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IRAN PENA DI MORTE E NON SOLO


Rapporto a cura di Nessuno tocchi Caino



Roma, 12 giugno 2009
 
 

IL PRIMATO DELLA DISUMANITÀ 

La situazione dei diritti umani in Iran e, in particolare, la terribile pratica della pena di morte nei confronti di minori e oppositori politici provano ancora di più la pericolosità del regime fondamentalista e dittatoriale dei Mullah. Mentre molti sono disposti a riconoscere e tentare di impedire la minaccia alla pace e alla sicurezza mondiale rappresentata dal Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, sono invece pochi quelli che intendono riconoscere e impedire la minaccia quotidiana, reiterata e praticata da decenni, che il regime di Teheran costituisce nei confronti del suo stesso popolo. Il caso iraniano non solo è emblematico del pericolo che nel mondo possono rappresentare i regimi illiberali, è anche una cartina di tornasole della coerenza e decisione con cui le cosiddette democrazie intendono affrontare un tale pericolo. Invece di combattere il regime dei mullah, l’Europa addirittura lo accredita come parte della soluzione dei problemi in Medioriente, essendo invece parte del problema. La brutalità del regime dei mullah, che questo Dossier in parte documenta, non è solo il frutto del fondamentalismo religioso iraniano, è anche espressione del silenzio e della tolleranza fino all’accondiscendenza con cui i governi europei hanno trattato il regime dei mullah. Nel caso, ad esempio, dei Mujahedeen del Popolo Iraniano (PMOI), il comportamento dell’Unione Europa è stato semplicemente scandaloso. Per compiacere il regime iraniano, i ministri degli esteri dell’Ue hanno per lungo tempo mantenuto il gruppo della Resistenza Iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche e solo dopo una lunga battaglia legale, che l’ha vista per tre volte soccombere davanti alla Corte di Prima Istanza delle Comunità Europee, l’UE ha deciso, il 26 gennaio 2009, di rimuovere il gruppo dalla lista delle organizzazioni terroristiche.   Per non vanificare del tutto la straordinaria vittoria all’ONU sulla moratoria universale delle esecuzioni, è urgentissimo che i governi - innanzitutto europei - che l’hanno determinata manifestino la volontà di farla rispettare in concreto e in tutte le circostanze. A partire dall’Iran, dove la soluzione definitiva del problema, più che la pena di morte, riguarda la Democrazia, lo Stato di Diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Intanto, però, occorre chiedere all’Iran di rendere effettivamente disponili al Segretario Generale dell'ONU e all'opinione pubblica tutte le informazioni riguardanti le condanne a morte comminate e le esecuzioni effettuate ogni anno nel paese, perché la mancanza di trasparenza al riguardo è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni. A tal fine, occorre che il Segretario Generale si doti di un suo Inviato Speciale, che abbia il compito non solo di monitorare la situazione, ma anche di favorire e accelerare i processi interni ai vari Paesi volti a soddisfare la richiesta delle Nazioni Unite di moratoria delle esecuzioni oltre che di una maggiore trasparenza nel sistema della pena capitale.
 
Sul podio degli Stati-Caino 
  
Anche nel 2008, l’Iran si è piazzato al secondo posto quanto a numero di esecuzioni e, insieme a Cina e Arabia Saudita, sale così sul terribile podio dei primi tre Stati-boia al mondo. In base a un monitoraggio dei principali quotidiani iraniani e alle notizie direttamente fornite da organizzazioni umanitarie, in Iran sono state calcolate almeno 346 esecuzioni nel 2008. Nel 2007 erano state messe a morte almeno 355 persone, un terzo in più rispetto al 2006 quando le esecuzioni erano state almeno 215. La situazione non sembra mostrare segni di una inversione di rotta, considerato che nel 2009, al 31 maggio, erano già state effettuate almeno 200 esecuzioni. Ma i dati reali potrebbero essere ancora più alti, perché le autorità iraniane non forniscono statistiche ufficiali e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate dai giornali iraniani, che evidentemente non riportano tutte le esecuzioni. L’11 maggio 2009, Mohammad Mostafaei, un avvocato iraniano che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte del paese e, in particolare, del caso di 25 prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni, ha detto che secondo lui il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o 600,” ha detto l’avvocato.   Nel 2008, almeno 13 minori sono stati giustiziati in Iran, l’unico paese al mondo in cui risulta sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Nel 2007, erano stati giustiziati in Iran almeno 8 minorenni. Le esecuzioni di minori sono continuate anche nel corso del 2009 e, al 31 maggio, erano già almeno 4.   L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione e, in un caso, anche la fucilazione. Vi è stato anche il caso di persone condannate a essere buttate giù da una rupe chiuse in un sacco.   A riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2008 sono continuate le esecuzioni di massa. L’Iran ha salutato il nuovo anno con 23 impiccagioni compiute nei primi dieci giorni. Il 2 gennaio 2008, 13 persone sono state impiccate, inclusa una madre di due ragazzi colpevole di aver ucciso il marito. Il solo 20 febbraio 2008, dieci persone sono state impiccate per rapina a mano armata e omicidio. Il 27 luglio 2008, 29 condannati alla pena capitale sono stati giustiziati contemporaneamente all’alba nel carcere di Evin a Teheran. E’ il più alto numero di giustiziati in un solo giorno negli ultimi anni in Iran. Nel 2009, non vi è stato alcun segno di una inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono continuate. Tra il 20 e il 21 gennaio 2009, in soli due giorni, in Iran sono state impiccate diciannove persone. Nel solo mese di maggio sono state impiccate 52 persone, di cui 21 tra il 2 e l’8 maggio 2009.   Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni, ma i fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5 luglio del 2007 era stato lapidato un uomo condannato a morte per adulterio. Nel dicembre 2008, altri due uomini sono stati lapidati per adulterio, mentre un terzo si è salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle pietre. L’ultima esecuzione tramite lapidazione risulta quella del 5 marzo 2009, quando un uomo di 30 anni è stato lapidato, sempre per adulterio, nel carcere di Lakan a Rasht, nel nord dell'Iran. Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dal capo della magistratura iraniana, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi-Shahroudi.   Un altro metodo di esecuzione, prescritto dalla Sharia e normalmente riservato ai condannati per reati omosessuali (lavat), è quello di chiuderli in un sacco e gettarli in un dirupo. Nel caso in cui i condannati dovessero sopravvivere, verrebbero impiccati. Nel 2008, casi di condanne a morte da eseguire con tale sistema, si sono registrati nella città meridionale di Shiraz e nella città santa di Qom.   Nel 2008, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti. Il 29 gennaio 2008, un impiegato della dogana dell’aeroporto Mehrabad di Teheran è stato giustiziato per “corruzione e altri reati di natura economica,” ha dichiarato il portavoce della magistratura Alireza Jamshidi, aggiungendo di non sapere se l’esecuzione per questo tipo di reati abbia precedenti nella Repubblica Islamica. Il 22 giugno 2008, Davoud Abdollahi, condannato per spionaggio, è stato giustiziato nel carcere di Evin a Teheran. Il 14 agosto 2008, Hasan Sadeqpur, un uomo condannato per adulterio, è stato impiccato nel carcere di Zahedan. Il 17 novembre 2008, Ali Ashtari, 45 anni, è stato impiccato per spionaggio in favore di Israele. Il 18 dicembre 2008, Alireza, 41 anni, è stato impiccato nella città santa di Qom per aver “diffuso superstizioni”. L’uomo avrebbe sostenuto di essere il 14° Imam sciita. Il 19 febbraio 2009, Abdollah Farivar Moghaddam, un uomo di 53 anni che era stato precedentemente condannato a morte tramite lapidazione per adulterio, è stato impiccato di prima mattina nel carcere di Sari.   La repressione nei confronti di membri di minoranze religiose o di movimenti religiosi o spirituali non riconosciuti dalle autorità è continuata in Iran anche nel 2008. Il 9 settembre 2008, il Parlamento iraniano si è espresso a larghissima maggioranza in favore del nuovo codice penale che, tra le altre cose, rende obbligatoria la pena di morte per gli apostati e nei confronti dei responsabili della “creazione di siti internet e blog che promuovono corruzione, prostituzione e apostasia.” Tra le altre fattispecie considerate reati capitali dalla nuova legge figurano anche la stregoneria, l’eresia e la chiromanzia.   L’deologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte in Iran. Nel nome della guerra alla droga, sono state effettuate almeno 87 esecuzioni nel 2008. Le stesse autorità ammettono che molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.   L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche nel 2008. Almeno 12 persone sono state giustiziate, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti dei giustiziati per reati comuni – in particolare per droga – o per “terrorismo”, possano essere in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere ‘mohareb’, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Il nuovo codice penale approvato dal parlamento iraniano il 9 settembre 2008, per quanto riguarda le attività ritenute minacciose per la sicurezza della Repubblica Islamica, estende la giurisdizione iraniana oltre i confini dello Stato. Nel gennaio 2009, a seguito di una storica vittoria legale, l’Unione Europa ha rimosso il gruppo d’opposizione iraniana, i Mujahedeen del Popolo Iraniano (PMOI), dalla lista delle organizzazioni terroristiche. La decisione è stata presa dopo una serie di sentenze delle corti europee contro l’inserimento del PMOI nella lista.  

Non solo pena di morte 
  
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta. Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver frequentato feste a cui partecipano maschi e femmine o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite in pubbliche piazze come “lezione per chi guarda.” Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad il quale già durante il suo mandato di sindaco della capitale inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori. Il 7 luglio 2008, il capo della “Agenzia per la Promozione della Virtù e la Repressione del Vizio” delle Forze di Sicurezza dello Stato, Generale Ahmad Roozbehani, ha annunciato che “forze di sicurezza aggiuntive saranno dispiegate nei parchi” per essere usate in particolare nei confronti di giovani e donne. Nel nuovo giro di vite saranno impiegati dai 65 ai 70 mila agenti. “Nei grandi parchi pubblici, le forze di polizia saranno dispiegate in modo permanente, mentre in quelli più piccoli i pattugliamenti saranno più frequenti,” ha detto Roozbehani ai media statali. Il 6 luglio, il procuratore generale della provincia settentrionale del Golestan aveva posto l’accento su “misure più rigorose destinate alle donne velate in maniera non appropriata nelle strade e nei luoghi pubblici,” aggiungendo che “alla presenza di forze di polizia, un giudice istruirà i casi e condannerà i trasgressori,” ha riportato l’agenzia di stampa Fars. Intanto, nella famigerata prigione di Evin a Teheran, dieci attiviste avevano iniziato uno sciopero della fame. Tra loro, una donna di 70 anni e una ragazza di 17 anni, “arrestate due settimane prima mentre, nel Mellat Park a Teheran, raccoglievano firme su una petizione a favore della revisione delle norme discriminatorie nei confronti delle donne,” ha reso noto l’attivista Mahboubeh Akrami.  
 

LA SHARIA IRANIANA

Non tutti i paesi islamici che si ispirano al Corano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Dei 48 paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 23 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 25, dei quali 15 l’hanno praticata nel 2008. Delle almeno 5.729 esecuzioni effettuate in 26 paesi nel 2008, almeno 587 sono state effettuate in paesi a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia. Ma il problema non è il Corano, il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi processo democratico. L’Iran è l’esempio più grave ed evidente dell’uso politico e anacronistico che si può fare del Corano.  

L’impiccagione 

L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio viene usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. Il 30 gennaio 2008, il portavoce della magistratura, Ali Reza Jamshidi, citando un decreto emesso dal capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, ha comunicato che vi sarebbero state esecuzioni pubbliche solo se autorizzate dallo stesso Shahroudi “sulla base di esigenze di carattere sociale.” “E’ anche vietata – ha aggiunto il portavoce – la pubblicazione di immagini e fotografie delle esecuzioni da parte dei media.” “Abbiamo più volte visto spettatori mostrare simpatia nei confronti di chi sta per essere giustiziato in pubblico ed esprimere invece disapprovazione nei confronti dell’esecuzione”, avrebbe ammesso un sostituto procuratore di Teheran, riportato il 31 gennaio dal giornale governativo Javan. “Con minor dispendio di energie, le esecuzioni possono essere effettuate in prigione”, ha aggiunto. Diversi organi di stampa iraniani hanno evidenziato che le impiccagioni in piazza, oltre a provocare rabbia negli spettatori, hanno danneggiato l’immagine del paese a livello internazionale. Dopo il decreto di Shahroudi le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza sono diminuite: nel 2008 le esecuzioni pubbliche sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto. Nel 2007 erano state almeno 110. Le esecuzioni pubbliche sono continuate nel 2009.   A riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2008 sono continuate le esecuzioni di massa. L’Iran ha salutato il nuovo anno con 23 impiccagioni compiute nei primi dieci giorni. Il 2 gennaio 2008, 13 persone sono state impiccate, inclusa una madre di due ragazzi colpevole di aver ucciso il marito. L’8 gennaio 2008, hanno fatto il giro del mondo le foto di Hasan Hikmet Demir, un cittadino turco membro di un partito di opposizione kurdo, che sarebbe stato impiccato nella prigione di Khoy il 20 dicembre 2007. Nonostante fosse ferito e paralizzato di entrambe le gambe, è stato trasportato in barella e, come si vede nelle foto, sanguinante, è stato impiccato. Il 30 gennaio 2008, cinque uomini sono stati impiccati nel carcere di Evin a Teheran. Erano stati condannati per omicidio. Il solo 20 febbraio 2008, dieci persone sono state impiccate in Iran per rapina a mano armata e omicidio. Le prime sei sono state giustiziate all’alba nel carcere di Zanjan. Le altre quattro sono state impiccate nel carcere di Evin a Teheran. Il 23 aprile 2008, cinque uomini sono stati impiccati per omicidio nel carcere di Evin a Teheran. L’11 maggio 2008, cinque uomini sono stati impiccati nella prigione di Qom, città santa sciita, per aver violentato e ucciso una ragazza. L’11 giugno 2008, cinque condannati a morte per omicidio e tre per stupro sono stati impiccati nel carcere di Evin a Teheran. Il 27 luglio 2008, 29 condannati alla pena capitale sono stati giustiziati contemporaneamente all’alba nel carcere di Evin a Teheran. E’ il più alto numero di giustiziati in un solo giorno negli ultimi anni in Iran. Il 27 agosto 2008, quattro uomini e una donna sono stati impiccati per omicidio nel carcere Evin di Teheran. Il 26 novembre 2008, nove uomini e una donna sono stati impiccati per omicidio a Teheran, nel carcere di Evin. Il 24 dicembre 2008, otto uomini e una donna sono stati impiccati all’alba nel cortile del carcere di Evin a Teheran. Avrebbe dovuto svolgersi anche una decima impiccagione, tuttavia - considerata l’assenza dei familiari della persona uccisa – l’esecuzione è stata rimandata ed il condannato è stato riportato dal piazzale del carcere nella propria cella. Nel 2009, non vi è stato alcun segno di una inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono continuate. Tra il 20 e il 21 gennaio 2009, in soli due giorni, in Iran sono state impiccate diciannove persone. Le prime dieci sono state impiccate il 21 gennaio nel carcere di Evin a Teheran per omicidio. Le altre nove impiccagioni sono state effettuate il 20 gennaio, in tre diverse città dell’Iran, per stupro, rapina o traffico di droga Il 25 gennaio 2009, sei uomini sono stati impiccati in una prigione della città di Bojnoord “per la vendita e il possesso di droga, stupro, aggressione con coltello, consumo di alcolici, sequestro e rapina”, ha dichiarato il procuratore della città. Tra il 28 e il 29 gennaio 2009, sei persone, tra cui una donna, sono state giustiziate. Il 28 gennaio, cinque uomini sono stati impiccati in carcere per omicidio a Isfahan, Kazeroon e Shiraz. Il 29 gennaio, una donna è stata impiccata per l’omicidio del marito a Rafsanjan. Tra il 17 e il 18 febbraio 2009, sono state impiccate nove persone. Il 17 febbraio, tre uomini condannati per traffico di droga e altri due per omicidio sono stati impiccati nel carcere della città di Isfahan, mentre un altro uomo è stato impiccato per omicidio nel carcere di Bushehr. Il 18 febbraio, tre uomini sono stati impiccati per omicidio ad Ahwaz. Il 9 marzo 2009, cinque persone sono state impiccate dopo essere state riconosciute colpevoli di omicidi e sequestri. Le prime quattro esecuzioni, sono avvenute a Zahedan; la quinta nel carcere di Isfahan. Il 14 marzo 2009, quattro uomini sono stati impiccati in carcere a Shiraz: tre dei giustiziati erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio, mentre il quarto era stato condannato a morte per stupro. Tra il 2 e l’8 maggio 2009, l’Iran ha effettuato 21 impiccagioni per omicidio o traffico di droga in sei diverse città: Teheran, Khash, Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman. Tra l’11 e il 13 maggio 2009, altre nove persone sono state impiccate per omicidio o traffico di droga a Isfahan, Zahedan e Qazvin. Il 16 maggio 2009, otto persone sono state impiccate per omicidio e traffico di droga a Shiraz e Isfahan. Tra il 19 e il 20 maggio 2009, sei persone sono state impiccate a  Dezful, Isfahan e Shiraz per traffico di droga e omicidio. Tra il 30 e il 31 maggio 2009, otto persone sono state impiccate a Zahedan e Kerman per “terrorismo” e traffico di droga.  

La lapidazione 

L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la lapidazione in almeno due casi nel 2008 e uno nel 2009. Tra le punizioni islamiche, la lapidazione è la più terribile. Il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato. La donna viene interrata fino alle ascelle, mentre l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, effettuano la lapidazione. Le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi in modo da poter provocare una morte lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere alla lapidazione, verrà imprigionato per almeno 15 anni ma non verrà giustiziato. Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni. “Non c’è stata nessuna lapidazione. Tribunali di grado inferiore possono aver emesso questo tipo di condanna, ma nessuna è stata messa in pratica,” aveva detto ai giornalisti Karimi-Rad. I fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5 luglio 2007, un uomo condannato a morte per adulterio, Jafar Kiani, è stato giustiziato dopo aver trascorso 11 anni in carcere. Il 25 dicembre 2008, due uomini sono stati giustiziati tramite lapidazione, mentre un terzo si è salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle pietre. Le esecuzioni hanno avuto luogo a Mashad, nel cimitero di Behesht Zahra. Le tre condanne alla lapidazione erano state emesse per adulterio. L’uomo salvatosi - identificato come Mahmoud, cittadino afghano – ha riportato delle ferite non gravi, e in base al codice penale iraniano non potrà essere lapidato una seconda volta. Il 5 marzo 2009, un uomo è stato lapidato per adulterio nella città settentrionale di Rasht. La magistratura iraniana ha confermato la notizia il 5 maggio 2009. “La lapidazione è stata effettuata nel mese iraniano di Esfand”, che si conclude il 20 marzo, ha detto il portavoce della magistratura Ali Reza Jamshidi. La Resistenza Iraniana ha identificato l’uomo come Vali Azad, 30 anni, dipendente del Dipartimento del Commercio e originario di Parsabat Moghan, vicino al confine con l'Azerbaigian. Secondo la Resistenza, “la sua esecuzione è avvenuta nella prigione Lakan a Rasht, in seguito la magistratura locale si è rifiutata di restituire il corpo alla famiglia, seppellendolo in una località segreta”. Ulteriore conferma è giunta il 5 maggio dal giornale Aftab-e Yazd, che fa risalire al 5 marzo la lapidazione di un dipendente statale 30enne identificato solo come “V”, giustiziato a Rasht. Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dal capo della magistratura iraniana. Il 25 maggio 2009, una coppia è stata condannata a morte mediante lapidazione dalla Corte Suprema iraniana, ha riportato il sito della Resistenza Iraniana, senza precisare la data esatta in cui la condanna – da eseguirsi nella città di Tabriz - è stata emessa. In base alla notizia, la coppia, Rahim Mohammad e Kobra Babai, ha una figlia di 12 anni. Non si conosce il crimine per cui sono stati condannati.  

Pena di morte per blasfemia e apostasia 

In Iran, come in altri paesi islamici, la pena capitale è imposta secondo la Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere imposta a chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. Inoltre, convertire dall’Islam ad altra religione o rinunciare all’Islam è considerato apostasia ed è un reato capitale. Il 9 settembre 2008, il Parlamento iraniano si è espresso a larghissima maggioranza in favore del nuovo codice penale che, tra le altre cose, rende obbligatoria la pena di morte per gli apostati. Sebbene la Sharia punisse già con la morte l’apostasia, la legge iraniana non aveva ancora stabilito la condanna a morte per questo tipo di ‘reato’, lasciando tuttavia questo tipo di condanna alla discrezionalità del giudice. Da questo punto di vista, quindi, la nuova norma metterebbe i codici iraniani in linea con la legge islamica. Il testo, approvato con 196 voti a favore, 7 contro e 2 astensioni, presenta una lista di reati già punibili con la pena di morte, tra cui stupro, rapina a mano armata e apostasia, aggiungendo a questi la “creazione di siti internet e blog che promuovono corruzione, prostituzione e apostasia.” Tra le altre fattispecie considerate reati capitali dalla nuova legge figurano anche la stregoneria, l’eresia e la chiromanzia. Chi viene riconosciuto colpevole di questi ‘crimini’ – dice il testo – “deve essere punito in quanto ‘mohareb’ (nemico di Dio) e ‘corrotto sulla Terra’,” casi per i quali la legge iraniana prevede in genere “l’impiccagione, l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, oltre all’esilio.” La proposta di legge, inviata alla commissione parlamentare competente per ulteriori considerazioni per poi approdare nuovamente in aula per l’approvazione definitiva, prevede che le punizioni stabilite per tutti questi ‘reati’ “non possono essere commutate, sospese o cambiate”. E’ significativo il fatto che la notizia dell’approvazione della legge sia stata cancellata dal sito web del Parlamento iraniano dopo poche ore dalla sua pubblicazione. Comunque, era stata già resa pubblica dalle agenzie di stampa del regime, tra cui la IRINN (Islamic Republic of Iran News Network), da quotidiani iraniani come Resalat e dal sito web di Radio Farda. Stabilendo la pena di morte per l’apostata-uomo e il carcere per l’apostata-donna, il nuovo codice individua due tipi di apostasia: innata o di origine parentale. Nel primo caso, l’apostata è colui che ha genitori musulmani, si dichiara musulmano e da adulto abbandona la sue fede di origine; nel secondo caso, l’apostata ha genitori non musulmani, diventa musulmano da adulto e poi abbandona la fede. L’articolo 225-7 della nuova legge stabilisce che “la punizione nel caso di apostasia innata è la morte,” mentre per l’articolo 225-8 “la punizione nel caso parentale è la morte, tuttavia dopo la sentenza finale, per tre giorni il condannato sarà invitato a tornare sulla retta via e incoraggiato a ritrattare. In caso di rifiuto, la condanna a morte verrà eseguita.”  

Il “prezzo del sangue” 

La versione iraniana del “prezzo del sangue” (diyeh) stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo prezzo del sangue. Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente corrisponde a 150 milioni di riyal (circa 14.500 euro). Il prezzo del sangue per la vita di una donna continuerà però a essere la metà di quello per la vita di un uomo. In Iran, nel 2008 e nei primi mesi del 2009, casi relativi al “prezzo del sangue” si sono risolti col perdono o con l’esecuzione. Il 2 gennaio 2008, una donna di 27 anni, Raheleh Zamani, condannata per l’omicidio del marito avvenuto nel 2005, è stata impiccata nel carcere di Evin a Teheran. La donna avrebbe commesso l’omicidio nel 2005 dopo aver scoperto che il marito la tradiva. La donna doveva essere impiccata il 19 dicembre 2007 ma l’esecuzione era stata posticipata per permettere alla donna di raccogliere il denaro necessario al pagamento del diyeh (il prezzo del sangue). Ma, alla fine, la famiglia di suo marito si era rifiutata di accettarlo. Il 23 aprile 2008, cinque uomini si sono salvati dall’impiccagione dopo che i familiari delle loro vittime hanno accettato di perdonarli. Condannati per omicidio, erano già stati portati di fronte al patibolo nel carcere di Evin, a Teheran, tuttavia “negli ultimi secondi della loro vita si sono salvati,” ha riferito una fonte, senza precisare l’ammontare del “prezzo del sangue” che dovranno versare alle famiglie delle vittime. I cinque sono stati riportati nelle celle, mentre altri cinque detenuti venivano impiccati. Il 3 dicembre 2008, Reza Alinejad, condannato a morte per un omicidio commesso nel 2003 all'età di 17 anni, è stato rilasciato dal carcere dopo aver ottenuto il perdono dai familiari della vittima. Nel novembre 2008, al ragazzo era stato concesso un mese per raccogliere i soldi necessari al risarcimento della famiglia della vittima. Dopo una trattativa con i familiari della vittima, l’accordo concluso prevedeva un risarcimento di un miliardo di rial (circa 100.000 dollari Usa) come prezzo del sangue in grado di impedire l’esecuzione. Per farvi fronte, i familiari di Reza hanno dovuto impegnare la loro casa del valore di 50.000 dollari per ottenere un prestito bancario a un alto tasso di interesse. Una donna giapponese, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha contribuito alla raccolta della somma necessaria con una donazione di 20.000 dollari. Il 1° maggio 2009, Delara Darabi è stata impiccata all’alba nella prigione di Rasht, senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia. La ragazza, di 23 anni, è stata giustiziata per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni. A mettere personalmente la corda intorno al collo di Delara, scrive il quotidiano Etemad, sarebbe stato un figlio della donna uccisa, una cugina del padre di Delara. Il 19 aprile, si era parlato di una sospensione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella quale era stata fissata inizialmente l'esecuzione. Invece è stata messa a morte dopo soli dieci giorni. Nel provvedimento di rinvio del capo della magistratura iraniana, ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, si parlava di sospensione “per un breve periodo di tempo” per dare modo alla famiglia della vittima di riflettere sulla richiesta di perdono avanzata dai genitori di Delara. Già in passato i parenti della vittima avevano rifiutato questa opzione. Una posizione che non è cambiata, nonostante i giudici abbiano concesso loro qualche giorno in più di riflessione. Delara proviene da una famiglia benestante e i suoi genitori si erano offerti di pagare il cosiddetto “prezzo del sangue”, l'indennizzo ai parenti della vittima, primo passo per arrivare a quel perdono formale che avrebbe permesso di fermare l'esecuzione. Ma la famiglia della donna uccisa non ne ha voluto sapere. 

PENA DI MORTE NEI CONFRONTI DI MINORI 

Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo. Quest’ultima, che tra i patti internazionali è quello che ha registrato il maggior numero di ratifiche, all’articolo 37 (a) stabilisce: “Né la pena capitale né l’imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni.” L’esecuzioni di minori avvengono quindi in aperta violazione di questi due patti internazionali che l’Iran ha pure ratificato. In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età. Nel 2008, almeno 13 minori sono stati giustiziati in Iran, l’unico paese al mondo in cui risulta sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Nel 2007, erano stati giustiziati in Iran almeno 8 minorenni. A seguito delle pressioni internazionali, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che pone l’Iran, anche su questo e da solo, fuori dalla comunità internazionale. Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato, Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva dell’autorità giudiziaria emanata più di un anno prima, sarebbe proibita nel paese l’esecuzione di minorenni riconosciuti colpevoli di reati di droga, mentre sarebbe mantenuta la pena di morte per quelli colpevoli di omicidio che, secondo lo stesso Zabhi, sono 120 e per i quali il nuovo provvedimento non avrebbe avuto alcun effetto. Tant’è che le esecuzioni di minori sono continuate anche nel corso del 2009 e, al 31 maggio, erano già almeno 4. Il 26 febbraio 2008, un giovane è stato impiccato per un omicidio commesso a 16 anni, ha riportato il quotidiano Etemad. Javad Shojaii è stato giustiziato nel cortile del carcere di Isfahan, per aver ucciso a coltellate nel marzo 2000 un uomo identificato come Rostam. La famiglia del condannato è stata informata dell’impiccagione soltanto il giorno prima. Il 20 marzo 2008, un giovane è stato impiccato nella città di Isfahan per un reato commesso all’età di 17 anni, ha reso noto il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Il 10 giugno 2008, un ragazzo di 16 o 17 anni è stato impiccato nel carcere di Sanandaj, capoluogo della provincia del Kurdistan. Il giovane, Mohammad Hassanzadeh, era stato condannato a morte per l’omicidio, commesso all’età di 15 anni, di un bambino di 10 anni. Il 1° luglio 2008, un ragazzo di 19 anni è stato impiccato nel carcere di Isfahan. Lo ha riportato il sito internet della televisione di Stato, che ha identificato il giustiziato come Hamid Reza Q., riconosciuto colpevole dell’omicidio di un amico che gli doveva 250.000 rials (circa 27 dollari). L’omicidio sarebbe avvenuto nell’anno 1385 del calendario iraniano, corrispondente al periodo compreso tra marzo 2006 e marzo 2007. Il 22 luglio 2008, le autorità iraniane hanno giustiziato Hassan Mozafari, Rahman Shahidi e Hussein Rahnama, nella città meridionale di Bushehr, ha riportato l'agenzia di stampa Fars. Secondo fonti iraniane Hassan Mozafari e Rahman Shahidi erano minorenni all’epoca del reato. I tre giustiziati erano stati accusati di stupro dal Tribunale penale di Bushehr, insieme a un altro detenuto minorenne, Mohammad Pezhman, giustiziato nel maggio 2007. Il 23 luglio 2008, un ragazzo, probabilmente minorenne, identificato solo con le iniziali H.A., è stato impiccato nel carcere di Shiraz, ha reso noto il quotidiano iraniano Khabar Jonub. Secondo la notizia, il ragazzo era stato condannato per sequestro e omicidio di un giovane a Marvdasht. Il 31 luglio 2008, l’Iran ha giustiziato cinque Kurdi, tra cui un ragazzo di 15 anni, ha riportato Kurdishaspect.com, un sito web indipendente basato negli USA. Le cinque persone sono state giustiziate in un campo a Tabriz. Il 19 agosto 2008, l’Iran ha giustiziato un ragazzo di 20 anni per un omicidio commesso all’età di 15. Reza Hejazi è stato impiccato in una prigione di Isfahan per aver accoltellato un uomo durante una lite avvenuta il 18 settembre 2004. Il 26 agosto 2008, un ragazzo di 18 anni, Behnam Zaree, è stato impiccato nella città meridionale di Shiraz per aver ucciso nel 2005, all’età di 15 anni, un coetaneo identificato solo come Mehrdad, nel corso di una lite avvenuta per strada. Il 29 settembre 2008, un ragazzo di 21 anni è stato impiccato nella città di Kermanshah per un crimine che avrebbe commesso da minorenne. Si tratta di Homayon Shabestari, giustiziato in prigione per fatti risalenti al 2005. Il 29 ottobre 2008, un giovane afghano è stato impiccato per un omicidio commesso all’età di 17 anni. La notizia dell’esecuzione è comparsa sul sito web delle autorità giudiziarie di Isfahan, che identifica il ragazzo solo come Gholamreza H., 19 anni, riconosciuto colpevole di un omicidio risalente al 20 novembre 2006. Il 30 dicembre 2008, un giovane è stato giustiziato per un omicidio che avrebbe commesso all’età di 17 anni. Lo ha reso noto il gruppo per i diritti umani “Peyke Iran”, secondo cui l’esecuzione di Ahmad Zare'e è avvenuta nel cortile di una prigione. Il giovane era stato condannato a morte per un omicidio commesso in un villaggio nella periferia di Sanandaj. Il giovane – hanno fatto notare gli attivisti – è stato giustiziato all’inizio del "Moharam", primo mese del calendario islamico, periodo in cui le esecuzioni non dovrebbero aver luogo. Il 27 gennaio 2009, quattro giovani fra i 18 e i 20 anni sono stati impiccati nel carcere di Mashad perché riconosciuti colpevoli del sequestro e stupro di un ragazzo 16enne nel 2008. All'epoca, dunque, uno o più degli impiccati doveva essere minorenne Il 28 gennaio 2009, due uomini sono stati impiccati all’alba per omicidio nel carcere di Isfahan, nell’Iran centrale. Lo ha riportato l’agenzia ufficiale Fars, che identifica i due giustiziati come Reza A., 21 anni, e Ahmad A., di età imprecisata. E’ possibile che Reza A. - riconosciuto colpevole di omicidio nel settembre 2006 – fosse ancora minorenne all’epoca del crimine. Il 1° maggio 2009, Delara Darabi è stata impiccata all’alba nella prigione di Rasht, nel nord dell’Iran, senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia. La ragazza, di 23 anni, è stata giustiziata per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni. Il 20 maggio 2009, un ragazzo di 20 anni, condannato per omicidio nell’agosto del 2006, è stato impiccato in prigione a Shiraz, nel sud-ovest dell’Iran. In base alla notizia riportata dal giornale Etemad si tratterebbe quindi di un minorenne al momento del reato.  


LA “GUERRA ALLA DROGA” 

L’deologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte in Iran. La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio. Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. Nel nome della guerra alla droga, sono state effettuate almeno 87 esecuzioni nel 2008.   Il 2008 è stato inaugurato con cinque impiccagioni pubbliche per traffico di droga. Il 2 gennaio, tre persone sono state impiccate in una piazza della città santa di Qom e altre due nella città di Zahedan. Il 5 maggio 2008, sono state impiccate per traffico di droga nove persone. Una delle impiccagioni, avvenute tutte nella città di Bojnourd, è stata effettuata in pubblico. Il 27 luglio 2008, 29 condannati alla pena capitale sono stati giustiziati contemporaneamente all’alba nel carcere di Evin a Teheran. Venti dei ventinove impiccati erano stati condannati per traffico di droga. Tra il 6 e il 27 ottobre 2008, sono state impiccate almeno quindici persone per reati legati alla droga. Il 20 gennaio 2009, sei persone sono state impiccate per traffico di droga in tre diverse città iraniane: Kardj, Isfahan e Yazd. Il 17 febbraio 2009, tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan per traffico di droga. Il 1° marzo 2009, dieci uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella provincia occidentale di Kermanshah. L’11 marzo 2009, sei persone riconosciuti colpevoli di traffico di droga sono state impiccate a Sari e Tabas. Tra il 2 e l’8 maggio 2009, sedici persone sono state impiccate per traffico di droga a Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman. Tra l’11 e il 13 maggio 2009, altre sei persone sono state impiccate per traffico di droga nelle prigioni di Zahedan, Isfahan e Qazvin. Il 31 maggio 2009, cinque persone sono state impiccate per traffico di droga nel carcere della città sud-orientale di Kerman.  


LA “GUERRA AL TERRORISMO” 

Con il pretesto della “lotta al terrorismo”, anche nel 2008 il regime iraniano ha effettuato numerose esecuzioni. Tra i condannati a morte o giustiziati per “terrorismo” in Iran, potrebbero esserci in realtà anche oppositori politici, in particolare appartenenti alle minoranze etniche iraniane: azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere ‘mohareb’, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Il 13 aprile 2008, due uomini sono stati impiccati nella provincia del Sistan-Baluchistan, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di terrorismo. Si tratta di due sunniti, identificati dal giornale Kayhan solo come A.M. e M.S., giustiziati a Zahedan dopo essere stati riconosciuti ‘mohareb’, nemici di Dio. Per il tribunale rivoluzionario locale avrebbero fatto parte del gruppo sunnita Jundallah, autore in questi ultimi anni di diversi attacchi nella provincia. Il 16 giugno 2008, un uomo è stato impiccato nella prigione di Zahedan. Lo ha riportato l’agenzia Fars, secondo cui Ali Reza Barahuwi era stato ritenuto membro di un’organizzazione ribelle e di essere un ‘mohareb’. Come appartenente al gruppo “terrorista” Jundallah, Barahuwi avrebbe preso parte a due attentati esplosivi e all’omicidio di due persone. Il 28 febbraio 2009, un uomo è stato impiccato nel carcere di Orumieh, capitale della Provincia dell’Azerbaijan Occidentale, nel nord-ovest dell’Iran. Lo ha riportato il sito dell’organizzazione Iran Human Rights, che identifica il giustiziato come Mehdi Ghasemzadeh, la cui esecuzione è avvenuta di mattina. Era stato accusato di essere un "mohareb" (nemico di Dio), termine usato per indicare chi conduce la lotta armata contro le autorità della Repubblica Islamica. In prigione dal 2004, l’uomo avrebbe fatto parte di un gruppo noto come "Ahl-e Haqq" (a maggioranza curda). Era stato arrestato insieme ad altre tre persone ad opera di agenti del Ministero della Sicurezza ed Intelligence (MOIS). Il 9 marzo 2009, quattro persone sono state impiccate a Zahedan, nel sud-est del Paese, compreso il presunto responsabile del sequestro di due cittadini belgi, avvenuto nell’agosto 2007. I due europei, un uomo ed una donna, vennero rapiti e rilasciati dopo pochi giorni. L’IRNA ha riportato che sono stati condannati anche per l’uccisione di otto agenti della sicurezza e il sequestro di un religioso. Il 10 marzo 2009, Hamed Mohammadzadeh, originario di Miandoab, nella Provincia dell’Azerbaijan Occidentale, è stato impiccato nel carcere di Orumieh, per omicidio, ha riportato il sito web di Human Rights Activists in Iran [HRAI]. Mohammadzadeh aveva passato diversi anni in carcere prima dell’esecuzione. Altri due detenuti nello stesso carcere, Mehdi Ghasemzadeh [vedi notizia precedente, NdR] e Azizvand, erano stati giustiziati nei giorni precedenti, per l’omicidio di tre membri delle Forze dell’ordine. Il 29 marzo 2009, il sito Human Rights Activists in Iran ha reso noto che un giovane era stato impiccato negli ultimi giorni nella Prigione Centrale di Sanandaj, capoluogo della provincia del Kurdistan iraniano. Rahmat Sadeqi, 23 anni, era stato era stato arrestato agli inizi del 2005 e riconosciuto colpevole dell’omicidio di un uomo, commesso durante una rissa avvenuta nella città curda di Kamyaran. Sadeqi si era sempre proclamato innocente. Il 10 aprile 2009, tre uomini sono stati impiccati per l’attentato esplosivo contro una moschea di Shiraz, avvenuto nell’aprile 2008. I tre sono stati identificati dall’agenzia ufficiale IRNA come Mohsen Eslamian, 21 anni, Ali Asghar Pashtar, 20, due studenti universitari, e Rouzbeh Yahyazadeh, 32. Sono stati giustiziati nella prigione Adelabad della città per aver causato la morte di 14 persone e il ferimento di altre 200. Nel novembre del 2008 erano stati accusati di essere dei “mohareb” (nemici di Dio) dal Tribunale Rivoluzionario di Teheran, che si occupa di casi contro la sicurezza dello Stato. Il tribunale li aveva accusati di essere legati ad un gruppo monarchico di opposizione fuori dal Paese, l’Iran Royal Association, e di prendere ordini da agenti stranieri per rovesciare il regime islamico in Iran. Secondo le autorità iraniane, i tre sarebbero stati armati e addestrati per compiere l’attentato dagli Stati Uniti, con il coinvolgimento di Israele e Gran Bretagna. La moschea colpita fa parte del centro culturale Rahpouyan-e-Vesal di Shiraz, circa 900 km a sud di Teheran. Al momento dell’esplosione erano circa 1.000 i fedeli presenti all’interno della struttura. Il 30 maggio 2009, le autorità iraniane hanno impiccato in pubblico tre uomini condannati per coinvolgimento nell'attentato del 28 maggio alla moschea di Zahedan, nel sudest del paese, che ha provocato 25 morti e 125 feriti. Lo ha reso noto l'agenzia di stampa ufficiale Irna. Il Dipartimento di Giustizia di Zahedan ha fornito i nomi dei tre giustiziati: Haji Nouti Zehi, Gholam Rasoul Shahroo Zehi e Zabihollah Naroui. I tre, ha precisato la stessa fonte, erano stati arrestati già prima dell'attentato e sono stati riconosciuti colpevoli di aver fornito l'esplosivo per l'azione terroristica. Per questo erano stati condannati a morte come «nemici di Dio» e «corrotti sulla Terra». L'esecuzione ha avuto luogo alle sei di mattina vicino alla moschea sciita di Ali Ibn-Abitaleb, dove l'attentato ha avuto luogo, poco prima dei funerali delle vittime dell’attentato. La strage era stata rivendicata alla tv panaraba Al Arabica dal gruppo ribelle sunnita Jundallah, il quale aveva però negato che i tre giustiziati fossero implicati nell’attentato. Un esponente del gruppo aveva detto che si era trattato di un attacco suicida contro le forze paramilitari Basij (i fedelissimi del regime sciita) riunite nella moschea per coordinare la strategia per le elezioni presidenziali del prossimo 12 giugno. Il vicepresidente della provincia del Sistan-Baluchistan (della quale Zahedan è capoluogo), Jalal Sayah, aveva detto che gli attentatori erano stati reclutati dagli Stati Uniti, accusa subito respinta dagli Usa, che hanno condannato l'attentato. Il 6 giugno 2009, due uomini sono stati impiccati nella città sud-orientale di Zahedan. La notizia è stata riportata dal quotidiano Kayhan, secondo cui Abdolhamid Rigi e Reza Ghalandar Zahi sono stati giustiziati di mattina dopo essere stati riconosciuti come "moharebeh" (nemici di Dio) e appartenenti al gruppo balucho fuorilegge di Abdolmalek Rigi.  


PENA DI MORTE PER REATI POLITICI E DI OPINIONE 

L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche nel 2008. Almeno 12 persone sono state giustiziate, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti dei giustiziati per reati comuni – in particolare per droga – o per “terrorismo”, possano essere in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi.   La provincia del Khuzestan, dove l’etnia araba di religione sunnita rappresenta la maggioranza, è stata teatro di una dura repressione nel corso del 2007, in relazione anche agli attentati dinamitardi che si sono verificati nella città di Ahwaz nel 2005, una violenza che è esplosa in seguito alla rivelazione di un piano del governo volto a ridurre la percentuale di popolazione araba di etnia ahwazi nella provincia. Almeno 14 prigionieri politici erano stati giustiziati nella regione nel 2007 e le esecuzioni sono continuate anche nel 2008. Il 14 gennaio 2008, l’Organizzazione Ahwazi per i Diritti Umani (AHRO) ha denunciato che quattro arabi ahwazi erano stati giustiziati in segreto la settimana prima nella provincia iraniana del Khuzestan. Le esecuzioni di Ahmad Marmazi, Abdolhussein Harabii, Hussein Asakereh e Mehdi Haidari sono state effettuate nel carcere di Karoon ad Ahwaz. I quattro attivisti politici, ha precisato la AHRO, erano tutti residenti nella città di Ma'sur (Mahshar). Il 30 gennaio 2008, è stata la volta di Zamel Bawi, giustiziato in una prigione della città di Ahwaz. Bawi era stato condannato a morte per “insurrezione armata” insieme ad altri tre “separatisti”: Saiid Saki, Ali Mazraa e Andullah al-Mansouri, tutti e tre in attesa di essere giustiziati. Nessuna delle agenzie di stampa ufficiali iraniane ha riportato l’esecuzione di Bawi. Al di là della propaganda di Teheran, la maggior parte dei movimenti ahwazi non sono separatisti violenti. Essi vogliono innanzitutto non discriminazione, diritti culturali, giustizia sociale e autogoverno regionale, non l’indipendenza.   Anche la provincia sud-orientale iraniana del Sistan-Baluchistan è stata teatro di una dura repressione nei confronti della dissidenza baluci di religione sunnita che ha portato a un aumento delle esecuzioni nel corso dell’anno. Il 5 agosto 2008, due iraniani, Yaghoub Mehrnahad e Abdolnasser Taherisadr, accusati di “collaborare” con il gruppo armato sunnita Jundallah (i soldati di Dio), sono stati impiccati nella prigione di Zahedan, capoluogo del Sistan-Baluchistan. Lo ha reso noto il quotidiano iraniano Etemad Melli, senza precisare quando sono avvenute le esecuzioni. Mehrnahad, studente di giornalismo e militante politico di etnia Baluchi, era stato condannato a morte l’11 febbraio 2008, al termine di un processo svoltosi a porte chiuse. Le autorità giudiziarie iraniane lo avevano riconosciuto colpevole di “far parte del gruppo terroristico Jundallah, aver agito contro la sicurezza nazionale, aver dichiarato guerra a Dio ed essere corrotto, il che è punibile con la morte.” Secondo organizzazioni umanitarie internazionali, invece, Mehrnabad era stato condannato perchè dirigente di una Ong chiamata “La voce della gioventù per la giustizia”. Secondo quanto riportato dal sito web degli studenti dell’Università Amir Kabir di Teheran, Mehrnahad era stato arrestato nell’aprile del 2007 al termine di un dibattito a Zahedan. Il processo si sarebbe svolto senza l’assistenza di un legale e senza la presenza dei familiari, che hanno visto l’ultima volta il ragazzo nel dicembre 2007, in carcere, con evidenti segni di torture sul corpo. Il 3 marzo 2009, due uomini sono stati impiccati nel carcere di Zahedan. Ne ha dato notizia l’agenzia di stampa governativa ILNA, che identifica i due giustiziati come Salaheddin Seyedi e Khalilollah Zarei, la cui esecuzione è avvenuta di mattina. I due erano stati accusati di essere dei "Moharebeh" (nemici di Dio) e “corrotti sulla Terra”, termini che il regime iraniano usa in genere per indicare chi conduce la lotta armata contro le autorità della Repubblica Islamica. Seyedi e Zarei avrebbero fatto parte del gruppo armato Jundallah, guidato dall’emiro Abdolmalek Rigi, in lotta contro le autorità iraniane nella provincia del Sistan-Baluchistan per difendere i diritti dei musulmani sunniti in Iran.   Anche nel Kurdistan iraniano, condanne a morte ed esecuzioni si sono susseguite nei confronti di oppositori politici accusati di “azioni contro la sicurezza nazionale” e di “contatti con organizzazioni sovversive.” Gruppi di resistenza kurdi come il Partito Democratico del Kurdistan in Iran (KDPI) e Komalah, che rivendicano maggior diritti economici, democratici e culturali per i kurdi iraniani, hanno ingaggiato scontri armati con le Guardie Rivoluzionarie della Repubblica Islamica Il 31 luglio 2008, l’Iran ha giustiziato cinque Kurdi, tra cui un ragazzo di 15 anni, ha riportato Kurdishaspect.com, un sito web indipendente basato negli USA. Il regime dei Mullah aveva condannato i cinque residenti nel Kurdistan iraniano per complicità con il PJAK, organizzazione legata al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), da anni impegnato nella lotta armata indipendentista nel sud-est della Turchia. Le cinque persone, tra cui un ragazzo di appena quindici anni, sono state giustiziate in un campo a Tabriz.  

PENA DI MORTE PER REATI NON VIOLENTI

Secondo il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, “Nei Paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti più gravi.” Ciò nonostante, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti. Il 13 giugno 2007, il parlamento iraniano aveva approvato un disegno di legge che prevede la condanna a morte per le persone coinvolte nella produzione di film pornografici. Con 148 voti a favore, 5 contrari e 4 astensioni, il parlamento (290 seggi) ha stabilito che “i produttori di film pornografici e i principali soggetti che collaborano alla produzione sono da considerarsi ‘corrotti sulla Terra’ e possono essere condannati alla pena capitale.” In base alla legge, per “principali soggetti” si intendono registi, cameramen e attori coinvolti nella realizzazione di video porno. Il termine ‘corrotto sulla Terra’ è tratto dal Corano e costituisce una delle più gravi accuse nei confronti di una persona. In base al codice penale iraniano, per questo reato è prevista la condanna a morte. Il 29 gennaio 2008, la magistratura iraniana ha reso noto che un impiegato della dogana dell’aeroporto Mehrabad di Teheran è stato giustiziato per corruzione, mentre altri tre colleghi sono stati condannati a morte con la stessa accusa, un caso raro in Iran di pena di morte per reati di tipo economico. Le quattro condanne a morte sono state emesse per “corruzione e altri reati di natura economica,” ha dichiarato il portavoce della magistratura Alireza Jamshidi, aggiungendo di non sapere se l’esecuzione per questo tipo di reati abbia precedenti nella Repubblica Islamica. “Hanno preso una tangente di più di 10 miliardi di rials (circa 1,07 milioni di dollari),” ha continuato Jamshidi, senza però precisare se la somma sia complessiva o relativa a ciascuno dei condannati. “Mentre per uno di loro la sentenza è stata eseguita, gli altri tre hanno presentato appello, chiedendo la commutazione in ergastolo,” ha detto il Portavoce, ricordando che “destabilizzare il sistema bancario e monetario, oltre che il cambio della valuta,” è punibile in Iran con la morte. Lo stesso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è giunto al potere nel 2005 promettendo la linea dura contro la corruzione. La Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, ha da tempo ordinato alla magistratura di intervenire con durezza contro i reati di natura economica. Il 14 agosto 2008, Hasan Sadeqpur, un uomo condannato per adulterio, è stato impiccato nel carcere di Zahedan. Il 23 settembre 2008, un giovane è stato condannato a morte per delle relazioni omosessuali avute da minorenne. Nemat Safavi, la cui condanna è stata emessa da un tribunale di Ardebil, era stato arrestato nel 2005, all’età di 16 anni, nella regione dell’Azerbaijan iraniano. Negli atti processuali non si parla mai di omosessualità. L’accusa formale mossa contro Nemat è di “rapporti sessuali non ammessi”. Il 18 dicembre 2008, un uomo è stato impiccato nella città santa di Qom. Lo ha riportato il giornale Iran, che ha identificato il giustiziato come Alireza, 41 anni, riconosciuto come “corrotto sulla terra” per aver “diffuso superstizioni”. Per l’agenzia iraniana Aftab, l’uomo avrebbe sostenuto di essere il 14° Imam sciita. Il 19 febbraio 2009, un uomo di 53 anni è stato impiccato di prima mattina nel carcere di Sari per adulterio. Abdollah Farivar Moghaddam, insegnante di musica, sposato e padre di due bambini, in base al sito web Meydaan, era stato arrestato nel 2005 con l’accusa di avere avuto una relazione extraconiugale con una sua allieva e in seguito condannato a morte mediante lapidazione per aver avuto rapporti extra-coniugali con una delle sue allieve. La Corte Suprema iraniana aveva confermato la condanna a morte tramite lapidazione. La famiglia del condannato sostiene invece che non si tratterebbe di adulterio, poiché l’insegnante aveva contratto con la ragazza un “Sigheh” (matrimonio a tempo). La madre di Farivar ha detto alla BBC di essere stata informata dalle autorità sul cambiamento del metodo di esecuzione solo il giorno prima dell’impiccagione. Sempre alla BBC, l’avvocato e attivista della campagna contro le lapidazioni Shadi Sadr ha dichiarato trattarsi della prima volta che una persona condannata alla lapidazione venga poi impiccata. La Sadr ha aggiunto che “con l’esecuzione di Farivar aumentano le preoccupazioni sulla sorte delle almeno 14 persone condannate in Iran alla lapidazione”.


LA PENA DI MORTE “TOP SECRET” 

Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sull’applicazione della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti, che evidentemente non riportano tutti i fatti. Il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del paese di pubblicare notizie relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni. Lo ha denunciato il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, secondo cui nel caso dei quotidiani Kargozaran e Etemaad l’ordine è partito direttamente dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica. Altre redazioni in tutto il paese sarebbero state contattate nelle ultime settimane da agenti del Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza (MOIS), con l’ordine di licenziare i reporter ancora intenzionati a trattare questo tipo di notizie. I quotidiani Etemaad-Meli e Sarmaeh e il settimanale Shahrvand sono solo alcuni degli organi di stampa cui è stata imposta la censura. Sempre secondo la Resistenza Iraniana, il MOIS disporrebbe di una lista-nera di tutti gli opinionisti, editori e giornalisti considerati inaffidabili dal regime di Teheran. Il MOIS avrebbe ordinato di effettuare i licenziamenti prima delle elezioni presidenziali del giugno 2009, imponendo agli editori il silenzio su queste pressioni. L’11 maggio 2009, Mohammad Mostafaei, un avvocato iraniano che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte del paese e, in particolare, del caso di 25 prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando erano minorenni, ha detto che secondo lui il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o 600,” ha detto l’avvocato.  


ESTRADIZIONE E PENA DI MORTE

Tutti i paesi membri dell’Unione Europea e molti altri paesi abolizionisti sono impegnati, in base alle proprie leggi interne e/o ai patti internazionali che hanno sottoscritto, a non estradare persone sospettate di reati capitali in paesi dove rischiano di essere condannate a morte o giustiziate. Il 19 maggio 2008, Seyed Mehdi Kazemi, un gay iraniano di 21 anni, ha ottenuto asilo nel Regno Unito. Il giovane ha rischiato in più occasioni di essere deportato a Teheran, dove avrebbe subito il carcere, severe punizioni corporali e probabilmente l’impiccagione. “A seguito del riesame del caso e alla luce delle nuove circostanze, come da richiesta del Ministro britannico degli Interni, Mr Kazemi è ora libero di rimanere nel Regno Unito,” ha comunicato via e-mail l’Ambasciata britannica a Roma al gruppo a difesa dei diritti umani EveryOne che con il Partito Radicale e l’associazione Nessuno tocchi Caino si era mobilitato per impedire la deportazione di Kazemi in Iran. Kazemi era giunto in Inghilterra nel novembre 2005 per motivi di studio. Nel frattempo, il suo compagno, Parham, era stato impiccato in Iran per “sodomia” nell’aprile del 2006. A seguito dell’esecuzione di Parham, la polizia iraniana si era presentata a casa del padre di Mehdi, a Teheran, intimandogli la presa in custodia del figlio per sottoporlo a giudizio, come avvenuto nel caso del partner. Nel 2007, Kazemi aveva cercato di sfuggire alla deportazione in Iran riparando in Canada, ma era stato fermato alla frontiere tedesca e trasferito, temporaneamente, in Olanda, una nazione favorevole alla concessione di asilo agli omosessuali iraniani. Il 26 febbraio 2008, un volo diretto Amsterdam-Londra era stato fissato e una volta nel Regno Unito, Mehdi sembrava destinato alla deportazione a Teheran. Ma il 13 marzo 2008, il ministro degli Interni britannico Jacqui Smith aveva deciso di sospendere la deportazione in Iran del giovane gay, accettando di riconsiderare il suo caso. “Alla luce di nuove circostanze emerse dopo che la prima decisione era stata presa, ho deciso che il caso di Kazemi venga rivisto al suo ritorno nel Regno Unito dall’Olanda,” ha dichiarato il Ministro degli Interni, annunciando la sospensione della procedura di deportazione. Il 12 marzo, sul caso di Sayed Mehdi Kazemi il Parlamento europeo, su iniziativa dei deputati radicali Marco Cappato e Marco Pannella, aveva approvato una risoluzione d’urgenza, con la quale si chiedeva alla Gran Bretagna di applicare la Direttiva 2004/83/CE che impone il riconoscimento dello status di rifugiato anche alle persone perseguitate nel loro paese di origine a causa del loro orientamento sessuale. Lo stesso giorno, 62 membri della Camera dei Lord britannica avevano firmato una lettera inviata al ministro degli Interni Jacqui Smith per chiedere di fermare la deportazione in Iran del giovane gay iraniano. Il 12 febbraio 2009, le autorità inglesi hanno riconosciuto alla ragazza lesbica iraniana Pegah Emambakhsh lo status di rifugiato politico per l’alto rischio di condanna a morte in caso di rimpatrio forzato in Iran. Nella Repubblica Islamica è infatti prevista la pena di morte per le persone omosessuali. Contro il trasferimento di Pegah in Irana, nell’autunno 2008, si erano mobilitate in tutta Europa migliaia di persone e decine di associazioni che si battono per i diritti umani, tra cui in Italia l’associazione “Certi Diritti” che, insieme al Gruppo EveryOne e agli eurodeputati Radicali Marco Cappato e Marco Pannella, si era attivata in tutte le sedi istituzionali per salvare la vita di Pegah.

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