le pressioni esercitate dal Ministero della Giustizia, il Governo federale ha tuttavia deciso di approvare le 7.000 commutazioni. Sempre secondo la fonte interna alla Segreteria del Premier, il Ministero della Giustizia avrebbe comunque riconosciuto che l’articolo 45 della Costituzione pakistana attribuisce al Presidente il potere di commutare qualsiasi condanna emessa da tribunali o altre autorità.
Il 22 novembre 2008, Rehman Malik, consigliere del Primo ministro sugli affari interni, ha informato l’Assemblea Nazionale, per iscritto, che il Ministero di Giustizia federale stava elaborando una proposta di abolizione della pena di morte.
Il 29 gennaio 2009, il Ministero degli Interni pakistano ha sottoposto al Presidente Asif Ali Zardari la proposta di sostituzione della pena di morte con l’ergastolo. Lo ha riferito un canale TV privato, precisando che se la proposta divenisse legge non riguarderebbe le persone condannate a morte per attentati terroristici contro l’integrità nazionale. Secondo la stessa fonte, il governo federale aveva inviato la proposta al Ministero della Giustizia sei mesi prima, il quale – dopo aver apportato delle modifiche – a sua volta l’aveva sottoposta al Ministero degli Interni.
Il 10 aprile 2009, l’Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga.
Il 24 giugno 2009, la Corte Suprema del Pakistan ha raccomandato ai tribunali di osservare una cura estrema nell’emettere condanne a morte. La corte, presieduta dal giudice Javed Iqbal insieme ai giudici Sayed Zahid Hussain e Muhammad Sair Ali, lo ha dichiarato nel corso dell’appello presentato da Muhammad Sharif.
Il 16 settembre 2009, il Ministro della giustizia e degli affari parlamentari di Sindh, Ayaz Soomro, ha confermato la volontà del Presidente pachistano Asif Ali Zardari di sostituire la pena di morte con condanne dai 24 ai 30 anni di carcere e la richiesta ai governi delle province di sottoporre all’esame del parlamento le proposte in materia.
Il 17 settembre 2009, il Ministro degli Interni, Rehman Malik, ha confermato che una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte era stata inviata alla divisione legislativa per i relativi pareri. Il Ministro ha chiarito però che le persone condannate a morte per atti terroristici non avrebbero beneficiato dell’eventuale abolizione.
Il 13 ottobre 2009, il Ministro della giustizia e degli affari parlamentari di Sindh, Ayaz Soomro, ha ribadito che il governo federale pachistano aveva chiesto alle province di prendere in considerazione le raccomandazioni di convertire la pena di morte in ergastolo. Il Ministro degli Interni della stessa provincia, Zulfiqar Mirza, ha dichiarato davanti all’Assemblea che erano almeno 228 i prigionieri, inclusa una donna, in attesa della condanna capitale, nelle carceri della provincia. Il Ministro ha detto che il governo stava seriamente considerando di commutare la legge sulla pena di morte in ergastolo.
Il 17 febbraio 2010, il Ministro degli Interni Federale del Pakistan, Rehman Malik, ha confermato davanti all’Assemblea Nazionale che il governo sta seriamente considerando di porre fine alla pena di morte, eccetto che per i crimini più atroci.
 
Ghana
 
Il 7 gennaio 2009, nel suo ultimo giorno come Presidente del Ghana, John Kufuor ha graziato oltre 500 detenuti.
Tutti i prigionieri del braccio della morte, circa 105 tra cui tre donne, hanno avuto la pena di morte commutata in ergastolo, ha reso noto il vice ministro dell’Informazione Frank Agyekum. In particolare, chi aveva già trascorso più di 10 anni nel braccio della morte ha avuto la pena commutata in 20 anni di detenzione.
Questo provvedimento si colloca in una lunga scia di amnistie concesse dal Presidente John Kufuor, cattolico devoto e detto “il gigante buono dell’Africa”, da quando con le elezioni presidenziali e parlamentari del 2000 l’opposizione da lui guidata ha posto fine al Governo di Jerry Rawlings al potere da venti anni. Nel giugno 2003, il Presidente Kufuor aveva concesso un’amnistia a 179 prigionieri che avevano scontato almeno 10 anni nel braccio della morte. Il 6 marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dell’indipendenza nazionale, Kufuor aveva commutato in ergastolo 36 condanne a morte. Il 1° luglio 2007, il Presidente Kufuor aveva commutato in ergastolo la condanna a morte di altri sette prigionieri.
Dopo aver completato due mandati presidenziali, il Presidente Kufuor, esponente del New Patriotic Party (NPP), ha ceduto la carica a John Evans Atta Mills, del National Democratic Congress (NDC), vincitore delle elezioni del 28 dicembre 2008.
 
Negli anni più recenti, molti personaggi autorevoli ghanesi hanno preso posizione contro la pena di morte, tra cui l’ex Ministro della Giustizia che nell’aprile del 2008, insieme ad alcuni membri del parlamento, ha sottolineato la necessità di aprire un dibattito sulla questione.
Nel gennaio 2010, è stata istituita una Commissione per la revisione della Costituzione in Ghana con il compito di tenere consultazioni pubbliche sui diversi argomenti, inclusa l’abolizione della pena di morte, presentare delle raccomandazioni al governo e proporre una bozza di legge per emendare la Costituzione.
 
La pena di morte è presente nei codici del Ghana sin dalla introduzione nel Paese della common law inglese nel 1874, ed è prevista tuttora per omicidio, tradimento e rapina a mano armata.
Nel Ghana non ci sono esecuzioni dal luglio 1993 quando 12 prigionieri condannati per rapina e omicidio sono stati fucilati. Nonostante la moratoria di fatto delle esecuzioni in atto dal 1993, la pena di morte rimane nell’ordinamento del Paese e condanne capitali continuano a essere comminate.
Nel 2009, secondo Amnesty International, sono state condannate a morte almeno 7 persone.
 
Uganda
 
Il codice penale dell’Uganda prevede 15 reati capitali: nove raggruppati sotto il titolo collettivo “tradimento” e reati contro lo Stato, stupro, diffusione di un morbo, omicidio, rapina aggravata e rapimento aggravato. La morte è una pena obbligatoria per sei dei reati di tradimento e facoltativa per gli altri.
Nel marzo 2002, il Parlamento ugandese ha approvato una controversa legge che prevede la pena di morte obbligatoria per chi compie atti di terrorismo.
Il 10 giugno 2005, la Corte Suprema ugandese aveva stabilito l’incostituzionalità della pena di morte come sanzione obbligatoria per alcuni reati, ordinando al Parlamento di emendare la legislazione in vigore. La stessa Corte aveva tuttavia respinto la petizione – presentata da tutti i 417 prigionieri del braccio della morte ugandese – che chiedeva di riconoscere la pena capitale come punizione crudele e degradante e quindi contraria alla Costituzione.
Nell’aprile 2007, l’Uganda ha approvato una legge che prevede la pena di morte per chi, intenzionalmente, trasmette il virus dell’Aids.
Il 3 aprile 2009, il parlamento ugandese ha stabilito all’unanimità che la pena di morte diventi la pena massima per il traffico di esseri umani.
 
Il 20 gennaio 2009, la Corte Suprema ugandese ha confermato la decisione della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima la sentenza capitale obbligatoria e ha stabilito che debbano essere commutate in ergastolo le condanne a morte imposte in via obbligatoria e quelle dei prigionieri che si trovano in carcere da più di tre anni. Pur confermando la costituzionalità della pena capitale, la Corte ha definito “eccessivo un periodo di tre anni trascorso nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione”. Era stata un’organizzazione per i diritti umani, la Foundation for Human Rights Initiative, a presentare il ricorso per conto di 417 condannati a morte che avevano firmato la petizione contro le loro sentenze capitali perché il metodo dell’impiccagione è crudele, i condannati sono sottoposti a una tortura mentale e la maggioranza di essi sono detenuti per molti anni dopo la condanna.
Pur rigettando l’appello, il panel composto da sette giudici ha raccomandato al governo di eseguire le sentenze capitali entro i tre anni, superati i quali le condanne devono essere commutate in ergastolo.
I giudici hanno chiesto inoltre al parlamento di rivedere il metodo di esecuzione per rispondere ai rilievi sulla crudeltà e disumanità dell’impiccagione. “Per quanto riguarda la costituzionalità dell’impiccagione, si tratta di un metodo crudele, disumano e degradante che ha un effetto deleterio sia sui condannati sia sugli esecutori”, ha affermato la corte. “Dal momento che è prevista nella Costituzione, ci preoccupa il modo in cui la condanna a morte viene eseguita.” I giudici della Corte hanno inoltre chiesto al Parlamento di “riaprire il dibattito su quanto sia desiderabile la pena di morte nella nostra Costituzione”.
“Si tratta di uno sviluppo molto significativo dal momento che molti dei prigionieri nel braccio della morte si trovano lì da più di tre anni”, ha commentato Livingstone Sewanyana, direttore esecutivo della Foundation for Human Rights Initiative, secondo cui la sentenza della Corte Suprema riguarda circa 330 dei suoi assistiti.
Il 25 gennaio 2009, il Presidente Museveni ha lodato i giudici supremi per essersi rifiutati di eliminare la pena di morte. Parlando in occasione delle celebrazioni per la vittoria del Movimento/Esercito di Resistenza Nazionale a Kololo, Museveni ha detto che chi uccide degli innocenti non merita altro che la morte. “Qualcuno chiede alla Corte Suprema di abolire la pena capitale. Non è compito della Corte Suprema ma del Parlamento. Sono contento che anche le corti se ne siano accorte.”
 
Il 20 gennaio 2009, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha concesso la grazia a tre condannati a morte, commutando inoltre in ergastolo la pena di altri tre prigionieri del braccio della morte. Il primo dei graziati è Chris Rwakisisi, ministro della sicurezza nel secondo governo dell’ex presidente Apolo Milton Obote tra il 1980 e il 1985, che era stato condannato a morte per omicidio. Ali Fadhul, un altro dei graziati, è stato ministro per le amministrazioni regionali durante il regime di Idi Amin Dada. Anche Fadhul era stato riconosciuto colpevole di omicidio. Ezra Kusasirwa, il terzo dei graziati, era stato condannato a morte per diserzione. Samuel Sempijja, Benon Hazimana e Wasswa Abdallah sono i tre la cui condanna capitale è stata commutata in ergastolo.
Il 13 novembre 2009, cinque detenuti in attesa di esecuzione da più di vent’anni sono stati rilasciati dalle autorità della prigione di Luzira. Si tratta di Hajji Mohammed Birikkadde Kasoozi, che era stato condannato a morte nel 1982 per sequestro di persona; Fred Tindigwihuura, condannato nel 1987 nella città di Hoima; Isaiah Bikumu, Ben Ogwang Simba e Yowana Serunkuma. Quest’ultimo, riconosciuto colpevole di rapina a mano armata, è stato tuttavia trattenuto nel carcere per un precedente tentativo di evasione. La scarcerazione è avvenuta in seguito alla sentenza della Corte Suprema, in base alla quale le condanne capitali devono essere commutate in ergastolo se non sono state applicate entro tre anni. Il portavoce della prigione di Luzira, Frank Baine, ha dichiarato che, sebbene il rilascio abbia accresciuto l’entusiasmo dei detenuti, l’impiccagione dei condannati è ancora legale nel Paese e può essere attuata in ogni momento. “Se il governo si atterrà alla decisione della Corte Suprema, le esecuzioni saranno più frequenti rispetto al passato.”
 
Almeno 377 persone, tra cui una donna, sono stati giustiziate in Uganda a partire dal 1938. Le ultime esecuzioni in Uganda risalgono al 2006.
Il 16 settembre 2009, la Fondazione per l’Iniziativa sui Diritti Umani ha presentato a Kampala un Rapporto secondo il quale nel carcere ugandese di Luzira erano rinchiuse 17 persone condannate a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Alcuni di loro, ora adulti, hanno passato nel braccio 12 anni.
Al 4 novembre 2009, i detenuti nel braccio della morte erano 637. Molti di loro sono nel braccio della morte da più di 10 anni e ve ne sono alcuni che sono in attesa della morte dalla fine degli anni ‘70!
 
Zambia
 
Il 14 gennaio 2009, il Presidente dello Zambia, Rupiah Bwezani Banda, ha commutato le condanne capitali di 53 prigionieri del braccio della morte del carcere di Mukobeko, a Kabwe, capoluogo della Provincia Centrale dello Zambia. Le condanne a morte sono state commutate in ergastoli e varie pene detentive.
Il 3 aprile 2009, il presidente Rupiah Banda ha dichiarato che non firmerà alcun ordine di esecuzione, nonostante la pena capitale sia ancora prevista dalla Costituzione. Parlando a una delegazione di parlamentari tedeschi, Banda ha spiegato di voler seguire i passi del suo predecessore, Levy Mwanawasa, che nei sette anni in cui è stato Presidente non ha autorizzato alcuna esecuzione. Rupiah Banda era stato Vice presidente dello Zambia dal 2006 fino alla morte di Mwanawasa nel 2008, quando è diventato il candidato del Movement for Multiparty Democracy al posto di Mwanawasa.
 
Dal 1964, quando lo Zambia è diventato indipendente, 53 persone sono state giustiziate tramite impiccagione. L’ultima esecuzione in Zambia è avvenuta nel gennaio 1997, quando l’ex Presidente Frederick Chiluba autorizzò l’impiccagione di 8 detenuti avvenuta lo stesso giorno. Da allora, nel Paese si sono registrate anche una serie di decisioni e prese di posizione significative nel senso del rafforzamento dei diritti umani.
Nell’agosto 2003, il Parlamento ha deciso di abolire le punizioni corporali. “Le abbiamo abolite perché barbare, ma anche per dare dello Zambia un’immagine internazionalmente accettabile”, aveva dichiarato il Ministro della Giustizia, George Kunda. “La loro abolizione è un passo in avanti verso l’abolizione dell’impiccagione, pena corporale suprema”, hanno detto durante il dibattito parlamentare due deputati della maggioranza. Nell’aprile 2003, il Presidente Levy Mwanawasa aveva istituito una commissione col compito di riscrivere la Costituzione e valutare se abolire o meno la pena di morte. Nel luglio 2005, la Commissione ha presentato le sue raccomandazioni tra le quali vi è il mantenimento della pena di morte. Sarà comunque il Parlamento a dover decidere sulla questione.
Da parte sua, il Presidente Mwanawasa, un cristiano battista di sentimenti abolizionisti, da quando è stato eletto nel 2001 e fino alla sua morte, si era sempre rifiutato di firmare i decreti di esecuzione, commutando centinaia di condanne a morte. “Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli, e finché sarò Presidente non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia”, aveva dichiarato Mwanawasa.
 
Il 3 febbraio 2010, al termine di un acceso dibattito, la Conferenza Costituente Nazionale (CCN) dello Zambia ha confermato l’art. 34 (2) della Costituzione, che prevede la pena di morte. In base all’articolo, una persona non può intenzionalmente essere privata della vita se non in applicazione di una sentenza di tribunale emessa nel rispetto della legge in vigore. Nel corso del dibattito uno dei delegati alla CCN, il Colonnello Moses Phiri, ha detto che lo Zambia deve conservare la pena capitale e che la Bibbia è stata chiara nell’attribuire allo stato il potere di togliere la vita. Per Christine Mulundika la società non dovrebbe occuparsi dei diritti di una persona che ne ha uccisa un’altra, mentre Dante Saunders ha chiesto perché mai l’articolo debba essere eliminato nel momento in cui altri Paesi vogliono reintrodurre la pena capitale.
 
Marocco
 
Il Re del Marocco, Mohammed VI, non ha mai firmato finora un decreto di esecuzione da quando è salito al trono il 23 luglio 1999.
Il 30 luglio 2009, il Re ha concesso un’ampia amnistia in occasione del 10° anniversario della sua incoronazione. Secondo il giornale arabo Al-Sharq Al-Awsat “molte decine di prigionieri attualmente nel braccio della morte avrebbero ricevuto la commutazione della condanna capitale in ergastolo”. Fonti della casa reale hanno fatto sapere che circa 24.000 persone avrebbero beneficiato dell’atto di clemenza: 16.000 prigionieri sarebbero stati presto liberati e 8.000 avrebbero ricevuto pene più lievi. Il provvedimento ha riguardato in particolare donne in gravidanza, giovani madri, minorenni, anziani, disabili e cittadini stranieri.
Per molti osservatori si è trattato di un ulteriore segnale nella direzione dell’abolizione della pena capitale nel Paese. L’ultimo massiccio atto di clemenza risaliva al 2 marzo 2007, quando il Re del Marocco ha concesso la grazia a 14 condannati alla pena capitale nell’ambito di un’amnistia che il sovrano ha concesso a un totale di 8.836 detenuti, a seguito della nascita della sua prima figlia, la principessa Lalla Khadija.
 
Al 19 agosto 2008, i prigionieri del braccio della morte del Marocco erano circa 150, tenuti in condizioni talmente disumane da minacciare la vita stessa, hanno denunciato attivisti per i diritti umani e ONG. “La situazione generale dei detenuti in Marocco, specialmente quelli nel braccio della morte, è assolutamente catastrofica e disumana”, ha detto all’IPS Mohamed Kouhlal, scrittore specializzato nelle questioni dei diritti umani. Le condizioni nel braccio della morte sono “anche peggio dell’esecuzione stessa”, ha aggiunto Al El Ouakili, noto scrittore e fautore dell’abolizione. Kouhlal e El Ouakili sono due tra i numerosi attivisti che hanno scritto, di recente, rapporti sulla situazione delle carceri in Marocco. I fatti sono confermati dalle fotografie fatte di nascosto in prigione che mostrano i detenuti ammassati nelle celle come sardine.
 
Le autorità di Rabat hanno intrapreso una vera e propria guerra contro il terrorismo di matrice islamica all’interno del Paese all’indomani degli attentati del 16 maggio 2003, in cui morirono 43 persone a Casablanca. Una nuova legge, passata in Parlamento nel maggio 2003, ha esteso la pena capitale a reati legati al terrorismo.
Gli attentati suicidi avvenuti a Casablanca all’inizio del 2007, hanno provocato resistenze da parte dello Stato nel processo di abolizione della pena di morte in corso nel Paese da almeno due anni.
“L’abolizione ora dipende solo da Mohamed VI”, aveva dichiarato nel novembre 2007 Mostafa Hannaoui, membro del Partito Socialista e Progressista. “Solo il Re ha l’autorità di rompere l’attuale impasse e rimettere la questione all’ordine del giorno.” Opinione condivisa anche da Khadija al-Riadi, presidente dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani. “Eravamo vicini all’abolizione lo scorso anno, ma sfortunatamente la ripresa di attentati terroristici, che minacciano la sicurezza del Paese, ancora non ci permette di farlo”, ha detto al-Riadi.
Nel dicembre del 2007, il nuovo ministro della Giustizia, Abdelwahed Radi, aveva confermato che il Paese era intenzionato ad abolire la pena di morte e aveva comunque ribadito che il Marocco è in procinto di abolirla. L’eliminazione della pena capitale potrebbe rientrare in una revisione del codice penale, aveva aggiunto il Ministro, riportato dal Med Basin Newsline.
 
In Marocco sono 11 i reati che comportano la condanna capitale, tra cui omicidio aggravato, tortura, rapina a mano armata, incendio doloso, tradimento, diserzione, attentato alla vita del Re.
Dal 1973, solo due delle 133 persone condannate a morte sono state giustiziate. L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1993 quando Mohammed Tabet, questore di polizia e capo dell’intelligence generale del Paese, è stato giustiziato per abuso della sua posizione e stupro di centinaia di donne e ragazze.
Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate 13 condanne a morte.
 
Kenia  
 
Il 3 agosto 2009, il Presidente del Kenia, Mwai Kibaki, ha annunciato la commutazione della pena capitale in ergastolo per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte. Lo stesso Kibaki ha precisato che la sua decisione, che è seguita alla raccomandazione di una commissione costituzionale, non significava che la pena di morte era stata abolita nel Paese. “La lunga permanenza nel braccio della morte causa angoscia e sofferenza eccessiva, un trauma psichico, il che potrebbe costituire un trattamento inumano”, si legge nella dichiarazione del Presidente, che ha incaricato il Governo di verificare quale sia l’effetto della pena di morte nella lotta contro il crimine.
Al 3 giugno 2009, in base a un rapporto presentato al Parlamento dalla Commissione Amministrazione, Sicurezza Nazionale ed Autorità Locali, erano circa 5.000 i condannati a morte rinchiusi nelle prigioni del Paese, tra cui più di 900 detenuti nel solo braccio della morte di Nairobi.
L’8 marzo 2009, il vice-presidente Kalonzo Musyoka aveva dichiarato che il governo keniota stava rivedendo la pena di morte e che il suo ufficio si stava consultando con gli uffici del Ministro della Giustizia e del Presidente Kibaki per studiare la via da seguire. “Alcuni paesi africani, come il Ruanda, hanno già abolito la pena di morte, noi potremmo andare in quella direzione se c’è consenso”, ha detto.
L’11 maggio 2010, il governo del Kenia ha respinto la richiesta delle Nazioni Unite di eliminare la pena di morte dalla propria legislazione, avanzata nel corso del Consiglio per i Diritti Umani di Ginevra. Nel suo comunicato, l’inviato del Kenia presso la missione Onu di Ginevra, Philip Owade, ha spiegato che l’opinione pubblica del suo Paese si è espressa contro qualsiasi tentativo di abolire la pena capitale.
 
Omicidio, tradimento e rapina a mano armata sono reati capitali previsti nel Codice Penale. In particolare, i tribunali applicano la pena di morte con inflessibile rigore nei confronti dei rapinatori violenti.
Nel dicembre 2002, una vittoria schiacciante della National Rainbow Coalition (Coalizione Nazionale Arcobaleno) ha messo fine a 39 anni di monopartitismo dell’Unione Nazionale Africana del Kenia (Kanu) che governava da quando il paese aveva ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1963. Dopo la vittoria elettorale, il neo Presidente Mwai Kibaki ha annunciato di voler abolire la pena di morte e, il 25 febbraio 2003, ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 195 detenuti, mentre altri 28 sono stati liberati dopo aver scontato dai 15 ai 20 anni di braccio della morte o per aver tenuto una buona condotta.
Per abolire la pena di morte, il governo ha scelto la via di una riforma costituzionale. Ma la Conferenza Nazionale Costituzionale (CNC), incaricata di preparare una nuova Costituzione per il Paese, il 9 marzo 2004, ha deciso di mantenere la pena di morte per omicidio e stupro di minorenni abolendola solo per tradimento e rapina a mano armata. Il Ministro della Giustizia e degli Affari Costituzionali Kiraitu Murungi, abolizionista anche quando era all’opposizione, ha subito reagito dichiarando che il Governo era determinato nel non voler impiccare nessuno e, il 10 marzo 2004, il Presidente Kibaki ha commutato in ergastolo tutte le condanne a morte. Oltre 2.500 persone potrebbero aver beneficiato della commutazione.
Il progetto di nuova Costituzione è stato riesaminato ed emendato dal Parlamento del Kenia, ma anche la nuova versione, approvata nel luglio 2005, manteneva la pena capitale ed è stata comunque bocciata dal referendum popolare che si è tenuto nel novembre del 2005, un voto interpretato come contrario al Presidente Kibaki piuttosto che alla Costituzione in sé. Kibaki è stato comunque rieletto presidente il 30 dicembre 2007, dopo elezioni contestate per brogli dall’opposizione.
L’ultima esecuzione in Kenia è avvenuta nel 1987 quando Hezekiah Ochuka e Pancras Oteyo Okumu sono stati giustiziati per aver tentato un colpo di stato il 1° agosto 1982.
 
Nigeria
 
Il 22 marzo 2009, intervenendo ad Abuja a un forum della News Agency of Nigeria, il ministro degli Interni Godwin Abbe, aveva reso noto che erano circa 200 i prigionieri del braccio della morte in Nigeria. “Alcuni di loro si trovano nel braccio della morte da 15 o 20 anni, in attesa di essere impiccati, e chiunque può immaginare quale angoscia e quale trauma subiscano.” Il Ministro attribuisce la “lunga attesa per la morte” alla riluttanza dei governatori statali a firmare gli ordini di esecuzione: “I nostri governatori sono persone molto umane che non vogliono che sangue sia versato. Potrebbero invece usare il loro potere di grazia per commutare delle condanne capitali in ergastolo o in pene meno dure.” “Dopo gli appelli, se anche la Corte Suprema ratifica una condanna a morte, spetta infatti ai governatori confermarla o meno”, ha spiegato il Ministro. “Da parte nostra chiediamo ai governatori di assumere delle decisioni sulle condanne capitali definitive, senza per forza confermarle”, ha aggiunto. Abbe ha smentito le voci secondo cui nel Paese le impiccagioni vengono rinviate perché non ci sono boia a disposizione. “Il servizio carcerario dispone di diversi boia, tuttavia non riveliamo i loro nomi né il loro numero esatto.”
Il 22 maggio 2009, il Procuratore generale della federazione nigeriana, Michael Kaase Aondoakaa, ha chiesto al proprio governo di liberare gli 87 prigionieri del braccio della morte con 60 o più anni d’età, nell’ambito delle misure per decongestionare le prigioni del Paese. Aondoakaa, che è anche Ministro della Giustizia, ha avanzato la proposta nel corso di un meeting svoltosi a Uyo, capitale dello Stato nigeriano di Akwa Ibom. Il Procuratore generale ha inoltre invitato i Procuratori dei vari Stati della federazione a intraprendere azioni simili, finalizzate a decongestionare le prigioni e far progredire i diritti umani dei cittadini.
 
Il 3 gennaio 2009, il Governatore dello Stato di Ebonyi, Martin Elechi, ha commutato in ergastolo le condanne a morte di due prigionieri. Il Procuratore Generale dello Stato e Ministro della Giustizia, Jossy Eze, ha spiegato che il gesto era un dono, in occasione del natale e del nuovo anno, concesso ai detenuti con la speranza che possano “contraccambiare con un cambiamento positivo nel loro cuore”. Il Governatore ha esercitato il suo potere su raccomandazione del Consiglio di Stato sulla Prerogativa della Grazia, un organismo creato per questo tipo di raccomandazioni.
Il 26 agosto 2009, il governatore dello Stato nigeriano di Lagos, Babatunde Fashola, ha amnistiato tre condannati a morte, che sono stati liberati sulla base di motivi umanitari. Altri 37 prigionieri del braccio della morte hanno ricevuto la commutazione della pena, compresi i 29 che sono stati condannati all’ergastolo. Il Governatore ha dichiarato di voler offrire ai prigionieri la “speranza di cambiare la loro condotta e di essere reinseriti nella società”. Nello Stato di Lagos continuano a essere emesse condanne capitali, nonostante non vengano giustiziati prigionieri da più di 10 anni.
Il 1° ottobre 2009, il governatore dello Stato nigeriano di Ondo ha commutato in pene detentive le condanne all’impiccagione di quattro persone. Il governatore Olusegun Mimiko ha così deciso di seguire le raccomandazioni del Consiglio Consultivo di Stato sulla Prerogativa della Grazia, in occasione del 49° anniversario dell’indipendenza nazionale. Per Sunday Eweje e Sunday John, che erano stati condannati a morte per omicidio, la pena è stata mutata in 21 anni di carcere, mentre Ayodele Bunmi e Alonge Temitope, che erano stati condannati a morte per rapina a mano armata, dovranno ora scontare 27 anni di carcere ciascuno. “Le decisioni prese non rappresentano certo una ricompensa o incoraggiamento per il crimine, ma concedono a queste persone un’altra opportunità di voltare pagina”, ha dichiarato Mimiko, che ha invitato a “considerare la grazia concessa come un segno della benevolenza di Dio nei confronti loro e del nostro Paese, il cui anniversario di indipendenza stiamo celebrando”.
Il 25 ottobre 2009, Alhaji Sule Lamido, governatore dello Stato di Jigawa, ha perdonato sei condannati a morte per omicidio colposo. Una dichiarazione dell’ufficio della Segreteria del Governo statale ha detto che Sale Dagayya, Isa Mato, Shabe Alhaji Galadima, Haruna Alhaji Galadima, Amadu Idi e Sambo Alhaji Galadima erano stati condannati all’impiccagione dalle Alte Corti di Hadejia, Kazaure e Kano.
Il 3 gennaio 2010, Bukola Saraki, governatore dello Stato di Kwara, ha graziato Bayo Ajia e Olayinka Are, che erano stati condannati a morte dall’Alta Corte dello stato nel marzo 2005, con l’accusa di omicidio colposo.
 
Durante il 2009, in otto Stati nigeriani – Abia, Akwa Ibom, Anambra, Delta, Ebonyi, Enugu, Imo e Rivers – sono state approvate leggi che introducono il rapimento come reato capitale.
Le ultime esecuzioni in Nigeria sono avvenute nel 2006, quando almeno sette uomini, condannati da un tribunale dello Stato di Kano, sono stati impiccate in segreto, nonostante che il governo nigeriano avesse assicurato che nel Paese nessuno veniva giustiziato “da anni”.
Nel 2009, secondo Amnesty International, in Nigeria sono state condannate a morte 58 persone.
Nel maggio 2010, i detenuti nel braccio della morte erano 820. I governatori degli Stati della federazione nigeriana si sono detti favorevoli alla loro esecuzione, considerata la condizione di sovraffollamento delle carceri. “Ci siamo trovati d’accordo sul fatto che le persone condannate a morte debbano di conseguenza essere messe a morte”, ha dichiarato Theodore Orji, governatore dello Stato sud-orientale di Abia, al termine dell’incontro dei 36 governatori, svoltosi nella capitale federale Abuja il 20 aprile. I governatori, che hanno il potere di firmare ordini di esecuzione, hanno detto inoltre che più dell’80% della popolazione carceraria della Nigeria è in attesa del processo e che servirebbero misure per “lasciare andare” chi da tempo si trova in carcerazione preventiva, ha aggiunto Orji. Koyode Odeyemi del Servizio Nigeriano delle Prigioni ha detto che dei 40.106 detenuti sono 36.000 quelli in attesa di processo.
Il 24 maggio 2010, gli 820 detenuti nei bracci della morte nigeriani hanno citato in giudizio, davanti all’Alta Corte Federale, i governatori dei 36 Stati nigeriani e il Sovrintendente-Generale delle Prigioni. I detenuti vogliono che la corte fermi le esecuzioni pianificate in quanto crudeli e disumane. Alcuni di loro hanno i casi pendenti presso la corte per contestare i verdetti di colpevolezza, le condanne e l’obbligatorietà delle norme in base a cui sono stati condannati.
 
Tanzania
 
Il 19 novembre 2009, il Presidente della Tanzania Jakaya Kikwete ha dichiarato di aver commutato in ergastolo le condanne a morte di 75 prigionieri “appena alcuni giorni fa”. La dichiarazione è stata resa dal Presidente nel corso di una conferenza svoltasi a Roma. Kikwete ha spiegato che molti cittadini tanzaniani sostengono la pena di morte, tuttavia – ha aggiunto – “la pena di morte è stata usata come un cane privo di denti. Sono più di 200 i detenuti nel braccio della morte ma nessuno è stato messo a morte”. “La legge che prevede la pena capitale esiste, tuttavia non viene applicata da molto tempo.”
 
Il 13 e 14 luglio 2009, il Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite ha esaminato il quarto rapporto periodico della Tanzania sulla implementazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, chiedendo al Governo di prendere in seria considerazione l’abolizione della pena di morte, oltre che di assicurarsi che non vengano violati i diritti dei prigionieri del braccio della morte. La Tanzania “deve considerare seriamente di abolire la pena di morte e aderire al Secondo Protocollo Opzionale al Patto”, ha raccomandato il Comitato, aggiungendo che lo Stato parte “dovrebbe anche considerare di commutare presto le sentenze di tutte le persone finora condannate a morte”. Inoltre, nel prendere atto con piacere che nessuna esecuzione è stata effettuata dal 1994, il Comitato si è mostrato “preoccupato del numero elevato di detenuti nel braccio della morte (292 nel 2009)”, i quali “per la moratoria solo di fatto, vivono nel timore costante di essere giustiziati”. Secondo il Comitato, una tale situazione di stress mentale potrebbe configurare “una forma di trattamento inumano e degradante se non di vera e propria tortura”. Da parte sua, la delegazione della Tanzania ha assicurato che “il Governo sta procedendo lentamente verso l’abolizione della pena di morte”.
La richiesta del Comitato Diritti Umani concorda con un rapporto sull’attuazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici sottoposto al Comitato da tre organizzazioni locali: la Southern Africa Human Rights Non-Governmental Organizations (SAHRINGON), la Tanganyika Law Society e il Legal and Human Rights Centre.
 
Nel 2008, il Legal and Human Rights Centre in collaborazione con la rete di ONG SAHRINGON e la Tanganyika Law Society aveva presentato una petizione all’Alta Corte sostenendo che la pena capitale violi il diritto alla vita. Da parte sua, il Governo ha annunciato, attraverso il ministro della Giustizia e degli Affari Costituzionali Mathias Chikawe, che stava raccogliendo opinioni sulla opportunità di abolire o meno la pena di morte, anche se le proposte di abolizione giungevano nel momento sbagliato, considerati i recenti omicidi rituali commessi nel Paese contro persone albine.
 
La pena di morte in Tanzania è prevista per omicidio e tradimento. Per chi commette omicidio la condanna a morte obbligatoria, previsione che è vietata dal diritto internazionale.
In base alle cifre fornite dalla governativa Law Reform Commission of Tanzania (LRCT), almeno 2.478 persone sono state condannate a morte nel Paese dal 1961 al 2007. Di questi condannati, 238 sono stati impiccati, incluse sei donne.
L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1994. A luglio 2009, erano 292 i prigionieri del braccio della morte in Tanzania.
 
 
 
 
 
 
RIPRISTINO DELLA PENA DI MORTE E RIPRESA DELLE ESECUZIONI
 
Sul fronte opposto, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni nell’agosto 2009 dopo circa sei anni di sospensione.
Nell’aprile 2010, in Palestina il Governo di Hamas a Gaza si è reso responsabile della ripresa delle esecuzioni dopo una moratoria di fatto durata cinque anni.
Alla fine di aprile 2010, anche Taiwan ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di sospensione.
 
Thailandia
 
Il 24 agosto 2009, due uomini sono stati giustiziati mediante iniezione letale, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. Si tratta delle prime esecuzioni dopo circa sei anni di sospensione.
Bundit Jaroenwanit, 45 anni, e Jirawat Poompreuk, 52 anni, sono stati messi a morte nel carcere di Bang Khwang a Bangkok. I due hanno saputo il giorno stesso che sarebbero stati giustiziati, con un preavviso di poche ore. Hanno avuto solo il tempo di scrivere le ultime volontà, telefonare alla famiglia, consumare l’ultimo pasto e ascoltare il sermone di un monaco buddista. Sono stati bendati e gli sono stati dati fiori, candele e bastoncini di incenso prima di essere portati con mani e piedi incatenati nella camera della morte. Quando sono stati stesi sul lettino dell’iniezione letale, i due hanno voltato lo sguardo verso il tempio. Poi hanno ricevuto tre iniezioni: la prima un sedativo; la seconda un rilassante dei muscoli; la terza, quella fatale, una droga che ha fermato il loro cuore.
La Presidenza di turno svedese dell’Unione Europea ha “deplorato” l’esecuzione di Bundit Jaroenwanit e Jirawat Poompreuk. L’UE si è appellata al governo thailandese “affinché abolisca completamente la pena di morte e, nel frattempo, stabilisca una moratoria sulle esecuzioni come chiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.
 
In base al solo codice penale i reati capitali sono 35: da quelli contro il Sovrano al tradimento, dall’omicidio alla violenza carnale quando la vittima muore all’incendio e alla rapina nel corso della quale si verifichi un omicidio. La pena di morte si può applicare anche per il traffico di eroina e anfetamine, soprattutto se i prigionieri sono giudicati colpevoli dopo essersi dichiarati innocenti all’inizio del processo.
Dopo il giudizio finale l’esecuzione deve essere sospesa per 60 giorni per permettere al condannato di presentare la richiesta per il perdono del Re. La maggior parte delle sentenze capitali sono commutate dalla grazia reale. Se viene concesso il perdono, l’esecuzione viene commutata in ergastolo.
Non si è mai saputo in anticipo quando un’esecuzione viene portata a termine. Di solito l’ordine di esecuzione viene trasmesso la mattina e l’esecuzione avviene il pomeriggio dello stesso giorno.
Le esecuzioni in Thailandia sono riprese nel 1995, dopo una sospensione di fatto durata otto anni.
Il 19 ottobre 2003, dopo 68 anni e 319 giustiziati tramite plotone (316 uomini e tre donne), è entrato in vigore un emendamento al Codice Penale che introduce l’iniezione letale come metodo di esecuzione. Prima ancora della fucilazione la Thailandia giustiziava i condannati con la decapitazione. Il 12 dicembre 2003, le prime esecuzioni tramite iniezione letale sono state eseguite nel famigerato carcere di Bang Kwang nei confronti di tre persone accusate di traffico di droga e dell’autore di un omicidio. Sono state le ultime prime di quelle dell’agosto 2009. Nel 2002 erano state 9 e 18 nel 2001.
Al 24 agosto 2009, secondo la stampa thailandese, i detenuti nel braccio della morte del Paese erano 832, tra cui 127 condannati in via definitiva.
 
Autorità Nazionale Palestinese
 
Il 15 aprile 2010, due palestinesi, Mohammed Ibrahim Isma’il “al-Sab’a” di 36 anni e Naser Salama Abu Freih di 35, sono stati fucilati a Gaza perché ritenuti responsabili da un tribunale militare di Hamas di collaborazionismo con Israele. Mohammed Ibrahim Isma’il, originario di Rafah, era stato condannato a morte il 3 novembre 2009 dall’Alta Corte Militare di Gaza per tradimento e concorso in omicidio. Il 19 luglio, in prima istanza, per gli stessi fatti la Corte Militare Permanente lo aveva condannato all’ergastolo e ai lavori forzati, ma il Procuratore Generale Militare si era appellato e l’Alta Corte aveva accolto il suo ricorso con la richiesta di condanna a morte. Abu Freih, un sergente della polizia civile dell’Autorità Palestinese residente a Izbat Abed Rabbu a est della città di Jabalia, era stato incarcerato dalla procura militare di Gaza il 2 maggio 2008 e il 22 febbraio 2009 il tribunale militare di Gaza lo aveva ritenuto responsabile di tradimento e omicidio in base al Codice Rivoluzionario Palestinese del 1979 e al Codice penale militare del 2008.
Queste sono le prime esecuzioni ufficiali da quando Hamas, nel 2007, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, sottraendolo ad al-Fatah del presidente Mahmoud Abbas. In base alle leggi dell’Autorità Nazionale Palestinese, le esecuzioni capitali possono essere effettuate solo con l’autorizzazione del Presidente, ma l’organizzazione integralista islamica, non riconoscendolo, si è ben guardata dall’interpellare Abbas, il quale non ha finora autorizzato nessuna esecuzione in Cisgiordania. Una pioggia di critiche si è riversata su Hamas dopo le fucilazioni: dal Ministero degli Esteri francese, all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani delle Nazioni Unite Navi Pillay.
L’ultima esecuzione praticata a Gaza risaliva al luglio 2005.
Il 19 aprile 2010, Hamas ha fatto sapere che nella Striscia di Gaza le esecuzioni continueranno, nonostante le critiche venute da gruppi per i diritti umani e da governi occidentali per le due esecuzioni praticate la settimana prima. “Continueremo a eseguire le condanne a morte”, ha detto Fathi Hammad, ministro degli Interni nell’esecutivo di Hamas, aggiungendo che condanne a morte saranno comminate per i reati più gravi come l’omicidio e reati legati alle droghe.
Il 18 maggio 2010, infatti, il governo di Hamas ha eseguito la condanna a morte tramite impiccagione di tre palestinesi accusati di omicidio. Lo ha reso noto il ministero dell’Interno tramite un comunicato. Hamdi Shaqura, del Centro Palestinese per i Diritti Umani, ha identificato i tre giustiziati come Rami Mohammed Sa’id Juha, 25 anni, Matar Harb al-Shoubaki, 35, e ‘Amer Saber Hussein Jundeya, 33. Juha era stato condannato a morte da un tribunale civile il 13 aprile 2004 per lo stupro e omicidio di una ragazza di 14 anni nel 2003. Shoubaki era stato condannato a morte da un tribunale civile il 15 marzo 1996 per l’omicidio di un uomo. Jundeya, infine, era stato condannato a morte da un tribunale militare di Hamas il 10 marzo 2009 per l’omicidio di un cambiavalute nel 2008. Nei processi i tre “hanno pienamente goduto del diritto di difendersi con l’aiuto dei loro avvocati e dei membri delle loro famiglie”, è scritto nel comunicato del ministero. “Fino a pochi istanti prima dell’esecuzione della condanna”, si legge nel testo, le famiglie delle vittime hanno avuto la possibilità di perdonarli, accettando il prezzo del sangue, così come prevede la legge islamica. Anche queste condanne a morte sono state eseguite senza la ratifica prevista dalla legge palestinese da parte del Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas.
 
In Palestina vengono attualmente applicati 3 tipi di legislazione penale. Nella Cisgiordania vige il Codice penale giordano n° 16 (1960), che prevede la pena di morte nei casi di alto tradimento e omicidio. La Striscia di Gaza è sottoposta alla Legge n° 74 (1936) dell’Egitto, che prevede la pena di morte per attentati all’ordine interno. Nel resto del territorio vige la legge dell’Autorità Palestinese, che è piuttosto flessibile riguardo alla pena di morte. I colpevoli di tradimento sono condannati anche in base all’articolo 131/A del Codice Penale Rivoluzionario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina del 1979 e in base al più recente Codice Penale Militare N° 4 (2008). E’ importante notare che il Codice Penale Rivoluzionario dell’OLP non è mai stato presentato e approvato dall’organo legislativo dell’Autorità Nazionale Palestinese, mentre il Codice Militare del 2008 è stato emanato nel contesto di crescente frammentazione politica nella leadership palestinese, con le sessioni del parlamento palestinese (PLC) partecipate solo dal gruppo maggioritario “Riforma e Cambiamento” (Hamas) e disertate dai membri di altri gruppi palestinesi.
L’articolo 327 della Legge di Procedura Penale dell’Autorità Palestinese (N. 3 del 2001) stabilisce il ricorso in appello in tutti i casi in cui siano state emesse condanne a morte o all’ergastolo. Il ricorso va sottoposto all’esame della corte d’appello di Gaza entro 25 giorni dalla sentenza di primo grado. Se l’appello è rigettato, la sentenza capitale deve essere ratificata dal Presidente dell’Autorità Palestinese perché sia eseguita.
 
Da quando l’ANP è stata istituita nel 1994, sono stati “legalmente” giustiziati 18 palestinesi, quattro dei quali condannati a morte per aver “collaborato” con Israele. Di queste esecuzioni, 2 sono state effettuate in Cisgiordania e 16 nella Striscia di Gaza.
Ma, sotto il regime dell’ANP, oltre 100 palestinesi, sospettati di aver collaborato con Israele, sono stati linciati o fucilati per strada, la maggior parte a opera di membri delle Brigate dei Martiri di Al Aksa vicine ad al-Fatah o delle Brigate Izz al-Din al-Qassam braccio armato di Hamas, che sono andati a prenderli nelle loro case, nei commissariati, nel carcere in cui erano detenuti o nelle aule di giustizia dove venivano processati.
La prima condanna a morte è stata eseguita il 30 agosto 1998, quando due fratelli, Ra’ed e Muhammad Abu Sultan, membri dei servizi segreti militari palestinesi accusati di un duplice omicidio, sono stati fucilati a Gaza dopo solo tre giorni essere stati incriminati del fatto per cui sono stati sommariamente processati da un tribunale militare speciale.
Il 12 giugno 2005, l’Autorità Palestinese aveva ripreso le esecuzioni dei condannati a morte dopo una interruzione di tre anni. Quattro uomini, accusati di omicidio, erano stati giustiziati al mattino nella Città di Gaza, tre sulla forca e uno mediante fucilazione. Ma a dieci giorni di distanza da queste esecuzioni e a seguito di critiche internazionali, il 22 giugno 2005, il Presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha chiesto al suo Ministro della Giustizia di annullare le sentenze emesse dalle Corti per la Sicurezza dello Stato. Ma un’altra esecuzione, la quinta del 2005, aveva avuto luogo il 27 luglio, quando Raed al-Mughrabi è stato giustiziato per omicidio nel carcere della città di Gaza.
Per quanto riguarda gli anni precedenti, erano state effettuate tre esecuzioni nel 2002, per omicidio. Nel 2003, erano state emesse 4 condanne a morte, ma nessuna è stata eseguita. Per il secondo anno consecutivo, nel 2004, non si era registrata nessuna esecuzione.
 
Il numero totale di condanne a morte emesse sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, al 30 giugno 2010, equivale ad almeno 103, secondo la documentazione raccolta dal Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR): 23 in Cisgiordania e 80 nella Striscia di Gaza.
Nel 2009, le condanne a morte in Palestina sono state almeno 18, tre emesse in Cisgiordania e quindici nella Striscia di Gaza, tra cui quelle nei confronti di Naser Salama Abu Freih e Mohammed Ibrahim Isma’il “al-Sab’a”, giustiziati nell’aprile del 2010, e nei confronti di ‘Amer Saber Hussein Jundeya, impiccato a maggio.
Il 25 gennaio 2009, il Tribunale Militare di Hebron ha condannato a morte, tramite plotone un uomo di 25 anni, Mahran Rashad ‘Abdul Rahman Abu Jouda, membro della Forza 17 (per la sicurezza del presidente) del campo profughi di al-’Arroub nel nord di Hebron. Abu Jouda era stato arrestato circa due anni prima dal Servizio di Sicurezza Generale prima di essere trasferito sotto la custodia del Servizio di Sicurezza Militare. La corte ha tenuto sei sessioni sul caso prima di emettere la sentenza. Ha condannato Abu Jouda per tradimento in violazione dell’articolo 131/A della Legge Penale Militare Palestinese del 1979, e lo ha condannato a morte.
Il 10 marzo 2009, il tribunale militare di Gaza ha condannato a morte tre palestinesi residenti ad al-Shoja’eya nella parte orientale della città di Gaza. I tre sono stati condannati per il rapimento e l’omicidio di Fawzi Jameel Kamel ‘Ajjour, 40 anni, un agente di cambio, il 4 ottobre 2008. La corte ha ritenuto ‘Aamer Saber Hussein Jundeiya, un membro delle Forze di Sicurezza, responsabile del rapimento e omicidio premeditato in base al Codice Penale Palestinese del 1936 e in base al Codice Rivoluzionario Palestinese del 1979. Gli altri due imputati, Salem ‘Ali Jundieya e Mo’men Hussein Jundeiya, sono stati condannati a morte solo per omicidio premeditato.
Il 7 aprile 2009, un tribunale militare di Hamas a Gaza ha condannato a morte in contumacia quattro palestinesi, due originari di al-Sheja’eya e due di al-Tufah, quartieri a est della città di Gaza. I quattro sono stati condannati per l’omicidio di Husein Ahmed Abu ‘Ajwa, di al-Tufah, avvenuto il 5 luglio 2006. Nello stesso caso, altri tre palestinesi sono stati condannati all’ergastolo e ai lavori forzati. I condannati a morte sono Hani Ibrahim Zeideya e tre militari del Servizio di Sicurezza Preventiva, il maggiore Bassam Kamal Rahmi e i soldati semplici Na’el Salah Juha e Mohammed Salem al-Mathloum. I condannati all’ergastolo sono Mohammed Zaher Zeideya, Hamed Mahmoud al-Sherbasi e Na’el Jamal Harb. Il tribunale ha accusato i sette di aver costituito una “associazione diabolica” e violato vari articoli del Codice Penale Rivoluzionario dell’OLP del 1979.
Il 28 aprile 2009, un tribunale militare di Hebron, in Cisgiordania, ha condannato all’impiccagione un palestinese per aver venduto un terreno a cittadini israeliani. Il collegio giudicante costituito da tre giudici ha riconosciuto l’imputato, Anwar Breghit, 59 anni, residente nel villaggio di Beit Ummar, colpevole di tradimento. Il tribunale di Hebron ha chiarito che la condanna capitale emessa è da ritenersi definitiva e non appellabile.
Il 24 maggio 2009, tre uomini sono stati condannati a morte per omicidio dal tribunale militare di Hamas a Gaza. Le condanne capitali sono state emesse dal giudice Mohammed Nofal nei confronti di tre membri di Fatah, in relazione al sequestro e uccisione di due giornalisti legati a Hamas, Mohammed Abdo e Suleiman al-Ashi, avvenuti il 13 maggio 2007. Shadi Khader Deeb, 30 anni, originario di Beit Lahi, era detenuto dal 10 ottobre 2007, mentre Shadi ‘Abdul Karim al-Madhoun, di Beit Lahia, e Ra’ed Sabri al-Maqqoussi, 29 anni, del campo profughi di Jabalya, sono stati condannati in contumacia. I tre imputati facevano parte all’epoca della guardia presidenziale, incaricata di proteggere il presidente Mahmoud Abbas.
Il 7 ottobre 2009, Saleem Mohammed Saleem al-Nabahin, 27enne del campo profughi di al-Boreij, è stato condannato a morte da un tribunale di Gaza per collaborazionismo con Israele. Il Tribunale Militare Permanente di Gaza, presieduto dal giudice Ayman ‘Imad al-Din, all’unanimità, ha riconosciuto l’imputato colpevole di collaborazionismo con soggetti ostili. La condanna all’impiccagione, appellabile, è stata pronunciata alla presenza dell’imputato, che era stato arrestato il 28 dicembre 2007.
Il 29 ottobre 2009, un poliziotto pro-Fatah è stato condannato a morte a Gaza da un tribunale militare di Hamas per aver collaborato con Israele, ha reso noto il Ministero degli Interni di Hamas. Abdulkareem Shrair, 35 anni, residente nel quartiere Az-Zaitun a Gaza, “è stato accusato di tradimento, in base al Codice Rivoluzionario Palestinese del 1979”, ha fatto sapere il Ministero ai media, aggiungendo che la sua cooperazione con Israele aveva causato l’uccisione di militanti palestinesi. Shrair era un poliziotto arruolato negli ex servizi di sicurezza facenti capo al presidente Mahmoud Abbas. Shrair è stato inoltre ritenuto colpevole di omicidio in base gli articoli dello stesso Codice Rivoluzionario.
Il 9 dicembre 2009, il tribunale militare di Ramallah in Cisgiordania ha condannato alla fucilazione ‘Izziddin Rassem Daghra, un membro dei Servizi di Sicurezza palestinesi originario del villaggio di Kufor ‘Ein, per aver passato informazioni a Israele. Il presidente del tribunale, Ahmed Abu Dayyeh, ha dichiarato che le informazioni rivelate dall’imputato, un 41enne reclutato dagli israeliani come informatore nel 1992, avevano condotto all’arresto di diversi palestinesi.
Il 22 febbraio 2010, un tribunale di Gaza ha condannato all’impiccagione un palestinese riconosciuto colpevole dell’uccisione di un gioielliere cristiano. Lo ha riferito l’agenzia di stampa palestinese indipendente Maan secondo cui il condannato, identificato come A.Gh, 30 anni, potrà comunque rivolgersi alla Corte d’Appello. Il gioielliere Akram Issa Ibrahim al-Amash, 34 anni, fu ucciso per contrasti di affari con il suo ex-socio il 2 agosto del 2009 a Beit Lahya, nel nord della Striscia di Gaza. L’assalitore, membro di una famiglia molto influente nella Striscia, fu presto catturato e sottoposto a processo. Una mediazione fra la famiglia della vittima e quella dell’omicida, che in apparenza era disposta a versare un cospicuo indennizzo, è fallita.
 
Nel 2006, l’Autorità Palestinese ha tenuto le prime elezioni politiche che hanno visto Hamas competere e vincere a sorpresa conquistando 76 dei 132 seggi parlamentari. Nel giugno 2007, attraverso un colpo di Stato, Hamas ha preso il controllo della Striscia, estromettendo il partito di Fatah suo rivale assassinandone anche gli esponenti.
Il 24 dicembre 2008, il quotidiano panarabo Al-Hayat, edito a Londra, ha riportato che il parlamento palestinese [Palestinian Legislative Council], controllato da Hamas, avrebbe votato a Gaza in seconda lettura a favore di una nuova proposta di legge penale che, in linea con la Sharia, prevederebbe punizioni come impiccagione, crocifissione, taglio della mano e frustate. La stessa notizia era stata ripresa e pubblicata sul sito web di Al-Arabiya e aveva suscitato critiche e preoccupazioni non solo nella comunità internazionale, ma anche da parte delle organizzazioni umanitarie della Striscia di Gaza. Hamas ha negato di aver approvato il nuovo codice islamico, anche se nei due mesi precedenti i leader di Hamas avevano annunciato con orgoglio sui loro giornali che il nuovo codice penale, ispirato al “nobile diritto religioso islamico”, era quasi pronto. D’altra parte, quando nelle elezioni del 2006 i palestinesi hanno fatto vincere Hamas, il portavoce dell’organizzazione Hamed Bitawi aveva dichiarato: “Il Corano è la nostra Costituzione, Maometto è il nostro Profeta, la jihad è il nostro cammino, e morire come martiri per amore di Allah è il nostro massimo desiderio.” Il suo discorso fu accolto da un’ovazione della folla e dall’invocazione “Allah è Grande”. E’ probabile che, con l’attacco israeliano a Gaza di fine 2008, Hamas abbia avuto altro a cui pensare.
Sta di fatto che, a partire dal colpo di stato realizzato da Hamas nel giugno del 2007 nella Striscia di Gaza, l’influenza dell’Islam radicale sulla vita quotidiana della popolazione è andata via via crescendo. Al di là di una loro base legale, codici di comportamento islamico sono già parzialmente applicati sulla popolazione attraverso il ferreo controllo di Hamas di settori strategici, quali le scuole, le moschee, le strutture di assistenza sociale, i media, che hanno un impatto decisivo sui modi di vita corrente nella Striscia di Gaza. L’imposizione di tali codici nella vita quotidiana è curata principalmente dai servizi di sicurezza interna di Hamas, che operano come una sorta di “polizia morale” sul modello di analoghe forze di polizia esistenti in Iran, Arabia Saudita e in Afghanistan al tempo dei Talebani, assicurando, ad esempio, che le donne per strada o in spiaggia siano vestite appropriatamente.
Nel luglio 2009, una “campagna per la morale pubblica” è stata lanciata a Gaza dal Ministero per gli Affari Religiosi con un elenco di ciò che è o non è islamicamente corretto che caratterizza manifesti sui muri e sermoni nelle moschee. Si va dalla separazione tra maschi e femmine nelle feste di matrimonio all’invito ai giovani a evitare la musica pop con frasi allusive. “Dobbiamo incoraggiare la gente a essere virtuosa e a fuggire dal peccato”, ha detto Abdullah Abu Jarbou, vice ministro degli affari religiosi.
Hamas sostiene che l’adesione a questa “campagna morale” è sempre volontaria e risponde semplicemente alle scelte tradizionaliste dei cittadini di Gaza. Ma le regole sono vaghe e non mancano notizie di presunti trasgressori picchiati o di insegnanti a cui si chiede di fare pressioni sulle ragazze perché indossino il foulard. “Ci sono evidenti tentativi di islamizzare la nostra società”, ha detto Khalil Abu Shammala, attivista dei diritti umani a Gaza. Le smentite di Hamas “sono contraddette da ciò che vediamo per strada”.
Pattuglie della polizia sulle spiagge dividono maschi e femmine single e intimano agli uomini di indossare maglietta e pantaloncini fino al ginocchio. Nel giugno 2009, tre ragazzi che stavano passeggiando sulla spiaggia con una amica sarebbero stati picchiati dalla polizia di Hamas, arrestati e obbligati a firmare una dichiarazione in cui si impegnavano a non compiere “atti immorali”.
La polizia ha imposto restrizioni anche sui manichini. Negozi di lingerie sono stati costretti a coprire i manichini scandalosamente vestiti e le etichette alle confezioni di mutandine e reggiseno che mostravano donne in biancheria intima sono state strappate via. Altri negozianti sono stati pregati di tagliare o coprire le teste dei manichini per non violare la regola islamica che vieta la riproduzione di forme umane.
Il 9 luglio 2009, ‘Abdul Ra’ouf al-Halabi, Presidente dell’Alta Corte di Giustizia e del Consiglio Superiore di Giustizia, ha ordinato alle avvocatesse di indossare in tribunale oltre alla toga anche il fazzoletto islamico, altrimenti non avrebbero potuto esercitare la professione. “Non consentiremo a nessuno di mandare in rovina la nostra morale”, ha spiegato.
Il 30 novembre 2009, il Governo di Hamas a Gaza ha approvato una misura che consentirà l’esecuzione di persone riconosciute colpevoli di spaccio di droga, ha dichiarato il procuratore-generale locale, Mohammed Abed.
 
Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), con sede a Gaza, ha chiesto all’Autorità Nazionale Palestinese di introdurre una moratoria sull’applicazione della pena di morte, dal momento che essa viola gli standard e gli strumenti internazionali sui diritti umani. Il Centro ha invitato l’Autorità Palestinese a rivedere anche tutta la legislazione relativa alla pena di morte e ad adottare un codice penale unico, in linea con lo spirito degli strumenti internazionali relativi ai diritti umani, in special modo con quelli relativi all’abolizione della pena capitale.
Il 16 dicembre 2009, i partecipanti alla Seconda Conferenza Nazionale Palestinese per l’Abolizione della Pena di Morte, conclusasi a Ramallah, hanno chiesto una sospensione dell’uso della pena di morte fino alla sua totale eliminazione dall’ordinamento palestinese. La Conferenza ha inoltre espresso la raccomandazione che la magistratura militare e quella civile siano completamente separate. Il Direttore Esecutivo della Commissione Indipendente per i Diritti Umani (ICHR), Randa Siniora, aveva aperto la Conferenza esprimendo grave preoccupazione per le condanne capitali pronunciate dai tribunali palestinesi militari e civili.
 
Taiwan
 
Il 30 aprile 2010, quattro persone sono state giustiziate a Taiwan dopo essere state riconosciute colpevoli dei “crimini più gravi”, compresi omicidio e sequestro.
“L’ordine di eseguire le condanne per i quattro – si legge nello scarno comunicato del Ministero della Giustizia – è stato emesso il 28 aprile dal ministro della Giustizia Tseng Yung-fu e il 30 sono state eseguite.”
I quattro sono stati identificati come Chang Chun-hung, Hung Chen-yao, Ko Shih-ming e Chang Wen-wei.
Queste esecuzioni sono le prime sull’Isola a partire dal 26 dicembre 2005, quando due uomini, Lin Meng-kai e Lin Hsin-hung, condannati a morte per omicidio, sono stati giustiziati nella prigione di Taichung.
 
Negli ultimi anni, il Governo taiwanese aveva più volte manifestato la volontà politica di arrivare all’abolizione della pena di morte, nel quadro di una più generale attenzione alla tutela dei diritti umani.
Nel febbraio 2006, l’allora Ministro della Giustizia Morley Shih aveva detto che il Governo si stava muovendo verso l’abolizione ma che vi era ancora una maggioranza dell’opinione pubblica che riteneva la pena capitale un deterrente. Secondo il Taipei Times, il Ministero della Giustizia avrebbe poi cercato di rinviare le esecuzioni con ricorsi straordinari alla Corte Suprema e, in caso di rigetto, con delle sospensioni delle esecuzioni.
Il 25 aprile 2008, anche il nuovo ministro della Giustizia, Wang Ching-feng, si era dichiarata contraria alla pena di morte, attirando l’attenzione di molti media del Paese. La Wang, avvocato noto per l’impegno in campo sociale e politico, aveva già ricoperto importanti ruoli governativi, mettendosi in evidenza per abilità e visione. In un’intervista concessa all’Apple Daily, giornale in lingua cinese, la Wang aveva detto di disapprovare la pena di morte: “La vita non dovrebbe mai essere sottratta a un essere umano. Rispetto la vita e penso che la sua eliminazione non possa restituirne una persa.”
Il 21 maggio 2008, il Ministro della Giustizia aveva ripetuto che si sarebbe attivata affinché il Paese abolisse la pena di morte, in accordo con il trend internazionale. “Il mantenimento della pena di morte ha avuto come prezzo l’immagine internazionale del nostro Paese, considerando che Taiwan sta lottando per difendere le sue fragili relazioni internazionali”, aveva detto il ministro Wang Ching-feng, aggiungendo che “l’abolizione della pena capitale è un trend internazionale … l’Unione Europea sta premendo per questo obiettivo”.
Il 9 agosto 2008, il Ministro della Giustizia aveva ribadito che la pena di morte è crudele e fallisce nel dimostrare che le punizioni hanno anche un fine riabilitativo. Ma i parlamentari del Kuomintang di Taiwan (KMT) si erano detti contrari alla volontà del Ministro di eliminare la pena di morte, dicendo che tale decisione aumenterebbe il tasso di criminalità.
 
Il 12 marzo 2010, il Ministro della Giustizia Wang Ching-feng si è dimessa a seguito delle proteste provocate nel Paese dalle sue dichiarazioni contro la pena di morte. Il 10 marzo, il Ministro aveva dichiarato che non avrebbe autorizzato nessuna esecuzione capitale e che “sarebbe stata molto felice di essere giustiziata al posto dei condannati a morte, se solo questo potesse rappresentare per loro una possibilità di riabilitazione”. “Le persone giustiziate non possono tornare in vita, quindi garantire il diritto alla vita non deve essere un’occupazione futura, ma un progresso da realizzare adesso”, aveva detto la Wang. “Piuttosto che autorizzare un’esecuzione capitale – aveva aggiunto Wang – sono disposta a dimettermi.” Le dichiarazioni dell’ex Ministro erano state duramente criticate dal Presidente, dal suo stesso partito (Kuomintang) e dai parenti di vittime di omicidi.
Le dimissioni della Wang sono state accolte dal presidente Ma Ying-jeou e dal Premier Wu Den-yih. L’11 marzo, l’Ufficio Presidenziale di Taiwan aveva ricordato in un comunicato che il Ministro della Giustizia è tenuta a rispettare le leggi vigenti. Il comunicato, letto dal portavoce presidenziale Lo Chih-chiang, sottolinea come Taiwan sia uno stato di diritto, facendo capire che la Wang non poteva rifiutarsi di firmare ordini di esecuzione per detenuti condannati a morte in via definitiva.
Il 22 marzo 2010, il nuovo ministro della giustizia di Taiwan, Tseng Yung-fu, si è detto pronto ad autorizzare esecuzioni nei casi in cui la colpevolezza del condannato sia stata confermata, aggiungendo di aver ordinato la revisione dei casi dei 44 prigionieri del braccio della morte. “Il Ministro della giustizia deciderà se giustiziare i prigionieri del braccio della morte e non si sottrarrà alle proprie responsabilità se la revisione confermerà la colpevolezza”, ha detto Tseng all’agenzia ufficiale Central News Agency. L’esecuzione di condanne a morte non costituirebbe una violazione delle due convenzioni Onu firmate da Taiwan, che impongono una riduzione del numero di esecuzioni. L’opzione di abolire la pena di morte resta comunque aperta, ha precisato Tseng, aggiungendo che il Ministero organizzerà diversi seminari per ascoltare l’opinione della società civile sull’argomento.
Il 22 aprile 2010, in una dichiarazione pubblicata sul Catholic Weekly, i vescovi cattolici a Taiwan hanno esortato il governo ad abolire la pena di morte. L’arcivescovo di Taipei, John Hung, ha detto che i leader cattolici, protestanti e buddhisti si oppongono tutti alla pena di morte. “Se il governo pensa di non poter abolire la pena capitale, dovrebbe sospendere le esecuzioni e introdurre delle contromisure sull’esperienza dei paesi oltreoceano”, ha detto Hung.
Il 1° maggio 2010, l’Unione Europea ha condannato la ripresa delle esecuzioni a Taiwan, chiedendo al Paese di ristabilire immediatamente la moratoria di fatto sulla pena di morte. “L’Unione chiede al governo di Taiwan di ristabilire immediatamente la moratoria sulla pena di morte e di lavorare verso l’abolizione della pena capitale, in accordo con il trend globale verso l’abolizione universale”, si legge in un comunicato dell’alto rappresentante della politica estera della UE, Catherine Ashton.
Il mantenimento a Taiwan della pena capitale potrebbe diventare un ostacolo rispetto ai tentativi di ottenere l’esenzione del visto per i cittadini taiwanesi nell’Unione Europea. Il governo di Taiwan ha fatto sapere di voler spiegare la situazione in modo che i Paesi del Gruppo Schengen – 22 paesi dell’UE più altri tre – restino intenzionati a introdurre le esenzioni dei visti entro la fine del 2010.
E’ dal 2001 che il Governo non riesce ad approvare una proposta di legge volta ad abolire la pena di morte, anche per la contrarietà dell’opinione pubblica. Un sondaggio del gennaio 2010 ha rivelato che il 74% della popolazione di Taiwan è contraria all’abolizione della pena di morte, e oltre la metà pensa che i detenuti del braccio della morte dovrebbero essere giustiziati. È la prima volta che oltre il 50% degli intervistati di un sondaggio chiedono l’esecuzione dei condannati a morte.
Il 12 maggio 2010, il Ministro della Giustizia Tseng Yung-fu ha dichiarato che non c’è alcun bisogno di un referendum sulla pena di morte, dal momento che quasi l’80% dell’opinione pubblica a Taiwan è a essa favorevole. La dichiarazione del Ministro è giunta in risposta al parlamentare Hsieh Kuo-liang, che ha proposto di risolvere la controversia sulla pena capitale una volta per tutte attraverso un referendum. Un referendum sulla questione sarà tenuto con maggiore utilità quando l’opinione pubblica sarà divisa in parti paragonabili, ha aggiunto Tseng, secondo cui l’abolizione della pena capitale resta un obiettivo a lungo termine del Paese, sempre in accordo con l’opinione pubblica. Nel frattempo, ha ribadito, il Ministero procederà con le esecuzioni capitali, secondo quanto previsto dalle leggi.
Il 28 maggio 2010, i giudici della Corte Costituzionale di Taiwan hanno respinto la petizione per bloccare le esecuzioni dei 40 detenuti ancora nel braccio della morte. “Non c’è alcuna violazione della Costituzione nelle condanne”, ha dichiarato la Corte. “Le esecuzioni dei prigionieri nel braccio della morte non violano i due patti delle Nazioni Unite che Taiwan ha sottoscritto”, ha aggiunto la Corte, riferendosi al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e al Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.
 
Tra il 1987 e il 2005 sono state eseguite circa 500 condanne a morte, ma nel corso degli ultimi anni vi è stata una drastica riduzione delle condanne e delle esecuzioni. Dalle 32 esecuzioni nel 1998, si è passati alle 24 nel 1999, alle 17 nel 2000, alle 10 nel 2001, alle 9 nel 2002, alle 7 nel 2003 e alle 3 effettuate nel 2004 e nel 2005. Nessuna persona è stata giustiziata nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009. Le condanne a morte nel 2009 sono state 7.
Dopo le esecuzioni del 30 aprile 2010, secondo il Ministero della Giustizia, nel braccio della morte ci sono ancora 40 condannati a morte.
 
 
 
PENA DI MORTE IN BASE ALLA SHARIA
 
Nel 2009, almeno 607 esecuzioni, contro le almeno 585 esecuzioni del 2008, sono state effettuate in 10 Paesi a maggioranza musulmana (erano 16 nel 2008), molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia.
Sono 18 i Paesi mantenitori che hanno nei loro ordinamenti giuridici richiami espliciti alla Sharia.
Ma il problema non è il Corano, perché non tutti i Paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico.
Dei 48 Paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 23 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 25, dei quali 10 l’hanno praticata nel 2009.
Impiccagione, decapitazione e fucilazione, sono stati i metodi con cui è stata applicata la Sharia nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, ma in Iran è stata praticata anche la lapidazione (in almeno un caso nel 2009).
 
LA LAPIDAZIONE 
 
Tra le punizioni islamiche, la lapidazione è la più terribile. Il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato. La donna viene interrata fino alle ascelle, mentre l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, effettuano la lapidazione. Le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi in modo da poter provocare una morte lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere alla lapidazione, verrà imprigionato per almeno 15 anni ma non verrà giustiziato.
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, sono state emesse condanne a morte tramite lapidazione solo in Iran, dove un uomo condannato per adulterio è stato effettivamente lapidato il 5 marzo del 2009. Almeno tre persone sono state lapidate in Somalia nel 2009, ma erano state condannate a morte in via extra-giudiziaria da un tribunale islamico per aver praticato sesso extra-matrimoniale.
 
Iran 
 
L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione almeno in un caso nel 2009.
Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni. “Non c’è stata nessuna lapidazione. Tribunali di grado inferiore possono aver emesso questo tipo di condanna, ma nessuna è stata messa in pratica”, aveva detto ai giornalisti Karimi-Rad.
I fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5 luglio 2007, un uomo condannato a morte per adulterio, Jafar Kiani, è stato giustiziato dopo aver trascorso 11 anni in carcere. Il 25 dicembre 2008, due uomini sono stati giustiziati tramite lapidazione, mentre un terzo si è salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle pietre. Le esecuzioni hanno avuto luogo a Mashad, nel cimitero di Behesht Zahra. Le tre condanne alla lapidazione erano state emesse per adulterio. L’uomo salvatosi – identificato come Mahmoud, cittadino afghano – ha riportato delle ferite non gravi, e in base al codice penale iraniano non potrà essere lapidato una seconda volta.
Il 5 marzo 2009, un uomo è stato lapidato per adulterio nella città settentrionale di Rasht. La magistratura iraniana ha confermato la notizia il 5 maggio 2009. “La lapidazione è stata effettuata nel mese iraniano di Esfand”, che si conclude il 20 marzo, ha detto il portavoce della magistratura Ali Reza Jamshidi. La Resistenza Iraniana ha identificato l’uomo come Vali Azad, 30 anni, dipendente del Dipartimento del Commercio e originario di Parsabat Moghan, vicino al confine con l’Azerbaigian. Secondo la Resistenza, “la sua esecuzione è avvenuta nella prigione Lakan a Rasht, in seguito la magistratura locale si è rifiutata di restituire il corpo alla famiglia, seppellendolo in una località segreta”. Ulteriore conferma è giunta il 5 maggio dal giornale Aftab-e Yazd, che fa risalire al 5 marzo la lapidazione di un dipendente statale 30enne identificato solo come ‘V’, giustiziato a Rasht.
“Considerando l’indipendenza dei giudici è possibile che finché il divieto sulle lapidazioni non diventerà legge le raccomandazioni del capo della magistratura non vengano seguite”, ha spiegato il Portavoce Jamshidi, in relazione alla richiesta del 2002, disattesa, dell’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, capo allora dei magistrati iraniani, di sospendere le lapidazioni. La donna coinvolta nell’adulterio – ha aggiunto Jamshidi – “ha mostrato pentimento, di conseguenza non è stata lapidata”.
Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dal capo della magistratura iraniana.
 
Il 21 giugno 2009, l’agenzia ufficiale IRNA ha riportato l’ennesimo annuncio dell’intenzione del Parlamento iraniano di eliminare la lapidazione e l’amputazione della mano dalle punizioni previste da una nuova versione del codice penale islamico. “In linea con gli interessi del Paese, la Commissione Giustizia del Parlamento ha deciso di non inserire nella nuova legge alcune forme di punizione islamica, compresa la lapidazione”, ha dichiarato all’agenzia di stampa il capo della commissione Ali Shahrokhi, aggiungendo che la commissione propone anche l’abolizione delle amputazioni e considera la possibilità di un “tribunale speciale per i minori di 18 anni”. Una volta che la Commissione avrà approvato la nuova versione del codice penale, spetterà al Parlamento decidere se applicarla per un periodo di prova. Successivamente il provvedimento sarà discusso per l’approvazione finale dal Consiglio dei Guardiani, l’organo legislativo di verifica.
Il 5 ottobre 2009, un uomo è stato impiccato per adulterio e omosessualità, mentre sua moglie era in attesa di essere lapidata per essersi prostituita, a causa delle condizioni di povertà della famiglia. Lo ha reso noto il loro avvocato, l’attivista per i diritti umani Mohammad Mostafai. L’uomo, Rahim Mohammadi, è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese. L’avvocato Mostafai ha detto che né lui né la famiglia di Rahim Mohammadi erano stati avvisati dell’imminente impiccagione e che i congiunti hanno ricevuto da un altro detenuto la notizia che l’uomo era stato messo a morte. Il legale ha spiegato che Rahim Mohammadi e la moglie Kobra Babai, sposati da circa 16 anni e con una figlia di 11, vivevano in condizioni di estrema povertà ed erano costretti a ricorrere all’assistenza economica di organizzazioni statali. Alcuni impiegati di queste organizzazioni avrebbero offerto ulteriore denaro all’uomo per poter avere rapporti sessuali con Kobra, e lui avrebbe accettato. La donna sarebbe stata quindi fatta prostituire con una quarantina di uomini, secondo quanto reso noto dall’avvocato Mostafai. E per questo è stata condannata alla lapidazione. In un primo tempo Mohammadi era stato condannato solo per adulterio, condanna che prevede l’esecuzione tramite lapidazione, poi è stato riconosciuto colpevole anche di rapporti omosessuali (Lavat) con un vicino di casa suo accusatore, il che avrebbe comportato l’impiccagione come metodo di esecuzione. Secondo il legale, l’accusa di “rapporti anali” con un uomo era stata respinta da Mohammadi e in seguito ritrattata dal suo accusatore, ed è stata mossa solo al fine di cambiare modalità di esecuzione per timore delle proteste che la lapidazione avrebbe potuto suscitare fra gli attivisti per i diritti umani e nella comunità internazionale. Rahim Mohammadi era stato anche sottoposto alla fustigazione alcuni giorni prima dell’esecuzione ed è stato impiccato con il corpo martoriato per le frustate ricevute.
Il 6 gennaio 2010, la Corte d’Appello della provincia iraniana dell’Azerbaijan occidentale ha confermato le condanne a morte, tramite lapidazione, per Vali Janfeshani e per la sua compagna, non identificata, per adulterio.
 
Somalia
 
In Somalia, alla fine del 2006, le truppe del governo transitorio di Mogadiscio hanno sconfitto le Corti islamiche con il determinante appoggio militare dell’Etiopia. Ma i ribelli hanno intrapreso una guerriglia difficile da contrastare e, nel sud e nel centro della Somalia, i membri della milizia islamica Al-Shabaab controllano vaste aree dove hanno imposto leggi ispirate alla più severa concezione dell’Islam, mentre il Governo sostenuto dalle Nazioni Unite controlla solo parte della capitale Mogadiscio.
 
Il 6 novembre 2009, militanti Al-Shabaab hanno lapidato nel sud della Somalia un uomo condannato a morte da un tribunale islamico per aver praticato sesso extra-matrimoniale. La sua fidanzata, incinta, sarà giustiziata dopo il parto, hanno dichiarato esponenti del gruppo islamista. L’uomo giustiziato, identificato come Abas Hussein Abdirahman, 33 anni, è stato ucciso di fronte a circa 300 persone nella città portuale di Merka. Secondo Sheikh Suldan Aala Mohamed, esponente Al-Shabaab, Abdirahman avrebbe confessato la sua colpa di fronte a un tribunale islamico. “Urlava e il sangue fuoriusciva a fiotti dalla sua testa durante la lapidazione. Dopo sette minuti ha smesso di muoversi”, ha testimoniato uno dei presenti.
Il 17 novembre 2009, i ribelli islamici Al-Shabaab hanno pubblicamente lapidato una donna per adulterio nel sud della Somalia, mentre il suo partner ha subito 100 frustate. Shekh Ibrahim Abdirahman, giudice del tribunale nel villaggio di Elbon, nella regione di Bakool, ha riferito della sentenza ai media locali: “Halimo Ibraahim Abdurrahman, 29 anni, precedentemente sposata, ha avuto una relazione sessuale illecita con Nanah Mohamed Maadey, 20 anni, non sposato. I due hanno confessato i fatti di fronte al tribunale che ha condannato Halimo alla lapidazione e Nanah a 100 frustate, in conformità alla Legge Islamica.” Prima di eseguire la condanna è stato permesso alla donna di partorire il bimbo frutto della relazione. Centinaia di abitanti del luogo, per lo più donne e bambini, hanno assistito alla lapidazione della donna e alle frustate inflitte all’uomo ad opera dei militanti di Al-Shabaab.
Il 13 dicembre 2009, testimoni nella città di Afgoye, a sud-ovest di Mogadiscio, hanno detto che militanti islamici hanno lapidato un uomo, Mohamed Abukar Ibrahim, 48 anni, accusato di adulterio con una ragazza di 15 anni. I militanti hanno convocato i residenti della città per vedere l’ esecuzioni.
 
Le lapidazioni ad opera dei ribelli islamici Al-Shabaab sono continuate anche nel 2010.
Il 16 gennaio 2010, un uomo è stato lapidato da miliziani Al-Shabaab dopo essere stato riconosciuto colpevole dello stupro di una ragazza. Si tratta di Hussein Ibrahim Mohamed, 26 anni, condannato a morte da un tribunale di Barwe e giustiziato nella stessa città. Erano circa duecento le persone radunatesi presso un’area aperta nel centro cittadino per assistere all’esecuzione, tuttavia alcuni residenti hanno detto di essere stati costretti a farlo. “Non era mia intenzione guardare uno spettacolo così cruento, ma mi è stato ordinato di farlo. Mi è dispiaciuto assistere all’uccisione di un giovane che conoscevo da più di dieci anni”, ha dichiarato un residente a condizione di mantenere l’anonimato.
 
 
L’IMPICCAGIONE E NON SOLO
 
Un’alternativa alla lapidazione, in esecuzione di sentenze capitali in base alla Sharia, può essere l’impiccagione, la quale è preferita per gli uomini ma non risparmia le donne.
Impiccagioni in base alla Sharia sono state effettuate nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010 in Egitto, Iran, Iraq e Sudan.
L’impiccagione è spesso eseguita in pubblico e combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
 
Egitto
 
La Costituzione egiziana non fa nessun riferimento alla pena di morte. Ma nell’articolo 2, emendato nel 1980, è scritto: “L’Islam è la religione dello Stato... La Sharia è la fonte principale della legge.”
La legislazione egiziana prevede la pena capitale per diversi reati definiti dal Codice Penale, dal Codice di Giustizia Militare, dalla Legge sulle Armi e sulle Munizioni e dalla Legge contro il Traffico di Droga.
L’Egitto ha esteso l’applicazione della pena capitale da quando il Presidente Hosni Mubarak ha preso il potere nel 1981. La pena di morte prima limitata all’omicidio premeditato e ai reati contro lo Stato, ora riguarda oltre 40 reati, tra cui l’incendio doloso, il rapimento e stupro di una donna, la falsa testimonianza che porti alla condanna a morte di un imputato, il traffico di stupefacenti, il possesso di armi ed esplosivi a fini di eversione, il dirottamento aereo, lo spionaggio e altre minacce alla sicurezza interna o esterna dello Stato.
Tutte le sentenze capitali devono essere sottoposte per un parere al muftì, la più alta autorità religiosa del paese. Le sentenze definitive sono infine trasmesse al Presidente della Repubblica, al quale la legge conferisce il potere di commutazione e di grazia.
Le esecuzioni non possono aver luogo durante le feste nazionali o le festività religiose, tenuto anche conto della fede del condannato.
Nel 1999 il Governo ha abolito l’articolo del Codice Penale che permetteva di assolvere chi aveva commesso una violenza carnale se avesse sposato la vittima. La violenza carnale consumata tra le mura domestiche non costituisce reato.
 
Ci sono davvero pochi dati ufficiali disponibili sulla pratica della pena di morte in Egitto.
Nel 2009, secondo Amnesty International, vi sarebbero state in Egitto almeno 269 condanne a morte (rispetto alle 86 dell’anno precedente) e almeno 5 esecuzioni.
 
Giugno è stato nominato “il mese delle esecuzioni” e il 2009 “l’anno delle esecuzioni” da alcuni giornali e analisti egiziani che hanno posto la questione dell’abolizione della pena di morte.
“Non abbiamo mai visto una cosa del genere in oltre 200 anni”, ha detto Nasser Amin, direttore del Centro Arabo per l’Indipendenza della Magistratura e la Professione Forense con sede al Cairo. “I dati sono allarmanti. In un caso del 2009, sono state condannate all’impiccagione 24 persone e in un altro un giudice ha emesso in un colpo solo 10 sentenze capitali.”
Nei primi sei mesi del 2009, sono state comminate in Egitto 230 condanne a morte, per lo più legate a crimini violenti. La notizia è comparsa sul quotidiano indipendente Al-Dustour, secondo cui 50 condanne capitali erano state emesse nella sola penultima settimana di giugno. “Questo numero è talmente elevato – ha detto Alaa Eddin Al-Kifafi, docente di psicologia all’Università del Cairo – da lasciare poco tempo al Grand Muftì per dedicarsi alle altre sue responsabilità.” “La violenza estrema, finora sostanzialmente sconosciuta alla nostra società, sembra essere diventata un comportamento diffuso ed è legata almeno in parte alla difficile situazione economica del Paese”, ha detto Azza Quraim, docente di scienze sociali presso il Centro Nazionale Ricerche Sociali e Criminali, con sede al Cairo, secondo il quale il frettoloso ricorso da parte delle autorità alla pena capitale rappresenta un approccio distorto al problema, oltre che socialmente distruttivo, e costituisce “una specie di omicidio di massa”. “Emettendo condanne capitali, le autorità hanno cominciato a esercitare violenza contro la società.”
Ma le autorità religiose egiziane si oppongono apertamente a questo tipo di ragionamenti. “Ogni mussulmano che neghi la qisas, prevista dal Corano, è un infedele”, ha detto Abdel Fattah el Sheikh, ex direttore dell’Università di Al Azhar e attualmente responsabile della commissione giustizia della stessa università, la massima istituzione mussulmana sunnita.
Anche le autorità civili confermano che manterranno la pena di morte. “L’Egitto non abolirà la pena capitale. Essa costituisce un deterrente specialmente rispetto agli omicidi”, ha dichiarato il ministro per gli affari legali e parlamentari Mufid Shehab, il 10 dicembre 2009, nel corso di una sessione parlamentare dedicata ai diritti umani. “Questo tipo di pena viene eseguita con ampie garanzie di un processo equo in tutte le sue fasi, inoltre l’imputato non viene giustiziato senza che il muftì abbia espresso il proprio parere”, ha detto Shehab, il più autorevole esperto di diritto islamico del Paese, all’agenzia ufficiale MENA.
Ma secondo un Rapporto diffuso ai primi di dicembre da 16 associazioni egiziane a difesa dei diritti umani, “i tribunali penali egiziani, che pronunciano tutte le condanne capitali nei casi non legati al terrorismo, non consentono la presentazione di appelli presso corti di ordine superiore”. “Le condanne capitali emesse contro civili da tribunali emergenziali o militari rappresentano un problema più grave, dal momento che non sono garantiti gli standard minimi del giusto processo”, aggiunge il Rapporto.
 
Il 10 marzo 2010, due persone sono state impiccate dopo essere state riconosciute colpevoli di omicidio. Si tratta di Atef Rohyum Abd El Al Rohyum, giustiziato nel carcere Isti’naf del Cairo, e di Jihan Mohammed Ali, messa a morte a Giza, entrambi accusati dell’uccisione del marito della Ali, commesso nel gennaio 2004. La Ali ha dichiarato di aver ucciso da sola suo marito, mentre quest’ultimo la picchiava, e che Atef si sia limitato ad aiutarla a rimuovere il cadavere. Dopo l’arresto, l’uomo sarebbe stato interrogato senza la presenza di un avvocato e torturato; inoltre, le autorità avrebbero informato la sua famiglia solo a esecuzione avvenuta. I testimoni che lo avrebbero visto subire maltrattamenti e torture non sono mai stati convocati dalle autorità giudiziarie.
 
Iran
 
L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio viene usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
 
Il 30 gennaio 2008, il portavoce della magistratura, Ali Reza Jamshidi, citando un decreto emesso dall’allora capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, ha comunicato che vi sarebbero state esecuzioni pubbliche solo se autorizzate dallo stesso Shahroudi “sulla base di esigenze di carattere sociale”. “E’ anche vietata – ha aggiunto il portavoce – la pubblicazione di immagini e fotografie delle esecuzioni da parte dei media.” “Abbiamo più volte visto spettatori mostrare simpatia nei confronti di chi sta per essere giustiziato in pubblico ed esprimere invece disapprovazione nei confronti dell’esecuzione”, avrebbe ammesso un sostituto procuratore di Teheran, riportato il 31 gennaio dal giornale governativo Javan. “Con minor dispendio di energie, le esecuzioni possono essere effettuate in prigione”, ha aggiunto. Diversi organi di stampa iraniani hanno evidenziato che le impiccagioni in piazza, oltre a provocare rabbia negli spettatori, hanno danneggiato l’immagine del Paese a livello internazionale.
Dopo il decreto di Shahroudi le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza sono diminuite: nel 2008 le esecuzioni pubbliche sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto. Nel 2007 erano state almeno 110.
Le esecuzioni pubbliche sono continuate nel 2009: almeno 12 persone sono state impiccate in posti aperti al pubblico. Nel 2010, al 30 giugno, sono state impiccate in pubblico almeno 16 persone.
 
Il 30 maggio 2009, le autorità iraniane hanno impiccato in pubblico tre uomini condannati per coinvolgimento nell’attentato del 28 maggio alla moschea di Zahedan, nel sudest del Paese, che ha provocato 25 morti e 125 feriti. L’esecuzione ha avuto luogo alle sei di mattina vicino alla moschea sciita di Ali Ibn-Abitaleb, dove l’attentato ha avuto luogo, poco prima dei funerali delle vittime dell’attentato.
Il 15 novembre 2009, un uomo è stato impiccato in pubblico per stupro nella città di Qaemshahr, nella provincia settentrionale di Mazandaran. Lo ha riferito il quotidiano Kayhan, che ha identificato l’uomo solo come ‘A.B.’, 24 anni, la cui esecuzione è avvenuta di mattina. Era stato condannato a morte nel 2007 per aver violentato una donna.
Il 19 novembre 2009, tre uomini sono stati impiccati in pubblico a Isfahan per lo stupro di un ragazzo di 17 anni, ha riportato l’agenzia di stampa FARS senza precisare la data delle esecuzioni né l’identità dei giustiziati. Secondo l’accusa i tre, tutti di nazionalità iraniana, hanno rapito il ragazzo e lo hanno portato fuori città per violentarlo. Il giovane si sarebbe in seguito suicidato.
Il 9 dicembre 2009, un uomo è stato impiccato in pubblico per omicidio a Masjed Soleiman, nella provincia iraniana del Khuzestan. Lo ha riferito l’agenzia FARS, che non ha identificato il giustiziato.
Il 9 dicembre 2009, un uomo non identificato è stato impiccato in piazza ad Ahvaz, nella provincia iraniana del Khuzestan. La notizia è stata riportata dall’agenzia FARS, secondo cui l’uomo era stato riconosciuto colpevole di rapina a mano armata.
Il 13 dicembre 2009, un uomo, Hamad Kh., è stato impiccato nella provincia del Khuzestan per rapina a mano armata. Lo ha riportato l’agenzia FARS, precisando che l’esecuzione ha avuto luogo nella piazza Javadolaemeh di Ahvaz.
Il 14 dicembre 2009, un uomo è stato impiccato per omicidio nella provincia di Mazanderan. L’agenzia FARS ha riportato che Mohammad Sadegh A., 27 anni, è stato giustiziato in pubblico nella città di Shahr-e-Nour. L’uomo era stato condannato anche a 10 anni di carcere e 72 frustate. Era stato condannato a morte per aver ucciso a coltellate un automobilista a scopo di rapina, con la complicità della moglie, alla quale sono stati inflitti 15 anni di reclusione.
Il 15 dicembre 2009, un uomo è stato impiccato in pubblico nel Khuzestan, dopo essere stato riconosciuto colpevole di rapina a mano armata. Il sito ufficiale della magistratura di Ahvaz ha identificato il giustiziato come Ali S., la cui esecuzione è avvenuta nella piazza Serahe Khoramshahr di Ahvaz.
Il 22 dicembre 2009, due uomini accusati di rapina a mano armata sono stati impiccati nella città di Sirjan, nella provincia di Kerman. Lo ha riferito l’agenzia di stampa governativa FARS che ha identificato i due come Esmaeil Fathizadeh e Mohammad Esfandiarpour. La loro esecuzione è avvenuta in due distinte fasi. Il primo tentativo di impiccagione, al mattino e sulla pubblica piazza, è fallito quando molte persone, tra cui le famiglie dei due uomini, si sono riunite davanti al patibolo e hanno iniziato a urlare contro le autorità e a lanciare pietre contro le forze di sicurezza. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e sparando in aria. Ma la folla è riuscita a portare via i corpi dei due uomini, uno dei quali sembrava essere ancora in vita quando è stato tirato giù dalla forca. Poche ore più tardi gli uomini sono stati arrestati dalle forze di sicurezza e la loro impiccagione è stata riprogrammata nel pomeriggio. Ma a causa di pesanti scontri tra la gente e le forze di sicurezza sono stati trasferiti al carcere, dove si ritiene siano stati impiccati in tarda serata. Citando Farajollah Karegar, procuratore generale di Sirjan, l’agenzia di stampa ISNA ha riferito che i due uomini sono stati impiccati e che altre 14 persone sono state arrestate in relazione alla loro fuga. Farajollah Karegar ha ammesso che anche il secondo tentativo di giustiziare i due uomini in piazza è fallito a causa di scontri con la folla. Il procuratore ha anche detto che altre due persone sono state uccise negli scontri, molte altre ferite e diverse vetture appartenenti alle forze di sicurezza sono state danneggiate. Secondo Iran Human Rights almeno altre 3 persone sono state uccise negli scontri e oltre 30 ferite, alcune delle quali in modo grave.
 
Il 27 gennaio 2010, un uomo è stato impiccato in pubblico a Isfahan dopo essere stato riconosciuto colpevole dell’omicidio del vice procuratore della città, ha reso noto l’agenzia IRNA. Jamshid Hadian, 59 anni, è stato messo a morte di fronte al Tribunale Rivoluzionario, dove nel marzo del 2009 avrebbe ucciso a colpi di pistola il magistrato Ahmad Reza Tavalai.
Il 18 febbraio 2010, cinque persone sono state giustiziate in pubblico a Orumieh per collaborazione con l’organizzazione “terroristica” PEJAK. Gli uomini sono stati giustiziati sui tettini delle macchine della polizia nella piazza della città. I corpi sono stati restituiti alle famiglie due giorni dopo le esecuzioni.
Il 10 marzo 2010, un uomo è stato impiccato in pubblico ad Ahvaz dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di droga. L’agenzia di stampa ufficiale IRNA ha identificato il giustiziato solo come S. M., la cui esecuzione è avvenuta in via Ramedan.
L’8 aprile 2010, due persone sono state impiccate nelle città di Behbehan e Shadegan, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan. Il giornale statale Kayhan ha scritto che i due erano stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga e che le loro esecuzioni sono avvenute nella piazza Ghadir di Behbehan e a piazza Shahrdari a Shadegan. Secondo altre fonti, il prigioniero giustiziato a Behbehan sarebbe in realtà stato eliminato perché oppositore politico. L’uomo sarebbe sopravvissuto all’impiccagione e sarebbe stato ucciso in un secondo momento all’interno di una prigione.
Il 13 aprile 2010, un uomo è stato impiccato in pubblico e un altro ha subito l’amputazione della mano e di una gamba a Mahshahr dopo essere stati riconosciuti colpevoli di rapina a mano armata. Secondo il giornale governativo Iran i due si erano impadroniti di diversi camion per rubarne il carico. L’uomo giustiziato in una piazza della città è stato identificato come Adnan Alboali, di 28 anni. “L’amputazione della mano e di una gamba subita dal complice è stata effettuata in carcere”, ha dichiarato al giornale il procuratore di Mahshahr, Reza Abolhasani.
Il 14 aprile 2010, tre giovani sono stati impiccati in pubblico a Babolsar dopo essere stati riconosciuti colpevoli di una serie di stupri. Lo ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale FARS, identificando i tre solo come A. A., 24 anni, M. V., 25, e A. T., 30, responsabili dei sequestri e stupri nel 2007 di 13 donne, compresa una incinta. Le impiccagioni sono state effettuate di mattina nella piazza Imam Ali della città.
Il 14 aprile 2010, un uomo è stato impiccato in pubblico nella città di Khoramshahr, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan, secondo quanto riportato dal sito ufficiale della magistratura della provincia. L’uomo, identificato come Torab A., era stato condannato per traffico di droga. L’esecuzione è avvenuta nella piazza Ashayer di Khoramshahr.
Il 20 maggio 2010, un uomo è stato giustiziato in pubblico ad Ahwaz, nell’Iran occidentale, dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di droga. La notizia è stata riportata dall’agenzia ufficiale FARS, che identifica l’uomo solo con le iniziali A. A., arrestato con 1,375 chili di eroina. Ahwaz, capoluogo della provincia del Khuzestan, è secondo l’organizzazione Iran Human Rights la città iraniana in cui è stato effettuato il maggior numero di impiccagioni pubbliche nel 2010.
Il 9 giugno 2010, un uomo è stato impiccato in pubblico nella città di Sarab, nell’Iran nord-occidentale. Come riferito dall’agenzia ufficiale IRNA, l’uomo è stato messo a morte nella piazza Chamran della città, che si trova non lontano da Tabriz. Identificato solo come M. H., era stato riconosciuto colpevole di un omicidio commesso con un kalashnikov.
 
A riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2009 sono continuate le esecuzioni di massa.
Tra il 20 e il 21 gennaio 2009, in soli due giorni, sono state impiccate diciannove persone. Le prime nove impiccagioni sono state effettuate il 20 gennaio, in tre diverse città dell’Iran, per stupro, rapina o traffico di droga. Le altre dieci persone sono state impiccate il 21 gennaio nel carcere di Evin a Teheran per omicidio.
Tra il 25 e il 29 gennaio 2009, 15 persone sono state impiccate in diverse città iraniane. Il 25 gennaio, sei uomini sono stati impiccati in una prigione della città di Bojnoord “per la vendita e il possesso di droga, stupro, aggressione con coltello, consumo di alcolici, sequestro e rapina”, ha dichiarato il procuratore della città. Il 27 gennaio, quattro giovani fra i 18 e i 20 anni sono stati impiccati nel carcere di Mashad perché riconosciuti colpevoli del sequestro e stupro di un sedicenne. All’epoca del fatto uno o più degli impiccati doveva essere minorenne. Il 28 gennaio, cinque uomini sono stati impiccati in carcere per omicidio a Isfahan, Kazeroon e Shiraz. Il 29 gennaio, una donna è stata impiccata per l’omicidio del marito a Rafsanjan.
Tra il 17 e il 18 febbraio 2009, sono state impiccate nove persone. Il 17 febbraio, tre uomini condannati per traffico di droga e altri due per omicidio sono stati impiccati nel carcere della città di Isfahan, mentre un altro uomo è stato impiccato per omicidio nel carcere di Bushehr. Il 18 febbraio, tre uomini sono stati impiccati per omicidio ad Ahwaz.
Il 9 marzo 2009, cinque persone sono state impiccate dopo essere state riconosciute colpevoli di omicidi e sequestri. Le prime quattro esecuzioni sono avvenute a Zahedan, la quinta nel carcere di Isfahan.
Il 14 marzo 2009, quattro uomini sono stati impiccati in carcere a Shiraz: tre dei giustiziati erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio, mentre il quarto era stato condannato a morte per stupro.
Tra il 2 e l’8 maggio 2009, l’Iran ha effettuato 21 impiccagioni per omicidio o traffico di droga in sei diverse città: Teheran, Khash, Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman.
Tra l’11 e il 13 maggio 2009, altre nove persone sono state impiccate per omicidio o traffico di droga a Isfahan, Zahedan e Qazvin.
Il 16 maggio 2009, otto persone sono state impiccate per omicidio e traffico di droga a Shiraz e Isfahan.
Tra il 19 e il 20 maggio 2009, sei persone sono state impiccate a Dezful, Isfahan e Shiraz per traffico di droga e omicidio.
Tra il 30 e il 31 maggio 2009, otto persone sono state impiccate a Zahedan e Kerman per “terrorismo” e traffico di droga.
Tra il 16 e il 20 giugno 2009, sei uomini sono stati impiccati ad Ahvaz e Zahedan per traffico di droga e omicidio.
Nel mese di luglio 2009, sono state impiccate almeno 95 persone, il numero più alto di impiccagioni praticate in un singolo mese da diversi anni a questa parte. Nella maggioranza dei casi le autorità iraniane non hanno fornito le generalità dei giustiziati, né è stato possibile sapere se le accuse formulate contro di loro fossero fondate o meno.
Tra l’1 e il 2 luglio 2009, quattordici persone sono state impiccate per omicidio o traffico di droga nella prigione Adelabard di Shiraz, nel carcere Evin di Teheran e in un carcere della città di Qom.
Il 4 luglio 2009, venti persone sono state impiccate nel carcere Rajaee Shahr della città di Karaj per acquisto, vendita e possesso di droghe.
Tra il 12 e il 14 luglio 2009, ventuno persone sono state impiccate in cinque diverse città iraniane. Il 12 luglio, tre uomini sono stati impiccati nella città di Arak per traffico di droga, mentre un seguace della religione Ahl-e Haq riconosciuto come mohareb (nemico di Dio) è stato giustiziato a Orumieh. Il 14 luglio, una donna è stata giustiziata nel carcere femminile di Qazvin per l’omicidio preterintenzionale del suocero, mentre tre uomini sono stati impiccati per traffico di stupefacenti nel carcere di Isfahan. Lo stesso giorno, 13 membri del gruppo ribelle sunnita Jundullah sono stati impiccati in una prigione di Zahedan con l’accusa di essere “nemici di Dio”.
Tra il 20 e il 25 luglio 2009, altre undici persone sono state impiccate in diverse città. Il 20 luglio, quattro uomini sono stati impiccati nella prigione di Qom per la violenza sessuale nei confronti di una ragazza. Il 21 luglio, due uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan per omicidio. Il 22 luglio, un uomo è stato impiccato nella prigione di Semnan per aver ucciso la moglie. Il 23 luglio, un uomo è stato impiccato nel carcere della città di Estehban per lo stupro e l’omicidio di una ragazza di 15 anni. Il 25 luglio, altri due uomini sono stati impiccati con l’accusa di terrorismo nella prigione di Zahedan, mentre un altro è stato giustiziato nella stessa prigione per traffico di hashish ed eroina.
Il 29 luglio 2009, sono state giustiziate cinque persone. Una donna e un uomo sono stati impiccati per omicidio nella prigione di Shiraz, mentre altre tre persone sono state impiccate nel carcere di Isfahan per omicidio e traffico di droga. Uno dei giustiziati, ritenuto colpevole di relazioni extra-matrimoniali e omicidio, era stato condannato a morte e alla pena supplementare della fustigazione che è stata eseguita prima di essere impiccato.
Il 30 luglio 2009, ventiquattro persone sono state impiccate per “traffico di droga” nel carcere di Rajaee Shahr della città di Karaj, presso Teheran.
Il 3 agosto 2009, sono state giustiziate 5 persone condannate per stupro. Le prime due sono state impiccate nel carcere di Boroujed, nella provincia occidentale del Lorestan. Le altre tre sono state impiccate nella prigione di Hamedan, nell’Iran orientale.
Il 12 agosto 2009, due uomini condannati per stupro sono stati giustiziati nel carcere della città meridionale di Shiraz. Un cittadino afgano, identificato solo come Zaeim, era stato condannato per lo stupro di una bambina di 12 anni nel corso di una rapina in casa della vittima. L’altro uomo, identificato solo come Hamed, era stato giudicato colpevole dello stupro di una ragazza di 19 anni.
Il 19 agosto 2009, sono state giustiziate quattro persone. Due uomini identificati come Mansour, 51 anni e Meysam, 24, sono stati impiccati nel carcere di Isfahan, rispettivamente per traffico di droga e omicidio. Altri due, identificati come Moharamali, 30 anni, e Mehdi, 29, sono stati impiccati nel carcere di Evin, a Teheran, per omicidio.
Il 24 settembre 2009, una donna è stata impiccata nella prigione di Sarakhs, nella provincia nord-orientale del Razavi Khorasan. Era stata riconosciuta colpevole dell’omicidio del marito commesso 10 anni fa.
Il 28 settembre 2009, cinque persone sono state impiccate nel carcere di Taybad per traffico di droga.
Tra il 5 e l’8 ottobre 2009, sono state impiccate sette persone, tra cui due donne. Sei condanne a morte sono state eseguite ad Ahvaz per omicidio o traffico di droga. Una è stata effettuata a Tabriz nei confronti di un uomo condannato per adulterio e omosessualità.
Il 21 ottobre 2009, quattro uomini e una donna sono stati impiccati di mattina nel carcere Evin di Teheran. La donna è stata identificata come Soheila Ghadiri, 30 anni, riconosciuta colpevole dell’omicidio della piccola figlia di soli cinque giorni nel 2006. In tribunale aveva dichiarato: “A 16 anni sono scappata di casa e ho sposato il ragazzo che amavo. Lui è morto in un incidente, dopo il quale ho iniziato a prostituirmi e a consumare droghe, contraendo l’HIV ed epatiti. Quando mia figlia è nata l’ho uccisa, perché non volevo che avesse lo stesso mio destino.” I quattro uomini, giustiziati dopo essere stati tutti condannati per omicidio, sono stati identificati come Mohammad Hassan B, 25 anni, Mehran, età non riportata, Ali, 32 anni, e Saeed, anche lui di 32 anni.
Il 7 novembre 2009, quattro uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella prigione della città di Kerman, nel sud-est del Paese.
Tra l’11 e il 19 novembre 2009, sono state impiccate 11 persone in cinque diverse città. L’11 novembre, il prigioniero politico curdo Ehsan (Esmail) Fattahian è stato impiccato nella prigione di Sanandaj, capoluogo della provincia del Kordestan (Kurdistan iraniano). Il 12 novembre, due uomini sono stati impiccati nel carcere di Hamedan a seguito di una condanna per stupro e omicidio. Il 15 novembre, un uomo di 24 anni identificato solo come A. B. è stato impiccato in pubblico per stupro nella città di Qaemshahr. Il 17 novembre, due uomini e una donna sono stati impiccati per reati legati alla droga nel carcere di Isfahan. Il 18 novembre, un uomo di 23 anni non identificato, condannato per rapina e stupro, è stato impiccato nella città di Bojnourd. Il 19 novembre, tre uomini sono stati impiccati in pubblico a Isfahan per lo stupro di un ragazzo di 17 anni.
Tra il 25 e il 26 novembre 2009, sono state impiccate 2 persone in due diverse città. Il 25 novembre, Mohammad Oruji, 25 anni, è stato impiccato per stupro nel carcere della città di Karaj. Era stato riconosciuto colpevole anche di consumo di bevande alcoliche e per questo condannato anche a subire 80 frustate. Il 26 novembre, un cittadino afghano è stato impiccato per traffico di droga nel carcere della città di Amol.
Tra il 13 e il 17 dicembre 2009, sono state impiccate 13 persone in sei diverse città. Tre di loro sono stati impiccati in pubblico: due ad Ahvaz e uno a Shahr-e-Nour (vedi sopra). Il 14 dicembre, un uomo di cui non è stato riportato il nome è stato impiccato nella città di Bojnord. Era stato condannato a morte per “atti incompatibili con la castità”. Il 16 dicembre, quattro uomini sono stati impiccati per traffico di droga. I primi tre sono stati giustiziati nella prigione di Zahedan, il quarto è stato impiccato nella prigione di Kerman. Il 17 dicembre, cinque persone, incluso un minorenne, sono state impiccate nella prigione di Dizelabad, nella città occidentale di Kermanshah.
Tra il 20 e il 22 dicembre 2009, sono state impiccate 5 persone in due diverse città. Il 20 dicembre, tre uomini sono stati impiccati per detenzione di droga nel carcere di Isfahan. Il 22 dicembre, due uomini accusati di rapina a mano armata sono stati impiccati nella città meridionale di Sirjan.
 
Nel 2010, non vi è stato alcun segno di una inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono continuate.
Tra il 4 e il 9 gennaio 2010, sono state impiccate 10 persone in tre diverse città. Tre uomini, di cui un afghano, condannati per omicidio e per stupro, sono stati impiccati il 4 gennaio in un carcere di Varamin. Il 6 gennaio, il prigioniero politico curdo Fasih Yasmini è stato impiccato a Khoy. Il 9 gennaio, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella città di Isfahan.
Tra il 20 e il 21 gennaio 2010, sono state impiccate due persone per omicidio. La prima è stata giustiziata nel carcere di Khash, la seconda nel carcere della città di Ardebil.
Tra il 27 e il 30 gennaio 2010, sono state impiccate 5 persone. Il 27 gennaio, un uomo è stato impiccato in pubblico a Isfahan per omicidio. Il 28 gennaio, sono stati giustiziati due uomini arrestati durante le proteste scoppiate dopo le elezioni presidenziali del giugno 2009. Il 30 gennaio, due giovani sono stati impiccati per stupro nel carcere Evin di Teheran.
Tra il 18 e il 27 febbraio 2010, sono state impiccate 16 persone in cinque diverse città. Il 18 febbraio, cinque uomini sono stati giustiziati in pubblico a Orumieh per terrorismo. Il 20 febbraio, tre uomini sono stati impiccati per traffico di droga: due nel carcere di Isfahan, il terzo in quello di Zahedan. Il 25 febbraio, cinque uomini sono stati impiccati in un carcere di Kerman dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga e detenzione di armi. Il 27 febbraio, tre uomini sono stati impiccati per diversi omicidi in un carcere della città Birjand alla presenza dei familiari delle vittime.
Tra il 7 e il 10 marzo 2010, è stata data notizia di sei persone impiccate in tre diverse città. Il 7 marzo, l’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency) ha riportato che un ragazzo, identificato come Mehdi Esmaeili, era stato impiccato la settimana prima nella prigione Rajaiee Shahr di Karaj per un omicidio che avrebbe commesso a 19 anni. L’8 marzo, due persone sono state impiccate a Khorramabad, dopo essere state riconosciute colpevoli di traffico di droga. Il 10 marzo, tre uomini sono stati impiccati per traffico di droga, uno in pubblico ad Ahvaz, gli altri due nel carcere di Qom.
L’8 aprile 2010, dieci persone sono state impiccate per traffico di droga in quattro diverse città iraniane. Cinque sono state impiccate in carcere a Mashhad. Tre uomini sono stati impiccati nel carcere della città di Taibad. Altre due persone sono state impiccate nelle città di Behbehan e Shadegan.
Tra l’11 e il 14 aprile 2010, otto persone sono state impiccate in quattro diverse città iraniane. L’11 aprile, tre uomini sono stati giustiziati nel cortile della prigione di Isfahan per reati legati alla droga. Il 13 aprile, un uomo è stato impiccato in una piazza della città di Mahshahr. Il 14 aprile, quattro persone sono state impiccate sulla pubblica piazza: tre giovani a Babolsar per una serie di stupri e un uomo nella città di Khoramshahr per traffico di droga.
Tra il 19 e il 20 aprile 2010, altre otto persone sono state impiccate in tre diverse città. Sette uomini sono stati giustiziati il 19 aprile: quattro in un carcere della provincia di Kerman per traffico di droga; due uomini per stupro nel carcere di Isfahan; uno, sempre per stupro, in un carcere della provincia di Kerman. Il 20 aprile, un uomo è stato impiccato per omicidio nel carcere di Dezful.
Tra il 26 e il 29 aprile 2010, sono state impiccate tre persone. Il 26 aprile, due uomini condannati per stupro in due casi distinti sono stati impiccati nel carcere di Mashad. Il 29 aprile, un uomo è stato impiccato nella prigione di Ardebil per possesso di eroina.
Tra l’8 e il 9 maggio 2010, sono state impiccate 11 persone in due diverse città iraniane. L’8 maggio, sei persone sono state impiccate nel carcere di Karaj dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Il 9 maggio, cinque attivisti curdi, tra i quali una donna, accusati di aver commesso attentati e atti di terrorismo, sono stati impiccati all’alba nella prigione Evin di Teheran.
Tra il 18 e il 31 maggio 2010, sono state giustiziate 19 persone in sette diverse città. Il 18 maggio, due uomini sono stati impiccati nella Prigione Centrale di Isfahan per traffico di droga. Il 20 maggio, un uomo è stato giustiziato in pubblico ad Ahwaz, sempre per droga. Il 21 maggio, un uomo identificato solo come Mohammad è stato impiccato in carcere a Isfahan per omicidio. Il 23 maggio, un uomo è stato impiccato nel carcere di Ahwaz per droga. Il 24 maggio, cinque persone, tra cui una donna, sono state impiccate nella prigione di Rasht. Il 24 maggio, Abdolhamid Rigi, fratello del leader di Jundullah Abdolmalek Rigi, è stato impiccato nel carcere di Zahedan. Il 25 maggio, quattro persone sono state impiccate nella prigione della città di Yazd dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Il 26 maggio, Jamshid Mir è stato giustiziato nella prigione di Zahedan per stupro, ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale FARS. Il 29 maggio, un cittadino afghano è stato impiccato per droga nella prigione di Isfahan. Il 31 maggio, nove persone sono state impiccate per traffico di droga in due diverse città, due nella prigione di Shirvan e sette in quella di Taibad.
Il numero delle esecuzioni è notevolmente cresciuto in vista del primo anniversario della sollevazione popolare del 12 giugno seguita alle elezioni presidenziali in Iran.
Fra il 3 e il 9 giugno 2010, sono state impiccate 22 persone in cinque diverse città. Il 3 giugno, un uomo di 25 anni identificato come Saeed è stato impiccato nella prigione di Isfahan per stupro. Il 4 giugno, un uomo di 36 anni identificato come Jalil B. è stato impiccato nel carcere della città di Mianeh per traffico di droga. Il 6 giugno, un uomo è stato impiccato nel carcere di Isfahan dopo essere stato condannato per traffico di droga. Il 7 giugno, tredici persone sono state impiccate nel carcere di Ghezel Hesar a Teheran per traffico di droga. L’8 giugno, sono state impiccate 5 persone, quattro per stupro e una per traffico di droga, nella prigione di Qom, a sud di Teheran. Dei quattro condannati per stupro, due sono stati identificati solo come ‘un uomo di 33 anni’ e ‘un ragazzo di 21 anni’. Il 9 giugno, un uomo è stato impiccato in pubblico nella città di Sarab per omicidio.
Fra il 18 e il 20 giugno 2010, tre persone sono state impiccate a Zahedan e Teheran. Il 18 giugno, un uomo è stato impiccato in carcere a Zahedan dopo essere stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e stupro. La notizia dell’impiccagione è stata diffusa dal dipartimento relazioni pubbliche della magistratura del Sistan-Baluchistan, che ha identificato l’uomo solo come Akbar H. Il 20 giugno, il quotidiano Iran ha riportato che un uomo identificato come Jamshid è stato impiccato sempre a Zahedan dopo essere stato riconosciuto colpevole dello stupro di una donna. Il 20 giugno, Abdolmalek Rigi, fondatore del gruppo armato Jundullah, è stato impiccato all’alba nel carcere Evin di Teheran.
 
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta.
Il 3 marzo 2010, una sentenza di amputazione e un’altra di fustigazione sono state eseguite su due diverse persone. Secondo quanto riportato sul sito web dell’Ufficio relazioni con il pubblico del Tribunale del Khuzestan, una persona identificata come Shoghi Z. ha subito un’amputazione nel carcere Karoun di Ahvaz, in seguito a una condanna per rapina a mano armata e per mohareb (guerra contro Dio). Non viene specificato quale arto sia stato amputato ma secondo il codice penale iraniano un mohareb può essere condannato con l’amputazione del braccio destro e piede sinistro. Secondo le fonti ufficiali iraniane, si tratta del quinto caso di amputazione nella città di Ahvaz in 12 mesi. Lo stesso sito web ha reso noto che un’altra persona, identificata come Mehdi H, è stata frustata in pubblico nella piazza Laleh di Sosangerd, per una condanna per disturbo della quiete pubblica.
 
Iraq
 
Le impiccagioni avvengono attraverso una forca di legno in un’angusta cella del carcere al Kadhimiya, ex quartiere generale dell’intelligence di Saddam Hussein, nel quartiere sciita Kadhimiya di Baghdad. Non ci sono registrazioni ufficiali di queste impiccagioni, effettuate in quello che ora si chiama “complesso carcerario di alta sicurezza” della capitale, tuttavia sarebbero centinaia le persone giustiziate in questo luogo dalla fine del regime di Saddam.
L’ex dittatore è stato impiccato il 30 dicembre 2006 nello stesso complesso di Kadhimiya dove gli uomini di Nouri al-Maliki, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita, ora impiccano le loro vittime.
La stessa sorte, nello stesso luogo, è toccata ad altri esponenti del deposto regime: Barzan al-Tikriti, Awad Hamed al-Bandar e Taha Yassin Ramadan giustiziati nel 2007, e Ali Hassan al-Majid, detto ‘Alì il chimico’, impiccato nel gennaio del 2010.
Video non autorizzati delle esecuzioni di Saddam Hussein e di Barzan al-Tikriti, in seguito resi pubblici, mostrano il corpo di Saddam su una barella con la testa girata di 90 gradi, mentre quella di Barzan si è staccata completamente dal corpo nel corso dell’impiccagione.
 
In molti casi, pare che gli iracheni non conservino né rendano pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato. Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticano sui loro sequestrati.
Il 3 maggio 2009, sono state impiccate dodici persone.
Il 10 giugno 2009, sono state impiccate diciannove persone, tra cui una donna.
Il 21 luglio 2009, Amnesty International ha reso noto che almeno tre donne erano state impiccate dagli inizi di giugno, mentre almeno altre nove erano a rischio di esecuzione imminente dopo la ratifica delle condanne da parte del Consiglio Presidenziale iracheno e dal momento che le autorità le avevano trasferite nella Quinta Sezione del carcere di al-Kadhimiya a Baghdad, che è il luogo dove i condannati a morte sono detenuti prima di essere giustiziati.
Il 13 agosto 2009, l’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (OWFI) ha reso noto che “pochi giorni prima, due delle donne nel braccio della morte erano state portate via dalla sezione di massima sicurezza del carcere di Kadhimiya a Baghdad e non erano più tornate”. É probabile che anche loro siano state giustiziate.
Nel luglio 2009, erano almeno 1.000 i prigionieri nel braccio della morte in Iraq, tra cui 150 persone che avevano esaurito tutte le possibilità di appello o di clemenza.
 
Sudan 
 
Il codice penale del 1991 si basa sulla Sharia che contempla la pena di morte e le pene corporali.
I crimini retributivi (omicidio e reati contro la persona e la sua integrità fisica) sono quelli che permettono ai parenti della vittima di scegliere tra la retribuzione e il prezzo del sangue. Quelli hudud (i crimini contro Dio) sono adulterio, uso di bevande alcoliche, apostasia, diffamazione di non castità, rapina a mano armata e furto. Nel 2005 sono venute meno le limitazioni stabilite dalla Costituzione ad interim del Sudan meridionale che non solo consente la pena capitale nei confronti dei minori ma ha anche ampliato le fattispecie con un richiamo ai crimini retributivi e hudud.
Il Governo del Sudan, a partire dal maggio 2003, si è reso responsabile della repressione della popolazione civile del Darfur, a causa della presenza di movimenti di insurrezione. Le forze armate e quelle paramilitari conosciute come Janjaweed, uccidendo, torturando, bruciando villaggi, violentando donne, hanno provocato l’esodo di quasi due milioni di persone che si sono rifugiate in Ciad o nei villaggi più sicuri. Incerto è il numero delle persone morte. Fonti delle Nazioni Unite parlano di 200.000 vittime, ma altri rapporti documentano almeno 400.000 morti.
Nel 2005 il Consiglio di Sicurezza ha riconosciuto la competenza della Corte Penale Internazionale (ex art. 13/b dello Statuto) a giudicare i crimini contro l’umanità commessi in Darfur.
Tuttavia, il 27 febbraio 2007, il Ministro della Giustizia sudanese ha annunciato la costituzione di una Corte penale speciale per il Darfur, un giorno prima che la Corte Penale Internazionale pronunciasse la prima incriminazione per crimini commessi nella regione. Inoltre, l’11 luglio 2007, il Governo del Sudan ha detto di fronte al Comitato Diritti Umani dell’ONU di non riconoscere la giurisdizione della Corte e che i militari e le forze dell’ordine responsabili dei crimini commessi in Darfur saranno giudicati da tribunali statali.
Il 4 marzo 2009, la Corte Penale Internazionale dell’Aja (CPI) ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente sudanese Omar Al Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità per i massacri nel Darfur. Non è stata accolta l’accusa di genocidio. La portavoce della CPI, Laurence Blairon, ha precisato che il mandato di arresto riguarda cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra, tra cui omicidio, sterminio, deportazione, tortura e stupro.
 
Almeno 9 persone sono state impiccate in Sudan nel 2009, mentre almeno altre 60 sono state condannate a morte. Almeno 5 erano state impiccate nel 2008 e altre 7 nel 2007. Le esecuzioni nei primi sei mesi del 2010 sono state almeno 8.
Il 13 aprile 2009, nove uomini originari del Darfur sono stati impiccati nella capitale sudanese Khartoum per l’omicidio di un direttore di giornale. I nove, appartenenti alla tribù Fur, una delle principali del Darfur, nel settembre 2006 avrebbero ucciso Mohamed Taha Mohamed Ahmed, direttore del quotidiano Al Wifaq, per degli articoli ritenuti ostili al loro gruppo etnico. Le esecuzioni sono avvenute nel carcere Kober della capitale sudanese. I nove erano stati condannati a morte nel novembre 2007 per aver rapito e decapitato il giornalista. Durante il processo, il capo degli investigatori della polizia, Abdul Rahim Ahmed Abdul Rahim, ha detto che il movente dell’assassinio era di ordine “politico, etnico e finanziario”. Un avvocato della difesa ha detto che un articolo in questione aveva minimizzato le notizie sugli stupri in Darfur usando un linguaggio poco lusinghiero per descrivere le donne darfuriane. Secondo Amnesty International e il DRDC (The Darfur Relief and Documentation Centre), i nove uomini giustiziati per l’omicidio del giornalista, potrebbero essere innocenti dato che avevano confessato sotto tortura.
Il 14 gennaio 2010, sei persone sono state impiccate nella capitale Khartoum in relazione ai sanguinosi scontri del 2005 tra polizia e abitanti di un campo profughi. La notizia è stata diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale SUNA, secondo cui i sei sono stati messi a morte nella prigione di Kober, nel settore nord di Khartoum, dopo la conferma in appello delle loro condanne capitali. Gli scontri si verificarono nel maggio 2005, pochi mesi dopo la fine della guerra civile tra il nord e il sud del Paese, quando le autorità tentarono di evacuare con la forza il campo di Soba Aradi, nei dintorni di Khartoum, che ospitava circa 10.000 persone fuggite dal conflitto. Trenta civili e 14 membri delle forze di sicurezza restarono uccisi negli scontri. La maggior parte delle persone arrestate in seguito alle violenze è andata assolta, tuttavia in sei vennero condannati a morte. A cinque anni dalla fine della ventennale guerra che ha provocato due milioni di morti, Soba Aradi non può essere più considerato un campo profughi ma piuttosto un sobborgo povero che ospita migliaia di persone provenienti da tutto il Sudan.
Il 18 marzo 2010, due sudanesi sono stati giustiziati per l’omicidio di quattro lavoratori petroliferi, tra cui due cittadini cinesi, e per aver assaltato il loro veicolo nel 2004 a Heglig, nello stato di Kordofan. Media ufficiali sudanesi hanno riportato che i due uomini sono stati impiccati nel carcere di El Obeid.
 
 
LA DECAPITAZIONE
 
La decapitazione come metodo per eseguire sentenze in base alla Sharia è un’esclusiva dell’Arabia Saudita, il Paese islamico che segue l’interpretazione più rigida della legge islamica.
La pena di morte è prescritta per omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio, apostasia.
Di solito l’esecuzione avviene nella città dove è stato commesso il crimine, in un luogo aperto al pubblico vicino alla moschea più grande. Il condannato viene portato sul posto con le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (“Dio è grande”).
A volte, alla decapitazione segue anche l’esposizione in pubblico dei corpi dei giustiziati. La procedura prevede che il boia stesso fissi la testa mozzata al corpo del giustiziato, per poi farlo pendere, per circa due ore, dalla finestra o balcone di una moschea o appenderlo a un palo, durante la preghiera di mezzogiorno. Talvolta i pali formano una croce, da cui l’uso del termine “crocifissione”. I corpi dei giustiziati vengono esposti soltanto nel caso di ordini specifici da parte del tribunale, quando il reato commesso viene considerato particolarmente brutale.
 
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo, anche se si è registrato un sensibile calo negli ultimi anni.
Le esecuzioni nel 2009 sono state almeno 69, rispetto alle 102 del 2008 e alle 166 del 2007. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni.
Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 11 condanne a morte.
 
Organizzazioni umanitarie denunciano l’assenza in Arabia Saudita di garanzie processuali. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula. Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri, provenienti quasi tutti dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia.
Le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto. L’avvenuta esecuzione è comunicata dal ministero dell’interno e, di solito, ripresa dall’agenzia ufficiale saudita SPA.
Il 12 gennaio 2010, il Consiglio della Shura dell’Arabia Saudita ha approvato un emendamento alla Legge di Procedura Penale che rende più difficile emettere condanne a morte. La nuova disposizione votata dal parlamento consultivo saudita prevede che per pronunciare la massima pena il voto dei giudici debba essere unanime e non più a maggioranza, come invece richiesto dalla normativa vigente. Inoltre l’emendamento prevede che le condanne a morte, il taglio della mano o punizioni simili non possano essere eseguite senza l’approvazione – unanime – della Corte Suprema. La modifica ha trovato ampi consensi in seno al Consiglio della Shura, dove 92 dei 150 membri hanno espresso parere favorevole.
 
Lo stupro di ragazzi e ragazze è uno dei reati più frequenti in Arabia Saudita per cui si rischia la decapitazione.
Il 9 gennaio 2009, un ex poliziotto, Ibrahim bin Abdul Aziz bin Mohammed Al-Oqail, è stato giustiziato a Riad dopo essere stato riconosciuto colpevole di sequestro, stupro e rapina a mano armata ai danni di un immigrato.
Il 21 febbraio 2009, il caporale Shaalan bin Nasser al-Qahtani e l’agente scelto Fahd bin Hassan al-Sebeyi sono stati decapitati per lo stupro di una cittadina straniera. Di notte avrebbero fermato a un posto di blocco la donna e suo zio, violentandola dopo aver picchiato e chiuso l’uomo nell’auto di servizio.
Il 12 aprile 2009, un uomo è stato decapitato dopo essere stato riconosciuto colpevole di rapina a mano armata e stupro. Secondo il Ministero degli Interni, l’uomo avrebbe commesso i crimini dopo aver consumato bevande alcoliche.
Il 29 maggio 2009, Ahmad Adhib bin Askar al Shamalani al Anzi è stato decapitato per omicidio e il suo corpo legato a una croce è stato poi esposto in pubblico nella capitale Riad. Era stato condannato per avere ucciso un uomo e suo figlio di 11 anni.
Il 21 giugno 2009, Faleh al-Mozaiberi è stato decapitato per il sequestro e lo stupro di un ragazzo. L’esecuzione è avvenuta nella città di Unaizah. Dopo lo stupro, l’uomo avrebbe abbandonato la sua vittima nel deserto.
Il 25 giugno 2009, Saud bin Awad è stato decapitato per il sequestro e lo stupro di un bambino di 5 anni. L’esecuzione ha avuto luogo nella capitale Riad.
Il 16 novembre 2009, un uomo è stato decapitato a Taif per aver rapito e violentato due scolari in un’area fuori dalla città. Saad Al-Hathli avrebbe rapito la prima vittima, l’avrebbe legata con una corda e ripetutamente violentata. In seguito l’uomo avrebbe fatto ritorno in città sequestrando il secondo scolaro.
Il 7 dicembre 2009, un giovane di 22 anni è stato decapitato e successivamente crocifisso. Muhammad Basheer bin Sa’oud al-Ramaly al-Shammari era stato riconosciuto colpevole di aver stuprato nel febbraio 2009 cinque bambini, uno dei quali era stato poi lasciato morire nel deserto. La decapitazione ha avuto luogo nella città di Hail, a nord della capitale Riad. La testa del giustiziato è stata poi ricucita al corpo, che è stato appeso a un palo in un luogo pubblico. Una corte d’appello aveva confermato la condanna a morte e alla crocifissione a novembre, approvate successivamente dalla Corte Suprema. Nel corso del processo Muhammad al-Shammari non ha potuto disporre di un avvocato difensore, inoltre alcune fonti riferiscono di suoi disturbi psichici.
L’11 gennaio 2010, un uomo è stato decapitato nella città di Medina per aver violentato e derubato quattro donne. Il cittadino saudita Salah ibn Rihaidan ibn Hailan Al-Johani, fingendosi tassista, avrebbe attirato le vittime nel proprio furgone, in quattro casi distinti, conducendole poi in aree remote dove sarebbero avvenuti gli stupri. Al-Johani usava il proprio furgone come taxi, una pratica piuttosto comune nella città in special modo durante la stagione dei pellegrinaggi.
Il 13 giugno 2010, il cittadino saudita Hanni al-Barqawi è stato giustiziato a La Mecca per l’omicidio premeditato di Sami al-Sawat. La notizia dell’esecuzione è stata diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale SPA.
Il 21 giugno 2010, sono stati decapitati due uomini. Il primo è stato identificato come Shaaban al-Nasheri, cittadino yemenita, la cui esecuzione è avvenuta a Jazan, nel sud-ovest del Paese. Era stato riconosciuto colpevole degli omicidi, commessi con arma da fuoco, di Dhayeh al-Manbahi e di sua figlia che sarebbe stata anche stuprata. Una volta giustiziato, il corpo di Al-Nasheri è stato crocifisso. Il secondo dei giustiziati è Mohammed al-Zahrani, cittadino saudita, decapitato a El-Baha per l’omicidio, sempre commesso con arma da fuoco, del connazionale Said al-Zahrani, nel corso di una lite per la proprietà di terreni.
Il 29 giugno 2010, un uomo è stato decapitato a Riad dopo essere stato riconosciuto colpevole di omicidio. L’uomo, identificato come il cittadino saudita Obeid bin Saif al-Qahtani, avrebbe ucciso con una pistola Mohammed bin Mejeb al-Qahtani, nel corso di una lite.
Con questa ultima decapitazione, diventano 16 le persone messe a morte in Arabia Saudita dall’inizio dell’anno.
 
 
LA FUCILAZIONE 
 
Non propriamente una punizione islamica, la fucilazione è pure stata applicata nel 2009 e nei primi mesi del 2010 in esecuzione di condanne in base alla Sharia in Yemen, Libia e Somalia.
 
Yemen
 
Lo Yemen applica la pena di morte per una serie di reati tra cui omicidio, traffico di droga, stupro, reati sessuali e atti contrari all’Islam.
Il codice penale del 1994 prescrive 100 frustate per rapporti sessuali fuori dal matrimonio e 80 per consumo di alcool e per offesa all’Islam. In caso di adulterio la pena è la lapidazione.
L’art. 125 del Codice prevede la pena capitale per atti contrari all’indipendenza del Paese, alla sua unità e integrità territoriale.
Il 3 agosto 1998 è stato emanato un decreto presidenziale che stabilisce la pena di morte per capi e affiliati di bande dedite a rapimento, brigantaggio, rapina e saccheggio di proprietà pubbliche o private.
Secondo l’avvocato Ahmad Al-Wadei, i casi per cui è prevista la pena di morte e che contravvengono alla legge islamica della Sharia arrivano a 315; queste fattispecie sono contenute in quattro diverse leggi yemenite: 120 sono previste dal codice penale del 1994, 166 da quello militare, 33 dalla legge anti-droga e 90 dalla legge sulle rapine in autostrada e sui sequestri. L’art. 128 del codice penale stabilisce la condanna a morte per chiunque lavori per un altro Stato. La legge però non specifica quale genere, forma o tipo di lavoro siano inclusi.
 
Le esecuzioni, che devono essere ratificate dal Presidente Ali Abdullah Saleh, sono solitamente eseguite in pubblico. Il condannato è steso con la faccia a terra e giustiziato con un colpo di fucile.
Nel 2009, lo Yemen ha giustiziato almeno 30 persone, mentre almeno 54 sono state condannate a morte, secondo Amnesty International e Human Rights Watch.
Nel 2008 sono state giustiziate almeno 13 persone, mentre nel 2007 le esecuzioni erano state almeno 15.
Centinaia di detenuti si ritiene siano nel braccio della morte, tra cui oltre 70 persone soltanto nel Carcere Centrale di Ta’iz.
 
Il 7 febbraio 2009, un soldato dell’esercito yemenita, Bashir Sultan Mohamed al-Ja’fari, è stato giustiziato in un carcere militare della capitale Sana’a. Nell’agosto del 2006, un tribunale militare lo aveva condannato a pagare la diyah (prezzo del sangue) per l’omicidio preterintenzionale di un suo commilitone. Nel novembre 2007, però, una corte d’appello militare ha ribaltato la decisione condannandolo a morte. La sentenza era stata confermata dalla Divisione Militare della Corte Suprema nel 2008 e, sette mesi dopo, ratificata dal Presidente dello Yemen.
Il 7 febbraio 2009, il Ministero degli Interni yemenita ha reso noto che tre uomini erano stati fucilati dopo essere stati riconosciuti colpevoli di omicidio. Il primo dei tre, Mohammed al-Namarri, è stato giustiziato nella provincia di Ibb, a sud della capitale Sana’a, per l’uccisione di tre uomini, uno dei quali membro della sua famiglia. Il secondo dei giustiziati, identificato come Bashir Ali, è stato messo a morte nella prigione centrale di Ta’iz, circa 200 km a sud di Sana’a, per l’omicidio di Mohammed Ahmed. L’esecuzione del terzo uomo, Saleh Naji al-Doushan, è avvenuta nella prigione centrale della capitale a seguito della condanna a morte per l’omicidio di Mohammed Ali al-Doushan.
Il 3 marzo 2009, un uomo è stato fucilato nella città di Amran dopo essere stato riconosciuto colpevole delle uccisioni di 10 persone. Abdullah Saleh al-Kohali, 27 anni, è stato giustiziato nel cortile di una prigione da un plotone di agenti di polizia, dopo la lettura della sentenza di morte da parte di un giudice. L’uomo avrebbe ammesso di aver ucciso nel maggio 2008, con una mitragliatrice, dei fedeli all’esterno della moschea del villaggio di Bait al-Aqari, presso Amran. Al-Kohali si sarebbe difeso dicendo alla corte di aver agito per motivi di onore nei confronti di un uomo che aveva avuto rapporti sessuali con la sorella. L’obiettivo della sua azione era un appartenente al suo stesso clan di nome Belal Qassim Al-Kohali. “Ha messo incinta mia sorella tre volte”, ha detto l’imputato ai giudici. La condanna a morte era stata emessa dal tribunale della città nel giugno 2008 e poi confermata da una corte d’appello. Diversi parenti delle vittime hanno assistito all’esecuzione, mentre fotografi e cameramen non sono stati ammessi.
Il 15 aprile 2009, una donna è stata giustiziata per l’omicidio del marito. Si tratta di A’isha Al-Hamzi, 40 anni, messa a morte nella Prigione Centrale di Sana’a nonostante i numerosi appelli in suo favore giunti da organizzazioni per i diritti umani.
Il 6 luglio 2009, un ragazzo è stato giustiziato in pubblico a Sana’a, capitale dello Yemen, dopo essere stato riconosciuto colpevole dell’omicidio e stupro di un bambino. Si tratta di Yahia al-Raghwa, 22 anni, che avrebbe stuprato e ucciso Hamdi Abdullah, 11 anni, nel suo negozio di barbiere a Sana’a, nel dicembre 2008. Il condannato è stato fatto stendere con la faccia rivolta verso terra e giustiziato con un’arma da fuoco, alla presenza di centinaia di persone, compresa la famiglia della vittima. Al-Raghwa avrebbe ammesso lo stupro del bambino e di averlo ucciso dopo che questi si era messo a piangere minacciando di raccontare tutto al padre. Il tribunale aveva deciso in un primo momento di far gettare il condannato dal tetto di un alto edificio di Sana’a, come previsto dalla Sharia in caso di reato di omosessualità, poi la corte ha cambiato la sua decisione circa il metodo di esecuzione.
Il 22 gennaio 2010, un ragazzo di dieci anni ha sparato a cinque persone ferendole gravemente nella provincia settentrionale di Amran. Il ragazzo li ha attesi fuori dal carcere dopo che un tribunale aveva condannato a morte il padre. Dopo aver teso loro l’agguato con un’arma da fuoco che aveva nascosto sotto i vestiti, è stato subito dopo arrestato dai guardiani della prigione. L’ufficio stampa del ministero degli interni ha spiegato che il motivo dell’aggressione era solo la vendetta dopo che il padre, Hamid Jabir Al-Hamshali, era stato giustiziato tramite plotone insieme a un altro uomo per l’omicidio di un abitante nella stessa provincia.
 
Libia
 
Il “Grande Libro” del 1988 stabilisce che “l’obiettivo della società libica è l’abolizione della pena di morte”, tuttavia il Governo non l’ha ancora fatto, anzi, ha aumentato i reati capitali.
In base al codice penale in vigore, risalente al 1953, sono 21 i reati punibili in Libia con la pena di morte. Sono considerati crimini capitali molti reati, tra cui attività non violente come quelle relative alla libertà di espressione e di associazione e altri “reati politici” ed economici. La pena di morte è obbligatoria per gli appartenenti a gruppi che si oppongono ai principi della rivoluzione del 1969, per tradimento e per sovversione violenta dello Stato. E’ applicabile anche per chi specula su moneta straniera, cibo, abbigliamento o sull’affitto durante un periodo bellico e per crimini legati alla droga e all’alcol (dal 1996).
Il codice penale vigente stabilisce la pena capitale per chi sostiene, crea, partecipa o finanzia organizzazioni proibite dalla legge. Sono quindi considerati illegali statuti e regolamenti delle associazioni civiche che non promuovono gli ideali della Rivoluzione guidata dal Colonnello Gheddafi nel 1969.
Il 24 novembre 2009, Abdelrahman Boutouta, capo della commissione giuridica incaricata di emendare il codice penale, ha dichiarato che il nuovo testo limiterà la pena di morte ai responsabili di omicidio premeditato e di atti di terrorismo. “Se la nuova legge sarà adottata, i cittadini libici avranno diritto di creare associazioni civiche a condizione che siano apolitiche”, ha continuato il magistrato, secondo cui tutte le norme che vietano la creazione e la partecipazione a ONG sono già state rimosse, aggiungendo tuttavia che una “legge per le associazioni” è in via di definizione. Una volta completato, il nuovo codice dovrà essere approvato dai congressi del popolo, in accordo con la teoria di Gheddafi sul “potere del popolo”, ha concluso Boutouta, senza indicare quando questo potrebbe accadere.
 
Le informazioni su esecuzioni e condanne a morte sono raramente riportate.
Nel 2009 sono state effettuate almeno 4 esecuzioni, tutte di cittadini egiziani, mentre nel 2010, al 30 maggio, sono state fucilate 18 persone, tra cui molti cittadini stranieri.
Nel 2008 le esecuzioni erano state almeno 8, di cui 7 di cittadini stranieri. Nel 2007, erano state messe a morte almeno 9 persone, tra cui 4 nigeriani.
Il 29 luglio 2009, le autorità libiche hanno giustiziato per omicidio un cittadino egiziano, Fadl Ismail Heteita, che aveva passato oltre tre anni nel braccio della morte.
L’8 settembre 2009, l’Organizzazione Egiziana per i Diritti Umani ha reso noto che altri tre cittadini egiziani erano stati giustiziati in Libia nel mese di agosto. I tre sono stati identificati come Hijazi Ahmad Zaydan, Haytham al-Shahhat Abd-al-Qawi e Ihab Majid Muhammad.
Il 30 maggio 2010, diciotto persone, tra cui diversi cittadini stranieri, sono stati fucilati dopo essere stati riconosciuti colpevoli di omicidio premeditato. La notizia è stata diffusa dal giornale libico on line Qurina, secondo cui tra i giustiziati ci sono cittadini del Ciad, dell’Egitto e della Nigeria. A Tripoli sono avvenute 14 esecuzioni, le altre quattro a Bengasi, seconda città della Libia. Il quotidiano ha aggiunto che nel Paese sono più di duecento i prigionieri del braccio della morte.
 
Il 13 agosto 2009, la Presidenza nigeriana ha dichiarato che sono solo 14 i nigeriani detenuti nel braccio della morte in Libia, condannati per reati come omicidio, droga e rapina armata. Il Consigliere Speciale del Presidente, Olusegun Adeniyi, ha smentito “notizie su Internet circa 230 africani neri, per lo più nigeriani, detenuti nei bracci della morte della Libia”.
Il 14 agosto 2009, una fonte della Camera dei Rappresentanti nigeriana ha rivelato che sono tra i 32 e i 40 gli africani neri, per lo più nigeriani, giustiziati segretamente in Libia nonostante la presidenza libica lo neghi. Abike Dabiri-Erewa, Presidente della Commissione parlamentare sulla Diaspora, ha detto che “i contatti continui con cittadini nigeriani in Libia confermano le avvenute esecuzioni di alcuni loro parenti”. La presidente ha esortato il governo libico a rivedere la sua politica e ha chiesto a gruppi per i diritti umani di intervenire per fermare le altre esecuzioni programmate.
Il 30 agosto 2009, un avvocato di Lagos, Femi Falana, ha esortato il leader libico Gheddafi a fermare le esecuzioni di tutti i cittadini nigeriani detenuti nel braccio della morte della Libia. Ciò sarebbe in linea, ha detto Falena, con la risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni adottata sia dalla Commissione Africana sui Diritti Umani e dei Popoli sia dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Il 16 settembre 2009, il Ministro della Giustizia algerino Tayeb Belaiz ha ringraziato il leader libico Muammar Gheddafi per l’atto di clemenza adottato nei confronti di prigionieri algerini, ha reso noto la radio pubblica algerina. Per il ministro Belaiz quello di Gheddafi sarebbe stato un gesto nobile, che esprime l’amore del leader libico nei confronti dell’Algeria e testimonia le eccellenti relazioni tra i due Paesi. “Il primo gruppo di prigionieri è stato rilasciato nel 2008 – ha detto Belaiz. In quell’occasione Gheddafi ha graziato più di 30 algerini. Nel primo semestre del 2009, il leader libico ha graziato 38 algerini., anche se mi risulta che quest’ultima volta ne abbia graziati 33. Vale la pena ricordare che la maggioranza di questi prigionieri erano stati condannati a morte o all’ergastolo per aver commesso crimini molto gravi, compreso il traffico di droga.”
Il 1° ottobre 2009, il quotidiano nigeriano This Day ha reso noto che il governo libico ha accettato di sospendere le esecuzioni dei circa 200 nigeriani detenuti nel braccio della morte in Libia. La decisione delle autorità di Tripoli è giunta a fronte di un caso pendente innanzi alla Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli, sollevato dal Socio-Economic Rights and Accountability Project (SERAP), una ONG nigeriana. “Avevamo chiesto una misura provvisoria per fermare le esecuzioni. Adesso la sospensione c’è”, ha dichiarato Catherine Modupe Atoki, membro della Commissione Africana, organismo che supervisiona il rispetto degli obblighi giuridici stabiliti dalla Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli.
 
Somalia
 
Il codice penale somalo è un amalgama di vari sistemi giuridici e tradizioni.
Fino al 1991, esistevano almeno tre tipi di tribunali. Quello statale, quello islamico e quello tradizionale, incaricato di dirimere le controversie tra le persone appartenenti allo stesso clan.
Da quando, nel 1991, i “clan” hanno deposto il dittatore Siad Barre, il Paese è stato lacerato da una sanguinosa lotta di potere tra clan avversari che ha comportato decine di migliaia di vittime.
Dopo tredici anni di anarchia, di tentativi di stabilire un governo e due anni di colloqui di pace svoltisi sotto l’egida della Comunità internazionale che ha cercato di tenere in considerazione le principali divisioni in clan, nell’ottobre 2004 il Parlamento di transizione ha eletto Abdullahi Yusuf Ahmed come nuovo Presidente del Paese e ha dato vita a un esecutivo. L’elezione è avvenuta in Kenia perché Mogadiscio era considerata troppo pericolosa.
Il 29 dicembre 2008, fallito il tentativo di portare la pace, la stabilità e la democrazia in Somalia, Ahmed ha rassegnato le dimissioni da presidente e riconsegnato il potere al presidente del parlamento, Aden Mohamed Nur, che ha assunto a interim la funzione di capo dello Stato.
In questa situazione, si è rafforzato il ruolo dei tribunali islamici la cui giurisdizione è stata estesa ai reati comuni. Queste Corti, le cui sentenze sono difficilmente appellabili, sono viste da una parte della popolazione come l’unica forza in grado di riportare un po’ d’ordine dopo diciotto anni di caos totale.
Il 18 aprile 2009, il Parlamento somalo ha approvato all’unanimità la proposta del Governo di introdurre formalmente nel Paese la legge della Sharia. “I 343 parlamentari presenti alla sessione hanno approvato la mozione, quindi la Legge Islamica diventa la legge del nostro Paese”, ha dichiarato Osman Elmi Boqore, vice-presidente dell’Assemblea legislativa, a conclusione del voto per alzata di mano. Il voto si è svolto alla presenza di importanti religiosi islamici. I gruppi armati di opposizione chiedevano che la Sharia divenisse la sola legge della Somalia e il Governo del presidente Sharif Sheikh Ahmed, un islamico moderato, dopo la sua formazione all’inizio del 2009, aveva promesso di introdurla nel tentativo di avviare una riconciliazione nazionale. Diversi gruppi di opposizione, in particolare quello estremista islamico Al-Shabaab, hanno tuttavia bollato la decisione del Parlamento come “cospirazione contro i combattenti islamici e la loro causa”.
 
L’autoproclamata Repubblica del Somaliland è la sola parte del distrutto Stato somalo ad avere stabilito la pace, un Governo e un sistema multipartitico. Le elezioni parlamentari si sono tenute nel settembre 2005 e la nuova Repubblica è in attesa di essere riconosciuta a livello internazionale. Il Somaliland, il cui sistema giuridico è basato sul vecchio codice penale somalo, mantiene la pena di morte, sebbene gruppi locali a difesa dei diritti umani ne chiedano l’abolizione. Negli anni più recenti, molti condannati a morte sono stati giustiziati, mentre altri hanno visto le loro sentenze commutate grazie al pagamento del “prezzo del sangue” (diyah) per via dell’applicazione della Sharia.
 
Nel 2009 non si è registrata nessuna esecuzione “legale” ma solo una dozzina di condanne a morte.
Nel 2008 sono state effettuate almeno 3 esecuzioni. Nel 2007 sono state messe a morte almeno 5 persone, quasi tutti soldati condannati da tribunali delle forze armate. Nel 2006 le esecuzioni in Somalia sono state almeno 7, quasi tutte ordinate da tribunali islamici ed effettuate in piazza spesso dagli stessi parenti delle vittime davanti a migliaia di persone.
 
Come “esecuzioni extragiudiziarie” andrebbero invece classificate quelle effettuate dagli estremisti islamici d Al-Shabaab – “Gioventù” in arabo – che controllano larga parte della Somalia centro-meridionale e vogliono rovesciare il Governo di transizione sostenuto dagli occidentali, assumendo il controllo dell’intero Paese e imponendo una rigida applicazione della Sharia.
Il 15 gennaio 2009, una milizia islamica ha giustiziato un politico somalo accusato di tradire la sua religione lavorando con forze armate etiopi non musulmane. Un portavoce islamista ha detto alla BBC, dalla città portuale di Kismayo, che Abdirahman Ahmed è stato ucciso con un colpo di pistola. Ahmed era stato inoltre accusato di essere una spia delle forze etiopi e di aiutare le forze di Barre Hiraale a riconquistare la città di Kismayo.
Il 9 giugno 2009, un uomo è stato giustiziato per omicidio nella città somala di Baidoa, controllata dai miliziani di Al-Shabaab. Il giustiziato si chiamava Hussein Hassan Nor, ha detto ai giornalisti Sheik Hassan Adan, giudice della regione del Bay. Si tratta della seconda esecuzione praticata a Baidoa da Al-Shabaab da quando, nel gennaio 2009, hanno occupato la città, ex sede del Parlamento somalo.
Il 10 luglio 2009, due ex poliziotti accusati di sostenere il Governo del presidente Sharif Sheikh Ahmed sarebbero stati decapitati da miliziani Al-Shabaab nella città di Baidoa. La notizia è stata confermata all’agenzia AFP da un miliziano e dal parente di uno dei giustiziati. “Corrisponde a vero che due uomini che sostenevano i nemici di Allah sono stati decapitati. Diversi altri sono ancora detenuti e se saranno trovati colpevoli verranno giustiziati”, ha detto un miliziano dietro condizione di anonimato. Muktar Abdullahi, fratello di uno dei giustiziati, ha raccontato: “Li stavamo cercando da una settimana, poi è giunta la conferma dello loro decapitazioni. Nessuno ci ha chiaramente spiegato perché siano stati uccisi, ma alcuni membri di Al-Shabaab hanno detto che sostenevano il Governo somalo.”
Il 12 luglio 2009, i miliziani Al-Shabaab hanno negato di aver decapitato sette persone nella città somala di Baidoa, ha riferito Radio Garowe. La notizia era stata diffusa l’11 luglio dall’agenzia Associated Press, secondo cui i sette erano stati giustiziati dagli estremisti islamici dopo essere stati riconosciuti come “spie del Governo”. “Si tratta di disinformazione operata da agenzie di stampa occidentali”, ha dichiarato Sheikh Mahad Omar, nuovo capo di Al-Shabaab nella regione di Bay. Pur negando le esecuzioni, Omar ha ammesso che diversi uomini erano stati processati e riconosciuti colpevoli di spionaggio in favore del Governo.
Il 28 settembre 2009, i miliziani islamici Al-Shabaab hanno giustiziato due persone che erano state accusate di spionaggio a favore degli Stati Uniti e del governo somalo. I due sono stati fucilati in pubblico a Mogadiscio dopo essere stati giudicati colpevoli dal giudice della milizia, Sheikh Abdullahi Al-Haq. “Hassan Moalim Abdullahi è stato giudicato colpevole di spionaggio in favore degli USA. E’ stata provata oltre ogni dubbio la sua appartenenza alla CIA”, ha detto Al-Haq sul primo dei due giustiziati. “L’imputato ha ammesso di aver lavorato per la CIA, riconoscendo i propri misfatti.” Il secondo imputato avrebbe indicato ai militari governativi obiettivi da colpire con l’artiglieria. Una terza persona ha subito 29 frustate per contraffazione di dollari. Sempre in questo mese, i miliziani hanno mozzato in pubblico la mano destra di due uomini accusati di furto.
Il 25 ottobre 2009, i miliziani del movimento Al-Shabaab hanno fucilato altri due giovani accusati di spionaggio in favore del Governo somalo. Le esecuzioni sono state effettuate in pubblico a Marka, città portuale situata 100 km a sud di Mogadiscio. “Questi due giovani erano coinvolti in spionaggio contro la nostra amministrazione islamica”, ha dichiarato ai giornalisti lo sceicco Suldan, esponente di Al-Shabaab. “Sono stati detenuti per tre mesi. Abbiamo indagato e loro hanno confessato.” Attraverso altoparlanti i miliziani hanno raccolto centinaia di persone in uno spazio aperto vicino al porto, per assistere alle esecuzioni. Uno dei testimoni di Marka, Ali Hussein, ha detto che i residenti sono stati costretti ad assistere alle fucilazioni. “I due ragazzi sono stati accusati di spionaggio, ma non siamo in grado di stabilire se fossero colpevoli”, ha aggiunto. “Uno dei due ragazzi non è morto subito, per cui gli otto miliziani Al-Shabaab, mascherati, si sono avvicinati e hanno aperto il fuoco su di lui. Presto il suo corpo è sembrato carne maciullata, a causa dei numerosi colpi sparati.”
Il 13 dicembre 2009, testimoni nella città di Afgoye, a sud-ovest di Mogadiscio, hanno detto che dei militanti islamici hanno sparato a un uomo accusato di omicidio. Ahmed Mohamoud Awale, 61 anni, era accusato di aver pugnalato un uomo. I miliziani hanno convocato i residenti della città per vedere l’esecuzione.
Il 9 gennaio 2010, una milizia filogovernativa ha giustiziato in pubblico un comandate del gruppo ribelle Al-Shabaab, nella regione centrale di Galagadud. La milizia Ahlu Sunna Waljamaca aveva condannato l’uomo a morire tramite fucilazione dopo che si era rifiutato di ripudiare l’ideologia di Al-Shabaab.
Il 6 aprile 2010, l’amministrazione islamica dei miliziani Al-Shabaab ha giustiziato in pubblico il combattente Muse Abdi Abud. L’uomo è stato giustiziato in un campo della regione di Shabelle, hanno detto i funzionari. Abud era stato condannato per l’omicidio di Ahmed Abdi Yusuf, avvenuto nel villaggio Balow nel sud della Somalia.
 
 
IL PREZZO DEL SANGUE
 
Secondo la legge islamica, i parenti della vittima di un delitto hanno tre possibilità: chiedere l’esecuzione della sentenza, risparmiare la vita dell’assassino con la benedizione di Dio oppure concedergli la grazia in cambio di un compenso in denaro, detto diyah (prezzo del sangue).
Nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, casi relativi al “prezzo del sangue” si sono risolti col perdono o con l’esecuzione in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Libia, Qatar e Yemen.
 
Arabia Saudita
 
In Arabia Saudita, numerosi casi di “prezzo del sangue” si sono risolti positivamente grazie all’opera del Comitato per la Riconciliazione, un’organizzazione nazionale che assicura il perdono ai prigionieri del braccio della morte e aiuta a risolvere le lunghe dispute inter-familiari e tribali tramite sforzi costanti.
Negli ultimi anni, è stata da più parti sollevata la questione del prezzo del sangue e del trend, in continua crescita, di richieste esorbitanti di compensazione, molte delle quali sarebbero alimentate dall’avidità e dalle rivalità tribali. Funzionari, religiosi e scrittori si sono espressi contro queste richieste esose, chiarendo che l’antica pratica islamica era pensata al fine di sostenere finanziariamente i familiari in lutto. Il re Abdullah, che negli ultimi anni si è fatto più volte carico del pagamento di numerose diyah per famiglie bisognose, pare abbia detto che la richiesta non dovrebbe superare i 130.000 dollari. La cifra minima stabilita dal governo è di 32.000 dollari.
 
Il 3 marzo 2009, Yahya Al-Mujaribi, detenuto a Jizan, ha avuto l’esecuzione sospesa per la seconda volta. Dopo aver passato 11 anni in carcere in attesa di essere giustiziato, l’uomo è stato perdonato dalla famiglia di suo cugino, il giovane che avrebbe ucciso. Non sono chiare le circostanze della lunga attesa. Il Consiglio Supremo della Magistratura aveva respinto la richiesta di perdono rimandando Al-Mujaribi nel braccio della morte ma in seguito a pressioni di funzionari locali, è stato assicurata una seconda grazia, condizionata al fatto che l’uomo abbandonasse la città.
L’8 marzo 2009, il Governatore de La Mecca, Principe Khaled Al-Faisal, che è anche presidente del Comitato di Riconciliazione della provincia, ha lodato la decisione delle due famiglie che hanno perdonato due detenuti condannati a morte per l’omicidio dei loro familiari. I due uomini, un cittadino saudita e uno pachistano, avevano le esecuzioni fissate per il 7 marzo. Il saudita, Dhaifullah Al-Maliki, era stato condannato per aver ucciso il palestinese Muhammad Salim, mentre Akram Muhammad, cittadino pachistano, avrebbe ucciso Suleiman Abkar, cittadino del Chad, ha detto il presidente esecutivo del Comitato, Nasser Al-Zahrani, il quale ha aggiunto che il Comitato, dall’anno della sua istituzione, nel 2000, ha contribuito a ottenere la grazia per 143 condannati.
Il 13 aprile 2009, il Comitato per la Riconciliazione de La Mecca ha ottenuto la grazia per due detenuti nel braccio della morte 48 ore prima della loro esecuzione. Awad e Amer erano stati condannati a morte per omicidio. Il governatore de La Mecca, il principe Khaled Al-Faisal, si era adoperato per ottenere il perdono dai familiari della vittima, i quali non hanno voluto alcun risarcimento economico dicendo di essere interessati solo al premio divino.
Il 4 febbraio 2010, due donne filippine, Idan Tejano e Noraisa Talib Mabanding, condannate a morte in Arabia Saudita, sono state perdonate e rimandate a casa. La Corte Generale di Gedda le aveva condannate a morte per rapina e omicidio di una donna incinta, datrice di lavoro della Tejano, il 21 maggio 2001. A maggio 2004, il Consiglio Supremo Giudiziario aveva confermato le condanne. Arab News ha riportato che il governo filippino ha pagato 4 milioni di rial (circa un milione di dollari) come ‘prezzo del sangue’ ai familiari della vittima per salvare la vita alle due donne.
Il 27 aprile 2010, un uomo è stato giustiziato per omicidio. Umair al-Shihri è stato messo a morte nella città meridionale di Bisha per aver ucciso con una mitragliatrice il connazionale Muzakkir al Shahrani. La condanna a morte è stata eseguita solo dopo che i figli della vittima hanno raggiunto la maggiore età, momento a partire dal quale potevano decidere di risparmiare la vita all’assassino.
 
Emirati Arabi Uniti
 
La pena di morte negli Emirati è raramente applicata, anche perché spesso la famiglia della vittima concede il perdono all’omicida in cambio di un risarcimento in denaro.
L’8 giugno 2009, la Corte d’Appello della Sharia degli Emirati Arabi Uniti ha confermato la condanna a morte per un cittadino ucraino che avrebbe ucciso un socio d’affari siriano nel 2002, con un temperino. Dopo il processo, durato più di due anni al tribunale della Sharia e altri cinque alla Corte d’Appello, l’uomo ora deve pagare un ‘prezzo del sangue’ pari a 750.000 dirham (oltre 204.000 dollari) agli eredi della vittima per evitare l’esecuzione. L’ucraino, Andrei Semenchenko, ha chiesto di essere aiutato a mettere insieme la somma richiesta.
Il 16 maggio 2010, sei lavoratori del Bangladesh, condannati a morte negli Emirati Arabi Uniti, sono stati rimpatriati dopo che il loro governo ha pagato il prezzo del sangue. I sei uomini erano stati condannati a morte a Dubai per aver ucciso un cittadino pachistano nel 2007, in seguito a una disputa, ha reso noto il parlamentare del Bangladesh Mainuddin Khan Badal. “Il Primo Ministro, Sheikh Hasina, ha ordinato al Ministero del Lavoro di pagare 9,57 milioni di taka (oltre 138.000 dollari)”, ha detto Badal.
Il 23 giugno 2010, la Corte d’Appello di Sharjah ha confermato la condanna a morte di tre cittadini del Bangladesh accusati di omicidio premeditato. I tre condannati, identificati solo come K.T, 28 anni, M.M, 25, e A.A, 27, avrebbero ucciso un uomo, identificato solo come Tara, per sottrargli del denaro, strangolandolo con i suoi pantaloni dopo averlo legato e colpito alla testa. Il Tribunale non è riuscito a rintracciare i familiari della vittima, che al momento dell’omicidio non aveva con sé alcun documento. I tre condannati a morte non potranno quindi chiedere il perdono ai familiari della persona uccisa.
 
Iran
 
La versione iraniana del “prezzo del sangue” (diyah) stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo prezzo del sangue.
Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente corrisponde a 150 milioni di rials (circa 20.000 dollari). Il prezzo del sangue per la vita di una donna continuerà però a essere la metà di quello per la vita di un uomo.
Le autorità iraniane hanno sempre sostenuto di “non poter rifiutare alla famiglia della persona uccisa il diritto legale di reclamare la qisas, il principio cioè dell’occhio per occhio”. La qisas è probabilmente il solo diritto che il popolo iraniano può legittimamente rivendicare.
 
Nel 2009, si sono verificati numerosi casi in cui il regime non ha invece rispettato il diritto dei parenti delle vittime a perdonare l’autore del reato.
Il 1° maggio 2009, Delara Darabi è stata impiccata all’alba nella prigione di Rasht, nel nord dell’Iran, senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia. La ragazza, di 23 anni, è stata giustiziata per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni. A mettere personalmente la corda intorno al collo di Delara, ha scritto il quotidiano Etemad, sarebbe stato un figlio della donna uccisa, una cugina del padre di Delara, che nel 2003 aveva 58 anni. Il 19 aprile, si era parlato di una sospensione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella quale era stata fissata inizialmente l’esecuzione. Invece è stata messa a morte dopo soli dieci giorni. Nel provvedimento di rinvio del capo della magistratura iraniana, ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, si parlava di sospensione “per un breve periodo di tempo” per dare modo alla famiglia della vittima di riflettere sulla richiesta di perdono avanzata dai genitori di Delara. Già in passato i parenti della vittima avevano rifiutato questa opzione. Una posizione che non è cambiata, nonostante i giudici avessero concesso loro qualche giorno in più di riflessione. Delara proveniva da una famiglia benestante e i suoi genitori si erano offerti di pagare l’indennizzo ai parenti della vittima, primo passo per arrivare a quel perdono formale che avrebbe permesso di fermare l’esecuzione. Ma la famiglia della donna uccisa non ne ha voluto sapere.
Il 14 luglio 2009, una donna iraniana è stata giustiziata nel carcere di Qazvin. Era stata condannata a morte per l’omicidio preterintenzionale del suocero, avvenuto nel 2005 nel corso di una lite. La donna era stata condannata senza una difesa, dato che non aveva i soldi per permettersi un avvocato, in base alla legge della ‘punizione equa’. I familiari della vittima si sono rifiutati di concederle il perdono.
L’11 ottobre 2009, un ragazzo di 21 anni, Behnoud Shojaee, è stato impiccato all’alba nella prigione di Evin a Teheran per un omicidio commesso quando aveva 17 anni e del quale si dichiarava innocente. Behnoud Shojaie era stato ritenuto colpevole di aver ucciso un ventenne di nome Omid durante una lite avvenuta in un parco nel giugno del 2005 che aveva coinvolto una dozzina di giovani. La condanna a morte è arrivata nel 2006 ed era stata confermata dalla Corte suprema l’anno successivo. Nel 2008 le autorità avevano mandato a morte Behnoud quattro volte e un’altra volta nell’agosto 2009, mettendolo in isolamento a Evin per alcuni giorni, come fanno di solito prima dell’impiccagione. Poi tutte le volte l’esecuzione era stata rimandata – forse anche grazie alla pressione internazionale. Due volte era stata rinviata quando lui era a pochi secondi dall’essere impiccato, già fuori, nel cortile, con il cappio pronto. L’ex capo del sistema giudiziario iraniano, l’ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la pena chiedendo ai genitori della vittima se volessero perdonare l’assassino. Ma il “prezzo del sangue” per Behnoud era proibitivo e alcuni intellettuali e artisti iraniani avevano lanciato una campagna per lui. Avevano raccolto 100 milioni di toman (circa 100 mila dollari), convincendo la famiglia di Omid a concedere il perdono. Ma il tribunale ha chiuso il conto bancario e convocato gli artisti minacciandoli di incriminazione: “Nuocete all’atmosfera politica del Paese e alla famiglia.” I genitori di Omid si sono tirati indietro. Ai genitori stessi è stato permesso di impiccare con le proprie mani Behnoud nella famigerata prigione di Evin.
Il 21 ottobre 2009, Soheila Ghadiri, una donna di 30 anni, è stata impiccata di mattina nel carcere Evin di Teheran. Era stata riconosciuta colpevole dell’omicidio della piccola figlia di soli cinque giorni nel 2006. Secondo i medici legali soffriva di disturbi psichici al momento della commissione del reato. In tribunale aveva dichiarato: “A 16 anni sono scappata di casa e ho sposato il ragazzo che amavo. Lui è morto in un incidente, dopo il quale ho iniziato a prostituirmi e a consumare droghe, contraendo l’HIV ed epatiti. Quando mia figlia è nata l’ho uccisa, perché non volevo che avesse lo stesso mio destino.” Il padre del bambino, l’unico in base alla legge in grado di decidere se acconsentire o meno all’esecuzione di Soheila, aveva scritto una lettera in cui manifestava la volontà di perdonarla. Comunque, né la perizia medico-legale né il perdono del padre della vittima sono bastati a salvarle la vita.
 
Kuwait
 
Il 20 maggio 2009, il Dipartimento degli Affari Esteri filippino (DFA) ha reso noto che un lavoratore filippino emigrato in Kuwait e condannato a morte per omicidio potrebbe avere salva la vita. La famiglia della vittima ha accettato di perdonare Bienvenido Espino, condannato a morte per l’omicidio del compatriota Jhiyas Gumapac avvenuto in Kuwait nel 2007. Ora, l’Emiro del Kuwait può concedere la grazia al condannato.
 
Libia
 
Nel 2007, la Libia aveva risolto alla sua maniera, ricattatoria ed esosa, quello che possiamo definire un caso internazionale di “prezzo del sangue”, che aveva coinvolto le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese che lavoravano presso l’ospedale di Bengasi. Condannati a morte nel maggio del 2004 con la falsa accusa di aver infettato col virus HIV 426 bambini, 52 dei quali erano successivamente morti, le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese sono stati liberati nel luglio 2007 dopo la decisione delle famiglie delle vittime di ritirare la richiesta di condanna a morte in cambio di un indennizzo pari a circa un milione di dollari per vittima.
Per quanto riguarda i condannati a morte, desta particolare preoccupazione la situazione degli stranieri che sono svantaggiati rispetto ai libici soprattutto perché non hanno una rete fuori dal carcere che possa aiutarli a negoziare con le famiglie delle vittime una commutazione della pena in cambio di un risarcimento, come previsto dal diritto locale.
 
Il 29 luglio 2009, le autorità libiche hanno giustiziato per omicidio un cittadino egiziano, Fadl Ismail Heteita, che aveva passato oltre tre anni nel braccio della morte. Nonostante la famiglia della vittima avesse accettato la commutazione della condanna a morte in cambio di 30.000 sterline egiziane (5.400 dollari) il Procuratore Generale libico non ha riconosciuto l’accordo perché non era stato autenticato dal Ministero degli Esteri egiziano.
L’8 settembre 2009, l’Organizzazione Egiziana per i Diritti Umani ha espresso la preoccupazione che 5 dei 35 cittadini egiziani detenuti nel braccio della morte della prigione di Kwafiyah a Benghazi possano essere giustiziati nonostante abbiamo pagato il prezzo del sangue e ottenuto il perdono dei familiari delle loro vittime. I cinque sono stati identificati come Farhat Abdu Farhat, Sami Fathi Abd-Rabbu, Ala Salim Rimon, Hasan Darwish e Abd-al-Halim Sayyid Abd-al-Halim. La stessa Organizzazione ha reso noto che altri tre cittadini egiziani erano stati giustiziati in Libia nel mese di agosto.
Il 30 maggio 2010, diciotto persone, tra cui diversi cittadini stranieri, sono stati fucilati dopo essere stati riconosciuti colpevoli di omicidio premeditato. La notizia è stata diffusa dal giornale libico on line Qurina, secondo cui tra i giustiziati ci sono cittadini del Ciad, dell’Egitto e della Nigeria.
 
Qatar
 
Il 27 aprile 2009, la corte d’appello di Doha ha commutato in 10 anni di carcere la condanna a morte di quattro cittadini dello Sri Lanka. Gli uomini erano stati condannati per l’omicidio di un compatriota, Tamil Manokaran, 25 anni, ex membro delle Tigri del Tamil. La corte ha però confermato la condanna a morte, emessa in contumacia, per l’ideatore dell’omicidio. Fonti diplomatiche hanno detto che il fatto che la madre della vittima abbia accettato il prezzo del sangue ha contribuito alla commutazione.
Il 18 luglio 2009, una donna immigrata che rischiava il plotone d’esecuzione in Qatar per aver pugnalato la sua cameriera, è stata graziata dai familiari della vittima che hanno accettato il ‘prezzo del sangue’. La donna, trentenne e incinta, è ora condannata a 15 anni di carcere. La polizia aveva trovato la vittima in una pozza di sangue nella cucina, vicina a un coltello. Secondo il rapporto del medico legale la cameriera sarebbe stata torturata con ustioni e percosse. Non è nota la nazionalità della donna.
 
Yemen
 
Nello Yemen, le esecuzioni possono avvenire sia in carcere che sulla pubblica piazza. Le esecuzioni fuori dalle prigioni, per quanto sgradevoli possano sembrare, danno però più possibilità a soluzioni di riconciliazione tra parenti della vittima e autore del reato o interventi umanitari che spesso salvano la vita al condannato.
 
Il 22 febbraio 2009, Hisham Al-Lewa ha chiesto al Procuratore Generale di Sana’a di revocare la condanna a morte per suo fratello maggiore Mohammed Al-Lewa, 35 anni, il quale nel 2003 avrebbe ucciso un rapinatore mentre tentava di aiutare le forze di sicurezza ad arrestarlo nel corso di una rapina. L’uomo era stato incarcerato nella prigione di Hajja. Il 20 febbraio 2008, i familiari della vittima avevano accettato di perdonare Mohammed in cambio del prezzo del sangue pari al valore della sua terra, 7 milioni di rial yemeniti (circa 35.000 dollari). Poiché la cifra non è stata pagata la procura penale di Hajja ha deciso che Mohammed deve essere giustiziato, esortando il procuratore generale, Abdullah Al-Ulefi, a ratificare la sentenza. La decisione è stata criticata dai gruppi per i diritti umani.
Il 4 marzo 2009, la comunità ebraica di Amran ha rilasciato una dichiarazione in cui respinge il “prezzo del sangue” di 5,5 milioni di rial yemeniti (oltre 27.000 dollari), come risarcimento per la morte di Masha Al-Nahari, un ebreo yemenita, chiedendo invece la condanna a morte. L’ammontare del risarcimento era stato deciso dal giudice Abdul Bari Aqaba del tribunale penale di Amran. Gli avvocati degli ebrei yemeniti si sono appellati contro la sentenza. Nel corso del processo, la famiglia dell’imputato aveva minacciato più volte gli ebrei, dicendo che, in caso di condanna a morte, li avrebbero uccisi insieme alle loro famiglie. A dicembre 2008, Al-Abdi aveva sparato, uccidendolo, a Masha al-Nahari dopo avergli mandato una lettera minatoria in cui era scritto che la comunità ebraica aveva due possibilità: convertirsi all’Islam o lasciare il Paese, altrimenti lui li avrebbe uccisi. La difesa aveva presentato un rapporto medico per dimostrare che Al-Abdi soffre di paranoia con allucinazioni. Pertanto, il rapporto raccomandava che l’uomo fosse rinchiuso in un istituto per malattie mentali. Nel corso del processo, Al-Abdi si era opposto più volte alla tesi dell’infermità mentale dicendo di preferire la condanna a morte al ricovero in un istituto. “Io non sono matto, e voglio essere giustiziato secondo la legge di Dio, la Sharia”, ha detto Al-Abdi. Gli avvocati della famiglia della vittima hanno detto che la richiesta della pena di morte è tra i loro diritti legali. L’Osservatorio Yemenita per i Diritti Umani ha sostenuto che il verdetto abolisce l’uguaglianza tra i cittadini yemeniti e provoca odio. “Non accetterò soldi, neanche se me ne dessero tanti da riempire l’intera Sana’a”, ha detto Ya’ish, il padre della vittima, piangendo. Al-Abdi ha riso quando l’uomo ha menzionato il profeta Maometto chiedendo la pena di morte in accordo con la Sharia. “Tagliati le trecce e afferma ‘Non esiste altro Dio all’infuori di Allah’”, gli ha detto Al-Abdi ridendo.
Il 15 aprile 2009, una donna è stata giustiziata per l’omicidio del marito. Si tratta di A’isha Al-Hamzi, 40 anni, messa a morte nella Prigione Centrale di Sana’a nonostante i numerosi appelli in suo favore giunti da organizzazioni per i diritti umani. La donna è stata giustiziata dopo che i suoi sette figli si sono rifiutati di perdonarla fino all’ultimo, mentre veniva portata sul luogo dell’esecuzione. In base alla prassi, chi uccide il proprio marito o la propria moglie può evitare l’esecuzione se ottiene il perdono da parte dei figli. A’isha era stata condannata a morte nel 2003 per l’omicidio un anno prima del marito Yahya Al-Sharif, che secondo la donna avrebbe abusato della figlia. Diverse organizzazioni per i diritti umani avevano chiesto al presidente yemenita Ali Abdullah Saleh di annullare la condanna a morte di A’isha, tuttavia gli appelli sono stati respinti.
 
 
PENA DI MORTE PER BLASFEMIA E APOSTASIA
 
In alcuni Paesi islamici, la pena capitale è stata estesa in base alla Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere imposta a chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture.
I non-musulmani non possono fare proseliti e alcuni Governi proibiscono ufficialmente i riti religiosi pubblici da parte di non-musulmani. Convertire dall’Islam ad altra religione o rinunciare all’Islam è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale.
In Arabia Saudita, vi sono persone detenute nel braccio della morte con l’accusa di stregoneria e apostasia.
 
Arabia Saudita
 
Il 9 novembre 2009, un tribunale di Medina ha condannato a morte un cittadino libanese di 47 anni per il non meglio specificato reato di “magia” e “stregoneria”. Ali Hussain Sibat, un medium noto nel mondo arabo per le sue predizioni del futuro fatte dalla sua casa di Beirut attraverso una televisione satellitare, era stato arrestato dalla polizia religiosa nella città santa di Medina durante un pellegrinaggio nel maggio del 2008. L’uomo era stato sorpreso in una stanza d’albergo con erbe, talismani e alcuni fogli di carta con disegni e scritti strani. Secondo i suoi sostenitori libanesi, durante il processo Sibat non è stato assistito da un avvocato di fiducia ed è stato indotto con l’inganno a confessare. Secondo il suo avvocato libanese, May al-Khansa, gli sarebbe stato promesso il trasferimento in Libano se avesse ammesso il “reato” di stregoneria. Invece, gli avvocati sauditi hanno usato la sua confessione come prova per condannarlo a morte. Per essere definitiva, la sentenza del tribunale deve essere confermata dalla Corte di Cassazione.
Il 10 marzo 2010, la Corte Generale di Medina ha confermato il verdetto contro Ali Hussain Sibat, chiedendo l’esecuzione dell’uomo per aver praticato pubblicamente la magia nera per anni. Ibrahim Najjar, ministro della giustizia libanese, si è appellato al governo saudita perché fermasse l’esecuzione, che era stata fissata per il 2 aprile 2010 e all’ultimo momento rinviata.
 
Quello di Sibat non è un caso isolato. Dozzine di persone sono arrestate ogni anno in Arabia Saudita con l’accusa di stregoneria, ricorso a poteri sovrannaturali, magia nera e predizione del futuro. Tali pratiche sono considerate politeistiche e severamente punite in base alla Sharia. Secondo la stampa saudita, oltre a Sibat, la polizia ha arrestato almeno altre due persone per stregoneria nel solo mese di ottobre.
Human Rights Watch (HRW) ha denunciato in un rapporto l’aumento dei processi per stregoneria, un reato vagamente definito e usato spesso per arrestare arbitrariamente e condannare gente in ogni parte del regno. Il rapporto di HRW ha anche richiamato il caso di Mustafa Ibrahim, un farmacista egiziano che è stato giustiziato il 2 novembre del 2007 per stregoneria, pratica a cui sarebbe ricorso per rompere il legame di una coppia sposata.
Secondo Amnesty International, sono due le persone detenute nel braccio della morte in Arabia Saudita con l’accusa di stregoneria: Ali Hussain Sibat e un altro uomo condannato a morte per apostasia da un tribunale della città di Hail a causa delle sue pratiche magiche. Secondo Amnesty, la autorità saudite hanno arrestato decine di persone per “stregoneria” nel 2009.
L’Unione Europea ha espresso preoccupazione per le notizie di condanne a morte emesse in Arabia Saudita per fatti di stregoneria. Tali presunte pratiche non possono essere punite legalmente, dal momento che rientrano nei diritti della persona alla libertà di opinione e di espressione, ha dichiarato la Presidenza svedese dell’UE in un comunicato.
 
 
 
PENA DI MORTE NEI CONFRONTI DI MINORI
 
Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo. Quest’ultima, che tra i patti internazionali è quello che ha registrato il maggior numero di ratifiche, all’articolo 37 (a) stabilisce: “Né la pena capitale né il carcere a vita senza possibilità di rilascio devono essere stabiliti per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni.”
Nel 2009, almeno 8 persone minori di 18 anni al momento del fatto sono stati giustiziati in Iran (5) e in Arabia Saudita (3), mentre condanne a morte nei confronti di minorenni sono state emesse, ma non eseguite, negli Emirati Arabi Uniti, a Myanmar, in Nigeria e in Sudan.
Nel 2008, almeno 13 minori erano stati giustiziati in Iran. Nel 2007, erano stati giustiziati nel mondo almeno 13 minorenni: in Iran (almeno 8), Arabia Saudita (3), Pakistan (1) e Yemen (1). Nel 2006, le esecuzioni di minori erano state almeno 8, di cui 7 in Iran e 1 in Pakistan.
Al 16 settembre 2009, nel carcere di Luzira a Kampala in Uganda erano rinchiuse 17 persone condannate a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni.
 
Iran
 
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età. Ciò viola apertamente due patti internazionali ratificati dall’Iran: il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, i quali vietano l’esecuzione di persone che avevano meno di 18 anni all’epoca del reato.
 
A seguito delle richieste della comunità internazionale, rimaste inascoltate per anni, di sospendere tutte le esecuzioni di persone condannate per crimini commessi da minorenni, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che, anche su questo, pone l’Iran fuori dalla comunità internazionale.
Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato, Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva dell’autorità giudiziaria, sarebbe proibita nel Paese l’esecuzione di minorenni riconosciuti colpevoli di reati di droga. In base alla direttiva – ha spiegato Zabhi – i giudici continueranno però nel rispetto delle leggi islamiche iraniane a emettere condanne a morte nei confronti di minori di 18 anni responsabili di omicidio, nel caso in cui la famiglia della vittima non accetti il pagamento del “prezzo del sangue”, accordando il perdono al colpevole. “Non possiamo rifiutare alla famiglia della persona uccisa il diritto legale di reclamare la qisas, il principio cioè dell’occhio per occhio”, ha spiegato il Vice Procuratore.
Una bozza di normativa per dare applicazione concreta alla Convenzione Onu sui Diritti del Fanciullo, che vieta l’esecuzione di minori e che Teheran ha ratificato, è stata redatta dalle autorità giudiziarie iraniane e trasformata in un progetto di legge che stabilisce pene più leggere per i minori; tuttavia il provvedimento è ancora fermo in parlamento.
In base al disegno di legge, ai minori verrebbe evitata l’esecuzione “nel caso in cui non comprendano la natura del crimine commesso o ci siano dubbi sulla loro maturità o capacità di discernimento”, ha spiegato ai giornalisti il portavoce della magistratura Ali Reza Jamshidi il 17 febbraio 2009.
Già approvato dalla Commissione Giustizia del Parlamento, il nuovo disegno di legge divide i minorenni colpevoli di vari reati in tre categorie, in base all’età. “Quelli di età compresa tra 15 e 18 anni potranno ricevere una pena massima da due a cinque anni da trascorrere in riformatorio per crimini per i quali gli adulti vengono condannati all’ergastolo o perfino a morte”, ha detto il portavoce. I tribunali dovranno tener conto delle opinioni di esperti circa il grado di maturità di un minore riconosciuto colpevole di omicidio. I bambini di età compresa tra 7 e 12 anni “non subiranno alcuna pena”, ha detto Jamshidi, aggiungendo che il disegno di legge non fa differenza tra maschi e femmine. Questi soggetti “saranno inviati in strutture rieducative, riceveranno terapie mediche e psicologiche, o saranno sottratti alle proprie famiglie e dati in affidamento”. Infine, “i minori di età compresa tra 12 e 15 anni saranno inviati nei riformatori per periodi variabili da tre mesi fino a un anno, in caso di crimine che per un adulto comporterebbe la prigione”.
 
Nel 2007, erano stati impiccati almeno 8 minorenni. Nel 2008, almeno 13 minori sono stati giustiziati in Iran, l’unico Paese al mondo in cui risulta sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato.
Le esecuzioni di minori sono continuate anche nel corso del 2009 ed erano almeno 5 alla fine dell’anno.
Il 21 gennaio 2009, Molla Gol Hassan, un ragazzo afghano di 21 anni, è stato impiccato nel carcere di Evin a Teheran. Era stato condannato a morte per un omicidio commesso 4 anni prima, secondo la notizia pubblicata dal quotidiano governativo Iran. Hassan avrebbe ucciso un uomo di nome Fakhreddin nel dicembre 2004, il che ne fisserebbe l’età a 17 anni al momento del fatto che gli era stato imputato.
Il 27 gennaio 2009, quattro giovani fra i 18 e i 20 anni sono stati impiccati in Iran perché riconosciuti colpevoli del sequestro e stupro di un sedicenne. Lo ha riportato il quotidiano Qods, secondo cui i quattro avrebbero commesso il crimine nel 2008. All’epoca, dunque, uno o più degli impiccati potevano essere minorenni. Le esecuzioni sono avvenute nel carcere di Mashad, nell’est del Paese. I quattro avrebbero rapito due ragazzi di 16 anni davanti a una scuola, portandoli in un’area desertica fuori dalla città. Uno dei due sequestrati sarebbe riuscito a fuggire.
Il 28 gennaio 2009, due uomini sono stati impiccati all’alba per omicidio nel carcere di Isfahan, nell’Iran centrale. Lo ha riportato l’agenzia ufficiale FARS, che ha identificato i due giustiziati come Reza A., 21 anni, e Ahmad A., di età imprecisata. E’ possibile che Reza A. – riconosciuto colpevole di omicidio nel settembre 2006 – fosse ancora minorenne all’epoca del crimine.
Il 1° maggio 2009, Delara Darabi è stata impiccata all’alba nella prigione di Rasht, nel nord dell’Iran, senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia. La ragazza, di 23 anni, è stata giustiziata per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni. La madre di Delara aveva incontrato la figlia in prigione il giorno prima e, la mattina stessa dell’impiccagione, la ragazza aveva telefonato a sua madre implorando: “Stanno per impiccarmi adesso, per favore aiutatemi, ditegli di non farlo!”. Improvvisamente qualcuno aveva strappato la cornetta a Delara e detto alla madre: “Uccideremo tua figlia ora, non c’è niente che tu possa fare per impedircelo.” A mettere personalmente la corda intorno al collo di Delara, ha scritto il quotidiano Etemad, sarebbe stato un figlio della donna uccisa, una cugina del padre di Delara, che nel 2003 aveva 58 anni. La ragazza è stata impiccata nonostante un movimento di pressione internazionale avesse ottenuto un rinvio dell’impiccagione. Si era parlato di una sospensione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella quale era stata fissata inizialmente l’esecuzione. Invece è stata messa a morte dopo soli dieci giorni. Delara si era inizialmente addossata la responsabilità dell’omicidio, ma dopo il processo di primo grado aveva ritrattato, raccontando che, con la sua confessione, aveva cercato di coprire l’allora compagno, di due anni più vecchio di lei, autore materiale dell’omicidio a scopo di rapina. Ma non è riuscita a convincere i magistrati della sua innocenza e nel febbraio del 2007 la Corte Suprema di Teheran, ritenendola comunque coinvolta attivamente nell’assassinio, aveva confermato la sentenza.
Il 20 maggio 2009, quattro persone sono state impiccate in prigione a Shiraz, nel sud-ovest dell’Iran. La notizia è stata riportata dal giornale Etemad, che ha identificato uno dei giustiziati come un ragazzo di 20 anni, condannato per omicidio nell’agosto del 2006. In base alla notizia si tratterebbe quindi di un minorenne al momento del reato.
L’11 ottobre 2009, un ragazzo di 21 anni, Behnoud Shojaee, è stato impiccato all’alba nella prigione di Evin a Teheran per un omicidio commesso quando aveva 17 anni e del quale si dichiarava innocente. Behnoud Shojaie era stato ritenuto colpevole di aver ucciso un ventenne di nome Omid durante una lite avvenuta in un parco nel giugno del 2005 che aveva coinvolto una dozzina di giovani. La condanna a morte è arrivata nel 2006 ed era stata confermata dalla Corte suprema l’anno successivo. Dopo la condanna a morte, a fine 2007, Behnoud è stato difeso dall’avvocato Mohammad Mostafaei, che gratuitamente aiuta i minorenni nel braccio della morte in Iran. Nel 2008 le autorità avevano mandato a morte Behnoud quattro volte e un’altra volta nell’agosto 2009, mettendolo in isolamento a Evin per alcuni giorni, come fanno di solito prima dell’impiccagione. Poi tutte le volte l’esecuzione era stata rimandata – forse anche grazie alla pressione internazionale. Due volte era stata rinviata quando lui era a pochi secondi dall’essere impiccato, già fuori, nel cortile, con il cappio pronto. L’ex capo del sistema giudiziario iraniano, l’ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la pena chiedendo ai genitori della vittima se volessero perdonare l’assassino. Ma il “prezzo del sangue” per Behnoud era proibitivo e alcuni intellettuali e artisti iraniani avevano lanciato una campagna per lui. Avevano raccolto 100 milioni di toman (circa 100 mila dollari), convincendo la famiglia di Omid a concedere il perdono. Ma il tribunale ha chiuso il conto bancario e convocato gli artisti minacciandoli di incriminazione: “Nuocete all’atmosfera politica del Paese e alla famiglia.” I genitori di Omid si sono tirati indietro. Ai genitori stessi è stato permesso di impiccare con le proprie mani Behnoud nella famigerata prigione di Evin. La notte prima dell’esecuzione centinaia di iraniani si erano riuniti davanti alla prigione di Evin, sperando di convincere le autorità a rinviare ancora una volta l’esecuzione.
Il 17 dicembre 2009, un minorenne è stato impiccato insieme ad altre quattro persone. La notizia è stata riportata da fonti non ufficiali interne alla Repubblica Islamica, secondo cui Mosleh Zamani, 20 anni, è stato giustiziato per uno stupro che avrebbe commesso quando aveva 17 anni. Zamani e le altre quattro persone non identificate sono stati impiccati nella prigione di Dizelabad, nella città occidentale di Kermanshah. Il ragazzo era stato condannato per avere stuprato nel 2006 la donna con cui aveva una relazione. In un’intervista alla BBC in lingua persiana, Sanaz Zamani, sorella di Mosleh, ha confermato la notizia dell’impiccagione e ha dichiarato che Saleh Samani, fidanzata di Zamani, non aveva lamentato alcuna violenza. La sorella del ragazzo ha inoltre detto di aver ottenuto una lettera dal medico legale nella quale si dimostra che non ci sono state relazioni sessuali tra i due. Sanaz Zamani ha spiegato che il fratello era stato condannato per ‘Shararat’, ma solo tre persone del villaggio avevano sottoscritto quest’accusa. ‘Shararat’ è un termine piuttosto impreciso che indica “atti malefici” e viene frequentemente utilizzato per indicare la violazione della legge e dell’ordine o comportamenti sociali inappropriati.
 
Arabia Saudita
 
L’Arabia Saudita non ha un vero e proprio codice penale e i giudici emettono sentenze sulla base della loro interpretazione della Sharia.
In particolare, il trattamento crudele riservato ai minori di 18 anni, che sono condannati alla fustigazione e persino alla pena di morte, è contrario alle regole dello Stato di diritto e del diritto internazionale che pure dovrebbero essere in vigore nel regno.
Infatti, l’Arabia Saudita ha ratificato nel 1996 la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, che vieta la condanna a morte e l’ergastolo senza possibilità di liberazione per persone di età inferiore a 18 anni al momento del crimine. Ma le autorità saudite non si dimostrano serie per quanto riguarda il rispetto dei trattati internazionali a cui hanno aderito, perché esiste un grande divario tra gli impegni assunti dall’Arabia Saudita sui diritti umani e la pratica quotidiana. Inoltre, la Sharia in vigore nel Regno non impone mai condanne a morte nei confronti di persone che non hanno raggiunto la maggiore età e, in base al Regolamento di Detenzione e al Regolamento dei Centri per Minori del A. H. 1395 (1975), viene definito minorenne “ogni essere umano di età inferiore ai 18 anni”. Ciò nonostante, un giudice può emettere condanne a morte qualora ritenga che l’imputato abbia raggiunto la maturità, senza verificare la reale età della persona al momento del crimine.
 
Nel 2009, in Arabia Saudita, sono state giustiziate tre persone che erano minorenni al momento del reato. Nel 2008 non erano state registrate esecuzioni di minorenni, mentre nel 2007 ne sono state effettuate almeno tre.
Il 15 gennaio 2009, un giovane è stato decapitato per un omicidio commesso da minorenne. L’esecuzione di Moshabab bin Ali al-Ahmari, cittadino saudita, ha avuto luogo nella città sud-occidentale di Abha. Ancora minorenne, era stato condannato a morte per l’omicidio del connazionale Said bin Abdulrahman al-Ahmari, commesso con un fucile automatico in seguito a una lite. Il Ministero dell’Interno ha tenuto a precisare che l’esecuzione del condannato è stata effettuata solo dopo il raggiungimento della maggiore età.
Il 10 maggio 2009, cinque uomini sono stati decapitati nella città santa di Medina. Secondo il Ministero degli Interni, i giustiziati – quattro cittadini sauditi e uno del Ciad – facevano parte di una banda responsabile del “sequestro e stupro di bambini”, oltre che di furti e consumo di alcol e droghe. Due dei cinque giustiziati – il saudita Sultan Bin Sulayman Bin Muslim al-Muwallad e il ciadiano Issa bin Muhammad Umar Muhammad – erano stati condannati a morte per reati commessi a 17 anni.
 
Emirati Arabi Uniti
 
Il 19 aprile 2010, il Gulf News ha riportato che la Corte Suprema degli Emirati Arabi Uniti aveva confermato il verdetto nei confronti di una coppia di amanti e due loro amici condannati a morte negli Emirati per l’omicidio del marito della donna, avvenuto sulla spiaggia di Sharjah nel novembre 2003. Al momento del fatto, la donna e due degli uomini avevano meno di 18 anni. Khowla Abbas, diciassettenne all’epoca, aveva invitato il suo giovane marito a un barbecue sulla spiaggia. Una volta giunti sul posto, il suo amante Fahd e due complici, Mukhtar e Abdullah Hussein, entrambi allora diciassettenni, lo avrebbero immobilizzato consentendo alla ragazza di colpirlo più volte con un coltello. Il quartetto, nonostante il tentativo di far passare l’omicidio come una tragica rapina, fu individuato e arrestato dalla polizia nel giro di 24 ore.
In base a documenti depositati presso la Corte Suprema Federale, Mukhtar e Abdullah Hussein sono stati processati come adulti dopo che un tribunale, considerando la peluria sui loro visi, li ha ritenuti maturi abbastanza da assumere la responsabilità per il crimine commesso. Secondo la Sharia, barba e baffi sono considerati prove di età adulta. Il tribunale ha quindi concluso che, essendo grandi abbastanza da radere la propria peluria facciale, fossero penalmente responsabili delle proprie azioni.
La pena di morte negli Emirati può essere condonata qualora la famiglia della vittima perdoni l’omicida, accettando un risarcimento in denaro. Tuttavia la madre del giovane assassinato, morta poco dopo la sua scomparsa, nelle ultime ore della sua vita ha fatto promettere a tutti i suoi figli che non avrebbero mai perdonato la nuora e i suoi complici.
 
Myanmar
 
A Myanmar (ex Birmania) sono considerati reati capitali l’alto tradimento e l’omicidio premeditato. Dal 1993 una legge rende possibile la pena di morte per alcuni reati legati alla droga.
La Birmania ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo che vieta l’esecuzione di persone che avevano meno di 18 anni all’epoca del reato. In base alla stessa Legge sull’Infanzia del 1993, un bambino non può essere punito con la morte o con una detenzione superiore a 10 anni.
La Birmania è sempre stata sotto un regime militare dal 1988. Comunque, non risulta che da allora sia stata praticata la pena di morte.
 
Il 16 ottobre 2009, le autorità di Myanmar hanno condannato a morte due bambini-soldato per l’omicidio di un altro bambino-soldato, hanno denunciato i familiari di uno dei condannati, l’unico che è stato identificato, il soldato semplice Maung Aung Ko Htwe, 16 anni, matricola Ta/351807, detenuto nella Prigione di Lashio. Entrambi i giudicati colpevoli dell’omicidio appartenevano al 322° Reggimento di Fanteria Leggera, dislocato nella regione di Laogai, nel nord dello Stato di Shan.
Nel corso di una rissa con altri militari, avrebbero ucciso un bambino-soldato membro di una famiglia legata al Democratic Karen Buddhist Army (DKBA), formazione che sostiene la Giunta militare birmana. I due non sono stati processati dal proprio reggimento, bensì deferiti al Dipartimento di Correzione, che li ha condannati a morte.
Maung era uno studente del Liceo statale n° 2 della municipalità di Sud Dagon Myothit quando nel 2006 venne reclutato dai militari alla Stazione Ferroviaria Centrale di Rangoon.
La sua famiglia ha saputo dell’omicidio solo cinque mesi dopo l’imputazione. “Nessuno ci ha informato di quello che gli era successo. Abbiamo deciso di telefonare al suo battaglione e ci hanno detto che si trovava in carcere per l’omicidio di un bambino”, ha detto la sorella.
Aye Myint, membro del gruppo di avvocati Guiding Star ha detto che fornirà assistenza legale alla famiglia per portare il caso davanti all’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (ILO). “In Birmania, secondo la Legge sull’Infanzia del 1993, un bambino non può essere condannato a morte o a una pena superiore a 10 anni di detenzione”, ha detto l’avvocato, secondo cui le autorità “hanno ignorato tutto questo”. Inoltre – ha aggiunto – Maung è stato reclutato come soldato-bambino, pratica illegale in base alla stessa legge birmana. Secondo un recente rapporto della Guiding Star sono almeno 107 i bambini-soldato reclutati dall’esercito birmano tra maggio e agosto del 2009. Soltanto in 35 sono stati restituiti alle famiglie.
 
Nigeria
 
La Nigeria ha ratificato sia il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici sia la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, che vietano l’esecuzione di persone che avevano meno di 18 anni all’epoca del reato.
 
Il 12 settembre 2009, un uomo è stato condannato all’impiccagione per un omicidio commesso da minorenne. La pena di morte è stata emessa dall’Alta Corte di Yola, capitale dello Stato di Adamawa, nei confronti di Patrick Ozeoma, riconosciuto colpevole di aver ucciso a colpi di macete il suo ex datore di lavoro Late Pericoma Mbasalem. Secondo l’accusa, Patrick aveva commesso il fatto nel 2000 quando aveva 16 anni. All’inizio, l’imputato si era dichiarato innocente, ma poi aveva confessato di aver ucciso il datore di lavoro perché gli aveva sottratto 52.000 naira (circa 337 dollari) inviatigli dalla madre. Nell’emettere la sentenza, il Presidente dell’Alta Corte, Bemari Bansi, ha rilevato che il fatto che il ragazzo avesse agito in un momento di rabbia non costituiva motivo valido per commette un omicidio.
 
Sudan
 
L’8 luglio 2005, il Sudan ha approvato una nuova Costituzione ad Interim che consente la pena di morte per i minori di 18 anni. L’articolo 36 (2) della Costituzione stabilisce infatti: “La pena di morte non può essere imposta a una persona minore di diciotto anni o a una persona che abbia superato i settanta eccetto nei casi di punizioni coraniche o hudud.” Questa ultima eccezione rende la prima salvaguardia pressoché inutile; per esempio, secondo il Codice Penale sudanese del 1991, tra i reati hudud vi sono l’omicidio e il furto di una certa entità.
Le disposizioni presenti nella nuova Costituzione ad Interim violano la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, ratificata dal Sudan, che vieta la pena di morte per reati commessi da persone di età inferiore a 18 anni.
Il 22 novembre 2009, sei minorenni sono stati condannati a morte per aver partecipato nel maggio 2008 all’attacco del gruppo ribelle del Darfur JEM (Movimento Giustizia e Uguaglianza) contro Khartoum, tuttavia le autorità sudanesi avrebbero promesso di non giustiziarli. Un funzionario governativo sudanese ha detto che le esecuzioni di minori non sono consentite dalla legge e che nel Paese sono previsti controlli affinché i minori non finiscano nel braccio della morte. “Ci sono sei minori nel braccio della morte”, ha replicato Radhika Coomaraswamy, Rappresentante speciale del Segretario Generale dell’Onu per i fanciulli e i conflitti armati. “Il governo sudanese dice che secondo una commissione militare i sei non sono minorenni, tuttavia le agenzie internazionali sostengono che si tratti di minori”, ha dichiarato Radhika Coomaraswamy. “Oggi ho ricevuto assicurazioni dal Ministro della Giustizia che non saranno giustiziati”, ha detto la Coomaraswamy alla stampa, al termine del suo giro in Sudan. “In base alla legge nessun minore può essere messo a morte”, ha dichiarato all’agenzia Reuters il portavoce del Ministero degli Esteri, Moawia Osman Khalid. “Se una condanna del genere è stata emessa, sarà annullata in appello.”
 
Uganda
 
Il 16 settembre 2009, la Fondazione per l’Iniziativa sui Diritti Umani ha presentato a Kampala un Rapporto secondo il quale nel carcere di Luzira erano rinchiuse 17 persone condannate a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Alcuni di questi sono oggi adulti, trovandosi in prigione da 12 anni. In base alla legge, i minori di 18 anni non possono essere giustiziati, ma nel caso dei prigionieri diventati adulti nel braccio della morte non è ancora chiaro se il Ministro della Giustizia ordinerà la loro esecuzione o se li farà rilasciare.
Frank Baine Mayanja, portavoce dell’amministrazione penitenziaria, ha fatto sapere che l’istituzione cui appartiene non ha il potere di decidere la sorte di questi prigionieri. “Il Ministro ci ordinerà di impiccarli considerato che oggi sono adulti? Farà scontare loro l’ergastolo? Li libererà?”, si è chiesto Baine. “Stiamo aspettando, sinceramente da molto tempo.”
In base al Rapporto il Ministro avrebbe dichiarato di essere al lavoro con la magistratura per risolvere la questione in tempi rapidi. Il Rapporto fa risalire i casi in questione al 1997, rendendo difficile risalire ai giudici che hanno emesso le condanne a morte, i quali inoltre potrebbero non ricordare i dettagli di ciascun caso.
Livingstone Ssewanya, direttore esecutivo della Fondazione, ha evidenziato che la Legge sui Minori prevede che dei minorenni condannati a morte debbano occuparsi la famiglia e il tribunale dei minori. Il Rapporto chiede al Ministro di agire in modo tale da risparmiare ai prigionieri l’angoscia dell’attesa.
 
 
LA “GUERRA ALLA DROGA”
 
L’articolo 6 (2) del Patto Internazionale sui i Diritti Civili e Politici (ICCPR) ammette un’eccezione al diritto alla vita garantito dall’Articolo 6 (1) per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena di morte, ma solo riguardo ai “reati più gravi”. La giurisprudenza si è evoluta al punto che gli organismi delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato i reati di droga non ascrivibili alla categoria dei “reati più gravi”. Il limite dei “reati più gravi” per l’applicazione legittima della pena di morte è sostenuto anche dagli organismi politici delle Nazioni Unite i quali chiariscono che per “reati più gravi” si intendono solo quelli “con conseguenze letali o estremamente gravi”. Pertanto, le esecuzioni per reati di droga violano le norme internazionali sui diritti umani.
Un’altra questione riguarda la presenza, in molti Stati, di leggi che prescivono la condanna a morte obbligatoria per alcuni reati di droga. L’obbligatorietà della pena capitale, che non tiene conto del merito specifico di ogni singolo caso, è stata fortemente criticata dalle autorità internazionali a tutela dei diritti umani. Secondo il Rapporto 2010, The Death Penalty for Drug Offences, prodotto dalla International Harm Reduction Association (IHRA), i Paesi o territori che nel mondo mantengono leggi che prevedono la pena di morte per reati legati alla droga sono 32, dei quali 13 la prevedono obbligatoriamente in certi casi particolari: Brunei-Darussalam, Egitto, India, Iran, Malesia, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Siria, Laos, Yemen, Oman e Sudan.
 
L’ideologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha continuato a dare un contributo consistente alla pratica della pena di morte anche nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Nel nome della guerra alla droga e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Iran e Thailandia. Condanne a morte sono state pronunciate, anche se non eseguite, in Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Kuwait, Malesia, Pakistan, Singapore, Vietnam e Yemen.
Nell’aprile 2009, la provincia del Punjab in Pakistan ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga.
Nel giugno 2009, il Vietnam ha rimosso l’uso di droga dalla lista dei reati capitali, ma ha mantenuto il traffico di droga.
Nel novembre 2009, il Governo di Hamas in Palestina ha approvato una misura che consentirà l’esecuzione di persone riconosciute colpevoli di spaccio di droga.
 
Arabia Saudita
 
Nel 2005, l’Arabia Saudita ha ridefinito la legge sul traffico di droga, concedendo poteri discrezionali ai giudici per emettere condanne detentive al posto della pena di morte. La legge del 1987 prevedeva la pena capitale obbligatoria per trafficanti di droga e fabbricanti e discrezionale per chi faceva uso di qualunque tipo di narcotico. Ora i giudici possono decidere, a loro discrezione, di ridurre la condanna a una pena detentiva per un massimo di 15 anni, 50 frustate o una multa minima di 100.000 rials sauditi (circa 35.000 dollari).
 
Delle 69 esecuzioni del 2009 in Arabia Saudita, solo una sarebbe stata effettuata per reati di droga, mentre le persone decapitate nel 2008 per droga erano state almeno 31 (su 102 esecuzioni).
Il 13 marzo 2009, un uomo è stato decapitato a Riad dopo essere stato riconosciuto colpevole di diversi reati, compresa vendita di droghe. Secondo le autorità, Nasser bin Fahd sarebbe stato a capo di una banda che controllava un giro di prostitute, oltre a rubare gioielli e automobili.
Nel 2010, al 30 giugno, risulta essere stata effettuata una sola esecuzione per reati legati alla droga.
Il 24 gennaio 2010, un uomo è stato decapitato a Dammam, nella regione orientale dell’Arabia Saudita, dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di hashish. La notizia è stata comunicata dal Ministero degli Interni saudita, che identifica il giustiziato come Mohsen bin Mohammed bin Saleh al-Mokhles.
 
Cina
 
In Cina, la pena di morte è prevista per chiunque sia stato condannato per traffico di anfetamine o spaccio di un quantitativo pari o superiore a 50 grammi di eroina o a 1.000 grammi di oppio.
La percentuale di esecuzioni per reati di droga è sconosciuta. Comunque, nel 2009 e nel 2010 il numero di esecuzioni per questi reati è apparentemente diminuito rispetto al 2008. Si può ritenere che ciò sia stato anche l’effetto della riforma del 1° gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione ultima di tutte le condanne a morte, oltre che delle direttive della Corte Suprema cinese che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a “un numero estremamente ridotto di criminali efferati”.
In ogni caso, come è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali o di date simboliche internazionali come il 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga.
 
Il 9 gennaio 2009, Chen Bingxi è stato giustiziato a Guangzhou per traffico di droga. Era stato giudicato colpevole di aver fabbricato e spacciato 12,36 tonnellate di cristalli di metamfetamina e oltre 100 chili di eroina. Il Tribunale Intermedio del Popolo di Guangzhou lo aveva condannato a morte il 14 dicembre 2006, confiscandogli anche tutte le proprietà. Chen e la moglie Baoyu erano scappati in Thailandia nel novembre del 1999, ma erano stati arrestati dalla polizia il 4 novembre del 2003 ed estradati in Cina il giorno dopo. La moglie di Chen è stata condannata a 11 anni e mezzo di prigione e al pagamento di una multa di 3 milioni di yuan (439.000 dollari USA) per produzione di droga.
Il 15 gennaio 2009, Huang Yihua, 26 anni, è stato giustiziato per traffico di droga nella città di Putian nella provincia orientale del Fujian. In base agli atti processuali, era stato arrestato nel marzo 2007 con 2 chili di metamfetamine e 49 chili di efedrina che aveva intenzione di vendere a Taiwan.
Il 23 aprile 2009, un cittadino nigeriano è stato giustiziato per traffico di droga. Lo ha reso noto l’ambasciata nigeriana a Pechino, identificando l’uomo come Chibuzor Vitus Ezekwem. “La richiesta di commutazione della condanna a morte è stata respinta e l’esecuzione è stata effettuata secondo quanto previsto dalle leggi della Repubblica Popolare cinese”, ha fatto sapere l’ambasciata.
Il 25 giugno 2009, in occasione della giornata mondiale della lotta alla droga, otto persone sono state giustiziate per produzione e traffico di stupefacenti. Wang Xilin, Lu Gang, Zhou Zhenjun, Wang Li, Li Ersa e Yan Chaomin erano stati condannati in quattro casi distinti e sono stati messi a morte in località imprecisate. Tian Yulai è stato giustiziato per traffico di droga a Lanzhou, capoluogo della provincia nord-occidentale di Gansu. L’ottavo dei giustiziati è stato identificato come Liu Huiyang, messo a morte nelle città di Quanzhou, nella provincia sud-orientale del Fujian, per aver prodotto droghe nel 2005.
Il 26 giugno 2009, altri quattro uomini sono stati giustiziati per traffico di droga nella provincia insulare cinese di Hainan, in occasione della giornata internazionale anti-droga. I quattro sono stati identificati come Zheng Jinhai, Zeng Yina, Li Anyue e Liu Dacheng ed erano stati condannati a morte dal Tribunale Intermedio del Popolo di Haikou, in tre casi distinti. Secondo fonti giudiziarie avrebbero trafficato complessivamente 8.695 chili di droga.
Il 15 settembre 2009, la Corte Suprema del Popolo ha reso noto che quattro uomini erano stati giustiziati in Cina per aver prodotto e trafficato droghe. Il primo, identificato come Liu Zhaohua, è stato messo a morte nella provincia meridionale di Guangdong per aver prodotto 12.660 kg. di metamfetamina, una droga nota come ‘ice’, e 15 kg. di anfetamine, dal 1995 al 1999. Il secondo dei giustiziati, Liang Ruinan, era stato riconosciuto colpevole del traffico – avvenuto a Pechino il 2 aprile 2006 – di 42,58 gr. di metamfetamine e 9,45 gr. di pasticche contenenti metamfetamina e caffeina. Infine, Zhang Jianxun e He Qibin sono stati giustiziati nella provincia sud-occidentale di Sichuan per aver prodotto 68,81 kg. di ketamina in polvere e 9,7 litri di un composto liquido alla ketamina. La Corte Suprema non ha precisato la data esatta e i luoghi in cui le esecuzioni sono avvenute.
Il 13 ottobre 2009, un uomo è stato giustiziato nella provincia meridionale del Guangdong per traffico di droga. Si tratta di Lu Fuguo, accusato di aver prodotto e trafficato 48 chili di droghe, compreso il ‘magu’, termine thailandese che indica uno stimolante ottenuto combinando metamfetamine e caffeina. Avrebbe commesso i reati a partire da aprile 2006, nella Municipalità di Dongguan, ha reso noto il locale Tribunale Intermedio del Popolo. Lu fu arrestato il 6 novembre 2006, subendo la confisca di beni personali per un valore di 1 milione di yuan.
Il 17 dicembre 2009, un cittadino di Taiwan è stato giustiziato con l’iniezione letale, ha riferito il Tribunale intermedio del popolo dello Xiamen. Xie Minghui, della contea di Tainan, Taiwan, era stato condannato per aver contrabbandato di 4.230 grammi di eroina da Yangon a Xiamen l’11 novembre 2004.
Il 29 dicembre 2009, un cittadino britannico condannato a morte in Cina per traffico di droga, Akmal Shaikh, è stato giustiziato con un’iniezione letale a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. Lo ha confermato l’agenzia ufficiale Xinhua. L’uomo, 53 anni, era stato arrestato nel 2007 con quattro chilogrammi di eroina. Il premier britannico Gordon Brown ha detto di essere “scandalizzato” dal fatto che tutte le richieste di clemenza del suo governo, basate sull’infermità mentale di Shaikh, sono state “ignorate” da Pechino. In un comunicato emesso quasi contemporaneamente all’esecuzione di Shaikh, la Corte Suprema cinese ha confermato la condanna, sostenendo che i diritti dell’imputato sono stati “pienamente rispettati” durante il processo. La famiglia di Shaikh sosteneva che il condannato a morte era affetto da una grave malattia mentale che lo avrebbe reso un complice inconsapevole di una banda di trafficanti. Il governo britannico aveva chiesto più volte che l’uomo venisse sottoposto a una approfondita analisi psichiatrica.
 
Il 6 aprile 2010, un cittadino giapponese, Mitsunobu Akano, è stato giustiziato nella provincia nord-orientale di Liaoning per traffico di droga, ha reso noto la Corte Suprema. L’agenzia di stampa giapponese Kyodo ha detto che Akano era stato condannato nel 2008 per tentato spaccio di due chili e mezzo di droga dalla Cina al Giappone nel 2006.
Il 9 aprile 2010, altri tre cittadini giapponesi sono stati giustiziati nella provincia di Liaoning, per traffico di droga. L’annuncio è stato dato dalla Corte Suprema che ha identificato i tre giustiziati come Teruo Takeda, 67 anni, Hironori Ukai, 48, e Katsuo Mori, 67. Secondo l’accusa, Takeda avrebbe comprato circa 5 chili di metamfetamine nel giugno 2003 in Cina, incaricando i due connazionali di portare la droga fuori dal Paese. Takeda era stato arrestato nel giugno 2004 per il traffico di più di 2,9 chili di droghe stimolanti. Ukai era stato arrestato nel settembre 2003 presso l’aeroporto di Dalian, mentre cercava di superare un controllo con un chilo e mezzo di droga nascosti sotto i vestiti. L’ultimo, Mori, era stato arrestato mentre cercava di imbarcarsi su un aereo in partenza da Shenyang verso il Giappone, con 1,25 chili di droga, nel luglio 2003.
Il 23 giugno 2010, in vista della Giornata Internazionale Contro l’Abuso di Droga e il Traffico Illecito, otto uomini sono stati giustiziati per traffico di droga nella provincia del Fujian. I primi tre – Zhang Jinxuan, Li Weiliang e Dong Yunshi – erano stati condannati a morte nel giugno 2009 dal Tribunale Intermedio del Popolo di Putian, città in cui sono stati giustiziati. Lu Jianjun, Shi Zhongping e Li Dezhong sono stati invece messi a morte a Quanzhou. Lu e Shi erano stati riconosciuti colpevoli nel 2008 di aver confezionato e venduto eroina dal 2006 al 2007. Li era stato condannato alla pena capitale nell’agosto 2009 per la vendita di 25 chili di chetamine. Altri due uomini, Chen Mingxiong e Jian Zhicheng, sono stati giustiziati a Zhangzhou per il traffico di 12,242 chili di eroina verso Taiwan.
 
Iran
 
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio.
Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato, Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva dell’autorità giudiziaria emanata più di un anno prima, sarebbe proibita nel Paese l’esecuzione di minorenni riconosciuti colpevoli di reati di droga.
 
Nel nome della guerra alla droga, secondo Iran Human Rights, sono state effettuate almeno 140 esecuzioni nel 2009 contro le almeno 87 del 2008, ma secondo un monitoraggio effettuato dal Ministero degli Esteri olandese le impiccagioni sarebbero state addirittura 172, quasi il doppio rispetto alle 96 del 2008.
Le stesse autorità ammettono che molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
 
Il 20 gennaio 2009, sei persone sono state impiccate per traffico di droga in tre diverse città iraniane: Kardj, Isfahan e Yazd.
Il 17 febbraio 2009, tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan per traffico di droga.
Il 1° marzo 2009, dieci uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella provincia occidentale di Kermanshah.
L’11 marzo 2009, sei persone riconosciute colpevoli di traffico di droga sono state impiccate a Sari e Tabas.
Tra il 2 e l’8 maggio 2009, sedici persone sono state impiccate per traffico di droga a Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman.
Tra l’11 e il 16 maggio 2009, altre otto persone sono state impiccate per traffico di droga nelle prigioni di Zahedan, Isfahan e Qazvin.
Il 31 maggio 2009, cinque persone sono state impiccate per traffico di droga nel carcere della città sud-orientale di Kerman.
Il 2 luglio 2009, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga in un carcere della città di Qom.
Il 4 luglio 2009, venti persone di età compresa tra 35 e 48 anni sono state impiccate nel carcere Rajaee Shahr della città di Karaj per acquisto, vendita e possesso di droghe.
Tra il 12 e il 14 luglio 2009, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga in due diverse città iraniane. Il 12 luglio, tre uomini sono stati impiccati nella città di Arak. Il 14 luglio, altri tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan.
Il 25 luglio 2009, Seyyed Ahmad Es’hagh zahi è stato impiccato nella prigione di Zahedan con l’accusa di traffico di hashish ed eroina.
Il 30 luglio 2009, 24 persone sono state impiccate in carcere per traffico di droga nella città di Karaj. La notizia è stata pubblicata dal sito web governativo Borna news, che non ha fornito l’identità di nessuno dei giustiziati. Riportando le dichiarazioni del vice-procuratore di Teheran, il sito ha precisato che tutte e 24 le condanne a morte, approvate dalla Corte Suprema iraniana, sono state eseguite nel carcere di Rajaee Shahr. Secondo il quotidiano afghano Herat, uno dei giustiziati il 30 luglio era stato arrestato il mese prima dell’esecuzione in un luogo vicino a piazza Azadi a Teheran (dove si sono svolte le principali manifestazioni anti-regime). La sua famiglia era all’oscuro dell’esecuzione e sostiene che il congiunto non aveva nulla a che fare con giri di droga. I familiari di molti giustiziati dopo le elezioni di giugno sono stati minacciati dalle autorità e i corpi dei giustiziati sono stati restituiti alle famiglie a condizione che “stessero zitte”.
Il 28 settembre 2009, cinque persone sono state impiccate nel carcere di Taybad, città nel nord-est dell’Iran al confine con l’Afghanistan, per traffico di droga. Le esecuzioni sono state effettuate intorno alle nove di sera, precisa il giornale Hamshahri, che non ha reso però note le identità dei giustiziati.
Tra il 6 e l’8 ottobre 2009, sei condanne a morte per impiccagione sono state eseguite nella prigione Karoun di Ahwaz. Tra i sei, cinque trafficanti di droga e una persona condannata per omicidio, vi erano due donne “coinvolte nel narcotraffico”. Il 6 ottobre, sono stati giustiziati le due donne – Fouzieh J. e Khadijeh J. – e un uomo, Abdollah J., condannati tutti per traffico di droga, mentre un altro uomo, Karim A., è stato impiccato per omicidio. L’8 ottobre, sono stati impiccati altri due uomini, Oday B. e Sa’ad B., condannati per possesso di droga.
Il 7 novembre 2009, quattro uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella prigione della città di Kerman, nel sud-est del Paese. Lo ha riportato l’agenzia statale FARS, che ha identificato i giustiziati come Morteza Y., Akbar J., Mehdi B. e Alireza S., senza però fornire le loro età. Le esecuzioni sono avvenute la mattina presto.
Il 17 novembre 2009, due uomini e una donna sono stati impiccati per reati legati alla droga. Lo ha riportato il quotidiano Kayhan, aggiungendo che le esecuzioni sono state effettuate la mattina presto nel carcere di Isfahan. I giustiziati sono stati identificati come Vahid Sh., 35 anni, che avrebbe comprato e detenuto 43 grammi di crack, Rasoul T. di età non precisata, trovato in possesso di 2 chili di crack, e Begam P., una donna di età imprecisata che avrebbe fatto uso di droghe e tentato di trafficare 500 grammi di crack nascondendoli nel proprio stomaco.
Il 26 novembre 2009, l’agenzia di stampa ufficiale ISNA ha reso noto che un cittadino afghano, identificato come Mohammad S. e conosciuto anche come Fattah, era stato impiccato per traffico di droga. L’esecuzione è avvenuta nel carcere della città di Amol, nel nord del Paese. L’uomo era stato riconosciuto colpevole del traffico di 472 grammi di eroina.
Il 16 dicembre 2009, quattro uomini sono stati impiccati per traffico di droga. I primi tre sono stati giustiziati nella prigione di Zahedan, capoluogo della provincia sudorientale del Sistan-Baluchistan, ha reso noto l’agenzia di stampa ufficiale IRNA citando la magistratura del Baluchistan. I tre sono stati identificati come Mosa M., condannato per possesso e traffico di 84 chili di eroina e 921 di oppio, Khaleghdad F., per traffico e occultamento di 49,5 chili di eroina e 98 di oppio e Ghader M., per traffico di 745 chili di eroina e 465 di oppio. L’agenzia di stampa governativa FARS ha riportato che un quarto uomo identificato come Omid A., anche conosciuto come Sardar Bozorg, era stato impiccato nella prigione di Kerman, nel sud-est dell’Iran. Era stato condannato per traffico di droga e per aver attentato alla sicurezza nazionale.
Il 20 dicembre 2009, tre uomini sono stati impiccati al mattino nel carcere di Isfahan. Lo ha rivelato il sito ufficiale della magistratura della città, che ha identificato i tre uomini come Ghodrat Gh., 55 anni, condannato per traffico di 141,5 chilogrammi di oppio, Khan Mohammad Daraei di età non menzionata per detenzione di 120 grammi di crack, 2 grammi di marijuana, per aver venduto 15 grammi di eroina e per essere un tossicodipendente, e Mostafa Ch., condannato per detenzione di 135,4 grammi di eroina, 35,6 grammi di oppio e dipendenza da oppio.
 
La “guerra alla droga” in Iran è continuata nel 2010.
Il 9 gennaio 2010, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella città di Isfahan. Le esecuzioni sono avvenute la mattina presto in un carcere, ha riferito la televisione di stato, secondi cui i sei, che non sono stati identificati, avrebbero utilizzato uniformi dei Guardiani della Rivoluzione e ordini contraffatti per i loro traffici illeciti.
Il 20 febbraio 2010, tre uomini sono stati impiccati in due diverse città dell’Iran, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. I primi due, identificati come Abdollah A., 43 anni, e Mehdi S., 36, sono stati impiccati la mattina presto nel carcere di Isfahan, ha reso noto il quotidiano Kayhan, secondo cui un terzo uomo, identificato come Dadollah Moradzadeh, è stato messo a morte alle 11 di mattina nella prigione di Zahedan.
Il 25 febbraio 2010, cinque uomini sono stati impiccati in un carcere di Kerman dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga e detenzione di armi. Quattro dei cinque giustiziati sono stati identificati come Rouhollah Kh., Saeed M., Shokrollah N. e Zabihollah Kh.
L’8 marzo 2010, l’agenzia ufficiale IRNA ha riportato che due persone erano state impiccate nella provincia del Lorestan, dopo essere state riconosciute colpevoli di traffico di droga. I due giustiziati sono stati identificati dall’agenzia solo come Gh. B. e H. R., le cui impiccagioni sono avvenute a Khorramabad, capoluogo provinciale.
Il 10 marzo 2010, tre uomini sono stati impiccati in due diverse città per traffico di droga. Uno è stato impiccato in pubblico ad Ahvaz. L’agenzia di stampa ufficiale IRNA lo ha identificato solo come S. M., la cui esecuzione è avvenuta in via Ramedan in città. Gli altri due sono stati impiccati nel carcere di Qom, ha riportato l’agenzia ufficiale FARS, che ha identificato i due giustiziati come Hamid Kh. e Zeinolabedin Gh.
L’8 aprile 2010, dieci persone di cui non sono state fornite le generalità sono state impiccate per traffico di droga in quattro diverse città iraniane. Cinque sono state impiccate la mattina presto in carcere a Mashhad. Tre uomini sono stati impiccati nel carcere della città di Taibad. Altre due persone sono state impiccate nelle città di Behbehan e Shadegan, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan. Secondo altre fonti, il prigioniero giustiziato a Behbehan sarebbe in realtà stato eliminato perché oppositore politico.
L’11 aprile 2010, tre uomini sono stati giustiziati nel cortile della prigione di Isfahan per reati legati alla droga, ha riportato l’agenzia di stampa ufficiale FARS. Il primo dei giustiziati è stato identificato come Morteza, 40 anni, condannato a morte per acquisto e detenzione di 3.188 grammi di crack e a 60 frustate e 60 milioni di rials di multa per traffico di oppio, oltre a 10 frustate e 5 milioni di rials per tossicodipendenza. Il secondo, Ghader, 32 anni, era stato condannato a morte e alla confisca dei beni per detenzione e trasporto di 1.030 grammi di crack. L’ultimo, Gholamreza, 38 anni, era stato condannato a morte e alla confisca delle proprietà per aver preso parte all’acquisto e traffico di 9 chili di crack.
Il 19 aprile 2010, l’agenzia iraniana ISNA ha riportato le esecuzioni di quattro uomini, avvenute in un carcere della provincia di Kerman per traffico di droga. I quattro uomini sono stati identificati come Mehdi N., Feizollah B., Nazar B. e Gholam H.
Il 29 aprile 2010, un uomo è stato impiccato nella prigione di Ardebil per il possesso di 1,23 chili di eroina, ha riportato l’agenzia FARS senza identificarlo.
L’8 maggio 2010, sei persone sono state impiccate a Karaj dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Lo ha riferito l’agenzia ufficiale IRNA, precisando che le esecuzioni hanno avuto luogo di mattina nel carcere della città, situata a ovest di Teheran. La stessa fonte ha identificato i giustiziati come Arsalan Asadi, Mohammad Ali Fakhri, Abbas Geravand, Rahman Biabani, Saeed Mikaili e Parviz Taghizadeh.
Il 18 maggio 2010, due uomini sono stati impiccati nella Prigione Centrale di Isfahan, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. La notizia è stata riportata dall’agenzia ufficiale iraniana FARS, riprendendo l’Ufficio del Procuratore della provincia di Isfahan che identifica i due giustiziati solo come Murtaza e Azizullah.
Il 20 maggio 2010, un uomo è stato giustiziato in pubblico ad Ahwaz, dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di droga. La notizia è stata riportata dall’agenzia ufficiale FARS, che identifica l’uomo solo con le iniziali A.A., arrestato con 1,375 chili di eroina.
Il 23 maggio 2010, un uomo identificato come S. R. è stato impiccato nel carcere Karoun della città di Ahwaz. Era stato condannato per possesso di 675 grammi di eroina, secondo quanto riportato dal sito web ufficiale della magistratura del Khuzestan.
Il 25 maggio 2010, quattro persone sono state impiccate nella prigione della città di Yazd dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Lo ha riportato il sito ufficiale della magistratura di Yazd, secondo il quale tre uomini, identificati come A. Sh., Kh. N. e M. B., erano stati condannati per il possesso di 67 chili di crack, 120 chili di marijuana, 36 chili di oppio e 7 chili di eroina, mentre la quarta persona, identificata come M. M. era stata condannata per il traffico di 125 chili di oppio.
Il 29 maggio 2010, un cittadino afghano di 26 anni, identificato come Nour Jamal S., è stato impiccato all’alba nella prigione di Isfahan, ha riportato la Isfahan Metropolis News agency (IMNA), che ha ripreso un comunicato della magistratura di Isfahan. L’uomo era stato condannato per traffico di 1.385 chili di crack.
Il 31 maggio 2010, nove persone sono state impiccate per traffico di droga in due diverse città. Due persone sono state impiccate nella prigione di Shirvan, nella provincia del Khorasan, ha riportato l’agenzia ufficiale ISCA. Le identità dei giustiziati non sono state fornite, inoltre le accuse non sono state confermate da fonti indipendenti. Altre sette persone originarie della provincia afghana di Herat ai confini dell’Iran, sono state impiccate nella prigione di Taibad.
Il 4 giugno 2010, un uomo di 36 anni identificato come Jalil B. è stato impiccato nel carcere della città di Mianeh, nella provincia dell’Azerbaijan Orientale. Secondo l’agenzia ufficiale INA, l’uomo era stato condannato per possesso e traffico di 4,5 chili di crack e 200 grammi di oppio.
Il 6 giugno 2010, un uomo è stato impiccato di mattina nel carcere di Isfahan dopo essere stato condannato per traffico di droga. La notizia è comparsa sul sito ufficiale della magistratura locale, che identifica il giustiziato solo come Reza A, di 26 anni. Era stato riconosciuto colpevole del possesso di 172 grammi di crack.
Il 7 giugno 2010, tredici persone sono state impiccate di mattina nel carcere di Ghezel Hesar, nel settore ovest di Teheran. Lo ha reso noto il gruppo Iran Human Rights sulla base di fonti ritenute attendibili. Le impiccagioni sono state confermate anche dal sito web dell’avvocato per i diritti umani Mohammad Mostafaei, secondo cui i 13 erano stati condannati a morte per traffico di droga. Dieci di loro sono stati identificati in: Ahmad Shah Bakhsh, Abdolhossein Soltanabadi, Masoud, Amir K., Kazem Tashaki, Mohammad Azarfam, Mohammad Jafari, Nader Azarnoush, Sanjar Totazehi e Baghi Amini. Sempre Iran Human Rights, il 6 giugno, aveva diffuso la notizia del trasferimento di 26 detenuti nelle celle di isolamento del carcere di Ghezel Hesar, operazione che di solito precede le esecuzioni capitali. Gli organi di stampa ufficiali non hanno dato notizia delle 13 esecuzioni.
L’8 giugno 2010, il giornale governativo Iran ha riportato che erano state impiccate cinque persone, tra cui un uomo identificato per nome, Masoud di 33 anni, che sarebbe stato condannato per traffico di droga. L’agenzia ufficiale FARS ha reso noto che le esecuzioni sono avvenute nel carcere di Qom, a sud di Teheran.
 
Thailandia
 
La pena di morte si può applicare in Thailandia anche per il traffico di eroina e anfetamine, soprattutto se i prigionieri sono giudicati colpevoli dopo essersi dichiarati innocenti all’inizio del processo.
In Thailandia, la Legge sui Narcotici del 1979 permette la condanna a morte per “chiunque produca, importi o esporti droghe di categoria I… (se) il fatto è commesso a fine di spaccio”. La Sezione 66 della Legge aggiunge che chiunque “spaccia o possieda al fine di spacciare” droghe, classificate nella categoria I, in quantità superiori ai 20 grammi è passibile di condanna a morte. In pratica, la pena di morte è stata comminata agli spacciatori di eroina e metamfetamine.
A metà del 2009, erano 832 i detenuti nel bracci della morte thailandesi, una grande percentuale dei quali si pensa siano condannati per reati di droga, i quali rappresentano i due terzi del totale dei giustiziati nell’ultimo decennio.
Dopo una sospensione tra il 2004 e il 2008, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni legali nel 2009 giustiziando due uomini.
 
Il 24 agosto 2009, due uomini sono stati giustiziati mediante iniezione letale, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. Si tratta di Bundit Jaroenwanit, 45 anni, e Jirawat Poompreuk, 52 anni, messi a morte nel carcere di Bang Khwang a Bangkok. Erano stati arrestati nel 2001: la polizia li aveva sorpresi con un carico di 114.219 perle di metamfetamina per un valore pari a 1,2 milioni di dollari USA.
Chartchai Sitthikrom, del comitato di prevenzione e controllo del narcotraffico, ha spiegato che si è trattato di una punizione “esemplare”, perché altri implicati nel giro della droga interrompano i loro traffici. “Un carcerato che attende l’ultimo giorno vive nella sofferenza – ha detto – senza sapere quando verrà il tempo di eseguire la condanna. È come essere dei morti viventi, sotto pressione e senza libertà.”
 
Pakistan
 
I reati legati alla droga possono comportare la pena di morte in base a una serie di norme penali in vigore in Pakistan, tra cui il Control of Narcotics Substances Act 1997, che tratta le pene relative a possesso, importazione, esportazione e traffico di narcotici. Se la quantità di droga supera un chilo, la pena può essere la morte, l’ergastolo o la detenzione fino a 14 anni. Se supera i dieci chili, la pena non può essere inferiore all’ergastolo.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del Paese, comprendono tra l’altro la fustigazione per consumo di alcolici o droga.
 
Nonostante il Pakistan sia stato negli ultimi anni uno dei Paesi con il maggior numero di esecuzioni al mondo, ciò non si è tradotto in una pratica significativa della pena di morte per reati legati alla droga. Nel periodo 2007-2009, le condanne a morte sono state una decina e solo una persona è stata giustiziata.
 
Il 10 aprile 2009, l’Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga. Nella stessa circostanza, l’Alta Corte ha stabilito un inasprimento delle pene detentive per donne e minorenni recidivi, che riceveranno le stesse pene di un recidivo maschio, sempre con esclusione della pena capitale. Queste e altre decisioni sarebbero state assunte dall’Alta Corte per eliminare discrepanze nelle sentenze emesse sulla base della Legge sul Controllo dei Narcotici del 1997. Ma la Corte ha previsto dei casi particolari in cui i tribunali potranno ignorare le nuove disposizioni.
 
Vietnam
 
In Vietnam il traffico di droga può anche essere un reato capitale. Una direttiva della Corte Suprema del Popolo del luglio 2001 raccomanda pene diverse a seconda della quantità di stupefacente: 20 anni di reclusione da 100 a 300 grammi di eroina, carcere a vita da 300 a 600 grammi e pena di morte per quantità superiori a 600 grammi. Ma questa direttiva non sempre è seguita nei tribunali, mentre rimane in vigore una legge del 1997 che considera un reato capitale il possesso o lo spaccio di almeno 100 grammi di eroina o di almeno 5 chilogrammi di oppio.
Il 19 giugno 2009, il Vietnam ha votato a favore della eliminazione della pena di morte per otto reati. L’Assemblea Nazionale ha rimosso l’uso di droga dalla lista dei reati capitali, ma ha mantenuto il traffico di droga.
 
Il 19 gennaio 2010, sei persone sono state condannate a morte nella provincia settentrionale di Lai Chau per traffico di droga. Ho A Cua, Giang A Tenh, Sung A Thai, Ho A Vang, Mua Va Thanh e Ly Seo Sua erano stati arrestati nel settembre 2009 per aver trafficato 4,2 chili di eroina nella vicina provincia di Lao Cai.
Il 3 febbraio 2010, in un processo a porte chiuse, il tribunale del popolo della città di Haiphong, nel nord del Vietnam, ha condannato a morte Du Kim Dung, capo di un giro di traffico e produzione di eroina.
Il 6 febbraio 2010, due persone sono state condannate a morte nella provincia settentrionale di Hai Duong per traffico di eroina. Il giornale Phap Luat Vietnam li ha identificati come Nguyen Van Hien e Vu Dinh Quan.
Il 26 marzo 2010, cinque persone sono state condannate a morte per traffico di droga nella provincia settentrionale di Thai Nguyen. Nguyen Van Dua, 43 anni, avrebbe trafficato insieme ai suoi quattro complici 16 chili di eroina tra giugno 2004 e febbraio 2006.
Il 28 maggio 2010, cinque cittadini cinesi sono stati condannati a morte in Vietnam per traffico di droga. Le condanne a morte sono state pronunciate dal Tribunale del Popolo della provincia di Quang Ninh, nel nord del Paese, che li ha riconosciuti colpevoli di aver trasportato illegalmente 8 tonnellate di resina di marijuana. Il capo del gruppo è stato identificato come Lu Minh Cheng, 53 anni. La marijuana sarebbe stata introdotta in Vietnam nell’aprile 2008, proveniente dal Pakistan. La banda avrebbe avuto intenzione di portare la resina fino in Canada, ma è stata bloccata dalla polizia vietnamita il 12 maggio 2008.
 
Autorità Nazionale Palestinese
 
Nella Striscia di Gaza vige ancora la legge egiziana, che prevede la pena di morte per reati legati alla droga, ma fino a poco tempo fa l’Autorità Palestinese a Gaza aveva applicato la legge israeliana che non prevede la pena capitale per droga. Alla fine del 2009, però, il governo di Hamas ha annunciato di volere applicare quella egiziana in attesa di promulgarne una propria.
 
Il 30 novembre 2009, il Governo di Hamas a Gaza ha approvato una misura che consentirà l’esecuzione di persone riconosciute colpevoli di spaccio di droga, ha dichiarato il procuratore-generale locale, Mohammed Abed. “Il Governo ha approvato la decisione di cancellare la legge militare sionista (israeliana) per la parte riguardante gli stupefacenti e di applicare la Legge egiziana 19 del 1962”, ha detto il Procuratore. “Quest’ultima è una legge più ampia per quanto riguarda crimini e criminali, inoltre le pene sono più avanzate, compresi ergastolo ed esecuzioni.” “La legge sionista prevedeva pene leggere, che hanno incoraggiato piuttosto che dissuadere chi consuma o traffica droga, e non c’è motivo, interesse nazionale o giustificazione morale per continuare ad applicarla”, ha detto Abed. Hamas ha reso noto di aver arrestato più di 100 consumatori e spacciatori di droga e di aver sequestrato decine di chili di stupefacenti, soprattutto marijuana. Abed ha aggiunto che la legge egiziana sulla droga resterà in vigore fino all’approvazione di una nuova legge da parte del Parlamento Palestinese.
Il 16 marzo 2009, Zayed ‘Ayesh Mabrouq Jaradat, 40 anni, del villaggio di al-Shoka a est di Rafah, è morto in seguito alle torture inflitte da membri del servizio di sicurezza nella stazione di polizia di Rafah. Zayed è stato dichiarato morto al suo arrivo all’ospedale di Rafah, il Martyr Mohammed Yousif al-Najjar, dopo di che il corpo è stato trasferito al dipartimento di medicina legale dell’ospedale di Gaza, al-Shifa, per ulteriori esami. Jaradat era stato arrestato dagli agenti di polizia la mattina del 15 marzo per possesso di droga. Un operatore sul campo del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), che ha scattato foto del cadavere al dipartimento di medicina legale dell’ospedale, ha testimoniato la presenza di lividi su tutto il corpo. In particolare tracce di botte erano presenti attorno al collo e alle spalle. Il membro del PCHR ha detto che all’uomo erano state anche staccate le unghie dei piedi, chiaro segno di tortura.
 
 
 
 
LA “GUERRA AL TERRORISMO”
 
Nel 2009, in Bangladesh è stata approvata una dura legge anti-terrorismo. 
Numerose esecuzioni per fatti di terrorismo sono state effettuate in Iran e Iraq, mentre centinaia di condanne a morte sono state pronunciate anche se non eseguite in Algeria, India, Libano, Sudan e Yemen.
In Pakistan, numerose condanne a morte, anche per reati comuni, sono state ordinate da tribunali speciali contro il terrorismo.
In nome della lotta al terrorismo e “legittimati” dalla partecipazione alla Grande Coalizione nata in seguito agli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, Paesi autoritari e illiberali come la Cina hanno continuato nella violazione dei diritti umani al proprio interno e, in alcuni casi, hanno giustiziato e perseguitato persone in realtà coinvolte solo nella opposizione pacifica o in attività sgradite al regime.
 
Bangladesh
 
Il 19 febbraio 2009, il governo del Bangladesh ha approvato una legge molto severa contro il terrorismo che prevede la pena di morte o l’ergastolo o il carcere duro per un massimo di 20 anni e un minimo di tre.
L’Ordinanza 2008 Anti-Terrorismo, presentata dal precedente governo ad interim, prevede che qualunque atto che minacci la sovranità, l’unità, l’integrità o la sicurezza del Bangladesh o crei panico tra la gente o sia d’ostacolo alle attività di organi dello Stato, sarà considerato terrorismo. Secondo l’ordinanza, viene definito come atto terroristico l’uso di bombe, dinamite o altri esplosivi, sostanze infiammabili, armi da fuoco o qualunque altra sostanza chimica in modo da ferire o uccidere qualcuno per creare panico tra la gente, e il danneggiamento di proprietà pubbliche o private. Minacciare qualcuno di morte, prendere ostaggi, aggredire qualcuno fisicamente o creare panico tra la gente, trattenere o sequestrare una persona, sono tutti atti considerati terroristici.
 
Il 13 marzo 2002 il Parlamento ha approvato una legge che prevede l’istituzione di tribunali speciali e processi per direttissima (da celebrare entro 90 giorni dalla denuncia) che possono condannare a morte per gli attacchi con acido e atti gravi di violenza contro donne e bambini, divenuti di anno in anno sempre più frequenti. Il 16 marzo 2004, il Parlamento ha approvato la proroga per altri due anni dei Tribunali per direttissima il cui mandato sarebbe scaduto il 9 aprile.
Le condanne a morte sono notevolmente aumentate da quando sono stati introdotti questi tribunali speciali. In base ai dati forniti dal Ministero della Giustizia, dalla loro entrata in funzione, nell’ottobre del 2002 e fino al 30 giugno del 2005, i nove tribunali speciali del Paese hanno affrontato 650 casi, emettendo 311 condanne capitali.
Gli atti terroristici, ma anche reati comuni come omicidio, estorsione e rapimento sono entrati sotto la giurisdizione dei tribunali per direttissima.
 
Nel 2001, dopo tre anni di sospensione di fatto, sono riprese le esecuzioni in Bangladesh. Due uomini sono stati impiccati tra febbraio e marzo e un altro è stato giustiziato a novembre. Due persone sono state impiccate nel 2002 e altre due nel 2003. Le esecuzioni nel 2004 sono salite a 13, mentre nel 2005 sono state almeno 5. Sono 4 le esecuzioni riportate per il 2006, 6 quelle per il 2007 e 5 nel 2008.
Nel 2009 sono state registrate 3 esecuzioni. Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 64 condanne a morte.
 
Il 12 febbraio 2009, tre uomini sono stati giustiziati per omicidio nel distretto sud-occidentale di Jessore. Si tratta di Minarul Islam, marito della vittima, Shukur Ali e Ekramul, impiccati alle 23.00 nel Carcere Centrale della città di Jessore per l’omicidio di Minu Ara, avvenuto il 1° settembre 2000. Il 18 giugno 2002, i tre erano stati condannati a morte insieme ad altre tre persone dal giudice MR Masud del Tribunale per la Prevenzione e Repressione dei crimini contro Donne e Bambini. Successivamente, un tribunale di grado superiore aveva confermato le loro condanne capitali, commutando quelle degli altri tre imputati in altrettanti ergastoli. I sei uomini avrebbero condotto la vittima in un luogo disabitato nei pressi del villaggio di Boalmari, nel sotto-distretto di Sadar, lì l’avrebbero violentata e uccisa, gettando poi il corpo in un pozzo. I tre impiccati erano originari del villaggio di Chuadanga Pourasava.
 
Iran
 
Con il pretesto della “lotta al terrorismo”, anche nel 2009 e nei primi mesi del 2010 il regime iraniano ha effettuato numerose esecuzioni. Tra i condannati a morte o giustiziati per “terrorismo” in Iran, potrebbero esserci in realtà anche oppositori politici, in particolare appartenenti alle minoranze etniche iraniane: azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
Il 9 settembre 2008, il Parlamento iraniano si è espresso a larghissima maggioranza in favore del nuovo codice penale che, per quanto riguarda le attività ritenute minacciose per la sicurezza della Repubblica Islamica, estende la giurisdizione iraniana oltre i confini dello Stato. Dopo un altro passaggio alla commissione parlamentare competente per ulteriori considerazioni, il testo deve approdare in aula per l’approvazione definitiva.
Il 26 gennaio 2009, a seguito di una storica vittoria legale, l’Unione Europa ha rimosso il gruppo d’opposizione iraniana, i Mujaheddin del Popolo Iraniano (PMOI), dalla lista delle organizzazioni terroristiche. La decisione è stata presa dopo una serie di sentenze delle corti europee contro l’inserimento del PMOI nella lista. L’Unione Europea aveva inserito i Mujaheddin del Popolo nella “lista nera” nel 2002, respingendo per sette anni tutti i tentativi del gruppo di opposizione iraniano di essere tolto. Il PMOI aveva vinto in tre casi presso la Corte di Prima Istanza delle Comunità Europee, una delle più alte corti dell’Unione Europea, ma ogni volta i ministri degli esteri dell’UE avevano semplicemente stilato una nuova lista includendo nuovamente il gruppo per eludere la sentenza. Alla fine, però, l’Unione Europea si è conformata alla decisione della corte, rimuovendo il PMOI dalla lista. La decisione rappresenta un precedente legale perché ora qualunque gruppo venga inserito in una lista di organizzazioni terroristiche deve essere informato sul perché e gli deve essere concessa la possibilità di appellarsi contro la decisione presso le corti. A giugno 2008, il Parlamento britannico aveva formalmente rimosso i Mujaheddin del Popolo dalla lista del Regno Unito, in seguito a una decisione della Corte d’Appello di Londra che sosteneva non esserci prove dell’attuale coinvolgimento del PMOI in attività terroristiche.
 
Ventisette dei 31 giustiziati per moharebeh nel 2009 erano stati condannati in quanto membri Jundullah (Soldati di Dio), un gruppo Baluchi che accusa il regime sciita di discriminazione nei confronti delle minoranze sunnite del Sistan-Baluchistan. Funzionari iraniani sono convinti che dietro Jundullah vi siano la sunnita al Qaeda e, addirittura, Pakistan, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Tuttavia, molte delle persone giustiziate non avevano alcun legame con Jundullah oppure svolgevano solo delle attività via Internet.
 
Il 28 febbraio 2009, un uomo è stato impiccato di mattina presto nel carcere di Orumieh, capitale della Provincia dell’Azerbaijan Occidentale. Lo ha riportato il sito dell’organizzazione Iran Human Rights, che ha identificato il giustiziato come Mehdi Ghasemzadeh. Era stato accusato di essere un mohareb, etichetta affibbiata di solito a chi conduce la lotta armata contro le autorità della Repubblica Islamica. In prigione dal 2004, l’uomo avrebbe fatto parte di un gruppo noto come ‘Ahl-e Haqq’ a maggioranza curda. Era stato arrestato insieme ad altre tre persone da agenti del Ministero della Sicurezza e Intelligence (MOIS).
Il 9 marzo 2009, a Zahedan, capoluogo della provincia sudorientale del Sistan-Baluchistan, sono state impiccate quattro persone, tra cui il presunto responsabile del sequestro nell’agosto 2007 di due cittadini belgi, un uomo e una donna, rilasciati dopo pochi giorni. L’IRNA ha riportato che sono stati condannati anche per l’uccisione di otto agenti della sicurezza e il sequestro di un religioso.
Il 10 marzo 2009, Hamed Mohammadzadeh, originario di Miandoab, nella Provincia dell’Azerbaijan Occidentale, è stato impiccato nel carcere di Orumieh per omicidio, ha riportato il sito web di Human Rights Activists in Iran [HRAI]. Mohammadzadeh aveva passato diversi anni in carcere prima dell’esecuzione. Altri due detenuti nello stesso carcere, Mehdi Ghasemzadeh [vedi notizia del 28 febbraio, NdR] e Azizvand, erano stati giustiziati nei giorni precedenti, per l’omicidio di tre membri delle Forze dell’ordine.
Il 10 aprile 2009, tre uomini sono stati impiccati per l’attentato esplosivo contro una moschea di Shiraz, avvenuto nell’aprile 2008. I tre sono stati identificati dall’agenzia ufficiale IRNA come Mohsen Eslamian, 21 anni, Ali Asghar Pashtar, 20, e Rouzbeh Yahyazadeh, 32. Sono stati giustiziati nella prigione Adelabad della città per aver causato la morte di 14 persone e il ferimento di altre 200. Nel novembre del 2008, il Tribunale Rivoluzionario di Teheran, che si occupa di casi contro la sicurezza dello Stato, li aveva accusati di essere dei mohareb e di essere legati a un gruppo monarchico di opposizione fuori dal Paese, l’Iran Royal Association. La moschea colpita fa parte del centro culturale Rahpouyan-e-Vesal di Shiraz, circa 900 km a sud di Teheran. Al momento dell’esplosione erano circa 1.000 i fedeli presenti all’interno della struttura.
Il 30 maggio 2009, le autorità iraniane hanno impiccato in pubblico tre uomini condannati a morte come “nemici di Dio” e “corrotti sulla Terra” per il presunto coinvolgimento nell’attentato del 28 maggio alla moschea di Zahedan, che aveva provocato 25 morti e 125 feriti. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa ufficiale IRNA, mentre il Dipartimento di Giustizia di Zahedan ha fornito i nomi dei tre giustiziati: Haji Nouti Zehi, Gholam Rasoul Shahroo Zehi e Zabihollah Naroui. I tre erano stati arrestati già prima dell’attentato e sono stati riconosciuti colpevoli di aver fornito l’esplosivo per l’azione terroristica. L’esecuzione ha avuto luogo alle sei di mattina vicino alla moschea sciita di Ali Ibn-Abitaleb, dove l’attentato ha avuto luogo, poco prima dei funerali delle vittime della strage, che era stata rivendicata dal gruppo ribelle sunnita Jundullah, il quale aveva però negato che i tre giustiziati fossero implicati. Un esponente del gruppo guidato dall’emiro Abdolmalek Rigi, in lotta contro le autorità iraniane nella provincia del Sistan-Baluchistan per difendere i diritti dei musulmani sunniti in Iran, aveva detto che si era trattato di un attacco suicida contro le forze paramilitari Basiji (i fedelissimi del regime sciita) riunite nella moschea per coordinare la strategia per le elezioni presidenziali del 12 giugno 2009.
Il 14 luglio 2009, 13 membri del gruppo ribelle sunnita Jundullah sono stati impiccati nel Sistan-Baluchistan con l’accusa di essere “nemici di Dio”. Lo ha riportato l’agenzia ufficiale IRNA, precisando che le esecuzioni sono avvenute di mattina in una prigione del capoluogo provinciale Zahedan. Il capo della magistratura provinciale, Ebrahim Hamidi, ha definito i tredici mohareb (nemici di Dio), responsabili di “sequestri di stranieri, omicidi di innocenti e azioni terroristiche”. Organi di informazione statali avevano annunciato nei giorni scorsi che le impiccagioni sarebbero state 14 e che sarebbero avvenute in pubblico, tuttavia – ha spiegato Hamidi – “dopo consultazioni dell’ultimo minuto, le esecuzioni sono state effettuate in carcere”. Secondo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce del network indipendente Iran Human Rights, “alcuni dei prigionieri impiccati il 14 luglio a Zahedan non avevano nessuna connessione con il gruppo Jundullah, e non erano nemmeno stati informati di essere stati condannati a morte”. Tra questi, figura Manochehr Shahbakhsh, 26 anni, che era stato arrestato dalle autorità pakistane e consegnato all’Iran alcune settimane prima dell’esecuzione. Manochehr lavorava con un gruppo religioso sunnita che non ha nessun legame con Jundullah o altra organizzazione politica. A un giorno dall’esecuzione, non era ancora consapevole del fatto che stava per essere impiccato.
Il 25 luglio 2009, altri due membri del gruppo Jundallah sono stati impiccati nella provincia iraniana del Sistan-Baluchistan con l’accusa di terrorismo. Lo ha reso noto il Dipartimento di Giustizia provinciale, che ha identificato i due come Ayyub Rigi e Mas’ud Gomshadzehi, riconosciuti colpevoli di aver “intrapreso guerra contro Dio” e di essere dei “corrotti sulla Terra”. Le due esecuzioni hanno avuto luogo nel carcere di Zahedan.
Il 2 novembre 2009, un altro presunto membro dell’organizzazione Jundullah è stato impiccato nel carcere di Zahedan. Lo ha reso noto la polizia iraniana, che ha identificato il giustiziato come Abdolhamid Rigi. L’uomo era stato accusato di essere un mohareb (nemico di Dio), ha riportato l’agenzia ufficiale FARS, precisando però che la persona messa a morte non era il fratello di Abdolmalek Rigi, leader di Jundullah. Secondo l’agenzia, il capo provinciale della polizia Gholam Ali Nekouei ha detto: “Era stato condannato per sequestro di persona, di essere un mohareb e di aver collaborato con il gruppo terrorista guidato da Abdolmalek Rigi.” Negli ultimi anni l’organizzazione ha rivendicato diversi sanguinosi attacchi contro le Guardie Rivoluzionarie. Il più clamoroso è stato messo in atto il 18 ottobre 2009 quando 42 persone, tra cui sei comandanti dei Guardiani della Rivoluzione, sono state assassinate in un attacco suicida a Zahedan.
Il 24 maggio 2010, Abdolhamid Rigi, fratello del leader di Jundullah Abdolmalek Rigi attualmente detenuto nella Repubblica Islamica, è stato impiccato nel carcere di Zahedan. L’esecuzione di Abdolhamid era stata inizialmente fissata a luglio e poi a dicembre 2009, ma era stata rimandata dalle autorità. Abdolmalek, è stato arrestato a febbraio 2010, quattro mesi dopo la rivendicazione da parte del gruppo dell’attentato esplosivo dell’ottobre 2009 costato la vita a decine di persone, inclusi alcuni ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione. All’esecuzione di Abdolhamid hanno assistito parenti delle vittime di Jundullah, per alleviare “il loro dolore”, ha dichiarato Ebrahim Hamidi, funzionario giudiziario nella provincia del Sistan-Baluchistan, il quale ha aggiunto che “le autorità hanno deciso di non effettuare l’esecuzione in pubblico per motivi di sicurezza”. Il network televisivo del regime Press TV ha pubblicato sul suo sito web una foto di Abdolhamid Rigi con la barba, dicendo che era accusato di attentati dinamitardi, rapine a mano armata e traffico di droga. “Precedenti confessioni fatte da Abdolhamid confermano le notizie che Washington ha aiutato e incitato la rete separatista armata a svolgere attività terroristiche in Iran”, ha aggiunto la televisione dei mullah.
Il 20 giugno 2010, Abdolmalek Rigi, fondatore del gruppo armato Jundullah, è stato impiccato all’alba nel carcere Evin di Teheran. La notizia dell’esecuzione è stata diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale IRNA. Abdolmalek Rigi, 26 anni, era stato accusato di essere un mohareb, oltre che di sequestro, omicidio, rapina a mano armata, propaganda contraria alle autorità iraniane e di essere legato a servizi segreti stranieri e ad altri gruppi contro-rivoluzionari.
 
Iraq
 
Nell’ottobre 2005, il Parlamento iracheno ha approvato una legge anti-terrorismo che prevede la pena di morte per “chiunque commetta atti terroristici”, così come per “chiunque istighi, prepari, finanzi e metta in condizione terroristi di commettere questo tipo di crimini”.
Il 9 marzo 2006, sono state eseguite le prime condanne a morte per terrorismo in base alla nuova legge.
 
Le almeno 77 persone giustiziate in Iraq nel 2009, secondo la Corte Suprema, erano state tutte condannate per crimini legati al terrorismo.
Anche nel 2008, molte delle almeno 34 esecuzioni dell’anno sono state effettuate nei confronti di persone condannate per atti collegati al terrorismo, come pure nel 2007, quando 30 delle 33 esecuzioni registrate erano state effettuate per fatti analoghi.
 
“Nel 2009 sono state eseguite settantasette condanne capitali”, ha dichiarato il 5 gennaio 2010 in un comunicato Medhat al-Mahmud, capo della Corte Suprema. Secondo la Corte, i prigionieri erano stati riconosciuti colpevoli in “casi legati al terrorismo” e l’esecuzione delle loro condanne capitali è stata ritenuta una questione prioritaria.
Il 14 gennaio 2010, un tribunale iracheno ha condannato a morte 11 uomini, tra i quali alcuni membri di Al-Qaeda, per gli attentati esplosivi del 19 agosto 2009 a Baghdad, in cui persero la vita 106 persone e altre 600 rimasero ferite, ha detto il presidente della Corte penale, Ali Abdul Sattar, nel corso di un’audizione nella capitale irachena. Fra i condannati alla pena capitale c’è Salim Abed Jassim, che ha confessato di aver ricevuto finanziamenti dal brigadiere Generale Nabil Abdul Rahman, che ora vive in Siria ed è stato alto ufficiale dell’esercito durante il regime di Saddam Hussein. Altri due condannati sono stati riconosciuti membri dell’organizzazione di Al-Qaeda in Iraq: Ishaq Mohammed Abbas e suo fratello Mustapha.
Il 18 maggio 2010, un tribunale situato nella provincia irachena di Anbar ha condannato a morte altre 62 persone ritenendole legate alla rete terroristica Al Qaeda. Lo stesso tribunale ha emesso nei confronti di altre 130 persone pene detentive, ergastoli inclusi. Le sentenze sono state emesse sulla base dell’articolo 4 della legge irachena anti-terrorismo. Tra i condannati a morte ci sarebbero diversi capi di Al-Qaeda e di altre organizzazioni di insorti. Tutti i condannati sono della provincia di Anbar.
 
Pakistan
 
La maggior parte delle condanne a morte dal 1997 in Pakistan sono state emesse da speciali tribunali anti-terrorismo istituiti dal Governo del Primo Ministro Nawaz Sharif per fronteggiare l’aumento di atti eversivi nel Paese. Ma questi tribunali sono stati investiti nel tempo del compito di processare anche persone accusate di reati politici o di crimini comuni. I tribunali devono terminare il processo entro 7 giorni e 7 giorni è il termine concesso ai condannati per presentare appello, che a sua volta dovrà essere fissato e discusso entro 7 giorni.
Queste disposizioni contrastano con l’art. 14(3)(b) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che prescrive che ogni imputato debba avere tempi e risorse adeguati per preparare la propria difesa.
 
Il 15 febbraio 2009, un tribunale anti-terrorismo ha condannato a morte Shehzad Masih, Nisar Ahmed e Munir Masih dopo averli giudicati colpevoli del rapimento, il 2 ottobre 2007, di un bambino di cinque anni e dell’autista di famiglia. Gli uomini avrebbero chiesto un riscatto di cinque milioni di rupie accettando, dopo le negoziazioni, di rilasciare i due ostaggi per 492.000 rupie (circa 6.000 dollari).
Il 30 aprile 2009, un tribunale anti-terrorismo di Karachi ha condannato a morte due persone per il sequestro e l’omicidio di un bambino di 11 anni. Tehsil Khan e Taj Mohammad avrebbero presumibilmente rapito Tufail, il 28 settembre 2008, domandando un riscatto di 800.000 rupie (circa 9.500 dollari), per poi ucciderlo.
Il 29 giugno 2009, il tribunale anti-terrorismo di Multan ha condannato a morte 10 persone per aver ucciso 13 membri di una famiglia, in quattro diverse occasioni, a causa di una vecchia ostilità. Il giudice Sarwar Saleemullah ha emesso le condanne a morte contro Ghulam Mustafa, Muhammad Akhtar, Muhammad Mazhar, Muhammad Makki, Muhammad Aslam, Muhammad Siddiq, Abdul Majeed, Abdul Ghafoor, Hazaray Khan e un decimo uomo non identificato.
Il 5 agosto 2009, Sadi Ahmad e Mahboob Shah sono stati condannati a morte dal tribunale anti-terrorismo di Faisalabad per un omicidio commesso il 1° agosto 2007. Sadi e Shah, insieme ad altri 7 complici, avrebbero ucciso l’ex cognato di Sadi, Ali Raza e un altro uomo, Attiya Bibi. Secondo quanto riportato, Sadi avrebbe ucciso il cognato perché aveva divorziato da sua sorella.
Il 31 agosto 2009, un tribunale anti-terrorismo pakistano ha condannato a morte due ex poliziotti per l’omicidio e stupro di una bambina di tre anni. Le condanne nei confronti di Noor Muhammad e Bashir Ahmed sono state emesse nella città di Karachi dal giudice Syed Hasan Shah Bokhari.
Il 4 ottobre 2009, un tribunale anti-terrorismo di Gujranwala ha condannato a morte due uomini, Tasaduq Ijaz e Saleem per il sequestro di un bambino di 4 anni, Binyamin, il 22 gennaio 2008. Gli uomini avrebbero poi ucciso il bambino dopo aver ottenuto 600.000 rupie (circa 7.130 dollari) come riscatto.
L’11 dicembre 2009, un Tribunale Speciale Anti-Terrorismo ha condannato a morte Aftab, Nawaz e Faisal per il rapimento di Iqbal Hussain, successivamente liberato dietro un riscatto di 15 milioni di rupie (circa 178.280 dollari).
Il 21 dicembre 2009, un tribunale anti-terrorismo in Pakistan ha condannato a morte Imran Masih per il rapimento di Mubeen Anwar.
Il 22 dicembre 2009, il giudice Sarwar Saleemullah del tribunale anti-terrorismo di Multan ha condannato a morte Ghulam Abbas e Muhammad Ajmal per l’omicidio di 12 persone in seguito a una lite sul passaggio e la quota dell’acqua per l’irrigazione.
 
Il 13 gennaio 2010, un tribunale anti-terrorismo di Karachi ha condannato a morte Muhsin Raza per aver rapito Sohrab Khan, a scopo di riscatto, il 21 giugno 2008, e per averlo ucciso.
Il 23 gennaio 2010, il giudice della Corte Anti-Terrorismo Raja Muhammad Arshad ha condannato a morte Elahi Bux, ordinando anche il versamento di 1 milione di rupie (11.885 dollari) agli eredi della vittima come risarcimento. Il 23 luglio 2003, Bux avrebbe ucciso Ghulam Muhammad, il poliziotto che gli dava la caccia per una rapina commessa.
Il 17 febbraio 2010, a Sargodha, il giudice Anwer Nazir del tribunale speciale anti-terrorismo ha condannato a morte Rab Nawaz per aver ucciso Hassan Jamal e Muhammad Ramzan a Mitha Tiwana nel 2007.
Il 30 marzo 2010, il giudice Anand Ram Hotwani del tribunale anti-terrorismo di Karachi ha condannato a morte Mohammad Ayub per sequestro e omicidio di una bambina di 12 anni, di nome Kulsoom. La bambina era stata rapita nella città di Baldia il 21 dicembre 2008 ed era stato richiesto un riscatto di 350.000 rupie (circa 4.160 dollari) ai suoi genitori.
Il 16 aprile 2010, il giudice speciale Ahmad del tribunale anti-terrorismo di Lahore ha condannato a morte Muhammad Navid, Qari Shabir e Qasim Ali, per l’omicidio del proprietario di una fabbrica di pellame di Muridke.
Il 22 aprile 2010, il giudice Rana Nisar Ahmad Khan del tribunale anti-terrorismo n. II di Gujranawala ha condannato a morte Shahwaz per aver ucciso Nazir Ahmad e i suoi tre figli, nel villaggio di Shadiwal il 20 giugno 2004, in seguito a una lite su una proprietà a Gujrat.
Tra il 16 e il 18 giugno 2010, cinque persone sono state condannate a morte per reati comuni da tribunali anti-terrorismo. Il 16 giugno, il giudice Raja Muhammad Arshad del tribunale di Faisalabad ha condannato a morte l’agente di polizia Nasir Abbas per aver ucciso la moglie, i suoceri, i tre figli e due domestici, in seguito a una lite. Il 18 giugno, lo stesso giudice ha condannato a morte Muhammad Yaseen per l’uccisione di tre persone nel corso di una rapina. Sempre il 18, Imran Haider, Ghazanfar Hussain e Tanvir Ahmed sono stati condannati a morte dal giudice Mian Anwar Nazir del Tribunale Anti-terrorismo di Sargodha per un sequestro di persona conclusosi con l’omicidio del sequestrato, Suhail of Bhakkar, di professione veterinario.
 
Algeria
 
Gli eventi politici del 1991-92, culminati nell’annullamento del voto dopo la vittoria elettorale del Fronte Islamico e le successive azioni terroristiche, hanno portato a dichiarare lo stato d’emergenza e a introdurre, nel settembre 1992, una legislazione speciale che ha esteso la pena capitale agli atti terroristici. Il decreto anti-terrorismo del 1992 è stato quasi totalmente ripreso nella legge ordinaria del 1995 attualmente in vigore.
L’ex Presidente Liamine Zeroual ha dichiarato una moratoria nel dicembre 1993 e da allora non vi sono state esecuzioni in Algeria. L’ultima ha avuto luogo nell’agosto del 1993, quando sono stati giustiziati sette militanti islamici per l’attentato dinamitardo del 1992 all’aeroporto di Algeri che aveva provocato una quarantina di morti.
Il 15 aprile 1999, Abdelaziz Bouteflika è stato eletto Presidente e, dopo sette anni di guerra civile, circa 100.000 omicidi, centinaia di persone scomparse, disoccupazione e difficoltà istituzionali, ha lanciato una politica di riconciliazione nazionale.
Ma attentati terroristici e relative condanne capitali di fondamentalisti islamici si sono susseguiti fino a oggi.
 
Nel 2009 e nei primi mesi del 2010, decine di condanne a morte sono state emesse in Algeria per fatti di terrorismo, la maggior parte delle quali in contumacia. Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate oltre 100 condanne a morte.
Il 3 febbraio 2010, un uomo è stato condannato a morte per diversi omicidi, partecipazione a un gruppo terroristico e possesso di armi da guerra. La condanna capitale nei confronti di Mohamed Benziane è stata pronunciata dal tribunale penale di Algeri. L’uomo era già stato processato due volte in contumacia e condannato a morte per aver preso parte a diversi massacri. Era stato arrestato, armi alla mano, nel dicembre 2004, nel corso di un’operazione condotta dalle forze di sicurezza algerine. Tra i crimini a lui addebitati ci sono gli omicidi di tre guardie comunali e la partecipazione nel 1999 a una azione armata nella regione del Chlef, che provocò il massacro di più di 50 civili.
 
India
 
Le corti speciali stabilite in base al Terrorist Affected Areas Special Courts Act del 1984 e in base al Prevention of Terrorism Act (POTA) del 2002, avevano il potere di imporre la pena di morte per atti di terrorismo. Ma il 9 dicembre 2004, quest’ultima legge, che aveva ampliato la sfera di applicazione della pena di morte, è stata abrogata dal parlamento. Il governo uscito vittorioso dalle elezioni del maggio 2004 e dominato dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi, aveva deciso di cancellarla perché giudicata lesiva dei diritti umani e politici. Contestualmente, il POTA è stato rimpiazzato dal Unlawful Activities (Prevention) Bill, che ha emendato l’Unlawful Activities (Prevention) Act del 1967 al fine di coprire i casi di terrorismo. In base a questa legge, i condannati per terrorismo possono essere puniti con la pena di morte o l’ergastolo per ogni atto che provochi la perdita di vite umane. Più precisamente, è punito chiunque metta in pericolo l’unità, l’integrità, la sicurezza e la sovranità o sparga il terrore tra la popolazione in India o in altri Paesi usando bombe, dinamite o altri esplosivi, sostanze infiammabili, armi da fuoco o altre armi letali che causino o possano causare la morte.
 
Il 25 marzo 2010, l’Assemblea dello Stato del Madhya Pradesh ha approvato tra le proteste dell’opposizione una legge tassativa che prevede la pena di morte per atti terroristici, atti di distruzione e crimine organizzato che abbiano come conseguenza la morte.
 
L’11 febbraio 2009, un tribunale speciale TADA [Terrorist and Disruptive Activities Prevention Act], ha condannato a morte tre maoisti per coinvolgimento nel massacro di Bara del 12 febbraio 1992, quando 37 uomini, tutti appartenenti a una specifica casta di proprietari terrieri, sono stati uccisi. Si tratta di Vyas Kahar, Naresh Paswan e Yugal Mochi. Altri tre imputati sono stati rilasciati per mancanza di prove. Sebbene il TADA fosse stato in seguito eliminato, la legge speciale era ancora in vigore quando avvenne questo massacro.
Il 6 agosto 2009, due uomini e una donna sono stati condannati all’impiccagione in relazione a due attentati esplosivi avvenuti a Mumbai il 25 agosto 2003. Le condanne capitali sono state emesse da un tribunale anti-terrorismo nei confronti di Mohammed Hanif Sayed, 43 anni, sua moglie Fahimda, 43 anni, e Ashrat Ansari, 32 anni, riconosciuti responsabili della morte di 56 persone e il ferimento di altre 244 negli attentati presso un sito turistico, il Gateway of India, e il mercato di gioielli Zaveri Bazaar. Nel processo è emerso che il terzetto aveva agito in rappresaglia per le atrocità commesse dagli indù contro i mussulmani, nello Stato del Gujarat nel 2002. I tre secondo l’accusa sarebbero legati a un gruppo estremista islamico che ha il proprio quartier-generale in Pakistan.
Il 4 settembre 2009, un estremista islamico è stato condannato a morte per omicidio da un tribunale del distretto di Reasi, nello Stato indiano del Jammu e Kashmir. La condanna capitale nei confronti di Abdul Rashid, membro del gruppo separatista islamico Hizbul Mujahideen, è stata pronunciata dal giudice A K Koul, che lo ha riconosciuto colpevole di tre omicidi. Originario del villaggio di Challad, presso la città di Mahore, l’imputato il 6 marzo 2008 avrebbe lanciato una granata contro l’abitazione dell’ufficiale di polizia speciale Mohd Mushtaq, provocando la morte del padre di quest’ultimo, il 70enne Habibullah, e delle sue due figlie, Nagina di 14 anni e Nazia di 10.
Il 7 aprile 2010, sedici persone sono state condannate a morte nello Stato nord-orientale del Bihar in relazione al massacro, avvenuto nel 1997 nel distretto di Jehanabad, in cui 58 “intoccabili” (Dalit) furono uccisi dalla Ranbir Sena, una milizia al servizio di potenti proprietari terrieri. Nello stesso caso, altri dieci imputati sono stati condannati all’ergastolo e multati di 31.000 rupie ciascuno dal giudice distrettuale Vijay Prakash Mishra. I 58 Dalit, incluse 27 donne e 16 bambini, furono uccisi con armi da fuoco nel villaggio di Laxmanpur Bathe, il 1° dicembre 1997, provocando un forte shock in tutto il Paese. Le vittime, braccianti agricoli con le proprie famiglie, erano sostenitori del Partito Comunista dell’India (Marxista-Leninista). Obiettivo dei mandanti della strage sarebbe stato quello di terrorizzare i simpatizzanti del partito e rafforzare il potere esercitato dai proprietari terrieri nel Bihar centrale.
Il 22 aprile 2010, il giudice distrettuale SP Garg ha condannato a morte Mohammed Naushad, Mirza Nissar Hussain e Mohammed Ali Bhatt per l’attentato del 1996 al mercato di Nuova Delhi, Lajpat Nagar, in cui sono morte 13 persone.
Il 6 maggio 2010, il cittadino pakistano Mohammed Ajmal Amir Kasab, 22 anni, è stato condannato all’impiccagione da un tribunale indiano in relazione agli attentati di Mumbai del novembre 2008 che provocarono 166 morti nella capitale economica del Paese. Kasab, unico degli attentatori a essere stato catturato vivo, è stato riconosciuto colpevole sulla base di 86 capi di imputazione, compresi omicidi e partecipazione ad azioni di guerra contro l’India. Al termine di un processo durato un anno, il tribunale speciale in un carcere di Mumbai ha accolto la richiesta dell’accusa che aveva definito il giovane “una macchina per uccidere” e “l’impersonificazione della crudeltà”. Kasab faceva parte di un commando di 10 militanti islamici che per 60 ore seminarono il terrore a Mumbai attaccando alberghi, una stazione ferroviaria, un ristorante e un centro ebraico. “Se non presenta alcun appello, penso che le possibilità di vederlo impiccato entro la fine dell’anno sono abbastanza alte”, ha detto il ministro degli Interni indiano G.K. Pillai.
 
Tutte queste condanne devono essere confermate dalla Corte Suprema, la quale nella famosa sentenza Bachan Singh contro lo Stato del Punjab ha sostenuto che la pena di morte può essere applicata solo se il caso rientra tra quelli “più rari tra i rari”.
 
Libano
 
La pena di morte in Libano è stata reintrodotta nel 1994 col proposito dichiarato di arginare la criminalità e proteggere la società. E’ prevista per omicidio premeditato, tentato omicidio, collaborazione con Israele, terrorismo e atti di insurrezione e guerra civile.
 
Il 21 ottobre 2009, il giudice militare Nabil Sari ha emesso sette condanne a morte contro sette membri del gruppo Fatah al-Islam per un attentato sanguinoso fatto ad agosto 2008 contro l’esercito libanese. I condannati sono libanesi, siriani e sauditi. Due di loro sono in carcere mentre gli altri sono stati giudicati in contumacia.
Il 29 dicembre 2009, sei palestinesi e un libanese sono stati condannati a morte dopo essere stati accusati da parte di Fadi Sawwan, magistrato investigativo militare, di appartenere a un gruppo terroristico. I sette uomini avrebbero condotto atti terroristici nel campo profughi palestinese di Baddawi, nel nord del Libano.
Il 18 gennaio 2010, un cittadino palestinese, Rami Issa Abdallah, è stato condannato a morte a Beirut dal tribunale militare presieduto dal giudice Fadi Sawwan per appartenenza a un gruppo terroristico.
Il 18 febbraio 2010, un ex membro delle Forze di Sicurezza Interna è stato condannato a morte per spionaggio in favore di Israele e per il coinvolgimento negli omicidi di due militanti palestinesi. In base alla sentenza emessa dal tribunale militare, Mahmoud Qassem Rafeh, 63 anni, è stato riconosciuto colpevole di “collaborazione e spionaggio per conto del nemico israeliano”. Nel 2006 avrebbe preso parte alle uccisioni, avvenute nella città libanese di Sidone mediante un’autobomba, dei fratelli Mahmoud e Nidal Mazjoub, membri della Jihad Islamica. Un secondo imputato, Hussein Sleiman Khattab, è stato condannato in contumacia. Rafeh era stato arrestato nel 2006 e, in seguito, avrebbe confessato la propria collaborazione con agenti dei servizi israeliani a partire dal 1993.
Il 4 marzo 2010, dodici estremisti islamici sono stati condannati alla pena di morte per terrorismo. Il tribunale militare di Beirut li ha riconosciuti colpevoli di aver partecipato nel 2007 agli scontri contro l’esercito libanese nel campo profughi di Nahr al Bared. I condannati sono tutti membri di Fatah al Islam, un gruppo ispirato ad Al-Qaeda, e sei di loro sono palestinesi. Dal maggio al settembre 2007, oltre 400 persone, di cui quasi 200 soldati libanesi, erano rimaste uccise nelle battaglie avvenute dentro e attorno al campo palestinese, nei pressi del porto settentrionale di Tripoli. Tre dei terroristi sono stati condannati in contumacia. Il presunto leader del gruppo, Shaker al Abbsi, è ancora oggi ricercato.
Il 21 aprile 2010, due palestinesi e un siriano sono stati condannati a morte in contumacia per appartenenza a un gruppo terroristico. Le tre condanne capitali sono state emesse dal tribunale militare presieduto dal giudice Fadi Sawwan, secondo cui gli imputati avevano pianificato attacchi contro l’UNIFIL, le Forze delle Nazioni Unite in Libano.
Il 7 maggio 2010, il Tribunale Militare di Beirut ha condannato a morte il tenente colonnello Ghazwan Chahine dell’Esercito libanese per aver collaborato con Israele nel corso della guerra del luglio 2006. Il magistrato militare Riyad Abu-Ghayda ha inoltre riconosciuto l’imputato colpevole di possesso di armi ed esplosivi illegali, oltre che di documenti militari riservati.
 
Sudan
 
Nel giugno 2008, il Sudan ha istituito Corti Speciali appositamente per processare i “ribelli” del Darfur per il loro presunto coinvolgimento negli attacchi attribuiti al Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) avvenuti il 10 maggio 2008 a Omdurman, città gemella della capitale Khartoum, in cui sono rimaste uccise 222 persone.
 
Human Rights Watch (HRW) ha duramente criticato l’uso delle corti speciali in Sudan: “Sono una farsa, non raggiungono neanche gli standard minimi di un processo equo, eppure hanno il potere di emettere condanne a morte.”
Le Nazioni Unite hanno espresso la loro preoccupazione per i processi in cui sono stati condannati presunti ribelli del Darfur e hanno esortato Khartoum ad abolire la pena di morte: “sembra” che gli accusati possano beneficiare dell’aiuto legale degli avvocati solo dopo l’inizio del processo e che le confessioni vengano estorte mentre gli accusati sono detenuti in isolamento e senza assistenza legale.
Il Segretariato Internazionale dell’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura (OMCT) ha espresso la sua preoccupazione che queste persone possano essere giustiziate a seguito di procedimenti non conformi agli standard internazionali di processi equi oltre che per le notizie di tortura e maltrattamenti in carcere.
Amnesty ha definito i processi una “commedia”: “Molti di quelli portati davanti alla corte sono stati presumibilmente torturati e forzati a confessare… in molti casi hanno incontrato il loro avvocato per la prima volta il giorno dell’udienza.”
 
Le condanne a morte per “terrorismo” nei confronti dei ribelli del Darfur, in relazione all’attacco contro la città di Omdurman avvenuto nel maggio 2008, sono iniziate nel 2008 e sono continuate nel 2009 e anche nel 2010.
Il 15 aprile 2009, sono stati condannati a morte dieci militanti del Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza, riconosciuti colpevoli di attacchi terroristici, tentativo di colpo di stato, distruzione di beni pubblici e possesso illegale di armi.
Il 22 aprile 2009, un tribunale del Sudan ha condannato all’impiccagione altri 11 militanti del JEM. Il Tribunale ha deferito un altro imputato davanti al tribunale per i minori, mentre per un altro è stato disposto il ricovero in ospedale psichiatrico. Il Tribunale ha concesso alla Difesa una settimana di tempo per presentare appello. L’avvocato difensore Adam Bakr ha già detto che presenterà appello, sostenendo tuttavia che il termine di una settimana è da considerarsi insufficiente e illegittimo.
Il 26 aprile 2009, altri 11 appartenenti al Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza sono stati condannati a morte. “Per le loro azioni, tese a terrorizzare la gente e minacciare le fondamenta dello Stato... sono necessarie sentenze molto dure”, ha detto il presidente del tribunale, Hafez Ahmed Abdallah.
Il 30 aprile 2009, Amnesty International e il Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza, hanno denunciato il fatto che gli uomini del Darfur, condannati a morte da tribunali speciali di Khartoum, si trovano in condizioni disumane e molti sono stati torturati. Ahmed Husain Adam, portavoce del Movimento ha detto che “in celle per uno ci sono fino a otto detenuti. Le celle sono mal ventilate e i detenuti devono fare i turni per dormire, non possono accedere ai servizi igienici tra le 4 del pomeriggio e l’alba, gli viene dato cibo ripugnante e acqua sporca. Molti di loro hanno problemi ai reni”.
Il 20 maggio 2009, altri 9 “ribelli” della regione del Darfur sono stati condannati all’impiccagione.
Il 9 giugno 2009, altri 12 “ribelli” del Darfur sono stati condannati a morte mediante impiccagione.
 
Il 24 giugno 2009, quattro militanti islamici sono stati condannati all’impiccagione da un tribunale di Khartoum per gli omicidi del diplomatico statunitense John Granville e del suo autista sudanese Abdelrahman Abbas Rahama. Mohamed Makkawi Ibrahim Mohamed, Abdel Basit al-Hajj Hassan, Mohamed Osman Yusuf Mohamed e Abdel Raouf Abu Zaid Mohamed sono stati riconosciuti colpevoli del duplice omicidio, commesso con armi da fuoco nella capitale sudanese il 1° gennaio 2008 e rivendicato dal gruppo islamista Ansar al-Tawhid, secondo il quale è in corso un piano di diffusione della cristianità in Sudan. Il 12 ottobre 2009, un tribunale del Sudan ha confermato le condanne a morte emesse nei confronti dei quattro militanti islamici. In base ai resoconti, la madre di Granville avrebbe chiesto alla corte di confermare le condanne a morte, in accordo con la Legge Islamica. I quattro imputati hanno ritrattato le proprie confessioni, che sarebbero state estorte per mezzo di torture.
 
Il 19 gennaio 2010, un tribunale sudanese ha condannato a morte altri due ribelli del Darfur in relazione all’attacco del maggio 2008 contro la città di Omdurman. Diventano così 105 i membri del Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza condannati a morte in relazione all’attacco lanciato nel maggio 2008 contro la città gemella di Khartoum.
Il 24 febbraio 2010, le autorità sudanesi hanno liberato 50 ribelli del Darfur che erano stati condannati a morte in relazione all’attacco del 2008 contro la capitale. Le liberazioni sono avvenute nel quadro della tregua stabilita tra il governo centrale e il Movimento per la Giustizia ed Eguaglianza, il principale gruppo armato del Paese. Il ministro della Giustizia Abdel-Basset Sabdarat ha riferito ai giornalisti che lo stesso presidente sudanese Omar al-Bashir ha ordinato il rilascio dei prigionieri. In base all’accordo, il Movimento per la Giustizia ed Eguaglianza avrebbe rilasciato alcuni soldati governativi catturati.
 
Yemen
 
Lo Yemen del Nord ha conquistato l’indipendenza dall’Impero Ottomano nel 1918 e nel 1967 gli inglesi si sono ritirati da quello che sarebbe diventato lo Yemen del Sud. Nel 1990, i due Paesi si sono unificati formalmente come Repubblica dello Yemen.
Mentre la maggior parte degli yemeniti che popolano le pianure del sud del Paese sono musulmani sunniti, gli abitanti nelle aree più montagnose del nord sono sciiti, in particolare seguaci della dottrina Zaydi.
Dal giugno del 2004, migliaia di persone sono morte e decine di migliaia hanno dovuto abbandonare le loro case a causa degli scontri tra i ribelli del gruppo al-Houthi di fede sciita e le forze governative nel Governatorato di Saada, che si trova nel nord del Paese ai confini con l’Arabia Saudita. Gli sciiti ribelli di al-Houthi traggono il nome dal loro leader, Hussein Badraddin al-Houthi, che è stato ucciso nel settembre 2004 e a cui è succeduto il fratello, Abdul-Malik al-Houthi.
Il gruppo al-Houthi, dipinto di volta in volta come “estremista”, “terrorista”, “reazionario” e “apostata”, è accusato dal Governo di Sana’a di volere ripristinare in Yemen un governo clericale come quello presente nel nord del Paese fino a che non fu rovesciato dalla rivoluzione repubblicana del 1962. Gli al-Houthi, da parte loro, affermano che si stanno difendendo da un “regime dittatoriale e corrotto” che sta tentando di “eliminare la loro dottrina”.
Secondo gruppi umanitari locali, circa 3.000 persone sono state arrestate dalle autorità per il sostegno manifestato agli Houthi durante i cinque anni di conflitto. Di questi, 500 sono detenuti conosciuti. Degli altri non si sa nulla poiché le loro famiglie hanno paura di rendere nota la loro vicenda. Nessuno sa dove si trovino attualmente.
 
Il 6 luglio 2009, il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato presieduto dal giudice Mohsen Mohammed Alwan ha comminato la pena di morte a sette uomini appartenenti a una “banda sovversiva” affiliata agli Houthi operativa nel distretto di Bani-Hushaish, a circa 30 chilometri a nord della capitale Sana’a. Si tratta di Qabos Saeed Ali Saeed al-Muzaihi, Yahia Ali Abdullah Mohammed Noman, Ali Lutf Hazib, Ali Mohsen Mohammed al-Qahm, Ahsan Qasem Ali al-Sheikh, Mohammed Ali Hamoud al-Muzaiji e Ibrahim Mohammed Ali Loqman. La corte ha condannato altri due uomini a dodici anni di carcere, mentre un anno di carcere è stato inflitto ad altri cinque membri del gruppo facente parte dei circa 190 insorti catturati dalle forze di sicurezza nel corso degli scontri scoppiati a Bani-Hushaish nel maggio 2008 e andati avanti per circa tre mesi. Secondo l’accusa gli imputati avevano attaccato le forze governative a Bani-Hushaish per sostenere i ribelli sciiti impegnati nella battaglia con l’esercito yemenita nella provincia settentrionale di Saada.
Il 7 luglio 2009, il tribunale speciale yemenita presieduto dal giudice Mohsen Mohammed Alwan ha condannato a morte altri tre ribelli del gruppo musulmano sciita affiliato agli Houthi, con l’accusa di avere provocato gli scontri con l’esercito avvenuti nel 2008 nel distretto di Bani-Husheish. Altri sei ribelli sono stati condannati a pene comprese tra 5 e 15 anni di carcere per avere partecipato agli scontri.
Il 13 luglio 2009, sei persone riconosciute come membri di Al-Qaeda sono state condannate a morte in relazione a una serie di attentati terroristici contro obiettivi governativi e occidentali. Con le stesse imputazioni, altri 10 uomini – tra cui quattro siriani e un saudita – sono stati condannati a pene detentive comprese tra otto e 15 anni. I 16 imputati avrebbero realizzato una serie di 13 attacchi armati nei due anni precedenti contro obiettivi stranieri, edifici governativi e impianti petroliferi dello Yemen. Tra gli attacchi realizzati, quello del gennaio 2008 che provocò la morte di due turisti belgi, l’attentato di marzo 2008 contro l’ambasciata degli Stati Uniti e il lancio di razzi contro una struttura che ospitava lavoratori americani del settore petrolifero.
Nel solo mese di ottobre 2009, sono stati condannati dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato altri 72 ribelli Houthi, 24 dei quali condannati a morte “per costituzione di banda armata, ribellione, uccisione di cittadini e di soldati”, fatti avvenuti tra il maggio e il luglio del 2008 nel distretto di Bani Hushaish. Il 17 ottobre, il tribunale speciale, presieduto dal giudice Ridhwan al Namir, ha condannato Abdulkader Ali Yahia Abo Talib e Hussein Mohammed Ismail al-Kibsi a morte e altre 10 persone a pene detentive da uno a dodici anni. Il 20 ottobre, la corte penale presieduta dal giudice Mohsen Mohammed Alwan ha condannato a morte altri 10 militanti Houthi, mentre altri 5 sono stati condannati a 15 anni di carcere. Il 27 ottobre, 4 ribelli sono stati condannati alla pena capitale e altri 11 a pene dai 5 ai 15 anni di prigione. “Morte all’America, morte a Israele, maledetti ebrei, evviva l’Islam”, hanno urlato gli imputati da dietro le sbarre mentre il giudice del tribunale speciale Mohsen Alwan pronunciava il verdetto. La corte ha condannato a morte Ismail Mohsen Abdo al-Shokani, Fahd Qaid Naji al-Samin, Hifzullah Ali Mahfoz al-Tihami e Mohammed Hussein Mohammed Murshid al-Shokani. Il 31 ottobre, 8 militanti Houthi sono stati condannati a morte dal giudice del tribunale per la sicurezza dello Stato, Ridhwan al Namir, mentre altri 13 hanno ricevuto condanne dai 3 ai 15 anni. Tutti gli imputati non hanno fatto ricorso in appello, dal momento che non riconoscono l’autorità della corte e dei giudici, l’una e gli altri dipinti come “americani”.
 
Il 3 aprile 2010, al termine di un processo iniziato il 10 gennaio, una corte d’appello dello Yemen ha confermato la condanna a morte inflitta a un uomo per “contatti con un Paese nemico”, per aver comunicato cioè via internet con l’ex premier di Israele Ehud Olmert. Secondo l’accusa, Bassam al-Haidari, detto Abu Ghait, condannato a morte in primo grado nel marzo 2009, “ha preso l’iniziativa di inviare una email al primo ministro dell’entità sionista in cui ha scritto: ‘Noi siamo l’Organizzazione della Jihad islamica, voi siete ebrei. Ma voi siete onesti e noi siamo disposti a tutto’“. Nella risposta ricevuta da Olmert, dice l’atto di accusa, era scritto: “Siamo pronti a sostenervi.” I contatti risalirebbero al periodo compreso tra maggio e settembre 2008. Il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh parlò del caso nell’ottobre 2008, affermando che era stata smantellata una “cellula terroristica” legata, secondo lui, ai servizi segreti israeliani. Israele ha sempre definito le accuse “assolutamente ridicole”. La corte d’appello ha inoltre confermato la pena di tre anni di carcere al primo dei due “complici” di Abu Ghait, Abdalla al-Mahfal, e ridotto da cinque a tre anni quella del secondo, Imad al-Rimi.
 
Stati Uniti d’America
 
Il 21 gennaio 2009, il giorno dopo aver giurato come 44° Presidente degli Stati Uniti, lo staff di Obama ha reso nota una bozza con l’ordine di mettere i sigilli al carcere cubano entro il 2009. Inoltre, su ordine del presidente, i pubblici accusatori dei tribunali di Guantanamo per i crimini di guerra hanno chiesto ai giudici militari di ‘congelare’ per 120 giorni i casi in sospeso. Il Pentagono riesaminerà completamente le procedure per la detenzione dei prigionieri accusati di terrorismo, in attesa di nuove direttive da parte della Casa Bianca. Dello stop a Guantanamo si è avuta notizia quando ancora non si era conclusa la lunga giornata dell’insediamento di Obama alla Casa Bianca. Subito dopo un giudice ha annunciato la sospensione del processo a cinque presunti responsabili delle stragi dell’11 settembre, che era in preparazione nella base americana a Cuba: i cinque rischiano tutti la pena di morte.
Il 21 maggio 2009, Obama ha ribadito l’intenzione di chiudere il carcere militare a Cuba. “La prigione di Guantanamo ha indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e va quindi chiusa”, ha detto il Presidente, aggiungendo però che gli Stati Uniti “non metteranno in libertà alcun detenuto di Guantanamo che si riveli una minaccia per la sicurezza nazionale”. Il presidente ha spiegato che gli attuali 240 detenuti saranno divisi in cinque categorie. Alcuni saranno processati in tribunali ordinari, altri in corti militari speciali, altri ancora saranno trasferiti all’estero o in prigioni di massima sicurezza negli USA. Ma resterà un nucleo di terroristi “che non possono essere processati e che costituiscono un pericolo per la sicurezza”, e non verranno rimessi in libertà né potranno essere sottoposti a processi: verranno sviluppate procedure per valutare cosa fare di loro.
Il 5 ottobre 2009, il governo degli Stati Uniti ha deciso di non chiedere la condanna a morte di un cittadino tanzaniano detenuto nella base di Guantanamo in relazione a due attentati contro ambasciate statunitensi in Africa nel 1998. Il ministro della giustizia USA Eric Holder ha incaricato i pubblici ministeri di non chiedere la pena capitale quando, nel settembre 2010, Ahmed Ghailani comparirà nello Stato di New York davanti al giudice Lewis A. Kaplan. La giustizia statunitense sospetta Ghailani di essere un fabbricante di bombe, un falsario e un collaboratore di Osama bin Laden. I due attentati contro le ambasciate in Tanzania e in Kenia causarono 224 morti, dodici dei quali americani. Il sospetto, catturato in Pakistan nel 2004 e rinchiuso a Guantanamo dal 2006, è stato trasferito negli Stati Uniti nel giugno 2009. E’ il primo detenuto del centro di Guantanamo a essere giudicato in territorio statunitense.
 
Cina
 
Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli USA, il Governo cinese ha usato la lotta al terrorismo come pretesto per aumentare il pugno di ferro contro tutte le forme di dissenso politico o religioso nel Paese. I sospetti separatisti o estremisti religiosi da anni rischiano detenzioni arbitrarie, l’isolamento, la tortura e, al termine di processi iniqui, il carcere o l’esecuzione. In particolare, la Cina fa passare la repressione dei Tibetani e degli Uiguri come lotta contro il terrorismo ed esercita pressioni su Paesi confinanti come il Kirghizistan, il Kazakistan, il Nepal e il Pakistan per costringerli a rimpatriare i militanti dell’etnia uigura, turcofona e musulmana. Molti degli Uiguri rimpatriati hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture, iniqui processi e anche esecuzioni.
 
Arresti e processi per “minaccia alla sicurezza nazionale” sono lievemente diminuiti nel 2009 rispetto ai “livelli storici” raggiunti nel 2008 in vista dei Giochi Olimpici di Pechino, ma sono risultati comunque elevati, secondo le nuove stime prodotte dalla Fondazione Dui Hua che ha esaminato i dati parziali comunicati l’11 marzo 2010 dal Procuratore Generale della Corte Suprema, Cao Jianming, alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Dui Hua valuta che nel 2009 sono state arrestate 1.150 persone e circa 1.050 imputate di reati relativi alla sicurezza nazionale. Secondo la fondazione, l’escalation di arresti negli ultimi due anni riflette il tentativo del governo cinese di tenere sotto controllo regioni come Tibet e Xinjiang, dove hanno avuto luogo rivolte su base etnica, e di reprimere più duramente le opinioni e le associazioni “sovversive”.
 
La lotta al terrorismo si è concentrata in particolare nel Turkestan Orientale (o Xinjiang occidentale), la regione autonoma nord-occidentale in cui vivono otto milioni di Uiguri e che confina con Afghanistan, Pakistan, India e le repubbliche dell’Asia centrale.
Il 15 gennaio 2010, Rozi Ismail, presidente dell’Alta Corte della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, ha reso noto che i processi per “minaccia alla sicurezza nazionale” nel 2009 erano aumentati del 63 per cento rispetto al 2008.
Il 9 aprile 2009, due uomini sono stati giustiziati nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, in relazione all’attentato terroristico dell’agosto 2008 contro la polizia di frontiera, che provocò 17 morti e 15 feriti. Abdurahman Azat, 34 anni, e Kurbanjan Hemit, 29, entrambi di Keshen, erano stati riconosciuti dal locale Tribunale Intermedio del Popolo come autori dell’attacco terroristico del 4 agosto, realizzato con lo scopo di “sabotare” le Olimpiadi di Pechino. Le loro condanne a morte erano state confermate il 18 dicembre 2008 dalla Corte Suprema del Popolo, che li aveva riconosciuti colpevoli di omicidio premeditato e fabbricazione illegale di armi, munizioni ed esplosivi. I due sono stati giustiziati in una località segreta, dopo che le loro condanne a morte sono state annunciate dalle autorità giudiziarie davanti a un pubblico di circa 4.000 persone, riunite nello stadio di Kashgar.
Il 5 luglio 2009, a Urumqi, capoluogo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, sono scoppiate quelle che sono state considerate le più gravi violenze etniche verificatesi in Cina negli ultimi decenni e che hanno coinvolto sia gli Han e gli Uiguri sia le due etnie e la polizia cinese. Una manifestazione pacifica di Uiguri è degenerata in attacchi a membri della comunità Han dopo il duro intervento della polizia. La marcia di protesta degli Uiguri chiedeva giustizia per due membri della loro etnia uccisi il 26 giugno da un gruppo di Han durante uno scontro davanti a una fabbrica di giocattoli a Shaoguan nel sud della Cina. I due operai uiguri immigrati erano stati uccisi nello scontro seguito alla falsa notizia che una operaia di etnia Han era stata violentata.
La Cina ha promesso che sarebbe andata giù dura coi responsabili delle violenze che provocarono almeno 197 morti e 1.721 feriti. Il Presidente Hu Jintao e altri alti dirigenti hanno dichiarato che “organizzatori, chi ha avuto un ruolo chiave nelle violenze e si è macchiato di crimini molto gravi, devono essere puniti severamente”. Fra i responsabili degli scontri etnici, il governo cinese ha subito indicato Rebiya Kadeer, imprenditrice e attivista uigura esule negli USA, la quale ha tuttavia negato ogni responsabilità circa quanto accaduto.
Il 10 ottobre 2009, un tribunale del Guangdong ha condannato a morte un uomo del gruppo etnico maggioritario Han, per il ruolo svolto nella violenza a sfondo razziale che avrebbe provocato poi gli scontri di massa avvenuti in luglio a Urumqi. Il condannato a morte, Xiao Jianhua, era stato accusato di essere l’istigatore della violenza, di aver incitato i suoi colleghi di lavoro cinesi a partecipare all’attacco ai danni dei lavoratori uiguri e di impedire ai medici di curare i feriti. Un altro Han è stato condannato all’ergastolo mentre altri nove hanno ricevuto condanne detentive da 5 a 8 anni. Tre Uiguri sono stati condannati a pene varianti dai 5 ai 6 anni di prigione.
Il 12 ottobre 2009, un tribunale dello Xinjiang ha condannato a morte sei persone nel primo processo relativo agli scontri etnici di luglio. Un altro imputato è stato condannato all’ergastolo. Anche se le autorità non hanno riportato l’etnia di appartenenza dei sette condannati, i loro nomi sono chiaramente uiguri. Abdukerim Abduwayit, Gheni Yusup, Abdulla Mettohti, Adil Rozi, Nureli Wuxiu’r e Alim Metyusup sono stati condannati a morte dalla Corte Intermedia del Popolo di Urumqi per omicidio, incendio e rapina. Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, Tayirejan Abulimit è stato condannato all’ergastolo dopo aver confessato i reati di omicidio e rapina, e aiutato la polizia nella cattura di uno dei sospettati.
Il 15 ottobre 2009, le autorità cinesi hanno condannato a morte altre sei persone in relazione agli scontri etnici avvenuti nel luglio 2009 nella provincia dello Xinjiang. In base al comunicato diffuso dalle autorità dello Xinjiang, le sei condanne capitali, tre delle quali sospese per due anni, sono state pronunciate da un tribunale del capoluogo Urumqi, che ha condannato altre tre persone all’ergastolo e altre cinque a pene detentive più lievi. Tra i condannati a morte c’è un uomo con un nome cinese – Han Junbo – riconosciuto colpevole di aver picchiato a morte un Uiguro. Un altro uomo con nome Han – Liu Bo – è stato condannato a 10 anni di detenzione. In base al comunicato governativo, sei degli altri imputati hanno nomi all’apparenza uiguri, mentre i restanti non sono stati identificati. Uno dei sei condannati a morte, all’apparenza uiguro, è stato riconosciuto colpevole di aver picchiato a morte due persone con un altro degli imputati, e di aver sottratto loro beni, inclusi telefoni cellulari e braccialetti.
Gli Uiguri in esilio hanno condannato duramente le prime sentenze capitali relative ai fatti di luglio, bollandole come “la prima serie di esecuzioni di massa promesse dal governo cinese”. “Gli Uiguri non possono fare altro che confidare che la comunità internazionale impedisca alla Cina di continuare nella repressione violenta del popolo uiguro”, afferma in un comunicato il Congresso Mondiale Uiguro, mentre la sua presidente Rebiya Kadeer ha dichiarato che le condanne capitali serviranno solo a far “arrabbiare ancora di più” la sua gente.
La Francia ha reagito alle sentenze attraverso il portavoce del ministero degli esteri Bernard Valero che ha espresso rammarico per il fatto che “i diplomatici europei non sono stati autorizzati ad assistere ai processi sulle violenze di luglio”.
Il 20 ottobre 2009, la leader uigura in esilio Rebiya Kadeer ha detto di aver appreso che “sono stati giustiziati nove degli 11 Uiguri condannati a morte in Cina [a seguito dei sanguinosi scontri scoppiati il 5 luglio a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang]. “Punire in questo modo persone che hanno dimostrato pacificamente non è necessario”, ha dichiarato la Kadeer all’agenzia di stampa Agence France Presse, nel corso di una visita in Giappone. “In base a nuove informazioni che abbiamo ottenuto, dal 5 luglio al 1° ottobre più di 10.000 Uiguri sono stati arrestati e imprigionati, ma per quanto riguarda quelli che sono morti o che sono stati uccisi nessuno conosce l’esatto numero”, ha aggiunto la Kadeer.
Il 9 novembre 2009, fonti ufficiali cinesi hanno in parte confermato che nove persone erano già state giustiziate in relazione ai disordini nella provincia dello Xinjiang del luglio 2009. La notizia delle esecuzioni è stata diffusa con un dispaccio di poche righe dall’agenzia ufficiale China News Service. Le esecuzioni, si legge nell’agenzia, sono state effettuate dopo l’approvazione da parte della Corte Suprema di Pechino, come prevedono le leggi in vigore in Cina. I nove erano stati condannati per omicidio, saccheggio e altri crimini che avrebbero commesso nel corso delle violenze interetniche del luglio 2009, nelle quali furono uccise quasi 200 persone. “Un primo gruppo di nove persone, che erano state recentemente condannate a morte, sono già state giustiziate una dopo l’altra, con l’approvazione della Corte Suprema”, ha dichiarato alla AFP il portavoce dell’amministrazione dello Xinjiang, Hou Hanmin.
Il 3 dicembre 2009, media statali cinesi hanno reso noto che un tribunale dello Xinjiang ha condannato a morte altre cinque persone per omicidio e altri crimini, commessi nel mese di luglio nell’ambito di scontri etnici. Altre due persone sono state condannate all’ergastolo, ha riportato l’agenzia di stampa Xinhua. La Xinhua ha identificato i cinque condannati a morte – tutti appartenenti all’etnia uigura, a giudicare dai loro nomi – come Memeteli Islam, Mamattursun Elmu, Memeteli Abburakm, Kushiman Kurban e Helil Sadir.
Il 4 dicembre 2009, altre tre persone sono state condannate a morte in relazione agli omicidi e alle devastazioni avvenute durante gli scontri etnici di luglio nella regione occidentale dello Xinjiang. Heyrinisa Sawut, donna di 30 anni originaria di Kashgar, è stata condannata a morte per un omicidio commesso il 5 luglio; Ruzikhari Niyaz è stato riconosciuto colpevole di duplice omicidio, commesso con un piccone; infine Li Longfei avrebbe ucciso con un bastone tre persone il 7 luglio. A giudicare dai loro nomi, i primi due condannati sarebbero di etnia uigura mentre il terzo di etnia cinese Han.
Il 21 dicembre 2009, la Cambogia ha riconsegnato alla Cina un gruppo di 20 Uiguri, inclusi due bambini piccoli, che erano fuggiti dopo gli incidenti di luglio e avevano chiesto asilo tramite la Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati a Phnom Penh. Non è chiaro il loro ruolo nelle violenze nello Xinjiang, ma la Cina li ha definiti ‘criminali’ mentre la Cambogia ha detto di averli estradati perché erano entrati illegalmente nel Paese. “Alcuni di loro sono sospettati di incendio doloso e fabbricazione di esplosivi”, ha dichiarato in una conferenza stampa la portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu. Gruppi per i diritti umani hanno denunciato il loro rimpatrio come una violazione delle convenzioni internazionali sui rifugiati e i richiedenti asilo. Stati Uniti, Nazioni Unite e gruppi umanitari avevano chiesto alla Cambogia di non estradare il gruppo che secondo il portavoce del Ministero degli interni, luogotenente generale Khieu Sopheak, ha lasciato l’aeroporto internazionale di Phnom Penh con un aereo speciale arrivato dalla Cina. Una portavoce dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati ha dichiarato che non aveva finito di valutare la posizione dei singoli Uiguri al fine della concessione dell’asilo e che la loro espulsione costituiva una “grave violazione del diritto internazione sui rifugiati”.
Il 22 dicembre 2009, la Cina ha condannato a morte un altro Uiguro di 19 anni, Mehmet Maheti, per omicidio e rapina. Il ragazzo avrebbe presumibilmente picchiato a morte un uomo d’affari, Yang Quanhong, 41 anni, il 5 luglio e lo avrebbe derubato del cellulare.
Il 23 dicembre 2009, il Tribunale Intermedio di Urumqi ha condannato a morte altre cinque persone in relazione agli scontri di luglio nella regione dello Xinjiang. Altri cinque sono stati condannati a morte con la sospensione della pena per due anni, mentre altri otto sono stati condannati all’ergastolo. A giudicare dai nomi, si tratta di membri della comunità uigura.
Al 7 marzo 2010, erano almeno 198 le persone condannate in relazione alle violenze etniche verificatesi nella regione dello Xinjiang nel luglio 2009, secondo quanto dichiarato dal capo del governo locale, Nur Berkri. “Indagini, imputazioni e processi sono ancora in corso e la cifra finale delle persone condannate è destinata a crescere”, ha aggiunto, precisando che le condanne sono state emesse in 97 casi distinti. Berkri ha rifiutato di chiarire quanti siano gli imputati condannati a morte o giustiziati, tuttavia in base alla stampa ufficiale sono 26 le persone finora condannate a morte e almeno nove quelle già giustiziate, per la maggior parte di etnia uigura, a giudicare dai loro nomi. Berkri ha addebitato la responsabilità degli scontri di luglio a terroristi, separatisti ed estremisti religiosi, negando che le violenze siano legate alle politiche di sviluppo imposte dalle autorità cinesi nella regione. “Ci sono dei secessionisti – ha detto – che non accettano di vedere persone di tutti i gruppi etnici vivere felicemente sotto la guida del Partito Comunista cinese.” “Faranno qualsiasi cosa per sabotare le relazioni tra etnie diverse, stravolgere la storia dello Xinjiang e propagandare le loro idee secessioniste… ma qualunque sarà il metodo usato sono destinati al fallimento.”
 
 
 
 
 
LA PERSECUZIONE DI APPARTENENTI A MOVIMENTI RELIGIOSI O SPIRITUALI
 
Nel 2009 e nei primi mesi del 2010, la repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o di movimenti religiosi o spirituali non riconosciuti dalle autorità, è continuata in Cina, Corea del Nord, Iran e Vietnam.
 
Cina
 
Le autorità cinesi ammettono a parole che la libertà di religione rappresenta un fondamentale diritto umano riconosciuto dalla Costituzione e dai principali trattati internazionali. Nel 2005 è entrata in vigore una legge che il Governo cinese ha presentato come la prima normativa organica in materia di religione adottata a livello nazionale quale “significativo passo avanti nella protezione della libertà di religione dei cittadini cinesi”.
Tuttavia è continuata la repressione nei confronti di movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato: protestanti e cattolici, musulmani uiguri e buddisti tibetani. Il Governo ha continuato anche la repressione dei movimenti che considera “culti”, in particolare il Falun Gong.
Il grado di libertà di culto è diverso a seconda delle regioni. Per esempio, nello Xinjiang vi è un controllo ferreo sui musulmani mentre nel resto del Paese godono di una maggior libertà. Lo stesso vale per i buddisti della Mongolia Interna e del Tibet rispetto a quelli di altre zone. Nell’Henan sono stati perseguitati in particolare i protestanti, mentre nell’Hebei i cattolici legati al Vaticano.
Secondo le norme sulle attività religiose, i luoghi in cui si esercita il culto devono essere autorizzati dal Governo e le forze dell’ordine sono spesso intervenute in abitazioni private dove si radunavano dei credenti per interrompere le funzioni con la scusa che disturbavano i vicini o arrecavano disordini sociali a volte anche arrestando i partecipanti e diffidandoli dal riunirsi nuovamente in quel luogo. A volte chi dice messa subisce duri trattamenti come la detenzione, veri e propri arresti e condanne alla rieducazione o al carcere. E anche in questo caso la repressione è stata diversa a seconda delle aree.
Pechino permette la pratica del protestantesimo solo all’interno del Movimento delle tre autonomie (MTA), nato nel 1950 dopo la presa del potere di Mao e l’espulsione dei missionari stranieri e dei leader delle Chiese anche cinesi. Le statistiche ufficiali dicono che in Cina vi sono 10 milioni di protestanti ufficiali, tutti uniti nel MTA. I protestanti non ufficiali, che si radunano nelle “chiese domestiche” non registrate, sono stimati oltre 50 milioni.
 
Con la nomina nel maggio 2006 di Zhang Qingli a capo del potere politico cinese in Tibet la repressione è aumentata, anche per la sua determinazione a combattere “fino alla morte” il Dalai Lama e a sconfiggere entro 5 anni il “separatismo” tibetano. Il primo gennaio 2007, sono entrate in vigore le nuove “misure per la regolamentazione delle questioni religiose” approvate il 26 settembre 2006 dalla Commissione governativa permanente per il Tibet, le quali anziché garantire la libertà di religione rafforzano i poteri dei funzionari cinesi nella restrizione, controllo e repressione del proprio credo.
La più importante protesta tibetana anti-cinese degli ultimi decenni, iniziata il 10 marzo 2008 in occasione del 49° anniversario della rivolta tibetana del 1959 contro il dominio cinese, è stata duramente repressa dalle autorità cinesi. Le autorità tibetane in esilio hanno compilato una lista del totale di morti, feriti e arrestati o detenuti tibetani determinato in occasione delle proteste nelle tre province tradizionali del Tibet, dal 10 marzo al 31 maggio 2008. Questi dati, basati su informazioni e notizie stampa raccolti da diverse fonti, mostrano che 209 persone sono state uccise, 1.000 ferite, più di 5.972 detenute.
 
L’8 aprile 2009, un tribunale cinese ha condannato a morte quattro persone in relazione a tre casi di “incendi fatali”, appiccati durante le rivolte del marzo 2008 a Lhasa. Due delle quattro condanne capitali sono state sospese per due anni. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli degli incendi di cinque negozi – ha detto un portavoce del Tribunale Intermedio del Popolo di Lhasa – in cui sette civili rimasero uccisi. I condannati a morte sono stati identificati come Lobsang Gyaltsen e Loyak, mentre Tenzin Phuntsog e Kangtsuk sono stati condannati a morte con pena sospesa. Una quinta persona, Dawa Sangpo, è stata condannata all’ergastolo. Per il portavoce, i giudici hanno applicato il principio del “temperare la giustizia con la clemenza”, esercitando “grande cautela nell’uso della pena di morte”. “I due condannati a morte hanno commesso crimini estremamente gravi e devono essere giustiziati per placare la rabbia della gente”, ha aggiunto. Le autorità giudiziarie assicurano che i processi si sono svolti a porte aperte e nell’assoluto rispetto del codice di procedura penale cinese. Il Tribunale avrebbe messo a disposizione degli imputati degli interpreti tibetani. “I diritti degli imputati sono stati pienamente rispettati, così come le loro consuetudini e dignità”, ha dichiarato il portavoce.
Il 14 aprile 2009, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia (TCHRD) ha espresso la sua profonda preoccupazione per il primo caso conosciuto di condanne a morte emesse dal Tribunale Intermedio del Popolo di Lhasa per i fatti di Lhasa del marzo 2008. Il Centro ha esortato le autorità cinesi a commutare le condanne a morte dei due tibetani, Lobsang Gyaltsen e Loyak. Il centro ha messo in dubbio anche l’imparzialità delle procedure legali e il rispetto degli standard internazionali sui processi equi e il trattamento dei detenuti che sono stati sotto custodia per più di un anno prima del verdetto.
Il 21 aprile 2009, il giornale filogovernativo Tibet Daily ha riportato che il Tribunale Intermedio del Popolo di Lhasa ha condannato a morte con due anni di sospensione della pena una ragazza tibetana e altre due a lunghe pene detentive per aver appiccato incendi a due negozi che causarono la morte di sei persone, durante le rivolte di Lhasa del marzo 2008. La donna condannata a morte è stata identificata come Penkyi, una ventenne residente nel villaggio di Norbu, distretto di Dogra nella contea di Sakya, mentre le altre due sono state identificate come Penkyi, 23 anni, residente nel villaggio di Thantoe, distretto di Margkyang nella contea di Nyemo, condannata all’ergastolo, e Chime Lhamo, 20 anni, del villaggio di Sholtoe, distretto di Namling nella contea di Shigatse Namling, condannata a 10 anni di reclusione.
Il 22 ottobre 2009, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia (TCHRD), con sede a Dharamsala, in India, ha comunicato che due giorni prima erano stati giustiziati a Lhasa “almeno quattro” dei tibetani condannati a morte nell’aprile 2009 in relazione alle proteste anti-cinesi avvenute nel 2008 nel capoluogo tibetano. Anche il Governo tibetano in esilio aveva confermato la notizia e, secondo quanto pubblicato sul suo sito, precisato i dati anagrafici dei quattro che sarebbero stati messi a morte a Lhasa il 20 ottobre: Lobsang Gyaltsen, 27 anni, nato a Lhasa; Loyak, 25 anni, di Tashi Khang, municipalità di Shol, Lhasa; Penkyi, 21 anni, nata nella Contea di Sakya, e un’altra persona non identificata. In base a fonti riportate dal TCHRD il cadavere di Lobsang Gyaltsen è stato restituito alla sua famiglia ed è stato in seguito immerso nel Fiume Kyichu.
Il 27 ottobre 2009, le autorità cinesi hanno confermato la notizia dell’esecuzione soltanto di Lobsang Gyaltsen e Loyak, riconosciuti come responsabili di incendi dolosi avvenuti nel marzo 2008 nel capoluogo tibetano. “I due criminali – ha detto in conferenza stampa il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Ma Zhaoxu – sono stati riconosciuti colpevoli in due gradi di giudizio e (la loro esecuzione) è stata rivista e approvata dalla Corte Suprema.” Secondo il portavoce “i diritti degli imputati sono stati pienamente garantiti... i loro avvocati hanno potuto esprimersi liberamente, inoltre sono stati forniti loro degli interpreti tibetani”.
In base a una notizia online di Radio Free Asia, pubblicata il 16 novembre 2009, a Lobsang Gyaltsen sarebbe stata concessa una visita della madre prima dell’esecuzione. “Non ho nulla da dire se non di prenderti cura di mio figlio e di mandarlo a scuola”, avrebbe detto il condannato alla madre.
Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha documentato i casi noti di 334 tibetani condannati nel 2008-2009 in relazione alle proteste anti-cinesi del 2008, ma il dato clamoroso è quello di 1.717,5 anni di carcere comminati complessivamente ed escludendo le sentenze capitali, le condanne a morte con sospensione e quelle all’ergastolo. Se dovessero far fede le sole notizie diffuse dalla stampa ufficiale cinese, il conteggio si fermerebbe a un totale di 81 tibetani condannati.
Il 26 maggio 2010, il Tribunale Intermedio del Popolo di Lhasa ha condannato a morte il tibetano Sonam Tsering, 23 anni, con pena sospesa per due anni, in relazione alle rivolte in Tibet del 2008. La notizia della condanna è stata diffusa dal Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia, secondo cui Sonam, che è originario di Ganzi, è il settimo tibetano a essere condannato a morte per le rivolte, inclusi due già giustiziati.
 
Il Governo ha continuato nella repressione dei cosiddetti “culti”, in particolare nei confronti dei praticanti del Falun Gong, i quali hanno continuato a subire arresti e detenzioni, e vi sono attendibili prove di persone morte a causa di torture e abusi subiti. I praticanti che si rifiutano di abiurare spesso subiscono dure punizioni in carcere, condanne alla rieducazione in campi di lavoro e in campi extra-giudiziari.
I documenti sugli abusi sono difficili da confermare all’interno del Paese per un gruppo che non svolge attività pubblica. Aderenti al Falun Gong che si trovano all’estero affermano che, a partire dalla dura repressione avviata nei loro confronti nel 1999, centinaia di migliaia – se non milioni – di praticanti sono ancora sotto custodia nei campi di lavoro o in prigione, il che farebbe di loro la più grande comunità di prigionieri di coscienza del Paese. Decine di migliaia hanno subito torture per mano della polizia e degli agenti della sicurezza. Sono 3.369 gli aderenti di cui è nota l’identità che dal 1999 hanno perso la vita per i maltrattamenti subiti in stato di custodia o per altre forme di persecuzione. Ad opera in particolare del famigerato “ufficio 610”, un ricettacolo di torture, confessioni forzate e abusi compiuti da agenti della sicurezza.
Il “Falun Dafa Information Center” ha avuto notizia di 2.230 praticanti “condannati” nel 2009 alla reclusione nei campi di prigionia a seguito di processi farsa o spediti con solo provvedimento amministrativo nei campi di “rieducazione attraverso il lavoro”, mentre sono 109 gli aderenti al Falun Gong morti nel 2009 per via della tortura o di altri maltrattamenti subiti sotto custodia.
 
Corea del Nord
 
In base alla sua Costituzione, la Corea del Nord tutela la libertà religiosa, ma in realtà il regime comunista ha autorizzato solo quattro chiese statali – una cattolica, due protestanti e una russa-ortodossa – che sono limitate solo alle esigenze di cittadini stranieri. Chi viola tale restrizione è accusato di spionaggio o attività anti-governativa, e pratiche religiose clandestine comportano discriminazioni, l’arresto, la detenzione e anche l’esecuzione.
Almeno 30.000 nord-coreani praticano il cristianesimo di nascosto, e per questo circa 6.000 cristiani sono imprigionati nel “Campo N. 15” nel nord del Paese.
 
Il 16 giugno 2009, Ri Hyon-ok, una donna di 33 anni madre di tre figli, è stata giustiziata pubblicamente per avere “distribuito Bibbie”. La notizia è stata diffusa il 24 luglio dagli attivisti sud-coreani della “Commissione d’inchiesta sui crimini contro l’umanità”, con sede a Seul. La donna è stata anche accusata di essere una spia “al soldo degli USA e della Corea del Sud” e di aver incitato il “popolo alla sovversione”. Il giorno dopo l’esecuzione, che sarebbe avvenuta nella città nord-occidentale di Ryongchon, il marito e i tre figli della donna sarebbero stati spediti in un campo di detenzione vicino alla città di Hoeryong, presso la frontiera con la Cina.
 
Iran
 
La repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o di movimenti religiosi o spirituali non riconosciuti dalle autorità, in particolare, della comunità Baha’i, esclusa dalla vita pubblica, discriminata e perseguitata, è continuata in Iran anche nel 2009.
Il 3 gennaio 2009, l’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale FARS ha riportato che un seguace della fede Baha’i è stato giustiziato dopo che la figlia ha detto di essere stata stuprata da lui. La FARS non ha reso noti i dettagli sul processo e non è chiaro quando l’uomo, identificato come Houshang Khodadad, sia stato impiccato. I Baha’i sostengono essere centinaia i seguaci imprigionati e giustiziati dalla rivoluzione iraniana del 1979. Il governo nega di aver incarcerato o giustiziato persone per la loro religione. “E’ stato giustiziato a Torbat-e Heydarieh (nell’Iran orientale) dopo che sua figlia lo ha accusato di stupro”, ha detto l’agenzia, aggiungendo che le accuse includevano stupro e incesto.
Il 12 luglio 2009, un seguace della religione Ahl-e Haq (una congregazione sciita seguace del primo Imam Ali) è stato giustiziato a Orumieh, città nel nord-ovest dell’Iran. In base alla notizia comparsa sulla newsletter studentesca dell’Università Amir Kabir, Yunis Aqayan era stato arrestato dalle forze di sicurezza nel 2004 e condannato a morte dopo essere stato riconosciuto come mohareb (nemico di Dio). Aqayan era originario della città di Miandoab, nella provincia dell’Azerbaijan occidentale.
 
Vietnam
 
Il governo riconosce ufficialmente i buddisti, i cattolici, i protestanti, gli Hao Hao, i Cao Dai e le organizzazioni religiose musulmane. Congregazioni individuali, createsi all’interno di ognuno di questi gruppi, devono essere a loro volta registrate. I leader, i credenti o le organizzazioni di religioni diverse dal buddismo, protestantesimo, Hao Hao, Cao Dai non rientrano nelle associazioni religiose approvate dal governo.
 
Particolarmente dura è continuata a essere la repressione nei confronti dei Montagnard, la minoranza etnica di religione cristiana che abita gli altipiani centrali. Il governo vietnamita cerca di reprimere in modo particolare questa minoranza etnica, accusata di credere in una “religione americanista” e di avere cooperato con le truppe statunitensi durante la guerra in Vietnam. Secondo i dati della Fondazione Montagnard, che opera da anni per la libertà religiosa della “popolazione degli altipiani” e ne segue costantemente la situazione, sono “centinaia” i cristiani montagnard di etnia Degar che si trovano tuttora in prigione, i quali possono scegliere se rinnegare la fede o emigrare in Cambogia.
Il 7 gennaio 2009, Siu Krot, un cristiano Degar di 65 anni, è stato brutalmente assassinato da civili e agenti della sicurezza. Al mattino presto, recatosi al lavoro nel campo di sua proprietà, non troppo lontano dal suo villaggio, Siu ha trovato nella sua capanna una decina di civili e una coppia di agenti della sicurezza che lo aspettavano per chiedergli di vendere il suo terreno, come avevano chiesto altre volte. Quando l’uomo ha rifiutato la proposta, lo hanno portato a 3 km. dal terreno e lo hanno ucciso con colpi di machete alla testa, al naso e al petto. Poi hanno legato una grossa pietra al cadavere e lo hanno gettato nel fiume. La mattina dopo, non avendolo visto rientrare, la famiglia si è recata al campo per cercarlo. Arrivati nei pressi del fiume, sono stati fermati dalla polizia, e hanno visto che un medico stava facendo l’autopsia al suo cadavere sulla riva. Il medico ha estratto dal corpo tutti gli organi interni, cuore, intestino e fegato, li hai poi ributtati dentro e ha detto alla famiglia di portarlo via per la sepoltura.
Il 13 marzo 2009, il governo vietnamita ha demolito la prima chiesa Degar che sia mai stata costruita negli Altipiani Centrali. Lo storico edificio era ubicato a Buon Ale “A” nella città di Buonmathuot. Da questa chiesa, il Cristianesimo si è diffuso in tutti gli Altipiani convertendo centinaia di migliaia di membri della comunità Degar, che considera questa chiesa come casa propria oltre che un luogo sacro.
L’11 aprile 2009, le forze governative hanno distrutto col fuoco un’altra chiesa cristiana situata nel villaggio di Plei Todrah, comune di Ro Pang, distretto di Amang Yang nella provincia di Pleiku. Dopo di che, l’11 giugno, forze di sicurezza e funzionari governativi sono ritornati al villaggio e hanno obbligato gli abitanti a partecipare a una riunione nella quale sono stati minacciati d’arresto se avessero raccontato come la chiesa era stata distrutta. Le forze di sicurezza gli hanno promesso del denaro per costruire una nuova chiesa se avessero firmato un documento con il quale si impegnavano a seguire una religione riconosciuta dallo Stato. Il 14 giugno il governo ha dato loro 200 dollari americani, ma nessuno ha firmato il documento.
L’11 marzo 2010, un cristiano Montagnard di trentanni di nome K’pa Lot è morto a causa di maltrattamenti e torture subiti in carcere. Originario del villaggio di Plei Thoh, comune di Nhan Hoa, distretto di Cu Se nella provincia di Gia Lai, K’pa Lot era stato arrestato il 20 maggio 2007 e imprigionato nella provincia di Phu Yen per aver apertamente sostenuto la libertà religiosa. In previsione di una morte per emorragia interna, due giorni prima era stato ricoverato in ospedale a Pleiku, dove ha ricevuto la visita dei famigliari che lo hanno trovato in condizioni tali da non riconoscerlo. Era tumefatto e coperto di lividi su tutto il corpo e sulla faccia. Non poteva muoversi o mangiare e parlava a mala pena. K’Pa Lot ha sussurrato qualcosa alla moglie nel loro dialetto dicendo che veniva maltrattato e picchiato praticamente tutti i giorni dagli agenti di custodia. Dopo il suo decesso, i funzionari della sicurezza hanno obbligato la famiglia a seppellire velocemente il cadavere, dicendo che ne aveva bisogno a causa dei suoi peccati. Inutili i pianti e le preghiere dei famigliari che volevano portarselo a casa per una degna sepoltura.
 
 
 
 
PENA DI MORTE PER REATI POLITICI E DI OPINIONE
 
Nel 2009 e nei primi mesi del 2010, condanne a morte o esecuzioni per motivi essenzialmente politici si sono verificate in Corea del Nord, Iran e Vietnam.
 
 
Corea del Nord
 
Il codice penale nord-coreano prevede la pena di morte obbligatoria per attività “in collusione con gli imperialisti” volte a “sopprimere la lotta di liberazione nazionale”. La pena di morte può essere inoltre applicata per “divergenza ideologica”, “opposizione al socialismo” e “crimini controrivoluzionari”.
In base a questi “reati” il regime comunista ha continuato a giustiziare prigionieri politici, oppositori pacifici, disertori o transfughi rimpatriati, ascoltatori di trasmissioni estere, possessori di materiale stampato cosiddetto “reazionario”.
Alla fine del 2004, funzionari dello spionaggio sudcoreano, il National Intelligence Service (NIS), hanno confermato che il 29 aprile 2004 la Corea del Nord ha rivisto il suo codice penale. In base al nuovo codice, i nordcoreani riconosciuti colpevoli di attività sovversive contro il governo rischiano la pena di morte o l’ergastolo da scontare in uno dei famigerati campi di lavoro del Paese. Prima la pena era di dieci anni ai lavori forzati o la pena di morte. I disertori, definiti come “quelli che tradiscono la madrepatria e scappano in altri Stati”, in precedenza erano incarcerati fino a dieci anni. Questo limite massimo è stato cambiato e potrebbero essere incarcerati a vita o giustiziati, anche se in base alla nuova legge, devono essere condannati a un minimo di cinque anni.
 
Nel novembre 2008, durante la cerimonia a Seul di fondazione della “Campagna Corea del Nord Libera” è stata spiegata l’esistenza di sei campi di prigionia politica nella Corea del Nord: N° 14 (Kaecheon, Provincia del Sud Pyongan), N° 15 (Yoduk, Provincia del Sud Hamkyung), N° 16 (Myunggan, Provincia del Nord Hamkyung), N° 18 (Kaecheon, Provincia del Nord Pyongan), N° 22 (Hoiryeong, Provincia del Nord Hamkyung), N° 25 (Chongjin, Provincia del Nord Hamkyung). I campi di prigionia politica sono divisi in “Zona Rivoluzionaria”, dove vengono imprigionati famigliari e complici dei prigionieri politici e che possono essere rilasciati dopo un periodo di detenzione, e in “Zona Completamente Controllata”, dove i ‘criminali’ sono imprigionati a vita.
Il 17 ottobre 2009, un parlamentare sud-coreano ha confermato che in Corea del Nord sono ancora attivi sei campi di prigionia di stile stalinista in cui sono detenute 154.000 persone. Yoon Sang-Hyun, del Grande Partito Nazionale al governo, ha detto che fino alla fine degli anni ‘90 i campi di concentramento nord-coreani erano 10, con circa 200.000 detenuti, e che in seguito alla pressione della comunità internazionale ne sono stati chiusi quattro. “Attualmente ci sono 154.000 detenuti in sei di questi campi”, ha detto Sang-Hyun, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Yonhap. Il deputato ha citato un rapporto del governo presentato all’Assemblea Nazionale. Secondo quanto riportato, Seul sarebbe a conoscenza di questi campi dal 2005 ma non ha mai fatto circolare la notizia per timore di danneggiare le relazioni inter-coreane, ha scritto il quotidiano Dong-A.
La Corea del Nord nega di incarcerare prigionieri politici. I media ufficiali dicono che non esistono problemi di diritti umani nello Stato comunista dove tutti conducono “una vita tra le più dignitose e felici”.
I detenuti nei gulag sono costretti a lavorare oltre 10 ore al giorno, non hanno alcuna assistenza medica e ricevono una razione di cibo che va dai 100 ai 200 grammi, mentre la razione di cibo per i bambini fino a 4 anni, stabilita dalla Corea del Nord, è di 234 grammi. Tra i detenuti non ci sono solo oppositori politici ma anche cittadini comuni puniti per aver fatto osservazioni irriguardose nei confronti del leader Kim Jong-Il. I prigionieri politici sorpresi in un tentativo di fuga vengono giustiziati sul posto davanti agli altri detenuti e le donne vengono spesso stuprate, ha riportato il quotidiano Dong-A.
 
Nel 2010, la Corea del Nord ha inasprito le pene verso quanti cercano di fuggire dal Paese. Di norma le condanne variano da un minimo di sette a un massimo di 15 anni nei campi di “rieducazione”, delle vere e proprie prigioni.
Il 22 gennaio 2010, il Daily NK, blog on line che raccoglie testimonianze degli esuli del Nord, ha rivelato che le autorità nord-coreane hanno eseguito tre condanne a morte, spedito tre membri di una famiglia in un campo per detenuti politici e confinato un’altra famiglia nella provincia rurale di Yangkang, perché avrebbero tentato di fuggire dal Paese. Il giro di vite sarebbe parte della “Battaglia dei 50 giorni”, lanciata dal governo Pyongyang per “ripristinare l’ordine nella società”, sradicare possibili focolai di rivolte e impedire le fughe. L’ordine sarebbe stato emesso il 2 gennaio dalla Commissione di difesa nazionale, presieduta dal “Caro Leader” Kim Jong-il. Secondo fonti nord-coreane, i giustiziati sono Jeong Dae Sung, 35 anni, la moglie Lee Ok Geum, 32 anni, e un amico di famiglia, Song Gwang Cheol, tutti originari di Hyesan, cittadina della provincia di Ryanggang, al confine con la Cina. Tre parenti della coppia sono rinchiusi in un campo di prigionia per detenuti politici; i familiari di Song, invece, hanno ricevuto il provvedimento di confino. Nel luglio 2009 Jeong era scappato in Cina insieme alla moglie, la madre e le due figlie, di tre e sette anni. Un mese più tardi i fuggitivi sono stati intercettati dalla polizia cinese mentre cercavano di raggiungere la Mongolia, da dove sarebbero ripartiti alla volta della Corea del Sud. Scoperti dalle autorità, sono stati rimpatriati in Corea del Nord. Jeong e la moglie sono finiti in una prigione, sotto la custodia degli agenti della National Security Agency (NSA). La madre e le figlie hanno fatto ritorno a casa. In seguito alla confessione dell’uomo, gli agenti della NSA hanno arrestato anche Song Gwang Cheol, perché avrebbe favorito la loro fuga. L’esecuzione della condanna è avvenuta in una località segreta. Fonti interne al Paese hanno riferito che i condannati “sono stati giustiziati in segreto” e i cadaveri “non sono stati restituiti alle famiglie”. Il 16 gennaio le forze di sicurezza della provincia di Yangkang hanno prelevato i parenti delle vittime: i familiari di Jeong sono finiti in una prigione per detenuti politici; i parenti di Song esiliati nell’area rurale di Gapsan.
Il 4 marzo 2010, la Open Radio for North Korea (ORNK), un’emittente di base nella capitale sudcoreana che permette di inviare oltre confine messaggi tramite le onde corte, ha denunciato che un cittadino della Corea del Nord era stato giustiziato in pubblico a fine gennaio mediante plotone di esecuzione dopo che era stato scoperto tenere sistematici contatti telefonici con un rifugiato residente al Sud, al quale riferiva, tra l’altro, il prezzo del riso e altre informazioni sulle condizioni di vita nel Paese comunista. Secondo le informazioni riferite dalla radio, che ha citato una fonte in Corea del Nord, l’uomo, un operaio presso una fabbrica di munizioni nella città nordorientale di Hamheung identificato col nome di Chong, era stato scoperto in possesso di un telefono cellulare di provenienza cinese, con il quale – secondo le accuse – avrebbe tenuto contatti regolari con un cittadino rifugiatosi anni fa al Sud. L’uso del cellulare nel Paese comunista è fortemente limitato anche se il regime ha introdotto nel 2008 una rete avanzata con il lancio della compagnia di telecomunicazione mobile Koryolink, in partnership con Orascom Telecom, il gruppo del magnate egiziano Naguib Sawiris che controlla Wind in Italia. I nordcoreani che riescono a fare telefonate all’estero, sfuggendo ai controlli, sfruttano le reti nella vicina Cina: la ORNK ha stimato che più di 10.000 cittadini del Nord che vivono al confine sono in possesso di telefoni cellulari cinesi.
 
Iran
 
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche nel 2009. Ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti dei giustiziati per reati comuni – in particolare per droga – o per “terrorismo”, possano essere in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.
 
La provincia del Khuzestan, dove l’etnia araba di religione sunnita rappresenta la maggioranza, è stata teatro di una dura repressione nel corso del 2007, in relazione anche agli attentati dinamitardi che si sono verificati nella città di Ahwaz nel 2005, una violenza che è esplosa in seguito alla rivelazione di un piano del governo volto a ridurre la percentuale di popolazione araba di etnia ahwazi nella provincia. Al di là della propaganda di Teheran, la maggior parte dei movimenti ahwazi non sono separatisti violenti. Essi vogliono innanzitutto non discriminazione, diritti culturali, giustizia sociale e autogoverno regionale, non l’indipendenza.
Il 6 ottobre 2009, l’agenzia IranPress e il gruppo Attivisti per i Diritti Umani in Iran hanno riferito che sette arabi Ahwazi erano stati condannati a morte in segreto dal Tribunale Rivoluzionario della città di Ahwaz. L’Organizzazione Ahwazi per i Diritti Umani (AHRO) ha identificato i condannati a morte come Ali Saedi, 25 anni, Valid Naisi, 23, Majid Fardipour (Mahawi), 26, Da’iar Mahawi, 50, Maher Mahawi, 21, Ahmad Saedi, 28, Yousef Leftehpoor, 25, alcuni dei quali noti attivisti per i diritti culturali della minoranza ahwazi. Altre due persone, Sayed Morteza Musawi e Adnan Biat, sono state condannate rispettivamente a due anni e tre anni e mezzo di reclusione. Arrestati nell’agosto del 2007, i nove uomini sono stati imprigionati per mesi in isolamento nel carcere Karoon di Ahwaz, dove molti prigionieri politici ahwazi sono stati torturati e giustiziati. Tutti e nove sono stati inizialmente accusati di essersi convertiti dallo sciismo al sunnismo, in seguito sono stati accusati in relazione all’omicidio, avvenuto nel giugno 2007, del religioso sciita Hashem Saimari, nonché di “agire contro la sicurezza nazionale”. Saimari era noto per la sua violenta retorica contro i musulmani sunniti, che accusava di eresia. Era stato coinvolto nel reclutamento di giovani ahwazi nelle forze paramilitari Bassij, oltre a essere il portavoce locale del regime iraniano. Imam della moschea Zahraa del distretto al-Hey Thawra di Ahwaz, Saimari sarebbe stato inoltre legato ai servizi segreti iraniani. Nessun gruppo ahwazi ha mai rivendicato l’omicidio e nessuna prova è stata trovata a sostegno delle accuse contro gli arrestati, i quali hanno negato ogni coinvolgimento nella lotta armata e nell’omicidio. Come è tipico delle procedure del Tribunale Rivoluzionario contro i dissidenti – denunciano gli attivisti ahwazi – agli imputati è stato negato l’accesso a un avvocato.
 
Anche la provincia sud-orientale iraniana del Sistan-Baluchistan è stata teatro di una dura repressione nei confronti della dissidenza baluci di religione sunnita che ha portato a un aumento delle esecuzioni nel corso dell’anno.
Il 3 marzo 2009, due uomini sono stati impiccati di mattina presto nel carcere di Zahedan. Ne ha dato notizia l’agenzia di stampa governativa ILNA, che ha identificato i due giustiziati come Salaheddin Seyedi e Khalilollah Zarei. I due erano stati accusati di essere mohareb (nemici di Dio) e “corrotti sulla Terra”, termini che il regime iraniano usa in genere per indicare chi conduce la lotta armata contro le autorità della Repubblica Islamica. Seyedi e Zarei avrebbero fatto parte del gruppo armato Jundullah, guidato dall’emiro Abdolmalek Rigi, in lotta contro le autorità iraniane nella provincia del Sistan-Baluchistan per difendere i diritti dei musulmani sunniti in Iran.
 
Anche nel Kurdistan iraniano, condanne a morte ed esecuzioni si sono susseguite nei confronti di oppositori politici accusati di “azioni contro la sicurezza nazionale” e di “contatti con organizzazioni sovversive”. Gruppi di resistenza kurdi come il Partito Democratico del Kurdistan in Iran (KDPI) e Komalah, che rivendicano maggiori diritti economici, democratici e culturali per i kurdi iraniani, hanno ingaggiato scontri armati con i Guardiani della Rivoluzione della Repubblica Islamica.
L’11 novembre 2009, il prigioniero politico curdo Ehsan (Esmail) Fattahian, 28 anni, è stato impiccato di mattina nella prigione di Sanandaj, capoluogo della provincia del Kurdistan iraniano. Ehsan aveva avviato lo sciopero della fame e della sete come protesta per la sua condanna a morte. E’ stato riconosciuto essere un mohareb (in guerra contro Dio) e legato a un gruppo curdo armato clandestino, che si pensa sia il Kurdistan Independent Life Party (PJAK). Fattahian era stato arrestato tra aprile e agosto 2008, subendo torture durante il periodo di detenzione. La prima sezione del Tribunale Rivoluzionario di Sanandaj lo aveva condannato a 10 anni di carcere “da scontare in esilio”, dopo un processo in cui gli è stata negata la presenza di un avvocato. Contro il verdetto si erano appellati sia Fattahian che il procuratore e nel gennaio 2009 la quarta sezione della Corte di Appello del Kordestan ha ribaltato il verdetto iniziale. La condanna capitale è stata in seguito confermata anche dalla Corte Suprema iraniana. Le numerose campagne di gruppi locali e internazionali per i diritti umani, che hanno chiesto all’Onu e alla UE e alla comunità internazionale di esercitare pressioni sulle autorità al fine di fermare l’esecuzione di Ehsan, non hanno dato alcun risultato.
Il 6 gennaio 2010, il prigioniero politico curdo Fasih (Fateh) Yasmini è stato impiccato a Khoy senza che il suo avvocato fosse stato avvisato. L’uomo era stato arrestato per degli scontri tra il PJAK e le forze di sicurezza iraniane avvenuti nel villaggio di Hendavan, vicino Khoy, a febbraio 2008. Non si sa se Fasih fosse realmente coinvolto negli scontri. Le autorità non hanno restituito il corpo alla famiglia.
Il 18 febbraio 2010, cinque persone sono state giustiziate in pubblico a Orumieh per collaborazione con l’organizzazione “terroristica” PJAK. Gli uomini sono stati giustiziati sui tettini delle macchine della polizia nella piazza della città. I corpi sono stati restituiti alle famiglie due giorni dopo le esecuzioni.
Il 9 maggio 2010, cinque attivisti curdi, tra i quali una donna, accusati di aver commesso attentati e atti di terrorismo, sono stati impiccati all’alba nella prigione Evin di Teheran. Lo ha annunciato l’agenzia IRNA secondo la quale i cinque erano accusati di “legami con gruppi antirivoluzionari e atti terroristici compresi attentati contro edifici governativi e pubblici in città iraniane”. L’agenzia non ha precisato a quali date e città si faccia riferimento nel comunicato dell’ufficio del procuratore di Teheran, secondo cui i cinque, condannati nel 2008 come mohareb, sarebbero affiliati a diversi gruppi di opposizione curdi, incluso il PJAK. I giustiziati sono indicati con i nomi di Shirin Alam-Houli, Ali Heydarian, Mahdi Islamian, Farzad Kamangar e Farhad Vakili. Le autorità iraniane hanno rifiutato di restituire alle loro famiglie i corpi dei militanti curdi giustiziati e li hanno sepolti in un luogo segreto.
 
Il 28 novembre 2009, un prigioniero politico iraniano è stato condannato all’impiccagione per aver sostenuto l’Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo dell’Iran. Si tratta di Ayoub Porkar, 46 anni, la cui condanna capitale è stata pronunciata dal giudice Pour-Abbasi al termine di un processo a porte chiuse in cui l’imputato non ha potuto difendersi né disporre di avvocati difensori. Porkar, detenuto nel carcere di Evin a Teheran, avrebbe anche subito delle torture fisiche e psicologiche nel corso della detenzione.
 
Il 17 giugno 2009, Mohammadreza Habibi, procuratore generale della provincia di Isfahan, ha minacciato la pena di morte per gli organizzatori delle manifestazioni di piazza contro i risultati truffaldini delle elezioni presidenziali del 12 giugno che hanno portato alla riconferma di Mahmoud Ahmadinejad. Lo ha riportato l’agenzia iraniana FARS. “Mettiamo in guardia i pochi elementi controllati dall’estero che cercano di turbare la sicurezza nazionale incitando alla distruzione e agli incendi, che il codice penale islamico per queste persone che muovono guerra a Dio prevede la morte”, ha sostenuto Habibi.
Nei processi farsa seguiti alle manifestazioni contro il regime, centinaia di persone sono state portate davanti al tribunale della rivoluzione di Teheran. Senza avvocati, senza la presenza di familiari, senza giornalisti, sono stati costretti a confessare la propria colpevolezza, per aver “tradito” il proprio Paese.
Nel corso del 2009 sono state emesse le prime condanne a morte per la partecipazione alle dimostrazioni antigovernative del giugno 2009 e, al 15 maggio 2010, ha annunciato il procuratore di Teheran, in tutto 217 sentenze erano state già confermate dalle corti d’appello.
Nel 2010 sono state effettuate le prime esecuzioni.
Il 28 gennaio 2010, l’Iran ha giustiziato due uomini che erano stati arrestati durante le proteste scoppiate dopo le elezioni presidenziali. Secondo l’agenzia ufficiale ISNA, Mohammadreza Alizamani, 37 anni, e Arash Rahmanpour, 19, erano mohareb (nemici di Dio), membri dell’organizzazione filo-monarchica “Tondar” e avevano ordito un complotto anti-regime. Sarebbero le prime esecuzioni legate alle condanne per i disordini seguiti alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad: i due giustiziati facevano parte di un gruppo di 11 manifestanti tutti condannati alla pena di morte. “Le due persone che sono state già giustiziate e le nove che presto lo saranno sono state arrestate nel corso delle recenti rivolte e sono tutte legate a movimenti contro-rivoluzionari. Hanno partecipato alle rivolte con l’intento di disgregare e rovesciare il sistema”, ha dichiarato il Vice Capo della magistratura iraniana, Ebrahim Raisi, il 2 febbraio 2010. Secondo il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi il giovane Arash non aveva ricevuto un processo equo. Per la Ebadi “i funzionari che avevano interrogato il giovane gli avevano promesso che, se avesse ammesso tutto in tribunale, sarebbe stato liberato. Arash ha quindi confessato di aver preso parte alle dimostrazioni, nonostante la circostanza non fosse vera”. “Il ragazzo – ha continuato – era stato arrestato due mesi prima delle elezioni. Il giorno del processo, al suo avvocato difensore non è stato consentito di comparire davanti alla corte.” “Senza rispettare alcuna procedura legale e senza informare la famiglia, Arash è stato impiccato. La sua unica colpa era l’essere membro di un gruppo monarchico.”
Il 29 gennaio 2010, Ahmad Jannati, Segretario del Consiglio dei Guardiani e figura di spicco della fazione legata alla guida suprema Khamenei, ha ribadito nel suo sermone del venerdì il bisogno di difendere il “velayat e-faqih” (potere assoluto del clero). Jannati, riferendosi alla rivolta nel Paese, ha detto: “I rivoltosi … propugnatori di corruzione sulla terra … quelli che cercano di distruggere la struttura (del regime) … i nemici della rivoluzione che intendono far crollare (il regime) … non devono essere trattati con compassione. La tolleranza ha un limite, è tempo di durezza.” Nel tentativo di giustificare i crimini del regime ha dichiarato: “Dio dice che dovete duramente attaccare e uccidere tre gruppi di persone, se non smettono di comportarsi in questo modo: i monafeqin (letteralmente significa ipocriti, un termine dispregiativo usato dal regime in riferimento ai Mujaheddin del Popolo Iraniano), gente con cattive intenzioni e quelli che seminano scandalo. Usando termini duri e fermi, Allah dice che questi tre gruppi devono essere uccisi senza pietà.” Nel frattempo, il mullah Hassani, rappresentante di Khamenei nella città occidentale di Orumieh, ha espresso la propria soddisfazione per l’esecuzione di prigionieri politici e ha detto: “Per prevenire ulteriori ribellioni, i corpi dei giustiziati devono essere esibiti davanti agli occhi della gente nelle vie di Teheran. Le lingue di quelli che dicono Repubblica Iraniana anziché Repubblica Islamica devono essere tagliate.”
Il 15 maggio 2010, le autorità iraniane hanno confermato le condanne a morte di sei attivisti che parteciparono alle proteste all’indomani delle elezioni presidenziali del 2009, ha riferito il procuratore di Teheran, Abbas Jafari Dolatabadi. Tutti e sei sono stati riconosciuti come membri dei Mujaheddin del Popolo, formazione messa fuori legge dalla Repubblica Islamica. Tre di loro, identificati dal procuratore come “Ahmad Daneshpour Moghadam, Mohsen Daneshpour Moghadam e Alireza Ghanbari”, sono stati arrestati a dicembre 2009 dopo le proteste dell’Ashura, principale festività sciita. Per quanto riguarda gli altri tre – ha continuato il procuratore – anche le loro condanne capitali sono state confermate. Si tratta di Mohammad Ali Saremi, Jafar Kazemi e Mohammad-Ali Haj-Aghai, arrestati nel settembre 2009.
 
Vietnam
 
Nel 2009, nonostante alcuni piccoli segnali di miglioramento della situazione, il governo vietnamita ha continuato la sua campagna contro attivisti pro democrazia, giornalisti, difensori dei diritti umani, cyber-dissidenti e appartenenti a movimenti religiosi non riconosciuti dallo Stato.
Secondo Human Rights Watch, più di 400 prigionieri per motivi politici e religiosi languono in isolamento in celle buie e malsane, sottoposti a forme di tortura e maltrattamenti, inclusi pestaggi e scosse elettriche.
 
Il 19 giugno 2009, il Vietnam ha votato a favore della eliminazione della pena di morte per otto reati. Dopo questa ultima riforma, il Vietnam mantiene quindi nei suoi codici ancora 21 reati passibili di pena di morte, tra cui sette atti di natura politica avvertiti come “minacce alla sicurezza nazionale”.
La definizione di reati relativi alla “sicurezza nazionale” è molto ampia e le Nazioni Unite hanno spesso manifestato preoccupazione che i dissidenti vietnamiti possano essere condannati a morte in base a tali previsioni per colpire in realtà l’esercizio pacifico del diritto di espressione. Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite (UN Working Group on Arbitrary Detention) ha in particolare chiesto al Vietnam di rivedere l’Articolo 79 del codice sulle”attività finalizzate a rovesciare il governo popolare”, che non fa nessuna distinzione tra atti violenti come terrorismo e atti non violenti. Nessuno di questi reati politici era incluso nelle proposte di riforma in discussione in Vietnam volte a ridurre l’uso della pena capitale.
 
Tra chi ha rischiato la pena di morte vi è stato un noto avvocato per i diritti umani, Le Cong Dinh, che era stato arrestato il 13 giugno 2009 dalle forze di sicurezza e incriminato, in base all’Articolo 88 del Codice Penale, di “propaganda contro la Repubblica Socialista del Vietnam”. Nell’agosto dello stesso anno, era stato costretto ad andare in televisione per fare una pubblica “confessione”. Nel dicembre 2009, l’accusa era stata mutata in quella più grave di “sovversione” che, in base all’Articolo 79 del Codice Penale vietnamita, prevede anche la pena di morte.
Il 20 gennaio 2010, la Corte Suprema del Popolo di Ho Chi Minh City, dopo un processo durato un giorno, ha condannato Le Cong Dinh a cinque anni di carcere per “attività volte a rovesciare il governo del popolo”, in base all’Articolo 79 del Codice Penale vietnamita. Le Cong Dinh, che ha ammesso di essere impegnato a favore della democrazia e del multipartitismo nel suo Paese, è stato processato insieme ad altri tre attivisti, Nguyen Tien Trung, studente informatico, Tran Huynh Duy Thuc, uomo d’affari di Città Ho Chi Minh e Le Thanh Long, un altro uomo d’affari di Città Ho Chi Minh, i quali sono stati condannati per lo stesso “reato” a 16 anni di carcere.
Un quinto imputato, Tran Anh Kim, era stato processato separatamente e, il 28 dicembre 2009, condannato a cinque anni e mezzo di carcere per sovversione.
I pubblici ministeri hanno accusato i cinque di essere membri del Partito Democratico del Vietnam, organizzazione con base negli Stati Uniti che il governo comunista del Vietnam definisce “organizzazione reazionaria”.
Dinh era anche accusato di aver partecipato a un corso di tre giorni sulla lotta nonviolenza organizzato da Viet Tan, associazione pro-democrazia con base in California, ritenuta dal Vietnam un gruppo terroristico. Dinh, uno degli avvocati più famosi in Vietnam, aveva difeso due attivisti per i diritti umani imprigionati dal governo nel 2007 con l’accusa di propaganda anti-nazionale. In occasione del loro processo Dinh, che ha studiato diritto alla Tulane University negli Stati Uniti e ha ricoperto la carica di vice-presidente dell’ordine degli avvocati di Città Ho Chi Min, ha difeso con forza la libertà di espressione. I pubblici ministeri hanno descritto il caso come “una violazione particolarmente grave della sicurezza nazionale”, perché i cinque sarebbero “legati a gruppi reazionari vietnamiti e forze ostili all’estero” per costituire un’organizzazione politica reazionaria “finalizzata al rovesciamento del governo popolare con mezzi nonviolenti”.
 
 
PENA DI MORTE PER REATI NON VIOLENTI
 
Secondo il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, “nei Paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti più gravi”. Il limite dei “reati più gravi” per l’applicazione legittima della pena di morte è sostenuto anche dagli organismi politici delle Nazioni Unite i quali chiariscono che per “reati più gravi” si intendono solo quelli “con conseguenze letali o estremamente gravi”.
Ciò nonostante, nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010, la pena di morte per reati non violenti, la maggior parte dei quali di natura economica, è stata inflitta o eseguita in Cina, Corea del Nord e Iran.
 
Cina
 
La legge di procedura penale, che è stata riscritta ed è entrata in vigore nel gennaio 1997, ha “ridotto” a 69 il numero dei reati capitali in Cina, ma già due mesi dopo sono stati aggiunti emendamenti che ne hanno aumentato il numero.
Tra i reati capitali figurano anche atti non violenti come evasione delle tasse, gioco d’azzardo, bigamia, furto abituale, disturbo della quiete pubblica, contrabbando di sigarette, pornografia, speculazione, false fatture, pirateria informatica, vendita delle pelli di due panda giganti, furto di mucche, cammelli e cavalli, vendita di falsi certificati di controllo nascite, vendita di falsi certificati di sterilità, contraffazione di denaro e caccia alla tigre siberiana, al panda gigante e alla scimmia d’oro.
 
La restituzione alla Corte Suprema del Popolo del potere esclusivo di approvare le condanne a morte ha portato i tribunali del Paese a gestire i casi capitali in maniera più prudente, in particolare quelli relativi a reati non violenti.
Nel febbraio 2010, la più alta corte cinese ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l’applicazione a un numero ristretto di casi “estremamente gravi”. Le linee guida riflettono la richiesta del luglio 2009 della Corte che la pena di morte sia imposta meno spesso e solo in caso di crimini efferati.
 
Una nuova legge sulla sicurezza alimentare adottata nel 2008 prevede multe, condanne al carcere e perfino la pena di morte per chi produce o vende cibo contraffatto e tossico.
Il 24 novembre 2009, due persone sono state giustiziate in relazione allo scandalo del latte contaminato alla melamina, che tra il 2007 e il 2008 causò la morte di almeno sei neonati e l’intossicazione di più di 300.000 bambini. Il primo dei due giustiziati, Zhang Yujun, era stato riconosciuto colpevole di aver messo in pericolo la salute pubblica, mentre Geng Jinping avrebbe prodotto e venduto il latte contaminato, ha reso noto il Tribunale Intermedio del Popolo della Municipalità di Shijiazhuang. Zhang avrebbe prodotto oltre 770 tonnellate di latte in polvere alla melamina, vendendone più di 600 tonnellate tra il luglio 2007 e l’agosto 2008. Geng ne ha messe in commercio oltre 900 tonnellate, tra ottobre 2007 e agosto 2008. La sostanza tossica era utilizzata per aumentare artificialmente il valore proteico del latte. Le due condanne capitali erano state pronunciate dal Tribunale Intermedio del Popolo di Shijiazhuang lo scorso 21 gennaio ed erano state confermate dall’Alta Corte provinciale dell’Hebei il 26 marzo, infine erano state ratificate dalla Corte Suprema del Popolo.
 
Il 9 settembre 2009, l’Ufficio Pubblica Sicurezza della città di Shanghai ha reso noto che i conducenti ubriachi che causeranno gravi incidenti stradali potranno essere condannati a morte. Gli ubriachi al volante saranno da ora in poi imputati di attentato alla pubblica sicurezza piuttosto che di violazione delle norme di guida, accusa che può comportare la pena di morte. La definizione legale di guida in stato di ebbrezza corrisponde a 80 milligrammi di alcol per litro di sangue.
 
Il 15 gennaio 2009, due detenuti evasi da una prigione nella Provincia orientale di Shandong sono stati giustiziati. Liu Junjie, 35 anni, e Wang Bing, 31, erano scappati dal carcere della città di Zibo l’8 dicembre 2007 mentre un camion stava uscendo dal portone di ingresso. Dopo aver aggredito un impiegato del carcere e due poliziotti, hanno guadagnato l’uscita, ma sono stati catturati poco dopo lungo una strada. Liu era stato condannato a 17 anni nel ‘93 per furto e frode e, poi, condannato a morte con due anni di sospensione nel 2006 per rapina. Wang era stato incarcerato nel 2000 per tre anni e mezzo per stupro e a sei mesi nel 2004 per furto.
Il 5 agosto 2009, due persone sono state giustiziate per frode, dopo che la Corte Suprema del Popolo cinese ha ratificato le loro condanne a morte. Si Chaxian era stato condannato dal tribunale intermedio del popolo di Hangzhou, nella provincia sud-orientale di Zhejiang. Proprietario di tre società, tra il 2003 e il 2007, Si aveva frodato oltre 300 suoi partner per un valore di 167 milioni di yuan (quasi 24 milioni e mezzo di dollari). Du Yimin, una donna d’affari della stessa provincia, era stata riconosciuta colpevole di “raccolta fraudolenta di fondi pubblici” e condannata a morte nel marzo 2008. Il suo appello era stato respinto il 13 gennaio 2009. In base alla sentenza, aveva tirato su illegalmente circa 700 milioni di yuan (102 milioni di dollari) da centinaia di persone che avevano investito nella sua catena di saloni di bellezza. Secondo il suo avvocato, avrebbe dovuto essere condannata per il reato meno grave di “raccolta illegale di fondi bancari” che comporta una pena massima di 10 anni di detenzione e una multa di 500.000 yuan (circa 73.000 dollari). La condanna a morte di Du Yimin ha provocato una polemica circa la coerenza nell’applicazione della pena di morte in Cina. Il giorno prima della sua sentenza capitale, un funzionario cinese che aveva usato 15,8 miliardi di yuan (oltre 2,3 miliardi di dollari) di fondi pubblici per coprire i suoi debiti era stato condannato a una pena detentiva.
Il 7 agosto 2009, l’ex capo della società di gestione dell’aeroporto di Pechino è stato giustiziato in Cina per corruzione. Li Peiying, 60 anni, era stato riconosciuto colpevole a febbraio di aver accettato tangenti per quasi quattro milioni di dollari e di essersi appropriato di circa 12 milioni di dollari in fondi pubblici, nel corso degli ultimi 14 anni.
L’8 dicembre 2009, è stata eseguita la sentenza capitale nei confronti di Yang Yanming, ex direttore generale della Galaxy Securities di Pechino, una delle maggiori società finanziarie cinesi. Lo ha riportato il quotidiano Beijing Evening News. Yang, 51 anni, era stato condannato a morte il 13 dicembre 2005 dal Tribunale Intermedio del Popolo No.1 di Pechino per sottrazione indebita di 94,5 milioni di yuan (circa 13,8 milioni di dollari) tra il 1998 e il 2003. La condanna capitale era stata ratificata dalla Corte Suprema cinese. Milioni di yuan non sono stati ancora ritrovati. Si tratta della prima condanna a morte in Cina legata al settore dei titoli derivati.
Il 26 marzo 2010, un funzionario governativo della provincia cinese di Hunan, Li Shubiao, 46 anni, è stato giustiziato per corruzione e peculato. Si sarebbe appropriato di 120 milioni di yuan di fondi pubblici, pari a 18 milioni di dollari americani. Anche i beni personali di Li sono stati confiscati.
Il 14 maggio 2010, quattro persone sono state condannate a morte per aver rubato oggetti da tombe antiche, nella provincia dello Hunan. I quattro “tombaroli”, identificati come Lin Xisheng, Liu Shengli, Long Shouyun e Liu Zhihua, avrebbero rubato più di 200 oggetti, 11 dei quali classificati al più alto livello di protezione. Le condanne capitali sono state emesse dal Tribunale Intermedio di Changsha, capoluogo provinciale, che ha sospeso per due anni la pena di Liu Zhihua. Secondo l’accusa, gli imputati farebbero parte di una banda autrice di furti ai danni di dodici tombe presso Changsha, dall’aprile 2008 a gennaio 2009. “La polizia ha recuperato tutti i reperti sottratti dalla banda”, ha dichiarato Wang Lifu, investigatore, aggiungendo che uno degli oggetti rubati, un sigillo di un Re di Changsha, proveniente da una tomba della Dinastia Han Occidentale (206 A.C.- 25 D.C.), godeva di una protezione statale di prima classe.
 
Corea del Nord
 
Le esecuzioni pubbliche in Corea del Nord sono aumentate dopo che, a partire dal 2000, le critiche internazionali avevano portato a una loro diminuzione. Tra i condannati, vi sono soprattutto funzionari pubblici accusati di traffico di droga, appropriazione indebita e altri reati non violenti, oppure cittadini nordcoreani che tentano di fuggire in Cina o in Corea del Sud, spinti dalla carenza di cibo e dalla oppressione politica nel proprio Paese.
 
In base ad alcuni articoli aggiuntivi al “Codice Penale della Repubblica Democratica del Popolo di Corea”, adottati dalla Corea del Nord il 19 dicembre 2007, con l’Ordinanza N. 2483, e trapelati all’esterno del Paese solo molto tempo dopo, sono puniti con la pena capitale molti reati comuni minori anche di natura non violenta. Per esempio, per la contraffazione di moneta il codice stabilisce più di 10 anni di rieducazione mediante il lavoro, o la rieducazione a tempo indeterminato per i casi gravi, tuttavia uno degli articoli contenuti negli allegati stabilisce che “in circostanze estreme, il colpevole può essere giustiziato”.
Dei 23 articoli contenuti nelle “Clausole Aggiuntive del Codice Penale”, sono 17 quelli che prevedono l’esecuzione capitale per “casi molto gravi” di diversi reati comuni, mentre il solo Codice Penale stabilisce l’esecuzione per quattro soli reati di tradimento.
Altri crimini che in base agli articoli aggiuntivi portano all’esecuzione includono: saccheggio, furto, distruzione o danneggiamento di beni nazionali, frode valutaria, diffamazione intenzionale, sequestro, stupro, furto di beni privati, traffico di metalli e di beni naturali, narcotraffico e tangenti per traffici di natura sessuale.
Fatto estremamente grave, l’articolo 23 prevede l’esecuzione o la condanna alla rieducazione mediante lavoro a tempo indeterminato nel caso un individuo commetta un certo numero di gravi reati oppure non ammetta la propria colpa o mostri segni di ravvedimento. Sicché, le condanne capitali possono applicarsi in teoria a tutti i reati, in violazione patente dei principi giuridici stabiliti, sebbene queste violazioni non siano nuove nella pratica legale della Corea del Nord.
Nella metà degli anni ‘90, esecuzioni pubbliche extra-giudiziarie venivano praticate nei confronti di persone riconosciute colpevoli di reati come furto di mucche o cibo, fatti molto comuni in tutti i settori della società nord-coreana. Ma dopo l’adozione dell’articolo 23, questo tipo di condanne a morte sono rese possibili all’interno di processi giudiziari. Secondo il Professor Park Jung Won, della Kookmin University di Seul, “questi articoli aggiuntivi al codice penale consentono di punire ‘legalmente’ con l’esecuzione e la confisca di beni non solo reati relativi al tradimento ma anche reati comuni. Queste ‘riforme’ costituiscono anche un modo per le autorità della Corea del Nord di rispondere alle critiche provenienti dall’esterno riguardo alle esecuzioni effettuate al di fuori di un quadro giuridico e procedurale ben definito”.
 
Il 25 novembre 2009, un fuoriuscito che ha assistito a un’esecuzione pubblica alla metà degli anni 2000, ha spiegato la situazione al Daily NK: “Nella contea di Kim Jung Suk, provincia di Yangkang, sono stato presente all’esecuzione pubblica di una donna, alla quale io stesso ho letto il verdetto. A questo caso è applicabile l’Allegato 49. La donna è stata giustiziata per il furto di materiale elettrico.” La legislazione è stata usata per un certo numero di anni, poi nel 2007 è stata rivista. La stessa fonte ha aggiunto: “Per quel che so, durante il periodo di carestia noto come ‘March of Tribulation’, a metà degli anni ‘90, le autorità hanno definito gli Allegati per affrontare le emergenze.”
Il 12 marzo 2010, la Corea del Nord ha giustiziato due alti funzionari del dicastero dell’economia, perché ritenuti responsabili del fallimento della rivalutazione valutaria voluta dal regime, hanno reso noto fonti della Corea del Sud. Uno dei giustiziati era vice-capo della Commissione Nazionale per la Pianificazione; il secondo, Pak Nam-gi, presiedeva il dipartimento governativo della pianificazione e delle finanze e, a gennaio, era stato cacciato a causa dei gravi danni causati dalla riforma valutaria sulla già impoverita popolazione nord-coreana. La riforma ha causato un’inflazione massiccia, aggravato la decennale carenza di cibo e minato gli sforzi della leadership, che ha avviato il passaggio di poteri da Kim Jong-il al terzogenito, erede designato, Kim Jong-un. Pak, un tecnocrate di 77 anni laureato in ingegneria in una università dell’ex Unione Sovietica, da gennaio era scomparso dalle cronache dei giornali di Stato. Una fonte anonima a Pyongyang, citata dall’agenzia sud-coreana Yonhap News, ha riferito che era stato incriminato per aver “minato in maniera deliberata l’economia nazionale”, perché “figlio di un grande proprietario terriero, infiltratosi tra le fila dei rivoluzionari”. In realtà, la riforma valutaria è stata promossa da Kim Jong-il in persona e Pak Nam-gi è servito “solo come capro espiatorio”, ha aggiunto la fonte, per limitare le conseguenze di una decisione fallimentare, che sta creando rabbia e miserie nella popolazione già provata. I due sono stati fucilati presso lo Stadio Seosan del Villaggio per l’Atletica di Pyongyang, di fronte a un gruppo di alti funzionari del dicastero dell’economia e di membri del Comitato Centrale del partito comunista.
 
Iran
 
Nel 2009, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti.
Il 19 febbraio 2009, un insegnante di musica di 53 anni è stato impiccato di prima mattina nel carcere di Sari per adulterio. Abdollah Farivar Moghaddam, sposato e padre di due bambini era stato arrestato nel 2005 con l’accusa di avere avuto una relazione extraconiugale con una sua allieva e in seguito condannato a morte mediante lapidazione, condanna poi confermata dalla Corte Suprema. La famiglia del condannato sostiene invece che non si tratterebbe di adulterio, poiché l’insegnante aveva contratto con la ragazza un ‘Sigheh’ (matrimonio a tempo). La madre di Farivar ha detto alla BBC di essere stata informata dalle autorità sul cambiamento del metodo di esecuzione solo il giorno prima dell’impiccagione. Sempre alla BBC, l’avvocato e attivista della campagna contro le lapidazioni Shadi Sadr ha dichiarato trattarsi della prima volta che una persona condannata alla lapidazione venga poi impiccata. La Sadr ha aggiunto che “con l’esecuzione di Farivar aumentano le preoccupazioni sulla sorte delle almeno 14 persone condannate in Iran alla lapidazione”.
Il 5 ottobre 2009, un uomo è stato impiccato per adulterio e omosessualità, ha reso noto il suo avvocato, Mohammad Mostafai. L’uomo, Rahim Mohammadi, è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese. In un primo tempo era stato condannato alla lapidazione, ma la modalità dell’esecuzione è stata poi modificata per timore delle proteste che avrebbe potuto suscitare fra gli attivisti per i diritti umani. Rahim Mohammadi è stato condannato dopo essere stato riconosciuto colpevole di rapporti sessuali con una donna e un uomo, vicino di casa. Accuse che secondo il legale “non sono state provate”.
Il 14 dicembre 2009, un uomo è stato impiccato nella città iraniana di Bojnord la mattina presto, ha riferito il sito ufficiale del sistema giudiziario iraniano. L’uomo – di cui non è stato riportato il nome – era stato condannato a morte per “atti incompatibili con la castità”.
 
 
 
 
 
LA PENA DI MORTE “TOP SECRET”
 
Molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sull’applicazione della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
In alcuni casi, come la Cina e il Vietnam, la questione è considerata un segreto di Stato e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali o da fonti indipendenti rappresentano una minima parte del fenomeno.
Anche in Bielorussia vige il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, e le notizie sulle esecuzioni filtrano dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati o organizzazioni internazionali molto tempo dopo la data dell’esecuzione.
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti.
Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali. È il caso della Corea del Nord, della Malesia e della Siria.
In Iraq le esecuzioni segrete non si sono mai fermate, nemmeno sotto il governo di Nouri al-Maliki.
Vi sono, infine, Paesi come Arabia Saudita, Botswana, Egitto, Giappone e Singapore, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
 
Cina
 
Il numero sia delle condanne inflitte, sia di quelle che vengono eseguite, è coperto in Cina dal segreto di Stato.
La stima sui dati reali relativa a migliaia di esecuzioni compiute ogni anno si è basata in passato su fonti diplomatiche o giornalistiche occidentali, ma a partire dal 2002, dati più precisi hanno cominciato a filtrare da fonti interne al regime comunista.
Secondo quanto pubblicato nel volume Disidai o La Quarta Generazione, scritto da un membro del partito che ha usato lo pseudonimo di Zong Hairen e riportato in un articolo pubblicato sull’Asian Wall Street Journal nell’ottobre 2002, 15.000 persone sono state mandate a morte ogni anno in Cina per presunti crimini dal 1998 al 2001. Il dato è sconvolgente e supera ampiamente le cifre più alte stimate dagli occidentali sulle esecuzioni cinesi. Lo stesso dato è riportato anche dal libro “I nuovi governanti della Cina” scritto da Andrew J. Nathan e Bruce Gilley sulla base dei documenti segreti del Partito Comunista pubblicati in Disidai.
Nel marzo del 2004, per la prima volta, un giornale controllato dallo Stato aveva resa pubblica l’enorme portata del fenomeno. Secondo Chen Zhonglin, deputato al Congresso Nazionale del Popolo per la municipalità di Chongqing, “ogni anno in Cina vengono emesse circa 10.000 condanne a morte che vengono immediatamente eseguite”. La sua dichiarazione era uscita sul Quotidiano della Gioventù Cinese del 15 marzo 2004.
Il 27 febbraio 2006, Liu Renwen, professore dell’Accademia delle Scienze Sociali cinese, intervenendo al Circolo della stampa estera, ha ribadito che sono circa 8.000 le persone giustiziate ogni anno in Cina secondo stime che circolano in ambiente accademico, confermando così il dato relativo all’anno precedente. “In Cina – ha ricordato Liu – i numeri relativi a condanne a morte ed esecuzioni costituiscono segreto di Stato. Solo la Corte Suprema ne conosce il numero esatto.”
Il quotidiano China Daily ha reso noto che la Corte Suprema cinese ha annullato il 15% delle condanne a morte che ha esaminato nel 2007 e il 10% nel 2008.
 
La Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d’affari che si è votato alla difesa dei diritti umani e che continua a mantenere buoni rapporti con funzionari governativi cinesi, stima che in Cina siano state effettuate “circa” 5.000 esecuzioni nel 2009, in lieve calo rispetto al 2008 quando, secondo la Fondazione, il numero delle esecuzioni ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000. Nel 2007, secondo la Fondazione Dui Hua, le esecuzioni sarebbero state circa 6.000, una riduzione pari a un 25-30% rispetto al 2006, anno per il quale ne aveva stimate almeno 7.500.
Secondo le stime della fondazione, quindi, il numero dei detenuti giustiziati in Cina potrebbe essere diminuito della metà rispetto ai 10.000 giustiziati di cui ha parlato per la prima volta nel 2004 il delegato al Congresso Nazionale del Popolo Chen Zhonglin. Tuttavia i dati e le percentuali sopra riportate non sono verificabili fintanto che permane il segreto di Stato sul numero attuale di esecuzioni e delle condanne a morte e su quelle degli anni precedenti.
L’11 marzo 2010, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Wang Shengjun, si è rigorosamente attenuto alla linea governativa di tradizionale segretezza, non fornendo statistiche sul numero delle condanne a morte o delle esecuzioni. Wang ha solo reso noto che i tribunali cinesi hanno definito 767.000 casi penali nel 2009, condannando 997.000 persone, lo 0,2 per cento e l’1,1 per cento in meno, rispettivamente, in confronto al 2008. Da parte sua, la Corte Suprema del Popolo ha trattato 13.318 casi di vario tipo e ha definito 11.749 casi nel 2009, un incremento, rispettivamente, del 26,2 per cento e del 52,1 per cento, rispetto all’anno precedente. Ma ancora una volta non ha rivelato quanti di questi casi fossero relativi a condanne capitali e, per la prima volta, non ha neanche comunicato – o i media ufficiali non hanno riportato – quante persone sono state “condannate a morte, all’ergastolo o a oltre cinque anni di carcere”, che era la formula onnicomprensiva nella quale in passato la Corte Suprema racchiudeva le “pene severe” comminate nei processi.
 
Anche se la pena di morte continua a essere considerata un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali le condanne a morte emesse dai tribunali cinesi sarebbero via via diminuite rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa in Cina da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema.
Un esperto cinese valuta che il riesame delle sentenze capitali nel e dopo il 2007 costituirebbe oltre il 90 per cento del carico di lavoro della Corte Suprema. “I casi di pena di morte comporranno oltre il 90 per cento del totale complessivo dei casi trattati dalla Corte”, ha detto Ni Jian in un editoriale comparso il 21 novembre 2007 sul The Beijing News.
Se le cose stanno così e considerato che Corte Suprema del Popolo ha trattato 13.318 casi di vario tipo definendone 11.749, una stima approssimativa ma realistica sarebbe quella che fissa il numero delle condanne a morte definitive del 2009 intorno alle 10.000.
 
Vietnam
 
Fino al 2004, le esecuzioni si aggiravano tra le 80 e 100 per anno, molte delle quali per reati legati alla droga. Negli anni successivi sono apparentemente diminuite. Nel 2007, il numero di esecuzioni di cui si è avuta notizia si è ridotto ad almeno 25. Nel 2008, si sarebbe verificata una ulteriore riduzione con le almeno 19 esecuzioni di cui si è saputo.
Nel 2009, notizie riportate dai giornali indicano che almeno 9 persone sono state giustiziate, anche se il numero dovrebbe essere più alto.
Organi di informazione legati al governo hanno reso noto che dall’inizio del 2010 e fino al 17 giugno, sono state 49 le persone condannate a morte e una è stata giustiziata.
 
Non è chiaro se la recente riduzione del numero delle esecuzioni riflette un effettivo minor ricorso a questa pena o sia dovuta a un giro di vite sulla diffusione delle notizie, dopo la decisione del 5 gennaio 2004 con la quale il Governo vietnamita aveva stabilito essere un reato diffondere informazioni sulla pena di morte, classificata come segreto di Stato.
Prima di queste disposizioni, il capo della Corte Suprema del Popolo presentava il numero delle condanne a morte emesse nel Paese in un rapporto annuale all’Assemblea Nazionale, evento trasmesso sulla televisione nazionale.
 
Le condizioni nel braccio della morte sono particolarmente disumane, con 3-4 detenuti in ogni singola cella, un ambiente estremamente carente dal punto di vista igienico, con un secchio nel quale fare i propri bisogni e nessuna ventilazione. Ai prigionieri non è consentito uscire dalle celle se non per le visite coi familiari, peraltro molto rare. Con le gambe incatenate a un lungo palo, sono generalmente messi in fila in ordine di esecuzione, con il primo da giustiziare più vicino alla porta. A volte, per “ragioni umanitarie”, è consentito ai prigionieri di cambiare posto nella fila.
Le esecuzioni avvengono di solito alle quattro di mattina. Siccome non sono informati in anticipo della data dell’esecuzione, stanno svegli per paura di essere chiamati, iniziando a dormire alle sei, una volta certi che il loro turno non è ancora giunto. I loro familiari non sono avvisati dell’esecuzione, che avviene tramite plotone, se non dopo che è stata effettuata.
La procedura di esecuzione è descritta dall’organo ufficiale delle polizia “Cong An” in questi termini. I condannati sono portati prima dell’alba in un posto isolato, viene letto loro il verdetto del tribunale, gli viene offerta una scodella di zuppa e una sigaretta e gli si concede di scrivere l’ultima lettera ai familiari. Poi, vengono legati a un palo di legno, imbavagliati con un limone in bocca, bendati e fucilati da un plotone di cinque poliziotti. Il comandante spara poi il “colpo di grazia” all’orecchio del condannato. Secondo i resoconti della stampa ufficiale, molti poliziotti rimarrebbero traumatizzati dopo aver lavorato come “boia”.
I familiari non sono informati in anticipo, ma gli viene chiesto di andare a prendere gli effetti personali dei giustiziati due o tre giorni dopo l’esecuzione. Secondo le pratiche vigenti, i corpi dei giustiziati sono tenuti per tre anni prima di essere consegnati alle famiglie per i funerali, anche se alcune foto pubblicate da organi di stampa ufficiali mostrano tombe scavate lungo i campi d’esecuzione, il che fa pensare che i corpi dei giustiziati non siano sempre restituiti alle famiglie. Nel 2006, il Ministero della Pubblica Sicurezza ha proposto di permettere alle famiglie di prendersi i corpi immediatamente, ma solo in caso che li seppelliscano nel rispetto delle norme igieniche.
 
Bielorussia
 
Le informazioni sulla pena di morte sono considerate segreto di Stato. I detenuti nel braccio della morte vengono informati dell’esecuzione, che avviene con un colpo alla nuca, solo qualche momento prima che sia effettuata. Ai familiari dei condannati non vengono comunicati la data e il luogo dell’esecuzione nemmeno dopo che il loro parente è stato giustiziato. Il corpo non viene restituito alla famiglia né viene reso noto il luogo della sepoltura. Notizie di esecuzioni filtrano soltanto dopo molti mesi dai fatti.
Nel 2009 non sono state effettuate esecuzioni, ma nel marzo 2010 due uomini sono stati giustiziati per omicidio.
Nel 2008, erano state effettuate almeno 4 esecuzioni, mentre nel 2007 ne era stata effettuata una.
 
Il 22 marzo 2010, la madre di un condannato a morte ha comunicato ad Amnesty International che il figlio, Andrei Zhuk, era stato messo a morte la settimana prima, insieme a un altro detenuto, Vasily Yuzepchuk.
Entrambi erano stati condannati a morte nel 2009 in due casi distinti e avevano condiviso la stessa cella nel braccio della morte della capitale Minsk. La madre di Zhuk è stata informata delle fucilazioni dei due uomini dal personale carcerario. La mattina del 19 marzo, la donna aveva cercato di consegnare un pacco con del cibo, ma le era stato riferito che i due uomini “erano stati trasferiti” e che non doveva più andare a cercare suo figlio, ma doveva aspettare la notifica dal tribunale. Prima di essere giustiziati, Andrei Zhuk e Vasily Yuzepchuk non hanno potuto incontrare i propri parenti per l’ultima volta.
Vasily Yuzepchuk, 30 anni, era stato condannato alla pena capitale dal Tribunale Regionale di Brest il 29 giugno 2009, per una serie di omicidi avvenuti nel 2007 e 2008. L’uomo, uno zingaro nato in Ucraina e portato in Bielorussia all’età di sette anni, era stato riconosciuto colpevole di aver ucciso e derubato sei anziane donne residenti in villaggi nei pressi della città di Drahichyn. Secondo l’accusa, si sarebbe fatto assumere dalle vittime per eseguire piccoli lavori nelle loro case, al fine di vedere dove fossero conservati gli oggetti di valore. Poi, di notte, si sarebbe introdotto nelle abitazioni, strangolando le anziane proprietarie e portando via il suo bottino. Secondo i suoi avvocati difensori, invece, l’uomo è stato costretto a confessare sotto tortura gli omicidi che in realtà non aveva commesso. “Esami medici hanno documentato le percosse”, ha detto uno degli avvocati difensori, Igor Rabtsevich. Secondo la madre di Yusepchuk, la 52enne Varvara, le origine etniche sono state decisive nel suo caso. “Non credo che mio figlio abbia ucciso qualcuno, credo invece che abbiano trovato uno zingaro indifeso e analfabeta cui addossare la responsabilità degli omicidi.” Il 2 ottobre 2009, la Corte Suprema bielorussa aveva respinto l’appello finale presentato da Vasil Yuzepchuk e il 13 ottobre il presidente Aleksandr Lukashenko aveva respinto anche la domanda di grazia, nonostante le pressioni interne e internazionali in suo favore.
Andrei Zhuk, un 25enne residente a Salihorsk, era stato condannato a morte il 17 luglio 2009 dal Tribunale Regionale di Minsk, e il 27 ottobre la Corte Suprema bielorussa aveva confermato la sua condanna per aver ucciso due dipendenti di una azienda agricola che stavano trasportando gli stipendi. La rapina era avvenuta lungo una strada nei pressi del villaggio di Kryvichy, nel distretto di Salihorsk, regione di Minsk, il 27 febbraio 2009. Un altro imputato nello stesso fatto è stato condannato all’ergastolo. Il suo avvocato aveva espresso critiche per il mancato rispetto delle regole procedurali durante l’interrogatorio del suo assistito.
Il 23 marzo 2010, il Consiglio d’Europa ha espresso dura condanna per le esecuzioni di Andrei Zhuk e Vasily Yuzepchuk.
 
Iran
 
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti che evidentemente non possono riportare tutti i fatti.
La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.
 
In base a un monitoraggio dei principali quotidiani iraniani e alle notizie direttamente fornite da organizzazioni umanitarie come Iran Human Rights, in Iran sono state calcolate almeno 402 esecuzioni nel 2009, 339 delle quali sono state riportate da media ufficiali iraniani. E’ il numero più alto dal 2000. Nel 2008 erano state messe a morte almeno 350 persone (282 riportate da media ufficiali iraniani).
Secondo l’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency), sono 562 le esecuzioni per omicidio, stupro, droga e reati di opinione praticate nella Repubblica Islamica nell’anno iraniano che va dal 21 marzo 2009 al 20 marzo 2010.
Ma i dati reali potrebbero essere ancora più alti, perché le autorità iraniane non forniscono statistiche ufficiali.
L’11 maggio 2009, Mohammad Mostafaei, un avvocato iraniano che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte del Paese e, in particolare, del caso di 25 prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni, ha detto che secondo lui il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o 600”, ha detto l’avvocato.
La maggior parte dei giustiziati sono stati identificati solo con le iniziali del nome o non identificati affatto. Per lo più non è nota né l’età dei condannati né la data del reato. Molti di loro sono stati processati da “Tribunali Rivoluzionari” in dibattimenti a porte chiuse.
 
Il 1° maggio 2009, Delara Darabi è stata impiccata all’alba nella prigione di Rasht. La ragazza, di 23 anni, è stata giustiziata per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni, senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia. La legge iraniana prevede che le autorità informino l’avvocato difensore almeno 48 ore prima dell’esecuzione, ma Mohammad Mostafaei, difensore di molti condannati a morte, in particolare minorenni, ha detto che non gli era stato notificato nessun avviso sulla imminente impiccagione. Mostafaei ha scritto sul suo blog: “La madre di Delara ha incontrato la figlia in prigione appena ieri. La ragazza era apparsa di buon umore, ma questa mattina Delara ha telefonato a sua madre: ‘stanno per impiccarmi adesso, per favore aiutatemi, ditegli di non farlo!’” Improvvisamente qualcuno ha strappato la cornetta a Delara e ha detto a sua madre: “Uccideremo tua figlia ora, non c’è niente che tu possa fare per impedircelo.” La ragazza è stata impiccata nonostante un movimento di pressione internazionale avesse ottenuto un rinvio dell’impiccagione. Si era parlato di una sospensione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella quale era stata fissata inizialmente l’esecuzione. Invece è stata messa a morte dopo soli dieci giorni.
Il 5 ottobre 2009, un uomo è stato impiccato per adulterio e omosessualità, ha reso noto il suo avvocato, Mohammad Mostafai. L’uomo, Rahim Mohammadi, è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese. L’avvocato Mostafai ha detto che né lui né la famiglia di Rahim Mohammadi erano stati avvisati dell’imminente impiccagione e che i congiunti hanno ricevuto da un altro detenuto la notizia che l’uomo era stato messo a morte. Era stato riconosciuto colpevole di rapporti sessuali con una donna e un uomo, vicino di casa. Accuse che secondo il legale “non sono state provate”. In un primo tempo Mohammadi era stato condannato alla lapidazione, ma la modalità dell’esecuzione è stata poi modificata per timore delle proteste che avrebbe potuto suscitare fra gli attivisti per i diritti umani.
Il 6 gennaio 2010, il prigioniero politico curdo Fasih (Fateh) Yasmini è stato impiccato a Khoy senza che il suo avvocato fosse stato avvisato. L’uomo era stato arrestato per degli scontri tra il PJAK e le forze di sicurezza iraniane avvenuti nel villaggio di Hendavan, vicino Khoy, a febbraio 2008. Non si sa se Fasih fosse realmente coinvolto negli scontri. Le autorità non hanno restituito il corpo alla famiglia.
Il 7 marzo 2010, un ragazzo è stato impiccato per un omicidio che avrebbe commesso a 19 anni. La notizia dell’esecuzione di Mehdi Esmaeili, 26 anni, è stata diffusa dall’agenzia di stampa HRANA (Human Rights Activists News Agency), secondo cui il giovane è stato messo a morte nella prigione Rajaiee Shahr di Karaj, città situata 20 km. a ovest di Teheran. Arrestato a 19 anni, il giovane ha atteso per sette anni l’esecuzione nella Sezione 5 del suddetto carcere. La notizia dell’esecuzione di Esmaeili non è stata confermata dalle autorità iraniane.
L’8 aprile 2010, dieci persone di cui non sono state fornite le generalità sono state impiccate per traffico di droga in quattro diverse città iraniane. Cinque sono state impiccate la mattina presto in carcere a Mashhad. Tre uomini sono stati impiccati nel carcere della città di Taibad. Altre due persone sono state impiccate nelle città di Behbehan e Shadegan, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan. Secondo altre fonti, il prigioniero giustiziato a Behbehan sarebbe in realtà stato eliminato perché oppositore politico.
Il 24 maggio 2010, cinque persone, tra cui una donna, sono state impiccate nella prigione di Rasht, nella provincia settentrionale di Gilan, secondo quanto appreso dall’organizzazione “Iranian activists for human rights and democracy”. Nessuna fonte ufficiale iraniana ha riportato la notizia.
Il 31 maggio 2010, le autorità dell’Iran hanno giustiziato sette cittadini afghani nella prigione di Taibad. Lo hanno riferito parenti dei giustiziati, residenti nella provincia afghana di Herat ai confini dell’Iran, i quali hanno chiesto al proprio governo provinciale di aiutarli nel recupero dei corpi. Shir Gul, 40 anni, ha detto che funzionari iraniani della prigione di Taibad lo hanno chiamato al telefono per comunicargli l’avvenuta impiccagione di suo nipote, riconosciuto colpevole di traffico di droga. Il nipote di Gul, Mohammad Shafai di 21 anni, ha chiamato la propria famiglia il giorno stesso dell’impiccagione per un ultimo saluto, dicendo che l’ordine di esecuzione era stato approvato da un tribunale iraniano. Un altro residente nella provincia di Herat, Haji Ghulam Jelani, ha detto che suo fratello, accusato di traffico di droga, era stato messo a morte nello stesso carcere e sepolto da qualche parte in Iran. Citando detenuti afghani dello stesso carcere, anche Jelani ha parlato di sette connazionali giustiziati di mattina dalle autorità iraniane. Il governo della Repubblica Islamica non ha fornito informazioni al governo afghano circa l’esecuzione di suoi cittadini, ha dichiarato all’agenzia Pajhwok Afghan News il portavoce del governatore di Herat.
Il 7 giugno 2010, tredici persone sono state impiccate di mattina nel carcere di Ghezel Hesar, nel settore ovest di Teheran. Lo ha reso noto il gruppo Iran Human Rights sulla base di fonti ritenute attendibili. Le impiccagioni sono state confermate anche dal sito web dell’avvocato per i diritti umani Mohammad Mostafaei, secondo cui i 13 erano stati condannati a morte per traffico di droga. Dieci di loro sono stati identificati in: Ahmad Shah Bakhsh, Abdolhossein Soltanabadi, Masoud, Amir K., Kazem Tashaki, Mohammad Azarfam, Mohammad Jafari, Nader Azarnoush, Sanjar Totazehi e Baghi Amini. Sempre Iran Human Rights, il 6 giugno, aveva diffuso la notizia del trasferimento di 26 detenuti nelle celle di isolamento del carcere di Ghezel Hesar, operazione che di solito precede le esecuzioni capitali. Gli organi di stampa ufficiali non hanno dato notizia delle 13 esecuzioni.
 
Corea del Nord
 
Non esistono statistiche ufficiali sulla pena di morte né notizie di esecuzioni che siano state pubblicate dai giornali locali. Le poche notizie disponibili sono quelle raccolte e fatte uscire dal Paese di nascosto.
 
L’11 marzo 2009, la Commissione Nazionale per i Diritti Umani della Corea del Sud ha riportato che il 76% dei transfughi nordcoreani dichiara di aver assistito a esecuzioni pubbliche nel proprio Paese. Il dato è contenuto nell’ultimo rapporto della Commissione relativo alla situazione dei diritti umani nel Nord, ed emerge dalle interviste a profughi che hanno varcato il confine negli ultimi due anni. Sono state condotte interviste approfondite con 30 transfughi, mentre altri 122 hanno riempito dei questionari. In base al rapporto, il regime nordcoreano punisce con esecuzioni pubbliche chi viene riconosciuto colpevole di attività anti-governativa, diffusione di informazioni provenienti dall’estero, appropriazione o vendita illecita di proprietà statali, rapina, traffico di esseri umani e omicidio.
 
Malesia
 
Le Alti Corti della Malesia giudicano solo casi capitali. Dopo la condanna a morte emessa dall’Alta Corte, un ricorso viene esaminato dalla Corte d’Appello e, in caso venga respinto, dalla Corte Federale. Se viene ancora respinto, un condannato può infine rivolgersi alla Commissione Statale per la Grazia. Solo il Re ha il potere di commutare le condanne a morte.
Dopo la sentenza dell’Alta Corte, normalmente passano due anni prima dell’esecuzione. Comunque, alcuni casi possono durare anche dieci anni per la serie di ricorsi presentati dai condannati. Secondo notizie pubblicate di recente dal quotidiano New Straits Times, alcuni detenuti condannati per omicidio, traffico di droga e possesso illegale di armi da fuoco hanno atteso in carcere dai 10 ai 22 anni.
 
Nel marzo 2010, l’organizzazione non governativa Malaysians Against Death Penalty and Torture (MADPET) ha stimato in oltre 300 i detenuti nel braccio della morte, la maggior parte dei quali per droga.
L’esecuzione di sentenze capitali è avvolta dal segreto: le date delle esecuzioni non sono riportate né sono resi pubblici particolari su coloro i quali sono stati o saranno giustiziati.
In base alle leggi e alla procedure in vigore in Malesia, le persone arrestate non hanno nell’immediato nessun accesso agli avvocati, nessun diritto a fare una telefonata né a una piena conoscenza degli atti preliminari del caso.
Nel 2006 c’è stata un’esecuzione, prima d’allora le ultime esecuzioni erano state effettuate il 27 dicembre 2002, quando tre uomini erano stati impiccati lo stesso giorno nella prigione centrale di Kajang. Un’altra persona era stata impiccata a gennaio dello stesso anno. Nel 2008, risulta sia stata effettuata almeno una esecuzione.
E’ possibile che esecuzioni siano state effettuate nel 2009, anche se non ne risultano ufficialmente. Secondo Amnesty International, nel 2009 sono state comminate almeno 68 condanne a morte.
 
Siria  
 
In Siria sono considerati reati capitali tradimento, omicidio, alcuni atti politici come azioni armate contro la Siria nelle fila nemiche, diserzione dalle forze armate e atti di istigazione sotto la legge marziale o in tempo di guerra, furto con violenza, stupro, attacchi verbali contro la dirigenza, appartenenza ai Fratelli Musulmani. La pena di morte è applicata anche per il traffico di droga e l’ergastolo per il solo possesso.
Non esistono dati ufficiali ma secondo Amnesty International le autorità siriane hanno effettuato almeno 8 esecuzioni e comminato almeno 7 condanne a morte nel 2009.
Nel 2008, era stata effettuata almeno una esecuzione. Nel 2007 risulta ne siano state effettuate almeno 7. Ne sono state registrate almeno 2 nel 2006, mentre non risultano esecuzioni nel 2005.
In Siria le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste, le notizie non filtrano nemmeno dai giornali locali e gli stessi familiari, quando gli vengono restituiti i corpi, non sanno se i loro cari sono morti sotto tortura o se sono stati giustiziati.
 
Le autorità siriane continuano risolutamente a ignorare la questione delle migliaia di detenuti scomparsi, alcuni addirittura da 30 anni. Si stima che circa 17.000 cittadini siriani scomparsi siano stati trucidati dalle autorità del Paese. Alcuni sarebbero morti nelle camere di tortura, altri uccisi a sangue freddo, altri ancora giustiziati in seguito a sentenze sommarie oppure deceduti a causa di malattie ed epidemie in carcere. Si ha ragione di credere che i corpi siano stati sepolti in fosse comuni o gettati nella spazzatura.
 
Nel suo Nono Rapporto Annuale sui Diritti Umani, il Comitato Siriano per i Diritti Umani (SHRC) ha sottolineato che il periodo di monitoraggio del rapporto, da gennaio a dicembre 2009, “ha registrato l’arresto di numerosi attivisti che sono stati portati davanti a tribunali speciali per le loro attività in difesa dei diritti umani in Siria”.
Arresti a casaccio e arbitrari sono continuati nel 2009 per ragioni politiche o religiose o per motivi di opinione.
Le autorità siriane hanno lanciato una massiccia campagna contro i Kurdi, arrestandone centinaia in base al pretesto della loro affiliazione a partiti kurdi che lottano per il riconoscimento dei loro diritti politici e culturali.
Nello stesso tempo, militanti islamici hanno continuato a essere bersagliati per le loro posizioni, nonostante la dichiarazione del Movimento dei Fratelli Musulmani di sospensione delle sue attività di opposizione all’inizio del 2009 e nonostante le notizie fatte filtrare dalle autorità su un progetto che stavano considerando di revoca della Legge 49/1980 che prevede la pena di morte per i membri del Movimento.
Come pure è continuata la pratica di restituire morti alle loro famiglie i corpi di persone che erano state arrestate ed erano decedute a causa delle pesanti torture subite a opera delle forze di sicurezza siriane.
Il 1° gennaio 2009, Yusuf Ahmad Jabbouli, insegnante di studi islamici e fondatore del mailing group “al-Mishkaat”, è stato arrestato a casa sua nella città di al-Bab, nella provincia di Aleppo, dal dipartimento sicurezza dello Stato. Sei giorni dopo, il 7 gennaio, è stato riconsegnato alla famiglia, morto. È stato trasportato segretamente direttamente dal dipartimento all’abitazione della sua famiglia, senza che le autorità superiori ne fossero informate e senza alcun referto medico che spiegasse le cause della sua morte.
 
Il 3 settembre 2009, due ragazzi sono stati impiccati ad Aleppo per rapina e omicidio, ha riferito un testimone occidentale. “Non ricordo esattamente il giorno di arrivo ad Aleppo, ma mi sembra fosse il 3 settembre. Nel percorso con l’autobus per arrivare in albergo, ho notato in una piazza poco distante un raduno di persone e ho intravisto una persona appesa a una forca ed esposta alla folla”, ha raccontato a Nessuno tocchi Caino un turista italiano che si era recato in Siria a settembre in un viaggio organizzato con un gruppo di persone. “Ho chiesto informazioni a riguardo alla guida turistica del posto, che imbarazzata mi ha detto che erano stati giustiziati due ragazzi”, ha riferito la fonte che ha preferito rimanere nell’anonimato. “Ho chiesto il motivo per cui erano stati condannati a morte e la guida mi ha detto che nei giorni passati queste due persone avevano derubato e ucciso una coppia di anziani in città”, ha aggiunto il turista italiano della cui identità e attendibilità Nessuno tocchi Caino è certo. “Dopo l’esecuzione i corpi rimanevano appesi a guisa di ammonimento per la popolazione, non so però con certezza per quanto tempo, se per un giorno o più tempo ancora”, ha spiegato il testimone.
Il 20 ottobre 2009, un gruppo di organizzazioni per la difesa dei diritti civili hanno costituito l’Alleanza Siriana contro la Pena di Morte, ha riportato il quotidiano palestinese al Quds al Arabi che cita il comunicato del movimento nato nella capitale Damasco, nel quale l’Alleanza ricorda che “la pena capitale oltre a essere inefficace come mezzo di dissuasione dei criminali, è stata respinta da numerose società civili per essere sostituita con l’ergastolo”. Il nuovo movimento chiede al governo siriano di “aderire al Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, relativo all’abolizione della pena di morte”, adottato dall`Assemblea Generale dell’Onu il 15 dicembre 1989 ed entrato in vigore l`11 luglio 1991.
 
Iraq
 
La pena di morte ha fatto parte del sistema giuridico sin dalla fondazione dello Stato iracheno, nel 1920, ma il suo campo di applicazione è stato via via allargato da quando il Partito Baath è salito al potere nel 1968 e, in particolare, dal 1979, anno che ha segnato l’inizio della Presidenza di Saddam Hussein.
Il maggiore dei figli di Saddam, Uday, era considerato un vero e proprio patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato un numero di decreti di esecuzione stimato in 10.000.
Secondo il Rapporto presentato il 1° aprile 2002 alla Commissione Onu per i Diritti Umani, il Governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998 al 2001.
Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein il 9 aprile del 2003, la pena di morte in Iraq era stata sospesa dall’Autorità Provvisoria della Coalizione, ma è stata reintrodotta l’8 agosto 2004, dopo il trasferimento di poteri alle autorità irachene avvenuto il 28 giugno 2004.
 
In Iraq le esecuzioni segrete non si sono mai fermate, nemmeno sotto il “democratico” governo di Nouri al-Maliki.
Non esistono statistiche ufficiali sul numero di detenuti condannati a morte e giustiziati, però si stima che, dal ripristino della pena capitale nell’agosto del 2004 fino al 2009, siano state condannate a morte un migliaio di persone, molte delle quali sono state giustiziate.
Tutte le condanne capitali devono essere confermate dalla Corte di Cassazione e, poi, sottoposte al Consiglio Presidenziale composto dal Presidente e dai due Vice Presidenti per la loro ratifica ed esecuzione. Siccome il Presidente Jalal Talabani è contrario alla pena di morte, delega i suoi poteri di ratifica ai due Vice Presidenti.
Tutti i condannati le cui sentenze sono state ratificate dal Consiglio Presidenziale sono trasferiti nella Quinta Sezione (al Shuba al Khamisa) del carcere al-Kadhimiya di Baghdad prima di essere giustiziati. Questa sezione del carcere dipende dal Ministero dell’Interno, mentre le altre afferiscono a quello della Giustizia.
Le impiccagioni avvengono con regolarità, attraverso una forca di legno in una angusta cella del carcere al-Kadhimiya, ex quartiere generale dell’intelligence di Saddam Hussein, nel quartiere sciita Kadhimiya di Baghdad. Non ci sono registrazioni ufficiali di queste impiccagioni, effettuate in quello che ora si chiama “complesso carcerario di alta sicurezza” della capitale, tuttavia sarebbero centinaia le persone giustiziate in questo luogo dalla fine del regime di Saddam. L’ex dittatore è stato impiccato nello stesso complesso di Kadhimiya dove gli uomini di al-Maliki, in una pedissequa imitazione di terrore saddamita, ora impiccano le loro vittime. In molti casi, pare che gli iracheni non conservino né rendano pubblica documentazione con i veri nomi dei prigionieri o delle persone che hanno impiccato.
Oltre che assassini e stupratori, gli impiccati sarebbero in prevalenza insorti, ai quali verrebbe quindi riservata la stessa giustizia sommaria che di solito loro praticano sui loro sequestrati.
 
Secondo i dati comunicati dalla Corte Suprema irachena, nel 2009 sono state effettuate almeno 77 esecuzioni. Secondo Amnesty International, invece, sono stati almeno 120 i prigionieri messi a morte in Iraq nel 2009, mentre i condannati a morte sarebbero stati almeno 366.
Nel 2008 erano state registrate almeno 34 esecuzioni, mentre le condanne a morte – secondo Amnesty International – erano state almeno 285.
Ma queste cifre potrebbero essere molto più alte, poiché non esistono statistiche ufficiali e le notizie pubblicate dai giornali non coprono tutti i fatti.
 
Il 9 marzo 2009, il Consiglio Supremo della Magistratura ha informato Amnesty International che il Consiglio Presidenziale iracheno aveva ratificato le condanne a morte di 128 persone dopo che erano state confermate dalla Corte di Cassazione. Le autorità irachene non hanno rivelato le identità di quelli a rischio imminente di esecuzione, alimentando la paura che molti di loro possano essere stati condannati a morte dalla Corte Penale Centrale dell’Iraq (CCCI) in seguito a processi che non hanno rispettato gli standard internazionali per un processo equo.
Il 3 maggio 2009, sono state impiccate dodici persone. Si è trattato delle prime esecuzioni in Iraq dopo un anno e mezzo. Il 6 maggio, l’Ufficio dell’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani (OHCHR) e la Missione Onu di Assistenza all’Iraq (UNAMI) hanno manifestato preoccupazione per queste dodici impiccagioni e chiesto alle autorità irachene di applicare una moratoria delle esecuzioni. Hanno espresso anche il timore che altri 115 prigionieri rischiavano di essere giustiziati entro breve tempo.
Il 10 giugno 2009, diciannove persone – 18 uomini e una donna – sono state impiccate. Il fatto non era mai stato annunciato né reso noto e le esecuzioni sono state rese pubbliche solo dopo che l’informazione era riuscita a filtrare. Il 15 giugno, la presidenza di turno ceca dell’Unione Europea ha diffuso una nota nella quale si dice “profondamente turbata per le notizie secondo cui negli ultimi giorni sono state eseguite altre sentenze di morte in Iraq, raggiungendo probabilmente un totale di venti persone giustiziate”. Un funzionario ceco aveva confermato alla Reuters che fonti diplomatiche dell’Unione Europea a Baghdad avevano avuto notizia delle esecuzioni senza però fornire ulteriori dettagli. “L’Unione – prosegue la nota – è molto allarmata dai segnali secondo cui ulteriori esecuzioni potrebbero essere imminenti.” L’UE ha chiesto alle autorità di Baghdad la reintroduzione di una moratoria sulla pena di morte.
Il 21 luglio 2009, Amnesty International ha reso noto che almeno tre donne erano state impiccate dagli inizi di giugno, mentre almeno altre nove erano a rischio di esecuzione imminente dopo la ratifica delle condanne da parte del Consiglio Presidenziale iracheno. Infatti, le autorità le avevano trasferite nella Quinta Sezione del carcere di al-Kadhimiya a Baghdad, che è il luogo dove i condannati a morte sono detenuti prima di essere giustiziati. Una delle donne impiccate, Qassima Hamid, di Baghdad, era stata condannata a morte intorno alla metà del 2006 per omicidio e sequestro di persona. Una di quelle in attesa di esecuzione, Samar Sa’ad ‘Abdullah, era stata condannata nell’agosto del 2005 per gli omicidi dello zio, sua moglie e uno dei loro bambini. Lei aveva accusato il suo fidanzato di aver commesso i delitti a scopo di rapina, ma la sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione nel febbraio del 2007. Al processo, la ragazza ha denunciato di essere stata tenuta in una stazione di polizia ad Hay al-Khadhra a Baghdad dove per farla confessare sarebbe stata picchiata e torturata con colpi sotto le piante dei piedi e scosse elettriche. Il giudice non l’ha creduta e dopo due udienze l’ha condannata a morte. Tra le altre donne trasferite nella Quinta Sezione del carcere di al-Kadhimiya c’erano Shuruq Hassun, Sabrine Nasser, Samira ‘Abdullah, Um Hussain (“Madre di Hussain” – sconosciuto il vero nome), Hanan (sconosciuto il nome completo), Dhikra Fakhry e Wassan Talib. Un’altra donna, Lamya ‘Adnan, sarebbe morta nel frattempo per un infarto.
Il 13 agosto 2009, l’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (OWFI), impegnata nella lotta per i diritti delle donne e per l’abolizione della pena di morte in Iraq, ha reso noto che “pochi giorni prima, due delle donne nel braccio della morte erano state portate via dalla sezione di massima sicurezza del carcere di Kadhimiya a Baghdad e non erano più tornate”. É probabile che anche loro siano state giustiziate.
 
Nel luglio 2009, erano almeno 1.000 i prigionieri del braccio della morte in Iraq, tra cui 150 persone che avevano esaurito tutte le possibilità di appello o di clemenza, secondo un rapporto pubblicato da Amnesty International alla fine di agosto. I tribunali che nel Paese emettono condanne capitali – sottolinea AI – non rispettano gli standard internazionali; inoltre, le autorità “forniscono scarse informazioni sulle esecuzioni, alcune delle quali sono avvenute in segreto”. Il rapporto critica in particolare il Tribunale Penale Centrale e il Tribunale Supremo Penale, che in Iraq comminano il maggior numero di condanne a morte. Inoltre, “gli imputati denunciano spesso che le ‘confessioni’ vengono estorte con la tortura e non hanno la possibilità di scegliere gli avvocati difensori, una volta davanti al Tribunale Penale Centrale dell’Iraq”.
Il 1° settembre 2009, l’Agence France Presse ha riportato una fonte governativa che rivelava che il numero delle esecuzioni effettuate in Iraq poteva essere molto più alto di quanto si immaginasse. “Si registra una media di 10 esecuzioni a settimana per ragioni di sicurezza”, ha dichiarato un funzionario in condizioni di anonimato. “Più di 800 persone attendono di essere giustiziate.” Un funzionario di polizia alla prigione Al-Adalah di Kadhimiya dove si fanno le esecuzioni ha dichiarato che “dalle 10 alle 15 esecuzioni sono effettuate ogni sette-otto giorni, la maggior parte terroristi”.
 
Arabia Saudita
 
Le persone messe a morte nel 2009 sono state almeno 69, provenienti quasi tutte dai Paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia.
I lavoratori immigrati sono vulnerabili agli abusi dei loro datori di lavoro e delle autorità. Spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. Alcuni di loro hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.
Amnesty International stima che dei 141 detenuti nel braccio della morte almeno 104 sono stranieri.
 
Il 2 gennaio 2009, due cittadini dello Sri Lanka, Sod Karn Tabi Fali e Miqra Safira Motio, sono stati decapitati dopo essere stati giudicati colpevoli di aver rapinato e ucciso un contabile sudanese. Le esecuzioni sono avvenute nel governatorato di Houtah Bani Tamim, nella regione di Riad.
Il 7 aprile 2009, tre cittadini pakistani sono stati decapitati nella città di Burida per l’omicidio di un connazionale. Muhammad Akram Shafi, Muhammad Kamran Qassem e Asghar Ali Abdulaziz erano stati riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Muhammad Firyad Muhammad, di professione gioielliere. I tre avrebbero sequestrato la vittima, sottraendogli l’oro e i soldi che aveva con sé, poi lo avrebbero condotto in una zona desertica, uccidendolo a colpi di coltello e di pietre.
Il 14 aprile 2009, un cittadino yemenita, Fikri Mohamed Hassan Saleh, è stato decapitato a Jazan per aver strangolato con un cavo un pastore suo connazionale, con il quale aveva litigato per questioni di denaro.
Il 21 aprile 2009, un altro yemenita, Abbas bin Ali bin Abdullah, è stato decapitato nella città portuale di Jazan per l’omicidio di un giovane saudita che aveva tentato di molestare.
Il 6 maggio 2009, altri due cittadini yemeniti sono stati decapitati per l’omicidio di un loro connazionale, commesso nel corso di una rapina.
L’8 maggio 2009, un cittadino nigeriano è stato decapitato per lo stupro di un’anziana donna che avrebbe commesso sotto l’effetto di hashish e pasticche illegali.
L’8 giugno 2009, un cittadino egiziano, Ahmed Mustapha, è stato decapitato nella capitale Riad per aver ucciso nel corso di una lite il saudita Fahd al-Mutairi.
Il 2 agosto 2009, un cittadino nigeriano è stato decapitato a Gedda dopo essere stato riconosciuto colpevole di omicidio e rapina. Qorbi bin Musa Adam avrebbe aggredito la vittima, il cittadino saudita Ibrahim al-Assiri, legandogli mani e piedi e chiudendogli la bocca con del nastro adesivo. Il saudita sarebbe morto per soffocamento.
Il 7 agosto 2009, Muneer Ahmed Hussein Shah, cittadino del Bangladesh residente a Riad, è stato giustiziato per omicidio. Secondo il Ministero degli Interni, l’uomo era stato giudicato colpevole di aver stuprato una donna, di aver tentato di soffocarla e di averle poi dato fuoco.
Il 4 novembre 2009, un cittadino indiano e due dello Sri Lanka sono stati decapitati a Gedda dopo essere stati riconosciuti colpevoli di omicidio e furto. Lo ha reso noto il Ministero degli Interni, che ha identificato l’indiano come Mohammed Barmil e i due dello Sri Lanka come Halima Abdelkader, una donna, e Bandar Nikar. Nel novembre 2005, Barmil e Nikar sarebbero entrati nell’abitazione di una donna saudita, Mariam Hussein, che avrebbero soffocato per poi rubare soldi e gioielli.
Il 4 marzo 2010, un immigrato sudanese è stato decapitato nella regione di Ryad dopo essere stato riconosciuto colpevole dell’omicidio del suo datore di lavoro. Lo ha reso noto il Ministero dell’Interno con un comunicato diffuso dall’agenzia ufficiale Spa. Mussa Ahmed, questo il nome del condannato, era un autista ed era stato accusato di aver ucciso Mohammed al-Mutairy dopo averlo derubato in una zona desertica del Paese. Dopo l’omicidio Ahmed era fuggito in Sudan, ma le autorità saudite sono riuscite a ottenerne l’estradizione.
Il 5 giugno 2010, un cittadino sudanese è stato decapitato dopo essere stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di un connazionale. La notizia dell’esecuzione è stata diffusa dal Ministero degli Interni, secondo cui Faisal Ali Abdel Ghani Ahmed avrebbe ucciso Abdel Daem al-Tahar con dei colpi d’accetta alla testa, a seguito di una lite. La decapitazione ha avuto luogo nella regione sud-occidentale di Assir.
 
Botswana
 
La pena di morte è in vigore in Botswana da quando il Paese è divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1966. Da allora sono state messe a morte 43 persone.
Il 3 luglio 2007, in un rapporto congiunto sulle “impiccagioni sommarie e segrete”, attivisti per i diritti umani hanno evidenziato come nel processo legato all’esecuzione di una condanna capitale manchi totalmente trasparenza. Gli attivisti criticano le autorità che non forniscono informazioni circa le date delle esecuzioni, non consentendo così un ultimo incontro tra i condannati a morte e le rispettive famiglie.
Il 1° aprile 2006, Modisane Ping era stato giustiziato in segreto. La sua famiglia aveva appreso dell’esecuzione dalla radio. Anche l’esecuzione di Lehlohonolo Kobedi, impiccato il 18 luglio 2003, era avvenuta in segreto senza che i suoi avvocati ne fossero avvisati.
Anche l’unica esecuzione nota del 2007 è avvenuta in segreto: Sepeni Thubisane Popo è stato impiccato senza che il suo avvocato e la sua famiglia fossero avvertiti che l’uomo era in procinto di essere giustiziato. “Alcune persone mi hanno detto di aver appreso la notizia dell’esecuzione da Radio Botswana, nel notiziario dell’ora di pranzo”, ha detto l’avvocato.
 
Il 18 dicembre 2009, un cittadino dello Zimbabwe è stato impiccato dopo essere stato condannato a morte per omicidio plurimo. Gerald Dube era stato giudicato colpevole di aver ucciso sua cugina Patricia Majoko, i due figli della donna, Amotjilani, 5 anni, e Dumisani, 7, e una cameriera. Gli omicidi sono avvenuti a Francistown il 13 settembre 2001. Dube, 36 anni, era stato impiegato dalla cugina nel suo studio legale come archivista e viveva con la famiglia di lei a Francistown. Licenziato dalla cugina, l’uomo è andato su tutte le furie e avrebbe ucciso lei e le altre tre vittime. Dube si era appellato contro la sentenza dell’Alta Corte ma la Corte d’Appello aveva confermato il verdetto. La condanna era stata emessa dall’Alta Corte di Francistown il 14 giugno 2007. L’avvocato di Dube, Ookeditse Maphakwane, aveva sostenuto che l’uomo soffriva di crisi epilettiche che potevano essere responsabili del suo comportamento il giorno in cui avrebbe ucciso i suoi parenti.
 
Egitto
 
In Egitto, le esecuzioni sono rese pubbliche solo quando sono state già effettuate. Ai condannati non viene comunicata né la data né l’ora in cui saranno giustiziati e, in pratica, i famigliari si rendono conto dell’avvenuta esecuzione solo quando vengono chiamati per andare a recuperarne il cadavere, checché ne dicano le autorità egiziane secondo cui i parenti possono visitare il condannato il giorno previsto per l’impiccagione.
Come pure, le autorità non hanno mai reso pubblico quante sono le persone in attesa di esecuzione.
Le sentenze definitive sono sottoposte alla ratifica del Presidente della Repubblica o di un suo delegato, che deve decidere se concedere o meno la clemenza attraverso una grazia o una riduzione della pena. In caso negativo, la sentenza deve essere eseguita dopo due settimane.
 
L’11 marzo 2010, Atef Rohyum Abd El Al Rohyum è stato impiccato per omicidio nella prigione Isti’naf del Cairo, dove normalmente le esecuzioni hanno luogo. La sua famiglia non era stata informata dell’impiccagione fino a che non è stata chiamata per andare a prendersi il corpo. Una donna condannata a morte nello stesso caso, Jihan Mohammed Ali, è stata impiccata il giorno prima nel carcere di al-Kanater, a nordest della capitale Il Cairo. Anche la sua famiglia è stata tenuta all’oscuro dell’esecuzione. I due erano stati accusati di aver ucciso il marito di lei nel gennaio del 2004. L’uomo, dopo l’arresto, sarebbe stato interrogato senza la presenza di un avvocato, torturato e in vario modo maltrattato, mentre alcune persone che sostenevano di aver assistito agli abusi non sarebbero state ammesse a testimoniare al processo. Sia Atef che Jihan erano stati condannati a morte da un tribunale del Cairo il 17 luglio 2005, le sentenze erano state in seguito confermate in appello e divenute definitive il 2 febbraio 2009. Atef è stato impiccato nonostante non fosse pienamente provata la sua colpevolezza. La famiglia non era stata neanche messa al corrente che un suo ultimo ricorso del maggio 2009 era stato rigettato.
 
Giappone
 
Il Giappone ha mantenuto il massimo riserbo sulle esecuzioni fino al dicembre 2007. Prima, il Governo si limitava a dichiarare il numero di detenuti giustiziati, rifiutando perfino di rivelarne i nomi. Le esecuzioni, che il più delle volte erano effettuate d’estate e alla fine dell’anno, avvenivano quando la Dieta, il Parlamento giapponese, era in vacanza per evitare la discussione parlamentare.
Con l’entrata in carica nell’agosto 2007 dell’allora Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama, esplicito sostenitore della pena capitale, i principi e i tabù che il Giappone aveva mantenuto nei riguardi della pena di morte si sono andati sempre più rompendo.
Nel dicembre 2007, con le prime esecuzioni del governo di Fukuda, il Ministro della giustizia ha rotto con la tradizione, che voleva il segreto sulle esecuzioni, pubblicando i nomi e i crimini di tre prigionieri giustiziati. Anche la tradizione di non eseguire sentenze capitali mentre il parlamento è in sessione, nel tentativo di evitare inutili controversie, è stata rotta.
Con il governo di Yukio Hatoyama entrato in carica nel settembre 2009, il nuovo Ministro della Giustizia, Keiko Chiba, ha chiesto un ampio dibattito pubblico sull’eventualità di abolire nel Paese la pena di morte e che su questa realtà ci sia maggiore trasparenza. “Spero che l’opinione pubblica rifletta sul tema della pena capitale e confido di poter creare dei forum per il dibattito”, ha ribadito il Ministro il 30 settembre. “Spero che poco alla volta si possa allargare il dibattito, in una forma o nell’altra, anche rendendo conosciute dalla pubblica opinione le informazioni e i luoghi legati alla pena di morte. Sono convinta che sia difficile far progredire il dibattito senza che l’opinione pubblica conosca questa realtà.”
 
I detenuti di solito non sono informati sulla data della loro esecuzione fino al giorno dell’impiccagione. Poiché vengono avvertiti solo un’ora prima dell’esecuzione, i detenuti non possono incontrare i parenti o presentare un appello finale. Familiari e avvocati sono generalmente informati dopo l’esecuzione, alla quale non possono assistere nemmeno gli avvocati.
Nel 2008, un’associazione giapponese per i diritti umani, Forum 90, ha inviato un questionario ai detenuti nei bracci della morte del Paese, attraverso loro familiari o avvocati, ricevendo risposte da 76 detenuti di età compresa tra i 20 e gli 80 anni. I detenuti rivelano storie personali di isolamento e sofferenza.
L’Associazione – che ha sede a Tokyo – ha anche chiesto ai prigionieri quale sia il motivo principale dello stress psicologico cui sono sottoposti. Tra le risposte ricevute con maggiore frequenza c’è il non sapere fino all’ultimo quando si verrà giustiziati.
In diverse risposte si fa riferimento alle migliori condizioni detentive seguite all’approvazione nel 2005 della legge sul trattamento dei prigionieri, che per quanto riguarda i bracci della morte viene applicata dal 2007. Tra i miglioramenti citati c’è la possibilità di incontrare e scambiare lettere con amici, oltre alla maggiore opportunità di svolgere esercizio fisico. In precedenza le visite erano limitate a parenti e avvocati. Non mancano tuttavia delle critiche, come la riduzione dei tempi dedicati alle visite o la minore possibilità di ricevere regali, libri compresi.
“Dalle sette di mattino alle sette di sera devono rimanere seduti in uno spazio angusto. Se si muovono, cadono o si sdraiano, immediatamente le guardie li costringono a rimettersi seduti. Fanno esercizio solo due volte a settimana per 30 minuti”, ha dichiarato Akiko Takada, procuratore legale e membro di Forum 90. “Le telecamere li sorvegliano 24 ore su 24, mentre mangiano, usano il bagno o fanno qualsiasi altra cosa.”
 
Il codice di procedura penale giapponese stabilisce che l’esecuzione debba avvenire entro sei mesi dalla conferma definitiva della condanna, tuttavia i tempi si allungano se, per esempio, è pendente una richiesta di nuovo processo. Nei dieci anni precedenti al 2006 sono state giustiziate in Giappone 30 persone, che in media hanno atteso sette anni e 11 mesi prima di essere messe a morte. Negli ultimi anni il tempo di attesa si è ridotto, con le impiccagioni che dal dicembre 2007 vengono effettuate ad un ritmo maggiore.
Il 30 ottobre 2008, nel suo primo rapporto sul Giappone in 10 anni, il Comitato Diritti Umani di Ginevra aveva esortato il Paese ad abolire la pena di morte nonostante l’opinione pubblica sia totalmente a favore. Il Giappone “dovrebbe inoltre assicurare che i detenuti nel braccio della morte e le loro famiglie vengano avvisati con un anticipo ragionevole della data dell’esecuzione, per poter ridurre la sofferenza psicologica causata dalla mancata opportunità di prepararsi all’evento”, era scritto nel rapporto.
Il 2 aprile 2009, la commissione governativa incaricata di esaminare le procedure adottate nel Centro di Detenzione di Tokyo, ha raccomandato che i prigionieri del braccio della morte siano informati dell’imminente impiccagione con una giornata o due di anticipo, e non la mattina stessa, come avviene attualmente. “Le autorità carcerarie dovrebbero dare ai condannati un preavviso maggiore, in modo che possano sistemare le proprie questioni”, è scritto nel rapporto della commissione. “La pratica di avvisare i condannati la mattina stessa dell’esecuzione crea un’inutile ansia che li accompagna ogni giorno.”
 
Singapore
 
L’applicazione della pena di morte continua comunque a essere avvolta dal segreto. Le notizie di esecuzioni vengono comunicate solo dopo essere state effettuate. Non c’è quasi dibattito pubblico sulla pena di morte nel Paese, anche perché leggi speciali limitano la libertà di stampa e vietano comizi e manifestazioni non autorizzate. Le esecuzioni hanno luogo il venerdì mattina all’alba. I famigliari sono di solito informati solo una settimana prima.
 
Secondo i dati resi noti nel gennaio 2007, più di 420 persone sono state giustiziate dal 1991, la maggior parte per reati di droga.
Secondo lo stesso Governo di Singapore, 28 persone sono state giustiziate nel 2002, 27 nel 2001 e 21 nel 2000. Le esecuzioni nel 2003 sono state almeno 14 e quelle effettuate nel 2004 sono state almeno 6. Nel 2005 sono state messe a morte 8 persone. Sono almeno 5 le esecuzioni praticate nel Paese nel 2006 e 2 quelle registrate nel 2007. Nel 2008, sarebbe stata effettuata una sola esecuzione.
Dall’Indipendenza, è stata concessa la grazia a solo sei condannati a morte.
Nel 2009, sono state comminate almeno 6 condanne a morte, ma è stata effettuata una sola esecuzione, per omicidio.
Il 9 gennaio, un uomo di 42 anni riconosciuto colpevole di omicidio è stato impiccato nel carcere di Changi. Si tratta di Tan Chor Jin, un malavitoso noto come “Drago con un solo occhio”, riconosciuto colpevole nel 2007 dell’omicidio a colpi d’arma da fuoco del proprietario di un night club, Lim Hock Soon, commesso il 15 febbraio 2006. Secondo un lancio della Agence France Presse del 2007, Tan non era assistito da un avvocato di fiducia durante il processo nel quale è stato condannato a morte. Intervistato dalla AFP, aveva detto: “Non sanno cosa siano i diritti umani dei detenuti, non ci consentono neanche di fumare in carcere.” Lo stesso giorno dell’esecuzione, Tan Chor Jin ha donato un suo rene a Tang Wee Sung, un magnate del commercio al dettaglio malato che nel giugno del 2008 era stato incarcerato per un giorno e multato con 17.000 dollari di Singapore (11.400 USD) per aver tentato di comprare illegalmente un rene da un donatore indonesiano. Questo caso ha spinto il governo a emendare la legge per consentire la donazione di reni in cambio di un compenso in denaro da parte del beneficiario.
 
 
 
LA “CIVILTÀ” DELL’INIEZIONE LETALE
 
I Paesi che hanno deciso di passare dalla sedia elettrica, l’impiccagione o la fucilazione alla iniezione letale come metodo di esecuzione, hanno presentato questa “riforma” come una conquista di civiltà e un modo più umano e indolore per giustiziare i condannati a morte. La realtà è diversa.
 
Stati Uniti d’America
 
Nel corso degli ultimi anni molte decine di condannati a morte avevano presentato ricorsi alle varie corti d’appello o supreme sostenendo che, stando a diverse esecuzioni durate molto più del previsto, il protocollo seguito nelle esecuzioni non garantiva affatto che l’esecuzione stessa fosse indolore, e che anzi c’erano prove che si trattasse di una “punizione crudele e inusuale”, termine desueto ma che è presente nella Costituzione degli Stati Uniti come un tipo di condanna che non può essere inflitta.
Quindi, dopo molti anni di discussioni e di ricorsi, i dubbi sul metodo dell’iniezione letale hanno finalmente investito della questione la Corte Suprema degli Stati Uniti e di fatto portato a una sospensione delle esecuzioni in molti Stati che è iniziata il 25 settembre del 2007 e si è protratta fino al 16 aprile 2008, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti, respingendo con sette voti contro due il ricorso presentato da due detenuti nel braccio della morte in Kentucky, Ralph Baze e Thomas Clyde Bowling, ha stabilito che il cocktail di sostanze letali usato non rappresenta una punizione “crudele e inusuale” e quindi non è contrario alla Costituzione americana.
La Corte Suprema ha riconosciuto il rischio di incidenti e malfunzionamenti ma, ha argomentato, questi sono sempre possibili con qualsiasi sistema. La Corte ha sostanzialmente ritenuto che la Costituzione mette il cittadino al riparo da pratiche “volutamente” crudeli o dolorose, ma questo non significa che ogni cosa che fa lo Stato debba per forza essere assolutamente priva di dolore o di rischio. La quota di dolore e/o rischio insita nel protocollo dell’iniezione letale, per quanto possa essere sgradevole e per quanto possa esserne auspicabile l’eliminazione, allo stato attuale però non costituisce elemento di incostituzionalità e, anzi, va considerata “inevitabile”.
La Corte Suprema ha inoltre riconosciuto validità all’ipotesi prospettata dagli avvocati di Baze e Bowling, e da molti altri avvocati ed esperti, di utilizzare una singola, massiccia dose di barbiturico al posto dell’attuale mix di tre farmaci. Per la Corte Suprema, è molto probabile che la singola dose di barbiturico sia un metodo di esecuzione meno doloroso e con meno rischi di imprevisti, ma è compito dei legislatori decidere queste cose.
Come è noto, negli ultimi anni molte polemiche si erano focalizzate sul secondo dei tre farmaci utilizzati nell’iniezione letale. Il secondo farmaco, quello che paralizza i muscoli, in realtà impedirebbe ai condannati soltanto di manifestare il dolore per il terzo farmaco, quello che blocca il cuore, ma non di provarlo. Un dolore, peraltro, che sarebbe particolarmente forte, e non di brevissima durata. Diverse perizie affidate a esperti di anestesiologia hanno evidenziato la possibilità che il primo farmaco a venir iniettato, il barbiturico, utilizzato per rendere incosciente il condannato in attesa dell’effetto dei due farmaci successivi, potrebbe non avere un effetto sufficiente o, in alcuni casi, potrebbe esaurire il suo effetto prima del previsto. La Corte Suprema ha ritenuto non sufficientemente provate le censure, e ha comunque restituito ai legislatori il potere/dovere di compiere ulteriori verifiche sul protocollo.
 
Il 28 maggio 2009, il Nebraska ha adottato l’iniezione letale come principale metodo di esecuzione, mentre prima era l’unico Stato ad avere ancora la sedia elettrica come protocollo di esecuzione primario. Il protocollo dell’iniezione letale è stato controfirmato dal Governatore Dave Heineman, anche se non sono previste esecuzioni a breve termine. L’Attorney General Jon Bruning ritiene che passeranno almeno due anni prima che si possa giustiziare una delle 11 persone nel braccio della morte. Questo perché gli avvocati difensori, come avviene sempre in questi casi, inizieranno subito una serie di ricorsi di incostituzionalità del nuovo protocollo. Dalle corti statali a quelle federali, dalla Corte d’Appello a quella Suprema, i ricorsi dovrebbero portar via, si calcola, almeno due anni. In realtà il protocollo è già stato esaminato (come richiesto dalla legge) in via preliminare dalla Corte d’Appello dell’8° Circuito, che lo ha considerato “costituzionale” in quanto “studiato per evitare inutili inflizioni di dolore, non per provocarne”, ma i ricorsi dei difensori dovranno comunque seguire il loro corso. Il nuovo protocollo è simile a quello di quasi tutti gli altri Stati ed è basato sui classici tre farmaci: l’anestetico, il paralizzante e il veleno cardiaco. Il protocollo del Nebraska è più preciso di quello in vigore in altri Stati, fissa le dosi precise del farmaco, elenca le 12 persone che devono far parte del team di esecuzione nei vari ruoli, e una serie di controlli prima durante e dopo l’esecuzione che dovrebbero evitare incidenti ed errori. Per nessuna delle 12 persone è prevista l’iscrizione a un albo medico o paramedico, ma due dei membri del team di esecuzione dovranno avere “addestramento specifico per l’endovena”.
Dopo la scelta del Nebraska, oggi tutti gli Stati hanno l’iniezione letale come primo metodo di esecuzione. In alcuni Stati rimangono in vigore i “vecchi metodi”, disponibili su richiesta del condannato e di solito solo per i reati commessi prima dell’entrata in uso dell’iniezione.
 
Il 15 settembre 2009, per difficoltà a trovare le vene dopo diciotto tentativi in più di due ore e mezza, è stata interrotta in Ohio l’esecuzione di Romell Broom, 53 anni, nero, accusato di aver violentato e ucciso, nel settembre 1984, una ragazza di 14 anni, Tryna Middleton. La sua esecuzione era fissata per le 10 di mattina nel Southern Ohio Correctional Facility di Lucasville, e poi rinviata di alcune ore in attesa dell’esito dell’ultimo ricorso alla Corte d’Appello del 6° Circuito. Dopo il rigetto della Corte d’Appello, la procedura d’esecuzione è ripresa. Dopo un’ora in cui gli incaricati hanno tentato di inserire gli aghi in varie parti del corpo il difensore di Broom aveva chiesto con urgenza alla Corte d’Appello di interrompere l’esecuzione. Allo scadere della seconda ora è stato il direttore del penitenziario, Terry Collins, a contattare il Governatore Ted Strickland, che ha emesso un ordine di sospensione per una settimana.
Il 5 ottobre 2009, il governatore dell’Ohio, il Democratico Ted Strickland, ha rimandato le esecuzioni di due prigionieri, Lawrence Reynolds Jr. e Darryl Durr, dopo che alcune ore prima una corte d’appello federale aveva fermato l’iniezione letale di Reynolds, la cui esecuzione era fissata per l’8 ottobre. La corte d’appello federale ha detto esserci dubbi sulle procedure adottate nello Stato per praticare le iniezioni letali e sulla competenza degli addetti per quanto riguarda la loro applicazione. Il Governatore ha ordinato la revisione delle procedure relative all’iniezione letale usate nello Stato.
Il 13 novembre 2009, dopo la fallita esecuzione di Romell Broom il 15 settembre, ha adottato un nuovo protocollo dell’iniezione letale basata su un singolo farmaco. Il protocollo modificato prevede che la classica iniezione composta da tre diversi farmaci (un sedativo, un anestetico e un paralizzante) venga sostituita da una singola, massiccia iniezione di anestetico, il sodio tiopentale. Nel protocollo precedente, praticamente uguale a quello di tutti gli Stati che adottano l’iniezione letale, il sodio tiopentale costituiva il secondo farmaco in ordine di tempo a venir iniettato. Il nuovo protocollo, inoltre, prevede una opzione di riserva: nel caso non fosse agevole trovare vene adatte per l’iniezione, una combinazione di due diversi farmaci (midazolam e hydromorphone) verrà iniettata in un muscolo.
Mentre Broom sta riuscendo a rinviare una sua eventuale nuova esecuzione, anche appellandosi al dettato costituzionale contro le “punizioni crudeli e inusuali” (ossia le due ore già passate sul lettino dell’iniezione letale la sera del 15 settembre), il nuovo protocollo dell’Ohio è stato applicato a Kenneth Biros, giustiziato con il nuovo sistema l’8 dicembre 2009.
Kenneth Biros, un bianco di 51 anni che nel ‘91 violentò e fece a pezzi una ragazza di 22 anni, è stato giustiziato nella prigione di Lucasville. Si tratta della prima persona della storia americana a essere giustiziata con questo metodo, usato sinora dai veterinari per sopprimere gli animali, e c’è stato chi, come l’Abc News, ha paragonato la fine del condannato a quella di un porcellino d’India, l’animale usato come cavia nelle ricerche scientifiche. Nonostante la novità dell’iniezione a base di un solo farmaco, anche stavolta non sono mancati i contrattempi: l’avvocato di Biros ha riferito che il boia ha dovuto fare ben nove tentativi prima di trovare la vena di Biros.
 
Il 2 marzo 2010, anche lo Stato di Washington ha aggiornato il suo protocollo, adottando lo stesso dell’Ohio. Diversi altri Stati hanno avviato la procedura di modifica del protocollo.
 
Le esecuzioni sono sospese in California, Maryland, Kentucky e nel sistema federale, a causa di ricorsi contro il protocollo dell’iniezione letale. Dopo la sentenza del 2008 della Corte Suprema che ha confermato la validità “in generale” dei protocolli in vigore, i ricorsi ormai riguardano soprattutto le procedure di approvazione dei protocolli stessi, che in molti Stati si è scoperto a posteriori essere “fuori legge”. Le procedure di esecuzione per prassi venivano elaborate dai vari Dipartimenti Penitenziari, ma le leggi degli Stati quasi sempre equiparano le esecuzioni a normali “atti amministrativi” che come tali devono passare al vaglio anche di organismi parlamentari e relative “udienze pubbliche” in cui ascoltare il parere di vari esperti, favorevoli e contrari.
 
Secondo alcuni osservatori si potrebbe profilare nei prossimi anni una posizione di stallo: se medici e paramedici professionisti continueranno a rifiutare di partecipare alle esecuzioni, prima o poi la Corte Suprema potrebbe dichiarare incostituzionale l’affidare l’iniezione letale a persone non qualificate professionalmente.
Le avvisaglie di questa problematica, abbiamo visto, si sono avute in North Carolina dove nel 2007 la locale Associazione dei Medici (la North Carolina Medical Board) ha espressamente vietato ai suoi iscritti di prendere parte alle esecuzioni con qualsiasi ruolo, anche minimo, pena l’espulsione. Con una sentenza del 1° maggio 2009, la Corte Suprema del North Carolina ha imposto all’Associazione dei Medici di ritirare la minaccia di sanzioni, in quanto queste non rientrerebbero tra i suoi poteri quando ci si trova in presenza di una legge statale che invece autorizza i medici a partecipare. L’Associazione ne ha preso atto, e pur ritirando la minaccia di sanzioni, ha mantenuto intatta la “fortissima raccomandazione morale e deontologica”, e di fatto da allora nessun medico del North Carolina ha accettato di partecipare a una esecuzione. Come è noto, questa presa di posizione e tutti gli adeguamenti al protocollo dell’iniezione letale e alla legge stanno tenendo “in moratoria” il North Carolina. A livello di singoli Stati, una posizione simile era stata presa nel 2006 dalla California Medical Association, ma per una diversa articolazione della legge aveva avuto un impatto minore. A livello nazionale invece, la American Medical Association dal 2006 ha più volte ricordato che esiste un “divieto etico, deontologico e morale” a che uno dei suoi membri partecipi a una esecuzione, ma non ha mai emesso un divieto formale.
Divieto formale che invece è stato emesso il 2 maggio 2010 dalla American Board of Anesthesiologists: l’Associazione degli Anestesisti revocherà la licenza a chiunque, tra i suoi 40.000 iscritti, partecipi con qualsiasi ruolo a una esecuzione. La licenza rilasciata dal Board non è obbligatoria per legge, ma la maggior parte degli ospedali statunitensi la richiede. Circa metà dei 35 Stati in cui è in vigore la pena di morte richiede la partecipazione di un anestesista in un qualche ruolo all’interno del processo di esecuzione. La misura, comunicata agli iscritti a febbraio, è stata salutata con molto favore dalle associazioni contrarie alla pena di morte, mentre i favorevoli la ritengono irrilevante, perché la procedura dell’iniezione letale sarebbe di semplice attuazione, e quindi può essere effettuata anche dal normale personale carcerario.
Fin qui a prendere posizione sono state, seppure con gradazioni diverse, le associazioni dei medici, ma è possibile che a breve anche le associazioni dei Paramedici si schierino. A quel punto la Corte Suprema dovrà pronunciarsi: davvero la pratica dell’iniezione letale è di così scarso rilievo da poter essere affidata a “dilettanti”? E’ possibile che esista un “momento” nell’arco della vita di un “cittadino”, per quanto criminale, in cui si cessa di avere il diritto a essere assistito da personale medico di adeguato livello? L’argomento è ricco di sviluppi e intrecci, e potrebbe essere il banco di prova dei nuovi equilibri all’interno della Corte Suprema, con il pensionamento di due dei suoi nove membri e la loro sostituzione.
 
Cina
 
In base alla Legge di Procedura Penale cinese, dopo aver ricevuto dalla Corte Suprema un ordine di esecuzione di una sentenza capitale, il Tribunale del Popolo di livello inferiore provvederà a eseguire la sentenza entro sette giorni.
Le sentenze capitali in Cina sono per lo più eseguite con un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata al cuore oppure alla nuca con il condannato in ginocchio, le caviglie ammanettate e le mani legate dietro la schiena. Nei decenni precedenti, era una consuetudine che lo Stato facesse pagare alle famiglie dei giustiziati il costo della pallottola, una previsione che oggi pare sia stata abolita.
Nel 1997, la Cina ha introdotto il metodo dell’iniezione letale che è stata applicata per la prima volta il 28 marzo 1997 a Kunming, capoluogo della Provincia sud-occidentale dello Yunnan. Nel 2003, la Provincia dello Yunnan è stata anche la prima a passare all’iniezione letale come metodo esclusivo di esecuzione. A Kunming sono seguite le città di Changsha, Pechino, Shanghai, Guangzhou, Nanjing, Chongqing, Hangzhou e Shenyang.
Nel giugno del 2006, la Provincia dello Zhejiang nell’est della Cina ha annunciato che a partire da settembre dello stesso anno avrebbe effettuato tutte le esecuzioni tramite iniezione letale.
Nel marzo 2008, dopo una sperimentazione durata 10 anni, la città di Chengdu, capoluogo della provincia cinese del Sichuan, ha adottato formalmente il metodo dell’iniezione letale al posto del colpo di arma da fuoco alla nuca.
Nel gennaio 2008, il vicepresidente della Corte Suprema del Popolo, Jiang Xingchang, ha dichiarato che la Cina avrebbe incrementato l’uso dell’iniezione letale per l’esecuzione dei condannati a morte. “L’iniezione è più umana e verrà alla fine utilizzata da tutti i Tribunali Intermedi del Popolo”, ha dichiarato al giornale China Daily. La metà dei 404 Tribunali Intermedi del Popolo, che provvedono alla maggior parte delle esecuzioni, già ora ricorre all’iniezione letale, ha detto Jiang Xingchang, aggiungendo che “la Corte Suprema aiuterà i Tribunali a dotarsi degli strumenti necessari e a formare un maggior numero di addetti, in particolare nelle regioni centrali e occidentali del Paese”. Per raggiungere l’obiettivo, la Corte Suprema trasferirà quantitativi del veleno normalmente usato per le iniezioni letali direttamente alle corti locali e sotto stretta sorveglianza. Attualmente, funzionari dei tribunali devono recarsi a Pechino per approvvigionarsi. Per il vicepresidente della Corte Suprema, i condannati a morte e le loro famiglie sostengono la decisione di cambiare metodo di esecuzione.
 
Il 10 dicembre 2009, l’Alta Corte del Popolo della provincia di Liaoning ha annunciato che tutte e 14 le città della provincia hanno adottato l’iniezione, pertanto l’esecuzione tramite fucilazione non è più prevista. “L’iniezione letale riduce la paura e la sofferenza”, ha dichiarato la Corte. Secondo la Xinhua, “i funzionari dell’Alta Corte di Liaoning sono convinti che l’iniezione è preferita sia dai condannati sia dai loro familiari”. L’iniezione è stata usata per la prima volta nel Liaoning nel 2001, per giustiziare due uomini riconosciuti colpevoli di omicidio a Shenyang, capoluogo provinciale.
Il 4 novembre 2009, il China Daily ha reso noto che a partire dal 2010 la città di Pechino avrebbe adottato il metodo dell’iniezione letale per tutti i condannati a morte. Un’apposita struttura è stata fatta costruire dalle autorità nei pressi di una prigione alle porte di Pechino. I funzionari del Dipartimento di Giustizia di Pechino hanno ispezionato la struttura e stavano studiando il percorso che i condannati avrebbero effettuato per raggiungere il luogo dell’esecuzione. Finora, il governo concedeva il ‘privilegio’ dell’iniezione letale invece del colpo di pistola alla nuca solo agli alti funzionari reclusi nel carcere di Qincheng, a Pechino. Risale al 10 luglio 2007 l’ultima iniezione capitale effettuata a Pechino. In quell’occasione fu messo a morte Zheng Xiaoyu, ex responsabile dell’Agenzia Statale per i controlli di qualità su cibo e medicine, riconosciuto colpevole di aver accettato tangenti in cambio dell’approvazione di farmaci non testati, provocando la morte di decine di persone. Il direttore del dipartimento ricerca della Corte Suprema del Popolo, Hu Yunteng, ha dichiarato che il nuovo sistema è “più pulito, più sicuro e più conveniente” rispetto all’uso di armi da fuoco.
Il 26 gennaio 2010, il Beijing Youth Daily ha annunciato che gli addetti alle esecuzioni del Tribunale Intermedio del Popolo di Pechino avevano terminato la loro formazione e, quindi, erano pronti a partire con l’iniezione letale come metodo esclusivo d’esecuzione a Pechino.
 
Il 27 marzo 2009, un uomo è stato giustiziato mediante iniezione letale dopo essere stato riconosciuto a capo di una banda di sequestratori. Si tratta di Ye Zengxi, 55 anni, che insieme al fratello minore Ye Xiaolin avrebbe guidato una banda autrice dei sequestri di nove bambini nella provincia centrale cinese dell’Henan, avvenuti tra aprile e dicembre 2007.
Il 17 dicembre 2009, un cittadino di Taiwan è stato giustiziato con l’iniezione letale nello Xiamen, ha riferito il Tribunale intermedio del popolo della provincia cinese. Xie Minghui, della contea di Tainan, Taiwan, era stato condannato per aver contrabbandato eroina nel novembre 2004.
Il 29 dicembre 2009, Akmal Shaikh, un cittadino britannico condannato a morte in Cina per traffico di droga, è stato giustiziato con un’iniezione letale a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang.
Tra il 6 e il 9 aprile 2010, quattro cittadini giapponesi – Mitsunobu Akano, Teruo Takeda, Hironori Ukai e Katsuo Mori – sono stati giustiziati nella provincia di Liaoning per traffico di droga. Sembra che sia la prima volta che cittadini giapponesi sono giustiziati in Cina da quando i due Paesi hanno normalizzato le loro relazioni diplomatiche nel 1972. Le esecuzioni sarebbero avvenute tutte tramite iniezione letale. Ad Akano è stato anche consentito di incontrare i suoi famigliari prima di essere ucciso, cosa che normalmente non avviene.
 
In molte Province sono state allestite anche delle unità mobili su dei furgoni da 24 posti, opportunamente modificati, che raggiungono il luogo dove si è svolto il processo. Questo evita il trasferimento dei condannati nei posti previsti per le esecuzioni, una procedura che implica notevoli misure di sicurezza. Il detenuto è assicurato con delle cinghie a un lettino di metallo posto sul retro del furgone. Una volta inserito l’ago, un poliziotto preme un bottone e automaticamente la sostanza letale viene iniettata nella vena. Il mezzo è dotato anche di una telecamera che filma l’esecuzione, in modo che rimanga una registrazione audio-video da visionare in caso di eventuali contestazioni procedurali.
Le camere della morte mobili sono divenute necessarie anche a causa del progressivo abbandono del metodo del colpo di pistola sparato dai militari alla testa del condannato. Il cambiamento, a quanto sembra, è stato introdotto su insistenza proprio degli ambienti militari, considerato che molti dei condannati in Cina sono trafficanti di droga sieropositivi all’Hiv, che con il loro sangue rischiano di infettare il boia. Secondo le autorità cinesi, il metodo dell’iniezione letale, portato grazie ai ‘bus’ fin nelle località più sperdute, è più pulito, sicuro, meno traumatico per il condannato e più efficace come deterrente.
Il 24 marzo 2009, il quotidiano britannico Independent ha riferito che i “bus della morte” made in China finora utilizzati sono stati costruiti da una ditta di Chongqing, la Jinguan Auto, specializzata nella fabbricazione di auto blindate, ambulanze e automezzi per la polizia. La camera della morte mobile è un riadattamento di un minibus di 17 posti lungo sette metri. Finora la Repubblica Popolare Cinese ne ha acquistati 10 dalla Jinguan Auto. I produttori dei “bus della morte” sostengono che i veicoli e le iniezioni letali sono un’alternativa civile al plotone di esecuzione, perché pongono fine alla vita del condannato più rapidamente, scientificamente e felicemente. Il cambio dal colpo alla nuca alle iniezioni è la riprova che “la Cina ora promuove i diritti umani”, ha detto Kang Zhongwen, che ha disegnato la camera della morte della Jinguan, nella quale un delinquente noto come “il diavolo con nove dita”, Zhang Shiqiang, è stato giustiziato nel 2004. E’ stato uno dei primi a morire per iniezione letale in uno dei “bus della morte” prodotti in Cina.
 
E’ facile immaginare che il passaggio dal colpo di pistola all’iniezione letale nelle unità mobili possa favorire il traffico illegale di organi dei condannati. Le iniezioni lasciano intatto l’intero corpo e richiedono la presenza di medici. Gli organi possono essere espiantati in un modo più veloce ed efficace che nel caso in cui i detenuti siano fucilati. Il rifiuto della Cina a consentire che estranei possano esaminare i cadaveri dei giustiziati ha aumentato i sospetti su quello che accade dopo l’esecuzione: normalmente i corpi senza vita sono portati a un crematorio e bruciati prima che parenti o testimoni indipendenti possano esaminarli.
Il 26 agosto 2009, la stampa ufficiale cinese ha riportato che in due casi su tre gli organi trapiantati in Cina vengono prelevati da prigionieri condannati a morte e giustiziati. Secondo il quotidiano China Daily, il viceministro della sanità cinese, Huang Jiefu, ha dichiarato che “i detenuti non sono certo la risorsa giusta per i trapianti di organi”, anche se per l’espianto è richiesto un loro consenso scritto. Per questo, le autorità sanitarie hanno lanciato un nuovo programma nazionale per le donazioni.
In passato, le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il collegamento tra l’alto numero di esecuzioni in Cina e la crescente domanda di trapianti, accusando le autorità di costringere i condannati a morte a firmare autorizzazioni all’espianto.
 
India
 
L’ultima esecuzione in India dopo nove anni di una moratoria di fatto è stata effettuata il 14 agosto 2004. Dhananjoy Chatterjee, un 39enne condannato per lo stupro e omicidio di una quattordicenne nel 1990, è stato impiccato nel carcere di Alipora a Calcutta nel quale era detenuto da 13 anni.
L’esecuzione più nota in India è stata quella di Nathuram Godse, l’uomo condannato per aver assassinato il Mahatma Gandhi. E’ rimasto appeso alla forca per 15 minuti prima di morire in una impiccagione fatta in modo approssimativo. La stessa sorte era capitata nel 1989 a Kehar Singh e Satwant Singh, due guardie del corpo accusate per l’assassinio del primo ministro Indira Gandhi nel 1984. Il Mahatma Gandhi si era pronunciato spesso contro la pena capitale, dicendo: “In tutta coscienza non potrò mai essere d’accordo sulla esecuzione di chicchessia. Solo Dio può prendere la vita perché solo Dio la da.”
 
Il 6 luglio 2009, la Corte Suprema indiana ha respinto la petizione che intendeva sostituire l’impiccagione con l’iniezione letale come unico metodo di esecuzione nel Paese.
Non ci sono prove che l’iniezione letale sia meno dolorosa rispetto ad altri metodi, ha detto la Corte nel respingere la petizione presentata dall’attivista per i diritti umani Ashok Kumar Walia, secondo il quale l’impiccagione costituisce un metodo “crudele e doloroso”.
I giudici supremi hanno ritenuto che Walia stesse in realtà facendo campagna per l’abolizione della pena capitale in India. “Come sapete che l’impiccagione procura dolore? E come sapete che iniettare al condannato sostanze letali non procuri dolore?”, ha chiesto il presidente della Corte Costituzionale, giudice K.G. Balakrishnan. I giudici supremi Balakrishnan e P. Sathasivam hanno sottolineato che secondo gli esperti l’impiccagione provoca la morte istantanea.
 
Thailandia
 
Le esecuzioni in Thailandia sono riprese nel 1995, dopo una sospensione di fatto durata otto anni.
Il 19 ottobre 2003, dopo 68 anni e 319 giustiziati tramite plotone (316 uomini e tre donne), è entrato in vigore un emendamento al Codice Penale che introduce l’iniezione letale come metodo di esecuzione. Prima ancora della fucilazione la Thailandia giustiziava i condannati con la decapitazione. Il 12 dicembre 2003, le prime esecuzioni tramite iniezione letale sono state eseguite nel famigerato carcere di Bang Kwang nei confronti di tre persone accusate di traffico di droga e dell’autore di un omicidio. Per le esecuzioni sono state utilizzate tre droghe: la prima ha sedato i condannati, la seconda ne ha rilassato i muscoli e la terza ne ha fermato il cuore.
 
Il 24 agosto 2009, due uomini sono stati giustiziati mediante iniezione letale, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. Si tratta delle prime esecuzioni dopo circa sei anni di sospensione. Bundit Jaroenwanit, 45 anni, e Jirawat Poompreuk, 52 anni, sono stati messi a morte nel carcere di Bang Khwang a Bangkok. I due hanno saputo il giorno stesso che sarebbero stati giustiziati, con un preavviso di poche ore. Hanno avuto solo il tempo di scrivere le ultime volontà, telefonare alla famiglia, consumare l’ultimo pasto e ascoltare il sermone di un monaco buddista. Sono stati bendati e gli sono stati dati fiori, candele e bastoncini di incenso prima di essere portati con mani e piedi incatenati nella camera della morte. Quando sono stati stesi sul lettino dell’iniezione letale, i due hanno voltato lo sguardo verso il tempio. Poi hanno ricevuto tre iniezioni: la prima un sedativo; la seconda un rilassante dei muscoli; la terza, quella fatale, una droga che ha fermato il loro cuore.
 
Vietnam
 
Il 17 giugno 2010, l’Assemblea Nazionale del Vietnam ha deciso di sostituire il metodo della fucilazione con l’iniezione letale. La nuova misura, ritenuta “più umana”, è stata votata da quasi tutti i 433 parlamentari presenti, ed entrerà in vigore dal 1° luglio del 2011.
Il 13 aprile 2010, il giornale Nguoi Lao Dong, citando un alto funzionario, aveva riportato che i legislatori vietnamiti avevano proposto di sostituire il plotone d’esecuzione con l’iniezione letale in quanto il plotone sarebbe troppo costoso. Truong Ngoc Lam, vice direttore dell’Appeal Institute III, aveva aggiunto che il plotone richiede sei persone mentre per l’iniezione letale ne basta una.
 
 
 
ESTRADIZIONE E PENA DI MORTE
 
 
Tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e molti altri Paesi abolizionisti sono impegnati, in base alle proprie leggi interne e/o ai patti internazionali che hanno sottoscritto, a non estradare persone sospettate di reati capitali in Paesi dove rischiano di essere condannate a morte o giustiziate.
Alcuni Paesi abolizionisti hanno considerato tale impegno non proprio tassativo.
 
Unione Europea – USA
 
Il 28 ottobre 2009, Stati Uniti e Unione Europea hanno firmato a Washington un accordo secondo il quale nessuna estradizione negli USA sarà più possibile nel caso il sospettato rischi in quel Paese la pena di morte. Si tratta di un accordo – negoziato all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 per rafforzare la cooperazione in materia penale tra UE e USA – che completa le intese bilaterali esistenti. In particolare nell’accordo si precisa nel dettaglio in quali casi si può dare luogo alla estradizione e si prevede un rafforzamento dello scambio di informazioni e dei sistemi di trasmissione dei documenti. L’accordo, entrato in vigore il 1° febbraio 2010, consente l’estradizione in USA solo a condizione che la pena di morte non sarà imposta o che, nel caso questa condizione non sia rispettata per ragioni procedurali, non sarà eseguita.
 
Italia – USA
 
La legge italiana è una delle più rigorose in materia di estradizione. In base alla sentenza della Corte Costituzionale del 1996 che ha rigettato la decisione del governo italiano di estradare Pietro Venezia negli Stati Uniti dove era accusato di omicidio, nessuno può essere estradato verso Paesi che applicano la pena di morte a meno che il Paese richiedente non fornisca garanzie che devono essere, non sufficienti, ma “assolute” che la pena di morte non verrà utilizzata.
Nel caso di Benedetto Cipriani, un cittadino italiano accusato di pluriomicidio in Connecticut, il governo italiano ha acconsentito all’estradizione sulla base di una “nota verbale” con la quale il Governo degli Stati Uniti specifica che i reati contestati a Cipriani non sono punibili, negli USA, con la pena capitale e che, in caso di condanna, il cittadino italiano avrebbe potuto su sua richiesta scontare parte della pena detentiva in Italia. Il decreto di estradizione era stato firmato il 12 novembre 2005 dall’allora Ministro della Giustizia Roberto Castelli ed è stato eseguito dal suo successore Clemente Mastella il 13 luglio 2007, dopo il rigetto dei numerosi ricorsi proposti dall’interessato dinanzi alla giustizia ordinaria e amministrativa italiana.
In effetti il suo processo si è concluso il 2 aprile 2009 con una condanna a 200 anni quindi, almeno su questo punto, l’accordo con le autorità italiane è stato rispettato. Ma l’entità della pena di fatto vanifica l’accordo pre-estradizione in cui l’Italia acconsentiva al trasferimento e gli USA acconsentivano a che Cipriani, che oggi ha 53 anni, scontasse la seconda metà della sua pena detentiva in Italia.
 
Canada – USA
 
Il 4 marzo 2009, il giudice Robert Barnes ha ordinato al Governo Canadese di riattivare le richieste di clemenza negli Stati Uniti per Ronald Allen Smith, cittadino canadese condannato a morte in Montana per un duplice omicidio del 1982. Fino al 2007 il governo canadese si era periodicamente rivolto al governatore del Montana chiedendo un provvedimento di clemenza per motivi umanitari. Nel novembre 2007 il nuovo governo conservatore del Primo Ministro Stephen Harper aveva sospeso questi interventi, e pur rimanendo contrario all’uso della pena di morte in politica interna, ha ritenuto, come linea di condotta generale, di non doversi ingerire negli affari interni di Paesi alleati e democratici. Il giudice Barnes ha stabilito che per quanto il governo abbia certamente il diritto di stabilire le linee di politica estera, il cambio di linea nel caso di Smith è “arbitrario e contrario alla legge”. “In assenza di una qualsiasi linea di richiesta di clemenza, ordino al Governo di continuare ad applicare nei confronti del Signor Smith la vecchia linea che consisteva nel cercare di ottenere clemenza per qualsiasi cittadino canadese condannato a morte in qualsiasi stato estero”, ha scritto Barnes nella sua sentenza.
Il 15 maggio 2009, un cittadino californiano accusato di omicidio e fuggito in Canada nel 2007 è stato rimpatriato negli Stati Uniti dopo che il Governo canadese ha ottenuto garanzie da parte delle autorità USA che l’imputato non sarà condannato a morte. L’uomo, Arthur Charles Carnes IV, 38 anni, è stato estradato dopo aver tentato di ottenere in Canada lo status di rifugiato, sostenendo di rischiare la condanna capitale se consegnato alla giustizia USA. Carnes è accusato dell’omicidio con arma da fuoco, commesso nel novembre 2007, di Matthew Seybert, 41 anni, suo datore di lavoro. Le condizioni poste per l’estradizione di Carnes sono significative dal momento che rafforzano la recente politica canadese di chiedere ai procuratori USA garanzie sulla non applicazione della pena capitale.
 
USA – Ecuador
 
Il 6 aprile 2009, il governo dell’Ecuador ha chiesto l’estradizione di Nelson Serrano detenuto nel braccio della morte della Florida. L’uomo era stato condannato a morte nel 2007 per l’omicidio di quattro persone in una fattoria della contea di Polk nel 1997. Serrano era stato arrestato in Ecuador nel 2002. Il Paese non ha la pena capitale e non estrada persone in Paesi in cui rischiano la condanna a morte. Ma gli Stati Uniti erano riusciti a ottenere il rimpatrio di Serrano usando il suo status di cittadino statunitense. L’uomo è stato poi giudicato in un processo che l’Ecuador definisce illegale.
 
Cina – Messico
 
Il 28 febbraio 2009, l’Assemblea Nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo cinese, ha ratificato un trattato di estradizione con il Messico. Il patto, sottoposto dal governo cinese al Comitato permanente del parlamento per la decisione il 25 febbraio, ha presentato due problemi principali che possono provocare controversie nel processo di estradizione. Il Messico ha abolito la pena di morte e normalmente non consegna persone a un altro Paese dove rischiano la condanna capitale. In base al trattato, le due parti si sono messe d’accordo sul trattare questi casi di volta in volta, invece di inserire la questione nel patto come una delle ragioni per cui può essere rifiutata l’estradizione. Inoltre, mentre la legge cinese non consente la consegna di cittadini cinesi a un altro Paese, il Messico consente l’estradizione. Nel patto, le parti hanno concordato che entrambe hanno il diritto di rifiutare l’estradizione di propri cittadini, impegnandosi però a processarli nel proprio Paese su richiesta dell’altra parte che provvederà a fornire i relativi documenti ed elementi di prova.
 
Perù – Cina
 
Il 31 marzo 2009, la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha chiesto alle autorità peruviane di non estradare un cittadino cinese, Huang Haiyong (alias Wong Ho Wing), dal Perù verso la Cina per accuse che comportano la pena di morte, fino a che la IACHR non si sia espressa circa la sua richiesta di protezione. Haiyong era stato arrestato a ottobre 2008 al suo arrivo in Perù. Secondo il suo avvocato, il mandato fa riferimento all’imputazione di frode.
 
Australia
 
Il 18 dicembre 2009, il governo australiano ha emesso nuove direttive per gestire la comunicazione delle informazioni della polizia ai Paesi che possono applicare la pena di morte. La polizia dovrà ora considerare una serie di fattori prima di decidere se rilasciare informazioni alle agenzie d’oltremare in casi in cui qualcuno rischi la pena di morte.
Il 19 novembre 2009, il Ministro della Giustizia australiano, Robert McClelland, ha comunicato al Parlamento di aver presentato una legge per assicurare che la pena di morte non possa essere reintrodotta. Il progetto di legge sottolinea l’impegno dell’Australia nel rispetto del Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.
 
Regno Unito – Iran
 
Il 12 febbraio 2009, le autorità inglesi hanno riconosciuto alla ragazza lesbica iraniana Pegah Emambakhsh lo status di rifugiato politico per l’alto rischio di condanna a morte in caso di rimpatrio forzato in Iran. Nella Repubblica Islamica è infatti prevista la pena di morte per le persone omosessuali. Contro il trasferimento di Pegah in Iran, nell’autunno 2008, si erano mobilitate in tutta Europa migliaia di persone e decine di associazioni che si battono per i diritti umani, tra cui in Italia l’associazione “Certi Diritti” che, insieme al Gruppo EveryOne e agli eurodeputati Radicali Marco Cappato e Marco Pannella, si era attivata in tutte le sedi istituzionali per salvare la vita di Pegah.
 
Italia – Siria
 
Il 27 giugno 2009, Maged Al Molky, un uomo di origini palestinesi sposato con una cittadina italiana, è stato espulso dall’Italia verso la Siria, dove rischia la condanna a morte.
Al Molky è stato espulso dopo aver trascorso 23 anni e otto mesi in carcere in Italia, in base a una condanna inflittagli in quanto capo del commando palestinese che nel 1985 dirottò la nave da crociera “Achille Lauro” e uccise un cittadino americano.
L’espulsione è stata disposta nonostante l’uomo dovesse ancora scontare in Italia 3 anni di libertà vigilata e pendesse ancora un ricorso contro la sua espulsione davanti al Giudice di Pace.
“Mi mandano a morire”, ha detto l’uomo quando è arrivato, scortato da due poliziotti, all’aeroporto di Fiumicino dove lo attendeva un volo per Damasco. Il suo avvocato, Gianfranco Pagano, ha spiegato che c’è la possibilità che Al Molky sia condannato a morte poiché il sequestro dell’Achille Lauro e altri reati connessi alla vicenda sono stati compiuti nelle acque territoriali siriane.

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