I fatti più importanti del 2015 (e dei primi sei mesi del 2016)

Marco Pannella in una foto di Giovanni Gastel per la rivista Rolling Stones, aprile 2016


SINTESI DEL RAPPORTO 2016

LA SITUAZIONE A OGGI

Sviluppi sulla pena di morte nel mondo

L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre quindici anni, si è confermata nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016.
I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 160. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 104; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 6; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44.
I Paesi mantenitori della pena di morte sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi dieci anni: nel 2016, al 30 giugno, erano scesi a 38, rispetto ai 54 nel 2005.

Esecuzioni nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016

Nel 2015, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 25, rispetto ai 22 del 2014, mentre erano stati 26 nel 2008.
Nel 2015, le esecuzioni sono state almeno 4.040, a fronte delle almeno 3.576 del 2014, mentre erano state almeno 5.735 nel 2008. Il significativo aumento delle esecuzioni nel 2015 rispetto al 2014 si giustifica con l’incremento registrato in Iran, Pakistan e Arabia Saudita.
Nei primi sei mesi del 2016, almeno 1.685 esecuzioni sono state effettuate in 17 Paesi e territori.
Nel 2015, non si sono registrate esecuzioni in 3 Paesi – Bielorussia, Guinea Equatoriale e Palestina (Striscia di Gaza) – che le avevano effettuate nel 2014. Nei primi sei mesi del 2016, non si sono registrate esecuzioni in 7 Paesi – Ciad, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, India, Indonesia e Oman – che le avevano effettuate nel 2015.
Viceversa, 5 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2014, le hanno riprese nel 2015: Indonesia (14), Ciad (10), Bangladesh (4), Oman (2) e India (1). Altri 3 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2015, le hanno riprese nel 2016: Botswana (1), Bielorussia (1) e Palestina (Striscia di Gaza) (3).
Anche se non è possibile confermarlo, è probabile che esecuzioni “legali” siano avvenute anche in Siria nel 2015 e in Corea del Nord, Siria, Sudan, Vietnam e Yemen nei primi sei mesi del 2016.

Quadro regionale

Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state almeno 2.400 esecuzioni (più o meno come nel 2014), il dato complessivo del 2015 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 3.946 esecuzioni (il 97,6%), un po’ di più rispetto al 2014 quando erano state almeno 3.471. Nei primi sei mesi del 2016, nel continente asiatico sono state effettuate almeno 1.642 esecuzioni (il 98%) in 12 Paesi.
Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l’unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni nel 2015 (28) e nei primi sei mesi del 2016 (14). In molti Paesi dei Caraibi, non sono state comminate nuove condanne a morte e i bracci della morte erano ancora vuoti alla fine dell’anno.
In Africa, nel 2015, la pena di morte è stata praticata in 5 Paesi (1 in più rispetto al 2014) e sono state registrate almeno 66 esecuzioni (1 in meno rispetto al 2014): Somalia (almeno 25), Egitto (almeno 22), Ciad (10), Sudan del Sud (almeno 5) e Sudan (almeno 4). Nei primi sei mesi del 2016, sono state effettuate almeno 16 esecuzioni in 3 Paesi del continente: Somalia (almeno 13), Sudan del Sud (almeno 2) e Botswana (1). Nel 2015, non si sono registrate esecuzioni in Guinea Equatoriale che le aveva effettuate nel 2014 e, nei primi sei mei del 2016, in Ciad edEgittoche le avevano praticate nel 2015, mentre è probabile che esecuzioni “legali” siano avvenute in Sudan nel 2016 anche se non è possibile confermarlo. Nell’aprile 2015, il Gruppo di Lavoro sulla Pena di Morte della Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli (ACHPR) ha adottato la bozza di Protocollo alla Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli per l’Abolizione della Pena di Morte in Africa. La bozza di Protocollo è ancora al vaglio dell’Unione Africana.
In Europa, l’unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte è rappresentata dalla Bielorussia, un Paese che negli ultimi anni ha continuato a giustiziare suoi cittadini. Nel 2015, non risulta siano state effettuate esecuzioni che però sono riprese nei primi sei mesi del 2016 (almeno 1). Per quanto riguarda il resto dell’Europa, tutti gli altri Paesi l’hanno abolita in tutte le circostanze, mentre la Russia rispetta una moratoria legale delle esecuzioni.

Abolizioni legali, di fatto e moratorie

Nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, altri 6 Paesi hanno rafforzato ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista: Costa d’Avorio, Figi, Mongolia, Nauru e Suriname hanno abolito totalmente la pena di morte; lo Zimbabwe ha superato i dieci anni senza effettuare esecuzioni e quindi può essere considerato un abolizionista di fatto.
Negli Stati Uniti, nel maggio 2015 il Nebraskaè diventato il diciannovesimo Stato della federazione ad abolire la pena di morte e il settimo a farlo negli ultimi otto anni. In altri quattro Stati – Washington, Colorado, Pennsylvania e Oregon – i Governatori hanno sospeso le esecuzioni a causa degli evidenti difetti che connotano il sistema capitale.

Verso l’abolizione

Nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, ulteriori passi politici o legislativi verso l’abolizione o la moratoria di fatto della pena capitale si sono verificati in 43 Paesi.
In 5 Paesi – Burkina Faso, Corea del Sud, Guinea, Kenya e Uganda– sono state annunciate o proposte leggi per l’abolizione della pena di morte nella Costituzione o nei codici penali, mentre il Vietnam ha ridotto il numero di reati capitali.
Altri 8 Paesi – Guyana, Laos, Liberia, Malawi, Niger, Sierra Leone, Tagikistan e Tailandia – hanno accettato raccomandazioni o annunciato passi verso l’abolizione della pena di morte in sede di Revisione Periodica Universale del Consiglio dei diritti umani dell’ONU.
Altri 12 Paesi hanno confermato la loro politica di moratoria di fatto sulla pena di morte o sulle esecuzioni in atto da molti anni: Bahrein, Comore, Eritrea, Etiopia, Libano, Marocco, Papua Nuova Guinea, Qatar, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Tunisia e Zambia.
Nella Regione dei Caraibi, in 6 Paesi – Belize, Cuba, Dominica, Giamaica, Guatemala e Saint Lucia – non sono state comminate nuove condanne a morte e i bracci della morte erano ancora vuoti alla fine del 2015. In altri 5 Paesi della Regione dei Caraibi – Antigua e Barbuda, Bahamas, Grenada, Saint Kitts e Nevis e Saint Vincent e Grenadine – non sono state comminate nuove condanne a morte e i condannati nei bracci della morte erano poche unità.
Inoltre, commutazioni collettive di pene capitali o sospensioni di esecuzioni a tempo indeterminato sono state decise in 7 Paesi: Camerun, Gambia, Ghana, Myanmar, Nigeria, Sri Lanka e Swaziland.

Ripristino della pena di morte e ripresa delle esecuzioni

Sul fronte opposto, 5 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2014, le hanno riprese nel 2015: Indonesia (14), Ciad (10), Bangladesh (4), Oman (2) e India (1) . Altri 3 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2015, le hanno riprese nel 2016: Botswana (1), Bielorussia (1) e Palestina (Striscia di Gaza) (3) .
Ciad e Oman hanno ripreso le esecuzioni dopo, rispettivamente, 12 e 6 anni di moratoria di fatto.

LA PENA DI MORTE NEI PAESI ILLIBERALI

I primi paesi boia del 2015 (Cina, Iran e Pakistan) e dei primi sei mesi del 2016 (Cina, Iran e Arabia Saudita)

Dei 38 mantenitori della pena di morte, 32 sono Paesi dittatoriali, autoritari o parzialmente liberi. In 21 di questi Paesi, nel 2015, sono state compiute almeno 4.002 esecuzioni, il 99% del totale mondiale.
Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 2.400, circa il 59% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 970; il Pakistan 326; l’Arabia Saudita almeno 159; l’Iraq almeno 30; la Somalia almeno 25; l’Egitto almeno 22; l’Indonesia 14; la Corea del Nord almeno 13; il Ciad 10; lo Yemen almeno 8; il Sudan del Sud almeno 5; il Bangladesh 4; Singapore 2; il Sudan 4; la Giordania 2; l’Oman 2; la Malesia almeno 1; il Vietnam almeno 1; l’Afghanistan 1; gli Emirati Arabi Uniti 1.
Nei primi sei mesi del 2016, almeno 1.655 esecuzioni (il 99%) sono state effettuate in 13 Paesi illiberali: Cina, almeno 1.200; Iran, almeno 209; Arabia Saudita, almeno 95; Pakistan, almeno 75; Iraq, almeno 55; Somalia, almeno 13; Afghanistan, 6; Bangladesh, 4; Malesia, almeno 3; Palestina (Striscia di Gaza), 3; Sudan del Sud, almeno 2; Bielorussia, 1; Singapore, 1. Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
Sul terribile podio dei primi tre Paesi che nel 2015 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano tre Paesi autoritari: Cina, Iran e Pakistan, mentre i primi Paesi-boia del 2016 (al 30 giugno) sono Cina, Iran e Arabia Saudita.
Cina, primatista di esecuzioni, anche se in netta diminuzione

Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali condanne a morte ed esecuzioni sarebbero via via diminuite rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema.
La Fondazione statunitense Dui Hua ha stimato che la Cina ha giustiziato circa 2.400 persone nel 2015, lo stesso numero di esecuzioni stimato nel 2014 e nel 2013. Questo dato rappresenta un calo del 20 per cento rispetto alle circa 3.000 esecuzioni del 2012 e un calo più significativo rispetto alle 6.500 nel 2007 e alle 12.000 del 2002.
Nell’agosto 2015, la Cina ha modificato il codice penale, eliminando la pena di morte per nove reati minori. L’eliminazione della pena di morte per questi nove reati incide poco e nulla sulla pratica della pena capitale in Cina, che si concentra in gran parte su casi di omicidio, stupro, rapina e reati di droga. Tuttavia, mostra che il Governo continua a fare passi in avanti verso la graduale abolizione.

Iran, numero di esecuzioni nel 2015 il più alto in oltre 25 anni

La Cina effettua il maggior numero di esecuzioni ogni anno, ma l’Iran mette a morte più persone pro capite di qualsiasi altro Paese.
Nel 2015 sono state effettuate almeno 970 esecuzioni, un 21,2% in più rispetto alle 800 del 2014 e il 41,2% in più rispetto alle 687 del 2013. Delle 970 esecuzioni del 2015, 365 esecuzioni (37,6%) sono state riportate da fonti ufficiali iraniane, mentre 605 casi (62,4%) sono stati segnalati da fonti non ufficiali. Il numero effettivo delle esecuzioni è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel Rapporto di Nessuno tocchi Caino.
Almeno 209 persone sono già state giustiziate nel 2016, al 30 giugno: 94 esecuzioni sono state annunciate da fonti ufficiali iraniane, mentre 115 sono state riportate dai gruppi per i diritti umani e confermate da diverse fonti indipendenti. Almeno 2.214 prigionieri sono stati giustiziati in Iran dall’inizio della presidenza di Rouhani (tra il 1° luglio 2013 e il 31 dicembre 2015).

Pakistan, record di esecuzioni dopo la revoca della moratoria

Il 17 dicembre 2014, il Pakistan ha revocato una moratoria che durava da sei anni sulla pena di morte per i casi di terrorismo, a seguito del massacro perpetrato il 16 dicembre dai talebani in una scuola a conduzione militare a Peshawar, in cui sono state uccise 150 persone, tra cui 134 bambini. Il 3 marzo 2015, il Governo Federale ha formalmente revocato la moratoria sulla pena di morte per tutti i prigionieri condannati.
Nel 2015, almeno 326 persone, tra cui 30 condannati per terrorismo, sono state impiccate in varie prigioni del Paese.
Secondo la Commissione per i Diritti Umani del Pakistan, nel 2015 sono state condannate a morte 419 persone, tra cui 216 per omicidio e 17 per terrorismo.
Almeno 75 persone, tra cui 6 condannati per terrorismo, sono stati giustiziati nei primi sei mesi del 2016.

Arabia Saudita, ondata di esecuzioni dalla fine del regno di Re Abdullah

Nel 2015, il numero di esecuzioni ha raggiunto il suo livello più alto degli ultimi otto anni. Come negli anni precedenti, circa la metà delle esecuzioni hanno coinvolto stranieri.
L’Arabia Saudita ha decapitato almeno 159 condannati a morte nel 2015, tra cui 72 stranieri (comprese 3 donne), secondo un conteggio tenuto da Nessuno tocchi Caino sulla base di notizie pubblicate dai media locali.
Nei primi sei mesi del 2016, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 95 persone (75 sauditi e 20 cittadini stranieri, tra cui 1 donna): 48 di loro sono state decapitate per omicidio (36), droga (11), sequestro (1) e 47 fucilate per terrorismo.
Nel 2014, l’Arabia Saudita aveva decapitato almeno 90 condannati a morte.
L’ondata di esecuzioni è iniziata verso la fine del regno di Re Abdullah, morto il 23 gennaio 2015, accelerando sotto il suo successore Re Salman, che ha adottato una politica estera più aggressiva e nel mese di aprile ha promosso il suo potente Ministro dell’Interno Mohammed bin Nayef come principe ereditario ed erede al trono.

DEMOCRAZIA E PENA DI MORTE

Dei 38 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo6 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, con ciò considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto.
Le democrazie liberali che nel 2015 hanno praticato la pena di morte sono state 4 e hanno effettuato in tutto 38 esecuzioni, l’1% del totale mondiale: Stati Uniti (28), Taiwan (6), Giappone (3) e India (1) . Nel 2014 erano state 3 (Stati Uniti, Giappone e Taiwan) e avevano effettuato in tutto 43 esecuzioni.
Nel 2016, al 30 giugno, 18 esecuzioni sono state effettuate in 4 Paesi democratici: Stati Uniti, 14; Giappone, 2; Botswana, 1; Taiwan, 1. In molti di questi Paesi considerati “democratici”, il sistema della pena capitale è per molti aspetti anche coperto da un velo di segretezza.

LA PENA DI MORTE NEI PAESI MUSULMANI

Dei 47 Paesi e territori a maggioranza musulmana nel mondo, 24 possono essere considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori della pena di morte sono 23, dei quali 18 hanno nei loro ordinamenti giuridici richiami espliciti alla Sharia.
Comunque, il problema non è il Corano, perché non tutti i Paesi islamici che a esso si ispirano praticano la pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale, civile o, addirittura, la propria legge fondamentale. Il problema è la traduzione letterale di un testo millenario in norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni, operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al fine di impedire qualsiasi cambiamento democratico.
Nel 2015, almeno 1.579 esecuzioni, contro le almeno 1.066 esecuzioni del 2014, sono state effettuate in 16 Paesi a maggioranza musulmana (erano stati 13 del 2014), molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia.
Nel 2016, al 30 giugno, almeno 463 altre esecuzioni sono state effettuate in 9 Paesi a maggioranza musulmana.
L’impiccagione, la fucilazione e la decapitazione sono stati i metodi con cui è stata praticata “legalmente” la pena di morte nei Paesi a maggioranza musulmana, mentre non risulta siano state eseguite condanne a morte “legali” tramite lapidazione che, tra le punizioni islamiche, è la più terribile.

L’impiccagione e non solo

Tra i metodi di esecuzione di sentenze capitali nei Paesi a maggioranza musulmana, il più diffuso è l’impiccagione, la quale è preferita per gli uomini ma non risparmia le donne.
Nel 2015, 1.360 impiccagioni sono state effettuate in 9 Paesi a maggioranza musulmana: Afghanistan (1), Bangladesh (4), Egitto (almeno 22), Giordania (2), Iran (almeno 970), Iraq (almeno 30), Malesia (almeno 1), Pakistan (almeno 326) e Sudan (4) .
Nel 2016, al 30 giugno, almeno 353 altre impiccagioni sono state effettuate in 7 Paesi a maggioranza musulmana: Afghanistan (6), Bangladesh (4), Iran (almeno 209), Iraq (almeno 55), Malesia (almeno 3), Pakistan (almeno 75) e Palestina (almeno 1, Striscia di Gaza) .
È probabile che esecuzioni tramite impiccagione siano avvenute anche Sudan nei primi sei mesi del 2016, anche se non è possibile confermarlo.

Impiccagioni “extragiudiziarie” sono state effettuate in Afghanistan nelle zone controllate dai Talebani e in Siria dal gruppo jihadista denominato Stato Islamico (IS). Nel 2015, altre 13impiccagioni sono state effettuate in 4 Paesi non musulmani: Giappone (3), India (1), Singapore (4) e Sudan del Sud (almeno 5) . Nel 2016, al 30 giugno, sono state compiute almeno altre 6 impiccagioni in 4 Paesi non musulmani: Botswana (1), Giappone (2), Singapore (1) e Sudan del Sud (almeno 2).

L’impiccagione è spesso eseguita in pubblico e a volte combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. In Iran avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. Oltre a quelle impiccate in carcere, nel 2015, sono state impiccate in pubblico almeno 57 persone e la pratica è proseguita nel 2016, con almeno 12, al 30 giugno.

La fucilazione

Non propriamente una punizione islamica, la fucilazione è pure stata usata nei Paesi a maggioranza musulmana nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016.
Nel 2015, almeno 60 esecuzioni tramite fucilazione sono state effettuate in 6 Paesi: Ciad (10), Emirati Arabi Uniti (1), Indonesia (14), Oman (2), Somalia (almeno 25) e Yemen (almeno 8) .
Nel 2016, al 30 giugno, almeno 62 fucilazioni sono state effettuate in 3 Paesi a maggioranza musulmana: Arabia Saudita (almeno 47), Palestina (almeno 2) e Somalia (almeno 13) .
È probabile che esecuzioni tramite fucilazione siano avvenute anche Siria nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, come pure in Yemen nei primi sei mesi del 2016, anche se non è possibile confermarlo a causa dei conflitti armati interni che si sono intensificati nel corso degli ultimi due anni e della mancanza di informazioni ufficiali fornite dalle autorità.
Come “esecuzioni extragiudiziarie” andrebbero invece classificate le fucilazioni effettuate in Somalia dagli estremisti islamici di Al-Shabaab e in Yemen da islamisti legati ad Al-Qaeda. Fucilazioni decise da autoproclamati tribunali della Sharia sono state effettuate dallo Stato Islamico in Siria, Iraq e Libia.

Nel 2015, almeno altre 19 fucilazioni “legali” sono state effettuate in 3 Paesi non musulmani: Cina (numero imprecisato); Corea del Nord (almeno 13); Taiwan (6) . Nei primi sei mesi del 2016, ci sono state almeno altre 2 fucilazioni in 3 Paesi non musulmani: Bielorussia (1); Cina (numero imprecisato); Taiwan (1) .
È probabile che esecuzioni tramite fucilazione siano avvenute anche in Corea del Nord nei primi sei mesi del 2016, anche se non è possibile confermarlo.

La decapitazione

La decapitazione come metodo “legale” per eseguire sentenze capitali in base alla Sharia è un’esclusiva dell’Arabia Saudita, che ha decapitato almeno 159 persone nel 2015 e almeno 48 nei primi sei mesi del 2016 (altre 47 sono state fucilate).
Come “esecuzioni extragiudiziarie” andrebbero invece classificate le decapitazioni effettuate nel 2015 e nel 2016 in Somalia dagli estremisti islamici di Al-Shabaab, in Egitto dal gruppo jihadista del Sinai Ansar Beit al-Maqdis e dallo Stato Islamico (IS) in Siria e Iraq.

La lapidazione

Tra le punizioni islamiche, la lapidazione è la più terribile. Il condannato è avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato. La donna è interrata fino alle ascelle, mentre l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre è portato sul luogo e funzionari incaricati – in alcuni casi anche semplici cittadini autorizzati dalle autorità – eseguono la lapidazione. La morte deve essere lenta e dolorosa, per cui le pietre non devono essere così grandi da provocarla con uno o due colpi. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere alla lapidazione, sarà imprigionato per almeno 15 anni ma non verrà giustiziato.
La lapidazione non è una pratica del passato. Ci sono 17 Paesi in cui è prevista dalla legge o praticata di fatto.
La lapidazione è una punizione legale per l’adulterio in 11 Paesi: Arabia Saudita, Brunei Darussalam, Emirati Arabi Uniti, Iran, Mauritania, Nigeria (in un terzo dei 36 Stati del Paese), Pakistan, Qatar, Somalia, Sudan e Yemen. In alcuni Paesi, come il Brunei Darussalam, la Mauritania e il Qatar, la lapidazione non è mai stata praticata, anche se rimane legale.
In quattro dei restanti Paesi – Afghanistan, Iraq, Mali e Siria – la lapidazione non è legale, ma capi tribali, militanti islamici e altri la praticano in via extragiudiziaria.
Nella regione di Aceh in Indonesia e in Malesia, la lapidazione è sanzionata a livello regionale, ma vietata a livello nazionale.
Nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, non risultano condanne a morte “legali” eseguite tramite lapidazione. Nel 2015, condanne alla lapidazione sono state emesse in Arabia Saudita e Iran, ma non sono state eseguite.

Lapidazioni extra-giudiziarie sono state invece effettuate in Afghanistan nelle zone controllate dai Talebani, in Siria e Iraq dal gruppo fondamentalista noto come Stato Islamico (IS) e in Yemen dagli islamisti legati ad Al-Qaeda.

Il “prezzo del sangue”

Secondo la legge islamica, i parenti della vittima di un delitto hanno tre possibilità: esigere l’esecuzione della sentenza, risparmiare la vita dell’assassino con la benedizione di Dio oppure concedergli la grazia in cambio di un compenso in denaro, detto Diya (prezzo del sangue).
Nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, centinaia di casi capitali si sono risolti col perdono dopo il pagamento del “prezzo del sangue” in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Pakistan e Qatar.
In Iran, il “prezzo del sangue” per una vittima donna è la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”.
Nel settembre 2011, l’Arabia Saudita ha deciso di triplicare la diya, mantenendo però il “prezzo del sangue” per l’assassinio di una donna la metà di quello per l’uccisione di un maschio.

Pena di morte per blasfemia e apostasia

In alcuni dei 47 Paesi a maggioranza musulmana nel mondo, convertire dall’Islam ad altra religione o rinunciare all’Islam è considerato apostasia ed è tecnicamente un reato capitale. Inoltre, la pena capitale è stata estesa in base alla Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere imposta a chi offende il Profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture.
Secondo il rapporto Freedom of Thought 2015, pubblicato dalla International Humanist and Ethical Union (IHEU), il “reato” di apostasia risulta essere punito con la morte in 12 dei più integralisti Paesi musulmani: Afghanistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Maldive, Malesia (pur contraddicendo la legge federale, i Governi degli Stati di Kelantan e Terengganu hanno approvato, rispettivamente, nel 1993 e nel 2002 leggi che rendono l’apostasia un reato capitale), Mauritania, Nigeria (solo in dodici Stati settentrionali a maggioranza musulmana), Qatar, Sudan e Yemen.
Dei 47 Paesi a maggioranza musulmana, al massimo 6 consentono la pena capitale per blasfemia: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Pakistan e forse Afghanistan (dove, però, la nuova Costituzione incorpora norme sui diritti umani che contraddicono norme penali che considerano la blasfemia un reato capitale).
In altri cinque Stati, militanti islamici che agiscono come autorità religiose di alcune aree praticano la pena di morte in base alla Sharia per “reati” legati alla religione: Al-Shabaab in Somalia; Boko Haram e altri islamisti in Nigeria; i Talebani in Afghanistan; il gruppo jihadista sunnita Stato Islamico (IS) in Iraq, Libia e Siria.
Nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, condanne a morte per apostasia, blasfemia o stregoneria sono state comminate in Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Nigeria e Pakistan.
Il Sudan ha inasprito le sanzioni per blasfemia e continuato a perseguire le persone accusate di apostasia, mentre lo Stato di Kelantan in Malesia ha approvato una nuova “legge hudud” che permette la pratica di punizioni coraniche, tra cui l’esecuzione per apostasia.

PENA DI MORTE NEI CONFRONTI DI MINORI

Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.
Nel 2015, sono stati giustiziati almeno 9 minorenni al momento del reato: 3 in Iran e 6 in Pakistan.
Nei primi sei mesi del 2016, sono stati giustiziati almeno altri 7 minorenni al momento del reato: 3 in Arabia Saudita e 4 in Iran.
Nel 2014, le esecuzioni di autori di reato commesso da minorenni erano state almeno 17 e sono avvenute tutte in un solo Paese, l’Iran.
Inoltre, nel 2015, persone che erano minorenni al momento dei loro presunti crimini sono state condannate a morte nelle Maldive e in Somalia o erano ancora nel braccio della morte alla fine dell’anno in Arabia Saudita e Nigeria.

LA “GUERRA ALLA DROGA”

Il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici ammette un’eccezione al diritto alla vita per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena di morte, ma solo riguardo ai “reati più gravi”. Gli organismi delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato i reati di droga non ascrivibili alla categoria dei “reati più gravi”.
Nel 2011, con una “linea guida” interna, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) ha chiesto al suo staff di cessare gli aiuti a un Paese se tale sostegno potrebbe facilitare le esecuzioni. Nonostante questa linea guida, la leadership dell’UNODC non ha smesso di destinare fondi a governi, in particolare quello iraniano, che li utilizzano per catturare, condannare a morte e spesso anche giustiziare presunti trafficanti di droga.
Il 23 giugno 2016, l’UNODC ha presentato il suo Rapporto Mondiale sulla Droga 2016 avvertendo che a livello mondiale il numero dei tossicodipendenti è aumentato. Tuttavia, il documento di 174 pagine non fa alcun riferimento al maggior numero di condanne a morte ed esecuzioni in Paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita e il Pakistan, dove l’Agenzia finanzia la polizia anti-droga.
Un certo numero di Stati europei, tra cui Regno Unito, Danimarca e Irlanda, hanno già ritirato i loro finanziamenti a programmi dell’UNODC in Iran, con il Governo danese che ha pubblicamente riconosciuto che le donazioni stavano portando a esecuzioni capitali. Ma la Francia e la Germania hanno rifiutato di assumere impegni analoghi e non hanno escluso di contribuire a un nuovo fondo di finanziamento segreto dell’UNODC alla Polizia Anti Droga (PAD) iraniana. Secondo l’organizzazione umanitaria Reprieve, la Francia ha fornito più di 1 milione di euro alla PAD negli ultimi anni, mentre la Germania ha contribuito a un progetto di 5 milioni di euro dell’UNODC per la formazione e le attrezzature della PAD iraniana. Il Regno Unito ha deciso di fermare il suo finanziamento al Fondo anti-droga destinato all’Iran, ma non a quello per il Pakistan, al quale ha contribuito con più di 12 milioni di sterline.
Un’altra questione riguarda la presenza, in molti Stati, di leggi che prescrivono la condanna a morte obbligatoria per alcuni reati di droga. L’obbligatorietà della pena capitale, che non tiene conto del merito specifico di ogni singolo caso, è stata fortemente criticata dalle autorità internazionali a tutela dei diritti umani. Secondo Harm Reduction International (HRI), i Paesi o territori che nel mondo mantengono leggi che prevedono la pena di morte per reati legati alla droga sono 33, dei quali 10 la prevedono obbligatoriamente in alcuni casi particolari: Brunei Darussalam, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Siria, Sudan e Yemen. Ma nella maggior parte di questi Paesi le esecuzioni sono estremamente rare. Quattordici, tra cui America e Cuba, prevedono sulla carta la pena di morte per i trafficanti di droga, ma non la applicano nella pratica. È noto che solo in sette Paesi – Arabia Saudita, Cina, Indonesia, Iran, Malesia, Singapore e Vietnam – esecuzioni per reati di droga sono effettuate di routine. In Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan, Sudan del Sud e Siria i dati sono oscuri.
L’ideologia proibizionista in materia di droga ha continuato a dare un contributo consistente alla pratica della pena di morte anche nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016.
Nel 2015, nel nome della guerra alla droga, sono state effettuate almeno 713 esecuzioni in 5Paesi: Arabia Saudita (almeno 64); Cina (numero sconosciuto); Indonesia (14); Iran (almeno 632); Singapore (3).
Nel 2016, al 30 giugno, almeno 116 persone sono state giustiziate per reati connessi alla droga in 3 Paesi: Arabia Saudita (almeno 11); Cina (numero sconosciuto); Iran (almeno 105) .
Nel 2015 e nei primi mesi del 2016, condanne a morte per droga sono state pronunciate, anche se non eseguite, in altri 8 Stati: Emirati Arabi Uniti, India, Kuwait, Malesia, Pakistan, Sri Lanka, Tailandia e Vietnam.
Nell’ottobre 2015, l’Oman ha approvato emendamenti alla legge sulla droga, prevedendo pene più dure, tra cui la pena di morte.

LA “GUERRA AL TERRORISMO”

In nome della lotta al terrorismo, Paesi autoritari e illiberali hanno continuato nella violazione dei diritti umani al proprio interno e, in alcuni casi, hanno giustiziato e perseguitato persone in realtà coinvolte solo nella opposizione pacifica o in attività sgradite al regime.
Nel 2015, almeno 100 esecuzioni per fatti di “terrorismo” o per crimini violenti di natura politica sono state effettuate in 12 Paesi: Arabia Saudita (almeno 2), Bangladesh (4), Ciad (10), Cina (almeno 3), Egitto (7), Emirati Arabi Uniti (1), Giordania (2), India (1), Iran (almeno 1), Iraq (almeno 30), Pakistan (30) e Somalia (almeno 9) .
Nel 2016, al 30 giugno, almeno 121 persone sono state giustiziate per atti di “terrorismo” in 6 Paesi: Afghanistan (6), Arabia Saudita (almeno 47), Bangladesh (4), Iraq (almeno 55), Pakistan (6) e Somalia (almeno 3).
È probabile che esecuzioni “legali” per terrorismo siano avvenute anche in Siria nel 2015 e nei primi mesi del 2016, anche se non è possibile confermarlo.
Nel 2015 e nei primi mesi del 2016, centinaia di condanne a morte per “atti di terrorismo” sono state pronunciate anche se non eseguite in altri 6 Paesi: Algeria, Bahrein, Camerun, Kuwait, Libano e Tunisia. Nuove leggi anti-terrorismo che prevedono la pena di morte sono state approvate in Corea del Sud, Guyana e Tunisia. Invece, in Russiala Duma ha respinto una proposta di introdurre la pena capitale per terrorismo e in Israele la Knesset ha respinto un disegno di legge che avrebbe permesso di condannare a morte più facilmente un terrorista.
Nell’aprile 2016, nella base della marina militare degli Stati Uniti di Guantanamo, in una zona extraterritoriale dell’isola di Cuba, risultavano detenuti ancora 80 uomini per terrorismo, compresi 6 sotto processo.

PENA DI MORTE PER REATI NON VIOLENTI, POLITICI E D’OPINIONE

Secondo il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, “nei Paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una sentenza capitale può essere comminata soltanto per i delitti più gravi”. Il limite dei “reati più gravi” per l’applicazione legittima della pena di morte è sostenuto anche dagli organismi politici delle Nazioni Unite, i quali chiariscono che per “reati più gravi” s’intendono solo quelli “con conseguenze letali o estremamente gravi”.
Ciò nonostante, nel 2015, condanne a morte o esecuzioni per reati non violenti o per motivi essenzialmente politici si sono verificate in Cina (numero imprecisato), Corea del Nord (almeno 13 esecuzioni) e Iran (almeno 15 esecuzioni) .
Nel 2016, al 30 giugno, esecuzioni per reati non violenti o per motivi essenzialmente politici si sono verificate in Cina (numero imprecisato) e Iran (almeno 1 esecuzione) .
In Vietnam, nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, non risulta siano state effettuate esecuzioni per reati non violenti, mentre condanne a morte sono state comminate per reati finanziari.

LA PENA DI MORTE “TOP SECRET”

Nel dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una nuova Risoluzione che invita gli Stati membri a stabilire una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pratica. La Risoluzione di quest’anno è stata rafforzata nella parte in cui chiede agli Stati di “rendere disponibili le informazioni rilevanti circa l’uso della pena di morte”, tra cui il numero delle condanne a morte e delle esecuzioni, il numero dei detenuti nel braccio della morte e delle sentenze capitali rovesciate o commutate in appello o per le quali è intervenuta un’amnistia o concessa la grazia.
Molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sull’applicazione della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
In alcuni casi, come la Cina e il Vietnam, la questione è considerata un segreto di Stato e le notizie di esecuzioni riportate dai giornali locali o da fonti indipendenti rappresentano una minima parte del fenomeno.
Anche in Bielorussia vige il segreto di Stato, retaggio della tradizione sovietica, e le notizie sulle esecuzioni filtrano dalle prigioni tramite parenti dei giustiziati o organizzazioni internazionali molto tempo dopo la data dell’esecuzione.
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o rese pubbliche da fonti ufficiose o indipendenti.
Ci sono poi situazioni in cui le esecuzioni sono tenute assolutamente nascoste e le notizie raramente filtrano dai giornali locali. È il caso di Corea del Nord, Egitto, Malesia e Siria.
Vi sono, poi, Paesi come Arabia Saudita, Indonesia, Iraq, Singapore e Sudan del Sud, dove le esecuzioni sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto.
A ben vedere, in tutti questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Vi sono, però, anche Paesi considerati “democratici”, come Giappone, India, Taiwan e gli stessi Stati Uniti, dove il sistema della pena capitale è per molti aspetti coperto da un velo di segretezza.

LA “CIVILTÀ” DELL’INIEZIONE LETALE

Sempre più la pena di morte è vista nel mondo come una forma di tortura, dal momento che infligge una grave sofferenza mentale e fisica ai condannati a morte.
I Paesi che hanno deciso di passare dalla sedia elettrica, l’impiccagione o la fucilazione alla iniezione letale come metodo di esecuzione, hanno presentato questa “riforma” come una conquista di civiltà e un modo più umano e indolore per giustiziare i condannati a morte.
La realtà è diversa, come hanno dimostrato molti casi di detenuti giustiziati tramite iniezione letale negli Stati Uniti nel 2015. Il 12 maggio, Derrick Dewayne Charles è stato dichiarato morto 25 minuti dopo aver ricevuto la dose letale di droga. Il 3 giugno, Lester Leroy Bower è stato dichiarato morto 18 minuti dopo aver ricevuto il Pentobarbital. Prima ha chiuso gli occhi e si è sentito respirare a pieni polmoni. Dopo alcuni minuti, ha fatto alcuni grugniti e ha come russato, immobile e a bocca aperta.
Dopo una serie di esecuzioni difettose, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di discutere il ricorso di un gruppo di condannati a morte dell’Oklahoma contro l’uso del Midazolam. Il 29 giugno 2015, la Corte Suprema ha confermato la costituzionalità del protocollo dell’iniezione letale dell’Oklahoma e, in particolare, dell’utilizzo del Midazolam, il farmaco che è stato al centro di alcune recenti esecuzioni difettose negli Stati Uniti.

Oggi, ci sono cinque Paesi che usano o prevedono l’iniezione letale come metodo di esecuzione: Stati Uniti, Cina, Taiwan, Tailandia e Vietnam.
Le esecuzioni per iniezione letale sono state effettuate anche in Guatemala e Filippine, ma sono ormai fuori uso da quando questi due Paesi hanno, rispettivamente, istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni e abolito la pena di morte.
Nel 2015, l’iniezione letale per eseguire la pena di morte è stata utilizzata in 3 Paesi: Stati Uniti (28 esecuzioni); Cina (numero imprecisato di esecuzioni) e Vietnam (almeno 1 esecuzione) .
Nei primi sei mesi del 2016, l’iniezione letale è stata praticata in almeno 2 Paesi: Stati Uniti (14 esecuzioni) e Cina (numero imprecisato di esecuzioni). È probabile che esecuzioni tramite iniezione letale siano avvenute nel 2016 anche in Vietnam anche se non è possibile confermarlo.

ANALISI DEI DATI DEL RAPPORTO 2016 E OBIETTIVI DI NESSUNO TOCCHI CAINO

Effetti letali della “guerra alla droga” e della “guerra al terrorismo”

Come abbiamo visto emergere dai dati del Rapporto 2016 di Nessuno tocchi Caino, l’evoluzione positiva verso l’abolizione legale o di fatto della pena di morte in atto nel mondo da oltre quindici anni, si è confermata nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016.
Ciò nonostante, sono aumentati i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali (sono stati 25 nel 2015, rispetto ai 22 del 2014) e sono aumentate anche le esecuzioni (sono state almeno 4.040 nel 2015, a fronte delle almeno 3.576 del 2014).
Ciò è dovuto in particolare al significativo aumento delle esecuzioni registrato in Iran, Pakistan e Arabia Saudita, e alla loro ripresa in Ciad e Oman dopo, rispettivamente, 12 e 6 anni di moratoria di fatto.
La “guerra alla droga” e la “guerra al terrorismo” hanno dato un contributo consistente all’ escalation della pratica della pena di morte anche nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016.
In Iran, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato a partire dall’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2013 (almeno 2.214 prigionieri sono stati giustiziati tra il 1° luglio 2013 e il 31 dicembre 2015). Circa il 46% di quelli ammazzati nel 2014 sono stati impiccati per reati legati alla droga, e questa cifra è schizzata al 65,2% nel 2015.
In Arabia Saudita, l’ondata di esecuzioni è iniziata verso la fine del regno di Re Abdullah, morto il 23 gennaio 2015, accelerando sotto il suo successore Re Salman, che ha adottato una politica di “legge e ordine” in particolare nei confronti dei trafficanti di droga. Nel 2015, oltre il 40% delle decapitazioni nel Regno saudita sono state effettuate per reati di droga. Inoltre, l’Arabia Saudita ha effettuato almeno 47 esecuzioni per atti di “terrorismo” nei primi sei mesi del 2016.
Dopo una pausa registrata nel 2014, l’Indonesia ha ripreso le esecuzioni nel 2015 e ha giustiziato 14 condannati a morte, tutti per reati di droga. Svuotare in tal modo il braccio della morte dai detenuti per reati di droga era una delle promesse elettorali del nuovo Presidente indonesiano Joko Widodo che si è insediato nell’ottobre 2014.
L’Iraq ha giustiziato almeno 30 persone nel 2015, di cui 27 per fatti di terrorismo. Almeno altre 55 persone sono state impiccate nel 2016 (al 30 giugno), tutte per fatti di terrorismo.
In Pakistan, delle almeno 326 persone impiccate nel 2015, 30 erano state condannate per terrorismo o fatti di violenza politica.
Nell’agosto 2015, dopo dodici anni di sospensione della pena di morte, il Ciad ha fucilato dieci membri del gruppo islamista nigeriano Boko Haram .
In Somalia, nel 2015, sono state effettuate almeno 25 esecuzioni, tra cui 9 per atti di terrorismo. Altre 13 esecuzioni sono state effettuate nel 2016 (al 30 giugno), tra cui 3 per terrorismo.
In Egitto, sono state impiccate almeno 22 persone nel 2015, di cui 7 per fatti di violenza politica.
Nel 2015 e nei primi mesi del 2016, nuove leggi anti-terrorismo che prevedono la pena di morte sono state approvate in Corea del Sud, Guyana e Tunisia.

Contenere la pena di morte in tempi di “guerra al terrorismo”

Secondo il diritto internazionale, i Paesi che mantengono ancora la pena di morte devono limitare la sua applicazione ai reati più gravi.
Secondo la definizione di terrorismo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità nel 2004 e che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla lotta al terrorismo e diritti umani ha successivamente adottato, il terrorismo è un atto commesso con l’intenzione di uccidere, provocare gravi lesioni personali o prendere ostaggi, con l’obiettivo di intimidire o terrorizzare una popolazione o fare pressione su un governo o un’organizzazione internazionale.
Le nuove leggi antiterrorismo adottate in molti Paesi superano di gran lunga tale configurazione e violano anche un principio fondamentale delle norme internazionali sui diritti umani secondo il quale le leggi devono essere redatte con precisione e comprensibili come salvaguardia contro l’uso arbitrario e in modo che la gente sappia quali azioni costituiscono un crimine.
Un progetto di Nessuno tocchi Caino, intitolato “Contenimento della pena di morte in tempo di ‘guerra al terrorismo’ in Egitto, Somalia e Tunisia” , è stato presentato e accettato dalla Commissione europea.
Prevede una serie di azioni a sostegno della introduzione di una moratoria delle esecuzioni capitali in vista dell’abolizione e della riduzione dell’uso della pena di morte attraverso il rispetto degli standard minimi internazionali in materia di giusto processo e pena di morte nel quadro di un rafforzamento della protezione e del rispetto dei diritti umani, della giustizia e dello Stato di diritto.
L’azione verrà condotta in collaborazione con partner locali, l’ Agenda delle Donne Somale (SWA) in Somalia, l’ Istituto Arabo per i Diritti Umani (AIHR) in Tunisia e l’ Organizzazione Araba per i Diritti Umani (AOHR) in Egitto.
Sono previste azioni di monitoraggio, attraverso questionari destinati a detenuti, sulle condizioni di vita nei bracci della morte ed in carcere; di raccolta dati e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica; difesa legale di casi capitali particolarmente emblematici; formazione di magistrati, difensori legali e politici in materia di standard e obblighi internazionali. L’azione avrà una durata di tre anni.

“Spes contra spem” , il progetto di Nessuno tocchi Caino per porre fine non solo alla pena di morte, ma anche alla pena fino alla morte

La campagna di Nessuno tocchi Caino per l’abolizione della pena di morte nel mondo non può non includere quella per l’abolizione della pena fino alla morte e cioè dell’ergastolo.
La questione dell’ergastolo è stata al centro del Congresso di Nessuno tocchi Caino che si è tenuto nel Carcere di Opera nel dicembre 2015. “Spes contra spem” era il titolo del Congresso ed è tratto dal motto contenuto nel passaggio della Lettera di San Paolo ai Romani sull’incrollabile fede di Abramo che “ebbe fede sperando contro ogni speranza”.
Il Progetto di Nessuno tocchi Caino ha tre obiettivi.
Il primo è accrescere la consapevolezza dei detenuti che il loro cambiamento nel modo di pensare, di sentire e di agire può essere la chiave per mutare, non solo il proprio modo d’essere, ma anche la realtà in cui vivono di condannati al “fine pena: mai”. Il risultato tangibile del Progetto può essere non solo la rottura esplicita con logiche e comportamenti del passato, ma anche una maggiore fiducia nelle istituzioni.
Il secondo, a livello giurisdizionale, è presentare, a partire da casi concreti, ricorsi nazionali – Corte Costituzionale – e sovranazionali – Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e Comitato Diritti Umani dell’ONU – volti a superare l’ergastolo, quantomeno nei suoi aspetti più duri: il cosiddetto “ergastolo ostativo” (sui 1.576 condannati a vita ben 1.162 sono ostativi, cioè esclusi per legge dai benefici carcerari) e l’isolamento in regime di 41 bis (circa 700 detenuti). Tali ricorsi sono volti anche a documentare gli effetti sullo stato psico-fisico del detenuto della lunga permanenza in condizioni di isolamento in attesa di un “fine pena: mai”, analogamente a quanto la letteratura scientifica ha già ampiamente documentato nel caso dei condannati a morte (il cosiddetto “fenomeno del braccio della morte”). Al fine di percorrere la via giurisdizionale interna, il Prof. Andrea Pugiotto ha predisposto una Ipotesi di atto di promovimento alla Corte costituzionale, mentre per i possibili ricorsi in sede CEDU Nessuno tocchi Caino si avvale della collaborazione con il Prof. Davide Galliani della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, coordinatore del progetto europeo “Right to Hope”.
Il terzo obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica. A tal fine, in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, il regista e documentarista Ambrogio Crespi ha realizzato il Docu-film Spes contra spem – Liberi dentro , che è il frutto del dialogo e della riflessione comune di detenuti e operatori penitenziari della Casa di Reclusione di Opera. L’opera si compone di immagini e interviste con detenuti condannati all’ergastolo, il direttore del carcere Giacinto Siciliano, agenti di polizia penitenziaria e il capo del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo. Dalle loro testimonianze emerge con chiarezza non solo un cambiamento interiore dei detenuti, ma anche che l’istituzione-carcere può rendere possibile il cambiamento e la ri-conversione di persone detenute in persone autenticamente libere. Il Docu-film < Spes contra spem – Liberi dentro presentato al Festival del Cinema di Venezia nel settembre 2016.