DOSSIER IRAN APRILE 2016

Almeno 2.214 impiccati sotto la presidenza di Rouhani
 
L’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica, il 14 giugno 2013, ha portato molti osservatori, alcuni difensori dei diritti umani e la comunità internazionale a essere ottimisti. Tuttavia, il nuovo Governo non ha cambiato il suo approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte; anzi, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato a partire dall’estate del 2013. Almeno 2.214 prigionieri sono stati giustiziati in Iran dall’inizio della presidenza di Rouhani (tra il 1° luglio 2013 e il 31 dicembre 2015).
Nel 2015 sono state effettuate almeno 970 esecuzioni, un 21,2% in più rispetto alle 800 del 2014 e il 41,2% in più rispetto alle 687 del 2013.
Delle 970 esecuzioni del 2015, 365 esecuzioni (37,6%) sono state riportate da fonti ufficiali iraniane (siti web della magistratura, televisione nazionale, agenzie di stampa e giornali statali); 605 casi (62,4%) inclusi nei dati del 2015 sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o altre fonti interne iraniane). Il numero effettivo delle esecuzioni è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel Rapporto di Nessuno tocchi Caino.
I reati che hanno motivato le condanne a morte sono suddivisi come segue in termini di frequenza. Traffico di droga: 632 esecuzioni (65,2%), di cui 178 ufficiali; omicidio: 202 (20,8%), di cui 123 ufficiali; stupro: 56 (5,8%), di cui 50 ufficiali; reati di natura politica e “terrorismo”: 15 (1,5%), di cui 1 ufficiale; moharebeh (fare guerra a Dio), rapina, estorsione e “corruzione in terra”: 22 (2,3%), di cui 15 ufficiali. In almeno 43 altri casi (4,4%), non sono stati specificati i reati per i quali i detenuti sono stati trovati colpevoli.
Almeno 60 persone sono già state giustiziate nel 2016, al 23 marzo: 28 esecuzioni sono state annunciate da fonti ufficiali iraniane, mentre 32 sono state riportate dai gruppi per i diritti umani e confermate da diverse fonti indipendenti.
 
L’impiccagione è il metodo preferito con cui è applicata la Sharia in Iran.
Le esecuzioni pubbliche sono continuate nel 2015 e nei primi mesi del 2016. Almeno 57 persone sono state impiccate sulla pubblica piazza nel 2015 e la pratica è proseguita nel 2016, con almeno 3 esecuzioni al 23 marzo.
L’esecuzione di donne è leggermente diminuita nel 2015: sono state almeno 19, compresa una minorenne al momento del fatto (13 per droga, 5 per omicidio e 1 per reati non specificati), ma solo nel caso di 5 di loro c’è stata la conferma ufficiale delle autorità iraniane. Nel 2014 le donne impiccate erano state almeno 26. Nei primi sei mesi del 2016, al marzo, è stata impiccata almeno 1 altra donna.
Le esecuzioni di minorenni sono continuate nel 2015, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Sono stati giustiziati almeno 3 presunti minorenni al momento del fatto, compresa una donna (tutti per casi di omicidio, di cui 2 riportati da fonti ufficiali iraniane). Altri 3 minorenni sarebbero stati giustiziati nel 2016, al 23 marzo.
 
Il 17 dicembre 2015, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una nuova risoluzione che condanna fermamente le brutali e sistematiche violazioni dei diritti umani in Iran e, in particolare, le esecuzioni arbitrarie e di massa, l’aumento della violenza e della discriminazione nei confronti delle donne e delle minoranze etniche e religiose. La risoluzione esprime “seria preoccupazione per l’allarmante alta frequenza e aumento della pratica della pena di morte, in violazione delle garanzie riconosciute a livello internazionale, ... e la continua imposizione ed esecuzione della pena di morte nei confronti di minori e persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni” e invita il regime iraniano “ad abolire, nella legge e nella prassi, le esecuzioni pubbliche ... e le esecuzioni effettuate in violazione dei suoi obblighi internazionali” e “assicurare, nel diritto e nella pratica, che nessuno sia sottoposto a tortura o ad altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti”. La risoluzione esprime grave preoccupazione per “ogni forma di discriminazione e di altre violazioni dei diritti umani delle donne e delle ragazze, per la violenza nei confronti di persone appartenenti a minoranze religiose riconosciute e non” e chiede l’eliminazione “nella legge e nella pratica di ogni forma di discriminazione di altre violazioni dei diritti umani di persone appartenenti a minoranze etniche, linguistiche o ad altre minoranze”. La risoluzione chiede anche al regime “di porre fine alle gravi e diffuse limitazioni... al diritto di libertà di espressione, di opinione, di associazione e di pacifica assemblea e di rilasciare le persone detenute arbitrariamente”.
 
Impiccagione e non solo
 
L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Nel luglio 2011, in seguito alla “Campagna sulle Gru” lanciata dal gruppo Uniti Contro l’Iran Nucleare (UANI), la Tadano, una società giapponese che produce gru, ha comunicato di non voler più stipulare contratti con il governo iraniano dopo aver saputo che i suoi prodotti sono usati in Iran per le esecuzioni pubbliche. Nell’agosto 2011, un altro produttore di gru giapponese, UNIC, ha annunciato la fine della sua attività in Iran, unendosi alla Tadano e alla Terex che si erano già ritirate dal commercio con l’Iran in seguito alla Campagna sulle Gru della UANI.
Nel gennaio 2008, l’allora capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, aveva deciso di autorizzare esecuzioni pubbliche solo “in base a esigenze di carattere sociale”. In effetti, dopo il decreto di Shahroudi, le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza sono diminuite. Nel 2008 sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto, e nel 2009 sono state ufficialmente impiccate in luoghi pubblici solo 12 persone. Nel 2007 erano state almeno 110. Ma, dopo le proteste di piazza contro le elezioni truffa del 2009, il numero di esecuzioni pubbliche è aumentato drammaticamente.
Alle esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza vanno aggiunte quelle più massicce e spesso avvolte dal segreto effettuate nelle prigioni. La maggior parte delle esecuzioni sono state effettuate per reati legati alla droga.
 
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta. Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste con maschi e femmine insieme o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite sulla pubblica piazza come “lezione per chi guarda”.
Il 2 marzo 2015, a un uomo che non è stato identificato per nome è stato cavato l’occhio sinistro nel carcere di Rajaishahr a Karaj in applicazione letterale della legge dell’occhio per occhio, ha reso noto il quotidiano Hamshahri. Il prigioniero era stato condannato per aver versato dell’acido sul volto di un altro uomo, che ha portato alla perdita completa della vista. Era stato condannato a essere cavato entrambi gli occhi, al pagamento del prezzo del sangue e 10 anni di carcere. La perdita dell’occhio destro è stata rinviata.
Tra il 3 e il 4 agosto 2015, le autorità iraniane hanno amputato la mano destra e il piede sinistro di due detenuti nel carcere di Mashhad. Rahman K. e Mehdi R. sono stati condannati per Moharebeh per aver commesso una rapina in banca. Il 28 giugno, il regime fondamentalista aveva amputato le dita di altri due prigionieri nella stessa prigione a Mashhad. Nel mese di maggio 2015, un religioso iraniano di alto rango, che è il rappresentante della Guida Suprema del regime nella Provincia di Hormozgan, aveva chiesto venissero effettuate un maggior numero di punizioni severe come le amputazioni. Durante la visita a Mashhad, Ghulam-Ali Naeem Abadi ha detto: “Se le mani di alcuni di coloro che commettono furti venissero tagliate, ciò servirebbe da esempio per gli altri”. “La sicurezza sarebbe restaurata nella società amputando un po’ di dita; perché allora tali punizioni non sono pienamente attuate?”
Il 2 novembre 2015, l’agenzia di Stato IRNA ha reso noto che il regime iraniano ha approvato un emendamento alla legge detta “Per la protezione della santità dell’hijab e della moralità”, in base alla quale tutte le donne impiegate devono indossare una uniforme determinata dal regime iraniano. La legge non riguarderà solo le agenzie governative ma anche le ditte private, le istituzioni, gli asili, i parchi e i luoghi ricreativi e commerciali. La legge prevede anche multe, carcere e tagli allo stipendio delle impiegate “mal velate”. Secondo questa legge “l’impiego delle donne negli affari.... dovrà osservare la segregazione dagli uomini e l’orario lavorativo dalle 07:00 alle 22:00. La mancata osservanza di questo articolo verrà considerata una violazione e il negozio che avrà violato la legge verrà chiuso per una settimana dalle forze di sicurezza e se si dovesse ripetere, verrà chiuso per un mese”. Secondo un altro articolo della legge adottata a metà agosto dal parlamento del regime, le guidatrici che non osserveranno le leggi dell’hijab imposte dal regime, rischieranno grosse multe e la loro patente verrà sospesa. Inoltre, “il guidatore è responsabile di qualunque cosa accada sulla sua automobile e perciò è responsabile anche del modo in cui i suoi passeggeri sono vestiti”. Pertanto persino l’autista del veicolo dovrà pagare una multa per i passeggeri mal-velati.
 
La lapidazione
 
Nell’aprile 2013, il Consiglio dei Guardiani, il potente corpo di religiosi e giuristi islamici che controlla l’attività parlamentare e certifica che corrisponda alla legge della Sharia, ha reinserito la lapidazione in una precedente versione del nuovo codice penale nella quale era stata omessa come pena esplicita per l’adulterio. Il progetto di codice penale come modificato dai Guardiani identifica esplicitamente la lapidazione come una forma di punizione per le persone condannate per adulterio, la relazione sessuale di una persona sposata consumata fuori dal matrimonio. Ai sensi dell’articolo 132, comma 3, un uomo o una donna possono essere lapidati a morte per relazioni extraconiugali reiterate. Inoltre, in base all’articolo 225, se un tribunale e il capo della magistratura stabiliscono che in un caso particolare “non è possibile” effettuare la lapidazione, la persona può essere giustiziata con un altro metodo, sempre che le autorità abbiano dimostrato il reato in base a testimonianze oculari o alla confessione dell’imputato. L’articolo non spiega cosa si intenda per “casi in cui la lapidazione non è possibile”. Il nuovo codice prevede inoltre che i tribunali che condannino gli imputati di adulterio in base al libero “convincimento del giudice”, una formula notoriamente vaga e soggettiva che permette la condanna in assenza di prove concrete, possono imporre la punizione corporale di 100 frustate invece della lapidazione. La pena per le persone condannate per fornicazione, il sesso al di fuori del matrimonio di una persona non sposata, è di 100 frustate.
 
L’Iran ha avuto il tasso di lapidazioni più alto al mondo, ma nessuno sa con certezza quante persone siano state lapidate. In base a una lista compilata dalla Commissione Diritti Umani del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, almeno 150 persone sono state lapidate dal 1980 a oggi. I numeri su riportati sono molto probabilmente inferiori ai dati reali, sia perché la maggior parte delle condanne alla lapidazione è stabilita segretamente sia perché è precluso l’accesso alle informazioni in molte prigioni dell’Iran. Shadi Sadr, un avvocato iraniano difensore dei diritti umani che ha rappresentato cinque persone condannate alla lapidazione, ha detto che l’Iran ha effettuato lapidazioni segrete nelle carceri, nel deserto o la mattina molto presto nei cimiteri.
Dal 2006 al 2009 la lapidazione è stata praticata almeno una volta all’anno per un totale di almeno sette esecuzioni, l’ultima delle quali effettuata il 5 marzo del 2009 nei confronti di un uomo condannato per adulterio. Attualmente, ci sono in carcere almeno 11 persone con sentenza di lapidazione, secondo l’avvocato Shadi Sadr. Alcuni di questi casi sono ancora sotto revisione e potrebbero anche essere emesse delle sentenze diverse.
Il 9 dicembre 2015, una donna è stata condannata a morte tramite lapidazione, oltre che alla fustigazione e a 25 anni di carcere. La donna, identificata solo con le iniziali A. Kh., è stata condannata da un tribunale della Provincia di Gilan insieme ad altri due uomini per presunta complicità nell’omicidio del marito, Arash Babaieepour Tabrizinejad. Uno dei due uomini, identificato come R. A., è stato condannato a morte, mentre l’altro è stato condannato a 25 anni.
 
Il “prezzo del sangue”
 
La versione iraniana del “prezzo del sangue” stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”.
Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che corrisponde a oltre 442 milioni di rial (circa 36.000 dollari). Il “prezzo del sangue” per la vita di una donna però continuerà a essere la metà di quello per la vita di un uomo.
Le autorità iraniane hanno sempre sostenuto di “non poter rifiutare alla famiglia della persona uccisa il diritto legale di reclamare il qisas, il principio cioè dell’occhio per occhio”. Il qisas è probabilmente il solo diritto che il popolo iraniano può legittimamente rivendicare.
Tuttavia, il codice penale iraniano esenta, tra le altre, le seguenti persone dal qisas: musulmani, seguaci di religioni riconosciute e “persone protette” che uccidano seguaci di religioni non riconosciute o “persone non protette” (art. 310). Ciò riguarda, in particolare, i membri della fede Bahai, che non è riconosciuta come una religione, secondo la legge iraniana. Se un Bahai viene ucciso, la famiglia non riceve il prezzo del sangue e l’autore del reato è esentato dal qisas.
Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo del numero dei casi di “perdono” da parte dei parenti delle vittime. Secondo la magistratura iraniana, nell’anno iraniano 1393 (20 marzo 2014-20 marzo 2015) sono stati perdonati 395 condannati per omicidio, contro i 375 dell’anno precedente. Secondo la stessa fonte, i casi di perdono nei primi sei mesi del nuovo anno (20 marzo 2015-20 settembre 2015) sono stati 251. Come per le esecuzioni, non tutti i casi di perdono sono annunciati pubblicamente. Monitorando i media iraniani, Iran Human Rights ha accertato 142 casi da marzo a settembre 2015 (56% dei 251 citati dalla magistratura).
 
Pena di morte per blasfemia e apostasia
 
In Iran, l’apostasia e la blasfemia sono entrambe fuori legge e punibili con la morte. Per i musulmani è illegale convertirsi al Cristianesimo, mentre ai cristiani è permesso convertirsi all’Islam.
L’approvazione nel 2013 del nuovo codice penale islamico potrebbe portare a più pene capitali per apostasia. L’apostasia non è esplicitamente menzionata nel nuovo codice penale. Tuttavia, la nuova legge rende più facile per i giudici emettere la pena di morte per apostasia in quanto l’Articolo 220 del nuovo codice afferma: “Se la presente legge tace su uno qualsiasi dei casi Hudud, il giudice fa riferimento all’Articolo 167 della Costituzione”. L’Articolo 167 della Costituzione iraniana spiega: “Il giudice è tenuto a tentare di pronunciarsi su ogni singolo caso, sulla base della legge in vigore. In caso di assenza di tale legge, deve emettere il suo giudizio sulla base di fonti ufficiali islamiche e fatwa autentiche. Con il pretesto del silenzio o carenza della legge in materia, o della sua brevità o natura contraddittoria, [il giudice] non può astenersi dall’ammettere ed esaminare il caso e stabilire la sua sentenza”. Il riferimento all’Articolo 167 era in precedenza presente nel codice civile ma ora è anche incluso nella legge penale.
 
Il 20 giugno 2015, un ex studente di fisica nucleare di 23 anni, Hesameddin Farzizadeh, è stato condannato a morte per apostasia dalla Corte Penale di Meshkinshahr nella Provincia di Ardebil. È stato arrestato in un raid nella sua casa nel novembre del 2014 da agenti in borghese del Ministero dell’Intelligence (MOI) e tenuto in isolamento nelle celle del MOI prima di essere trasferito al carcere di Meshkinshahr. L’accusa di apostasia nasce da un libro dal titolo “Dall’Islam all’Islam”, in cui Farzizadeh esamina la storia dell’Islam sciita e solleva domande su alcuni aspetti della sua ideologia. Ad esempio, Farzizadeh mette in dubbio l’esistenza del Dodicesimo Imam, che, secondo la teologia sciita, è una figura messianica attesa alla fine come un salvatore dell’umanità. Oltre alla condanna a morte, Farzizadeh è stato anche condannato a sette anni di reclusione e 74 frustate per aver insultato il Profeta Maometto, gli Imam sciiti e l’Ayatollah Khomeini. La condanna a morte di Farzizadeh viola non solo le norme fondamentali internazionali sui diritti umani, ma anche le leggi di procedura penale interne. In base all’articolo 4 della legge istitutiva dei tribunali penali rivoluzionari, solo quelli provinciali hanno la competenza a trattare casi capitali, come l’apostasia, mentre la Corte penale di Meshkinshahr è un organo giudiziario a livello di contea.
 
 
 
 
Pena di morte nei confronti di minori
 
Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età.
A seguito delle richieste della comunità internazionale, rimaste inascoltate per anni, di sospendere tutte le esecuzioni di persone condannate per crimini commessi da minorenni, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che, anche su questo, pone l’Iran fuori dalla comunità internazionale.
Infatti, l’Articolo 90 del nuovo codice penale stabilisce che individui legalmente “maturi” minori di diciotto anni (ad esempio, i ragazzi tra i quindici e i diciotto anni e le ragazze di età compresa tra nove e diciotto) che sono condannati per crimini Hudud e Qisas possono essere esenti da condanne per adulti, tra cui la pena di morte, solo se è accertato che non erano mentalmente maturi e sviluppati al momento del reato e non potevano riconoscere e apprezzare la natura e le conseguenze delle loro azioni. Quindi, questo articolo conferisce ai giudici il potere discrezionale di decidere se un bambino ha capito la natura del reato e, pertanto, se può essere condannato a morte.
 
Le esecuzioni di minorenni sono continuate nel 2015 e nei primi mesi del 2016, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato.
Nel 2015, sono stati giustiziati almeno 3 minorenni, tra cui 1 donna (tutti per casi di omicidio, di cui 2 riportati da fonti ufficiali). Altri 3 sarebbero stati giustiziati nel 2016, al 23 marzo.
Nel 2014, erano stati giustiziati almeno 17 presunti minorenni al momento del fatto.
 
Il 15 aprile 2015, Javad Saberi, un ragazzo condannato a morte per un omicidio che aveva commesso quando aveva meno di 18 anni, è stato impiccato nel carcere di Rajaee Shahr a Karaj, ha riportato il giornale statale Jam-e Jam. Secondo Iran Human Rights, Javad Saberi aveva una grave malattia mentale ed era stato ricoverato presso l’ospedale psichiatrico “Amin Abad”.
Il 6 ottobre 2015, un imputato minorenne, Samad Zahabi, è stato segretamente impiccato per un omicidio che avrebbe commesso a 17 anni. È stato giustiziato nella prigione di Dizel Abad a Kermanshah per l’uccisione di un uomo a colpi d’arma da fuoco durante una lite tra pastori su chi doveva pascolare le loro pecore. L’esecuzione sarebbe avvenuta senza il preavviso di 48 ore al suo avvocato, come richiesto dalla legge, mentre la sua famiglia avrebbe appreso del suo destino dopo che la madre l’ha visitato in carcere il giorno prima dell’esecuzione.
Il 13 ottobre 2015, una ragazza di 23 anni, Fatemeh Salbehi, è stata impiccata nel carcere di Adelabad a Shiraz per un omicidio che avrebbe commesso quando aveva 17 anni, ha reso noto la Mizan Online News Agency. Fatemeh era stata accusata dell’omicidio del marito, Hamed Sadeghi, che aveva sposato quando aveva 16 anni. Durante gli interrogatori, alla ragazza non fu consentito alcun accesso a un avvocato. Fatemeh era stata condannata a morte nel maggio 2010 e la condanna è stata confermata dalla Corte Suprema iraniana in quello stesso anno. L’adozione di un nuovo codice penale islamico nel maggio 2013 aveva suscitato la speranza che Fatemeh Salbehi e gli altri imputati minorenni nel braccio della morte potessero avere le loro condanne a morte annullate e loro casi riesaminati. Il processo di riesame concesso a Fatemeh Salbehi ha dimostrato di essere profondamente sbagliato. È durato solo tre ore e si è concentrato soprattutto sulla questione se pregava, aveva studiato i libri di testo religioso a scuola e capito che l’uccisione di un altro essere umano è “religiosamente proibita”. Su questa base, la Corte penale della Provincia di Fars aveva stabilito nel maggio 2014 che la donna aveva la maturità di un adulto e quindi meritevole di morte.
Il 13 gennaio 2016, un prigioniero, identificato come Houshang Zareh, è stato impiccato nel carcere di Adelabad a Shiraz con l’accusa di omicidio, ha riportato la Human Rights Activists News Agency (HRANA). Una fonte anonima di Iran Human Rights ha detto che Zare aveva meno di 18 anni quando avrebbe commesso l’omicidio per cui i giudici lo hanno condannato a morte.
Il 25 gennaio 2016, due giovani baluci, identificati come Khaled Kordi e Moslem Abarian, sono stati impiccati nel Carcere Centrale di Yazd per reati legati alla droga, ha riferito la Baloch Activists Campaign. Un parente di Khaled Kordi ha confermato ad Iran Human Rights che entrambi i prigionieri avevano meno di 18 anni all’epoca dell’arresto.
 
Gli effetti letali della “guerra alla droga”
 
Il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici ammette un’eccezione al diritto alla vita universalmente garantito per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena di morte, ma solo riguardo ai “reati più gravi”. La giurisprudenza si è evoluta al punto che gli organismi delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato i reati di droga non ascrivibili alla categoria dei “reati più gravi”. Il limite dei “reati più gravi” per l’applicazione legittima della pena di morte è sostenuto anche dagli organismi politici delle Nazioni Unite i quali chiariscono che per “reati più gravi” s’intendono solo quelli “con conseguenze letali o estremamente gravi”. Pertanto, le esecuzioni per reati di droga violano le norme internazionali sui diritti umani.
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio.
In Iran, i reati legati alla droga sono processati in tribunali rivoluzionari, che normalmente procedono ben al di sotto degli standard internazionali sul giusto processo. I processi si svolgono a porte chiuse e, spesso, senza un’adeguata difesa legale. I giudici hanno la facoltà di limitare a pochi casi l’assistenza legale degli imputati durante le indagini preliminari. In base all’articolo 32 della legge anti-narcotici, i condannati a morte per droga non hanno il diritto di presentare ricorso. Solo il Procuratore Generale o il capo della Corte Suprema può impugnare la sentenza capitale per reati di droga.
Poiché la stragrande maggioranza delle persone giustiziate per droga non sono identificate con nome e cognome, non è possibile confermare le accuse. Osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
Come negli anni precedenti, il traffico di droga è stato l’accusa più frequente contro coloro che sono stati giustiziati.
Delle almeno 970 persone giustiziate nel 2015, almeno 632 sono state impiccate per casi relativi alla droga, in 178 dei casi vi è stato l’annuncio da parte di fonti governative.
Delle almeno 60 esecuzioni registrate dall’Iran Human Rights Documentation Center nel 2016, al 23 marzo, almeno 34 sono state effettuate per droga, di cui 17 annunciate dal regime iraniano.
Qui di seguito, sono pubblicate solo le notizie ufficiali di esecuzioni per droga effettuate nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016. Per quelle segnalate da fonti non ufficiali vedi il capitolo “La pena di morte Top Secret”.
 
Il 13 novembre 2015, in un raro commento pubblico sulla pena di morte da quando è entrato in carica nel giugno 2013, il Presidente Hassan Rouhani ha sostenuto che l’Iran ha impiccato centinaia di criminali colpevoli di reati legati alla droga per prevenire il traffico di droga verso l’Europa. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Rouhani ha osservato che “la maggior parte delle esecuzioni in Iran riguardano il traffico illecito di droghe”, e ha avvertito che “se abolissimo la pena di morte, aumenterebbe il traffico di droga verso i Paesi europei e questo sarebbe dannoso per voi”.
In aperta contraddizione con la loro politica per l’abolizione della pena di morte nel mondo, i Paesi europei, come Francia e Germania, sono stati storicamente i principali finanziatori dei programmi anti-droga delle Nazioni Unite in Iran. Solo Danimarca, Irlanda e Regno Unito hanno di recente ritirato i loro contributi a causa del numero elevato di esecuzioni in Iran. Il Regno Unito ha deciso di fermare il suo finanziamento al Fondo anti-droga destinato all’Iran, ma non a quello per il Pakistan, dove ha contribuito con più di 12 milioni di sterline alle operazioni anti-droga.
All’inizio del 2016, l’ONU ha approvato un nuovo finanziamento di 20 milioni di dollari per operazioni antidroga in Iran, nonostante l’escalation nel numero di esecuzioni legate alle droghe effettuate nel Paese. Il nuovo accordo di finanziamento delle Nazioni Unite rappresenta più di un raddoppio del finanziamento Onu per la lotta alla droga in Iran e sarà gestito dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC). Il denaro è destinato a sostenere una serie di operazioni di contrasto, compresa la creazione di posti di frontiera finalizzati alla cattura dei corrieri della droga che attraversano i confini del Paese con l’Afghanistan. Nell’ottobre 2015, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sull’Iran Ahmed Shaheed ha avvertito che il regime iraniano stava usando il supporto delle Nazioni Unite per giustificare la pratica aggressiva della pena capitale, notando che i funzionari iraniani “hanno enfatizzato le dichiarazioni dell’UNODC circa gli sforzi iraniani contro la droga e il crimine a riprova del sostegno internazionale per il suo approccio”.
 
… e della “guerra al terrorismo”
 
Nel 2015 e nei primi mesi del 2016, l’Iran ha continuato ad applicare la pena di morte per reati non violenti, politici e di opinione. Nel 2015, almeno 15 persone sono state impiccate per fatti di natura essenzialmente politica e almeno 1 altra è stata giustiziata nel 2016, al 23 marzo.
Gli accusati di essere mohareb – nemici di Allah – sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo a porte chiuse davanti ai Tribunali Rivoluzionari, che spesso finiscono in una sentenza di morte. In questi casi, le esecuzioni sono spesso effettuate in segreto, senza che siano informati gli avvocati o i familiari. Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano.
Tuttavia, tra i condannati a morte o giustiziati per Moharebeh e/o “corruzione sulla terra”, molti non erano direttamente coinvolti in atti di violenza. Alcuni di loro erano dissidenti politici, membri di gruppi fuorilegge o appartenenti alle minoranze etniche e religiose iraniane, in particolare, azeri, kurdi, baluci e ahwazi.
 
La provincia del Khuzestan, dove l’etnia araba di religione sunnita rappresenta la maggioranza, è stata teatro di una dura repressione nel corso del 2007, in relazione anche agli attentati dinamitardi che si sono verificati nella città di Ahwaz nel 2005, una violenza che è esplosa in seguito alla rivelazione di un piano del Governo volto a ridurre la percentuale di popolazione araba di etnia ahwazi nella provincia. Al di là della propaganda di Teheran, la maggior parte dei movimenti ahwazi non sono separatisti violenti. Essi vogliono innanzitutto non discriminazione, diritti culturali, giustizia sociale e autogoverno regionale, non l’indipendenza.
Anche la Provincia sud-orientale iraniana del Sistan-Balucistan è stata teatro di una dura repressione nei confronti della dissidenza baluci di religione sunnita. Il 14 febbraio 2015, due prigionieri baluci, identificati come Hamed Kahrazhi, 28 anni, e Mobasher Mir-Balochzehi, sono stati impiccati nel carcere di Chabahar per Moharebeh. Il 19 dicembre 2015, Abdolghani Gangouzehi Rigi, un uomo di 29 anni accusato di reati politici, tra cui Moharebeh, è stato impiccato nella prigione centrale di Zahedan.
Anche nel Kurdistan iraniano condanne a morte ed esecuzioni si sono susseguite nei confronti di oppositori politici accusati di “atti contro la sicurezza nazionale” e di “contatti con organizzazioni sovversive”, quali il Party of Free Life of Kurdistan (PJAK), il Partito Democratico del Kurdistan in Iran (KDPI) e il partito Komalah, che rivendicano maggiori diritti economici, democratici e culturali per i curdi iraniani. Il 19 febbraio 2015, il prigioniero politico curdo Saman Naseem, che era stato condannato a morte per reati che avrebbe commesso a 17 anni, è stato giustiziato nella prigione di Orumieh insieme ad altri due prigionieri politici. Naseem era stato condannato a morte nell’aprile 2013 per “guerra contro Dio” e “corruzione sulla terra” per la sua appartenenza al gruppo armato curdo Party of Free Life of Kurdistan (PJAK) e per aver preso parte ad azioni armate contro le Guardie Rivoluzionarie. Il 6 giugno 2015, un noto prigioniero politico curdo di 39 anni è stato giustiziato nella prigione di Miandoab. Mansour Arvand, un ex atleta di wrestling, era stato condannato nel 2012 per Moharebeh e per propaganda contro il regime e appartenenza Partito Democratico del Kurdistan Iraniano. Il 9 agosto 2015, un prigioniero politico curdo, Sirvan Nejavi, è stato impiccato nella prigione centrale di Tabriz. Era stato arrestato nel luglio 2011 con l’accusa di Moharebeh per appartenenza al Party of Free Life of Kurdistan (PJAK), un gruppo curdo che si oppone al regime iraniano. Il 26 agosto 2015, Behrouz Alkhani, un uomo di 30 anni della minoranza curda iraniana, è stato giustiziato nella prigione centrale di Orumieh, nonostante il fatto che era ancora in attesa dell’esito di un appello alla Corte Suprema contro la sua condanna. Alkhani era stato arrestato nel gennaio del 2010 e condannato da un tribunale rivoluzionario per aver collaborato con il Party of Free Life of Kurdistan (PJAK) e “inimicizia contro Dio”.
 
 
Persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali
 
La Costituzione iraniana afferma che l’Islam sciita è la religione ufficiale dello Stato. Prevede che “le altre denominazioni islamiche siano pienamente rispettate” e riconosce ufficialmente solo tre gruppi religiosi non islamici – zoroastriani, cristiani ed ebrei – come minoranze religiose.
Anche se la Costituzione tutela i diritti dei seguaci di queste tre religioni a praticare liberamente, il Governo ha imposto restrizioni legali sul proselitismo. Convertire un musulmano al Cristianesimo o ad altra religione è considerato un crimine capitale. Convertiti al Cristianesimo sono spesso tormentati, perseguitati e costretti a riunirsi clandestinamente in chiese domestiche, mentre i missionari cristiani sono di solito espulsi dal Paese e a volte incarcerati per aver distribuito Bibbie o altro materiale religioso.
La repressione di quasi tutti i gruppi religiosi non sciiti – in particolare dei Bahai, così come dei Musulmani Sufi, dei Cristiani Evangelici, degli Ebrei e dei gruppi sciiti che non condividono la religione ufficiale del regime – è aumentata significativamente negli ultimi anni. Gruppi bahai e cristiani hanno subito arresti arbitrari, detenzioni prolungate e confisca dei beni.
Il regime considera i Bahai apostati e li bolla come una “setta politica”. Il Governo vieta loro di insegnare e praticare la fede e li sottopone a molte forme di discriminazione che altri gruppi religiosi non conoscono. Dalla rivoluzione islamica del 1979, il Governo ha giustiziato più di 200 Bahai, anche se non ci sono state notizie di esecuzioni nel corso del 2015.
 
La pena di morte “top secret”
 
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le autorità non rilasciano statistiche sulla sua pratica, tutti i nomi delle centinaia di giustiziati ogni anno e i reati per i quali sono stati condannati. Le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti che evidentemente non possono riportare tutti i fatti.
La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.
Nel 2015 sono state effettuate almeno 970 esecuzioni: 365 esecuzioni (37,6%) sono state riportate da fonti ufficiali iraniane (siti web della magistratura, televisione nazionale, agenzie di stampa e giornali statali), mentre 605 casi (62,4%) sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o altre fonti interne iraniane). Nel 2016, al 23 marzo, in base a un conteggio dell’Iran Human Rights Documentation Center, sono state effettuate almeno 60 esecuzioni, tra cui 28 annunciate dal regime.
Il numero effettivo delle esecuzioni è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel Rapporto di Nessuno tocchi Caino.
Secondo la Abdorrahman Boroumand Foundation (AFB), nel 2015, l’Iran ha giustiziato 1.084 persone, che rappresentano il più alto numero di esecuzioni nel Paese in 25 anni. Questi dati sono tratti dal monitoraggio quotidiano di più di 50 giornali, siti web e blog. Un gran numero di persone giustiziate appartengono a minoranze religiose, come i convertiti al cristianesimo, aderenti ai gruppi bahai, sunniti e curdi.