RICORDO di Sergio D’Elia

Sergio d'Elia foto di Tania Cristofari

Ricordo di Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino

Marco è stato l’uomo che ha salvato la mia vita, mi ha rigenerato, mi ha fatto rinascere. Dopo la mia prima vita segnata dalla violenza, mi ha accolto come un padre e si è curato della mia seconda vita, dedicata alla nonviolenza, al Diritto, ai diritti umani. Convinto com’era che non è possibile dire di una persona “tu non cambierai mai”, mi ha aiutato a cambiare il modo d’essere e a riparare, ricostruire – almeno un po’ – con la nonviolenza quel che avevo rotto o distrutto con la violenza.
Nella mia prima vita ho ascoltato e fatte mie parole come “la violenza è levatrice della storia”, “il fine giustifica i mezzi” e ho agito di conseguenza. Marco mi ha aiutato a capire che non è vero che i fini giustificano i mezzi, che è vero semmai il contrario: che i fini più nobili, le idee giuste possono essere pregiudicati e distrutti da mezzi sbagliati usati per conseguirli, e uccidere le proprie idee è il delitto peggiore che si possa commettere.
“Violenti e nonviolenti sono fratelli”, diceva Marco negli anni bui del terrorismo. Queste sue parole, che mi hanno fatto arrabbiare quando le ho ascoltate la prima volta, sono risuonate in maniera diversa tempo dopo, all’inizio della mia seconda vita, quella della liberazione dalle parole sbagliate concatenate a fatti sbagliati, una liberazione iniziata non quando sono uscito dal carcere, ma già quando vi sono entrato. Il carcere può essere un luogo e un tempo in cui ci si può perdere per sempre, ma può essere anche un luogo e un tempo in cui è possibile salvarsi, rinascere a nuova vita. Per me è stato così. Quanti giovani Marco ha educato alla nonviolenza e quanti ne ha convertiti dalla violenza! Violenti e nonviolenti – diceva Marco – non sono nemici, i veri nemici sono i rassegnati, gli indifferenti, gli inerti. Sono rivoluzionari gli uni e gli altri, solo che – aggiungeva Marco – i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti lo sono per amore. Ecco, l’amore è stata la cifra della sua vita. Come ha scritto Mariateresa Di Lascia nel suo capolavoro letterario, “Passaggio in ombra”, l’unico coraggio che bisogna avere nella vita è quello di amare.
Coraggioso non è chi osa sfidare il nemico potente con mezzi violenti, coraggioso è chi la vita la dedica all’amore, alla tolleranza, alla compassione e al dialogo anche dei confronti del potere ingiusto e assassino – e, quindi, impotente – per cercare di mutarlo.
Con l’acqua sempre fresca, limpida e cristallina sgorgata dalla sua fonte inesauribile Marco ha dato da bere agli assetati di tutto il mondo, agli assetati di giustizia e libertà, nelle carceri e non solo. Con il pane caldo dell’amore sfornato senza sosta dal suo forno sempre aperto, Marco – che, guarda caso, abitava in via della Panetteria – ha dato da mangiare agli affamati di tutto il mondo, gli affamati di verità, informazione e conoscenza.
L’eredità che lascia Marco non è il suo patrimonio materiale di roba, averi che in vita ha sempre messo in gioco per l’essere. La sua eredità è immateriale, è una visione, un metodo, un modo di pensare, di sentire e di agire, in poche parole, un modo d’essere, “religioso”, nel senso letterale del termine: legare, tenere insieme persone e cose diverse.
La sua “visione” per me era una forma di intelligenza della realtà delle cose, un modo di sapere, non “scientifico”, ma intuitivo e, quindi, più profondo, in grado di vedere oltre la superficie, come spiega bene l’etimologia di intelligenza, ma era anche uno stato elevato della coscienza, che gli consentiva di pre-vedere, prefigurare e, quindi, anticipare le cose, gli obiettivi che voleva vedere realizzati.
Il vissuto, il modo di vivere il proprio tempo e impegno politico nel luogo politico che si sceglie di abitare, attraversare, occupare, prefigurano, decidono il modello di partito che si ha in mente e che, volenti o nolenti, si finisce per affermare. Non è un caso che i connotati essenziali della vita di Marco Pannella siano poi divenuti gli stessi del Partito Radicale: “nonviolento”, secondo il Preambolo allo Statuto (non uccidere neanche in caso di legittima difesa); “transnazionale” o universale per vocazione, dimensione e finalità dell’agire politico organizzato; “transpartito”, secondo il principio fondamentale della libertà di associazione e, quindi, la regola della “doppia tessera” che in Italia e, credo, anche nel mondo solo lui e il Partito Radicale hanno previsto e affermato.
Ora Marco è lassù, nel “regno dei cieli” che – se tradotto dall’aramaico antico in cui è stato detto – significa il mondo delle infinite possibilità. La sua visione può essere per noi fonte di ispirazione, può essere anche nostra, ma non per possesso o controllo, solo per invocazione. Non so se ce la faremo, se saremo all’altezza. Potremmo tentare di farcela se riusciremo a essere, non come lui, ma con lui, cioè coerenti con il suo pensiero, la sua visione e azione politica. Ed essendo per me la coerenza autentica non quella di chi non muta mai – opinioni, abitudini, modi d’essere – bensì quella di chi riesce ad affermare, nella vita come nella propria lotta politica, corrispondenza, armonia e ordine tra visioni e azioni, tra pensieri ed emozioni, tra mezzi e fini, metodi e obiettivi della vita e della lotta stessa.
C’ho messo mezza vita a capirlo, ma quando l’ho capito, sono rinato.