Relazione di Sergio D'Elia al VI° Congresso di NtC

VI Congresso di Nessuno tocchi Caino
Opera (Milano), 18-19 dicembre 2015
 
Relazione di Sergio D’Elia
 
1) Spes contra spem.
 
Non sarà una vera e propria relazione, anche perché il programma del Congresso prevede già relazioni e interventi, che faccio miei e che considero parti integranti del mio intervento.
“Spes contra spem” è il titolo del Congresso, in riferimento al passaggio dell’Apostolo Paolo di Tarso sull’incrollabile fede di Abramo che “ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli”. Per noi non è solo un titolo, è un progetto, è nello stesso tempo metodo e merito, forma e sostanza, mezzo e fine, obiettivo della nostra lotta politica.
In questi ultimi tempi e con crescente insistenza, Marco Pannella ripete dove gli è possibile il motto “spes contra spem”, “Essere Speranza”, cioè vivere come soggetto attore della speranza, vivere nel modo e nel verso in cui si spera vadano le cose, essendo noi stessi proposta, prova e corpo del cambiamento – contro l’“Avere Speranza”, le speranze oggetto, semplicemente intese come qualcos’altro da noi, di cui si aspetta il verificarsi. L’ultima volta che l’ho ascoltato dire questo è stato nel carcere di Kollo, in Niger, in un assolato pomeriggio sahariano, davanti a un centinaio di detenuti seduti per terra che Marco ha ipnotizzato con la formula magica del dover essere speranza, non solo per se stessi ma anche per le persone che ci vogliono bene e a cui vogliamo bene. E’ stato un evento memorabile!
 
2) Il coraggio di amare.
 
Quello del carcere può essere un luogo e un tempo in cui ci si può perdere per sempre, ma può essere anche il luogo e il tempo in cui è possibile ritrovarsi e salvarsi per sempre, rinascere a nuova vita.
In questi giorni, in preparazione di questo Congresso, abbiamo incontrato e dialogato molto qui a Opera con condannati all’ergastolo, uomini a cui, negata per legge la speranza con un “fine pena mai”, hanno deciso di incarnarla, di essere fonte di un processo attivo di cambiamento.
Nonostante l’evidenza del contesto interno in cui vivono e del contesto esterno apparentemente e, in certi casi, davvero ostile, dimostrano di aver capito il senso delle parole di Ghandi: “Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo”, che occorre operare sempre prefigurando nell'oggi il domani che si vuole realizzare.
A dispetto del “fine pena: mai” dell’ergastolo ostativo, un marchio indelebile che vuol dire “tu non cambierai mai”, a molti di voi, come ad alcuni di noi, invece è accaduto e accade di cambiare. Anche per me è stato così. E’ stato in carcere che ho mutato il mio modo di pensare, di sentire, di agire, in poche parole: il modo d’essere e di vivere.
Chissà quante vite abbiamo vissuto, quante vite scorrono e scorreranno nella nostra unica vita. Alla fine, nessuno di noi può/potrà dire di aver vissuto una sola, la stessa, identica vita. Coerente non è chi non muta mai: opinioni, abitudini, modi d’essere; coerente è chi usa mezzi e metodi di lotta coerenti con gli obiettivi della lotta. E in tale coerenza dei mezzi e dei fini, coraggioso non è chi osa sfidare il nemico potente, un potere assoluto e prepotente, immolando il corpo altrui e il proprio, sull'altare di un’etica del sacrificio e della morte, magari liberatrice e redentrice. No: coraggioso è chi il proprio corpo lo dona alla felicità, alla tolleranza, al dialogo, all’amore.
“L’unico coraggio che bisogna avere nella vita è quello di amare!,” è scritto in Passaggio in ombra, il romanzo di Mariateresa Di Lascia, scrittrice e fondatrice di Nessuno tocchi Caino. Il coraggio di amare è stato la cifra del suo impegno civile, della sua passione politica, perché Mariateresa intendeva l’amore alla maniera del Piccolo Principe, il libro di Antoine de Saint-Exupéry dove è scritto che “amare qualcuno vuol dire essere responsabile e prendersi cura della sua vita”.
Non è stato un caso per me se poi ho incontrato i Radicali, in particolare Marco Pannella, il quale mi ha accolto come fossi il “figliol prodigo”. Più che alla parabola cristiana, penso, scherzando, a una sorta di legge del contrappasso che lui ha applicato alla mia vita, la mia seconda vita, nonviolenta, dopo la prima, contrassegnata dalla violenza…
La fondazione di Nessuno tocchi Caino, con la responsabilità che mi è stata affidata di condurre la campagna per abolire l’omicidio politico per eccellenza, la pena di morte, è stata una parabola felice di una vita, la mia e quella di tanti altri come me, una forma di conversione, un modo concreto e utile socialmente, non solo per tentare di riparare agli errori commessi, ma anche di evitare che altri li ripetessero.
Abramo, pronto a sacrificare il figlio Isacco così tanto atteso, “ebbe fede sperando contro ogni speranza… e così divenne padre di molti popoli”. Essendo, incarnando la speranza, si può generare un nuovo possibile, contro il probabile dato per scontato, addirittura si possono generare popoli.
Lo stesso Caino, dopo l’uccisione di Abele, del fratello, – racconta la leggenda – non viene toccato da nessuno, viene tutelato dal Signore e diviene costruttore di città.
Sono storie antiche, ma molto attuali e tutte all’insegna della rinascita, della rigenerazione, della riparazione e della conversione operose…
 
3) Conversioni.
 
Non penso alla “conversione sulla via di Damasco”, che può anche accadere, per chi ha fede, penso piuttosto a quanto è accaduto e può accadere a chi ha fiducia, qui e ora, a Opera, sulla Via di Camporgnago.
“Opera” è una parola bellissima. Per molti di voi evoca sofferenza, dolore, isolamento, ma può significare anche altro, di più positivo e costruttivo, più vicino esattamente al suo senso orginario: opera, operare, compiere opere… d’arte, di costruzione, di ristrutturazione, di riconversione e, nel farlo, essere, divenire operai, “umili operai della vigna del Signore”, di quel Signore che “pose su Caino un segno perché non lo colpisse, lo toccasse chiunque l’avesse incontrato”, o di un altro Signore, padre o maestro come è stato per me Marco Pannella. Soggetti di speranza, non oggetti di speranza, operai innanzitutto del proprio cambiamento e, quindi, di quello altrui e del mondo.
 
4) Obiettivi del Congresso.
 
Non ho parlato degli obiettivi di questo Congresso di Nessuno tocchi Caino. Li affido alle relazioni che seguiranno e che faccio mie… Li affido a quanto emergerà nel nostro dibattito.
Dico solo che gli obiettivi sono gli stessi di Papa Francesco, che – come primo atto del suo pontificato – ha abolito l’ergastolo e introdotto il reato di tortura nell’ordinamento dello Stato del Vaticano. I nostri obiettivi sono contenuti, letteralmente, in quella sua “lezione magistrale”, di straordinario valore umanistico, politico e giuridico, rivolta ai delegati dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, il 23 ottobre del 2014, quando ha definito l’ergastolo come “una pena di morte mascherata”, che dovrebbe essere abolita insieme alla pena capitale e ha considerato l’isolamento nelle cosiddette “prigioni di massima sicurezza” come “una forma di tortura”.
Tali obiettivi sono stati ribaditi alcuni giorni fa da Papa Francesco nel suo messaggio per la 49ma Giornata Mondiale della Pace, non solo contro la pena di morte, non solo a favore di misure concrete per migliorare le condizioni di vita nelle carceri, ma anche per un’amnistia.
Quando, nel 1993, abbiamo fondato la nostra Associazione, ispirati dal passo della Genesi, abbiamo deciso di denominarla “Nessuno tocchi Caino”, proprio per affermare il valore, non solo della vita, ma anche della dignità della persona nella sua integralità.
Nessuno tocchi Caino riconosce e si riconosce nel valore prodigioso delle parole di Papa Francesco, essenziali e fonte di ispirazione per chi intende impegnarsi in iniziative concrete, sempre più necessarie e urgenti, per volgere al superamento definitivo di punizioni inumane e degradanti, di trattamenti crudeli e anacronistici… certo, nei confronti di Caino che molti pensano se li sia meritati, ma che – a ben vedere – condannano uno Stato che li pratica a diventare esso stesso Caino.
Se è vero come è vero che “la durata è la forma delle cose”, come definire un regime come il 41 bis o un sistema come l’ergastolo ostativo, quando per un detenuto durano, l’uno, da 23 anni ininterrotti e, l’altro, per oltre 30 o 40 anni? Quali effetti, la eccessiva durata del carcere duro e dell’ergastolo senza speranza, provocano sulla salute fisica e mentale del detenuto?
Non da esperto, ma da semplice e umile artigiano del diritto, io penso vada comunque posto un limite (limite è sinonimo di Diritto), almeno un “limite temporale” al protrarsi di certe norme d’eccezione e di certe forme di detenzione, perché – ripeto: la durata è la forma delle cose – col passare del tempo ragioni e finalità all’origine nobili possono tramutarsi nel loro opposto, divenire pene e trattamenti inumani e degradanti.
Questo nostro Congresso un obiettivo l’ha già raggiunto: Metà sala di questo congresso è composta da persone dette detenute, l’altra metà da persone dette libere. Eppure, siamo qui tutti insieme, quindi non esiste un “noi” e un “voi”, ma uno stare o, meglio, un essere insieme in questo congresso, alla fine del quale, ne sono convinto, ognuno di noi – e, quindi, tutti – ne usciremo mutati, diversi, più consapevoli.
Dico sempre che la consapevolezza è come un lume: se lo accendi all’interno di una casa illumina solo l’interno, se lo accendi fuori illumina solo l’esterno. Se lo accendi sull’uscio di casa illumina sia l’interno sia l’esterno.
Questo nostro Congresso, pur nella diversità di storie e di ruoli, ci ha reso comuni gli uni agli altri, parti dello stesso insieme, della stessa comunità: la comunità penitenziaria di Opera – i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria – e la comunità esterna, cosiddetta libera, non separate, ma unite nel dialogo che, ne sono convinto, darà i suoi frutti, muterà le cose.