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Il principe Mohammed bin Salman
Il principe Mohammed bin Salman
NEL REGNO DI BIN SALMAN TORNANO A ROTOLARE TESTE

23 gennaio 2022:

Elisabetta Zamparutti su Il Riformista del 21 gennaio 2022

La “pena capitale” fa riferimento a caput, cioè testa. Come la decapitazione, con il de che indica separazione. È la punizione attraverso la morte per recisione netta dell’unica parte tonda, come notò Platone, del corpo: la testa, appunto, sede per alcuni del manifestarsi dello spirito, con il corpo che invece è manifestazione della materia.
Fu decapitato il nostro San Paolo, quello di Spes contra spem, dai Romani di Nerone e poi Cicerone e Tommaso Moro, come anche Anna Bolena e Maria Antonietta. E nel procedere lento dell’evoluzione dell’umanità, durante la quale venne tagliata la testa perfino ad Antoine-Laurent de Lavoisier, il padre della chimica moderna, ci trasciniamo ancora questa pratica che persiste oggi in un solo Paese: l’Arabia Saudita. Dove un principe, Mohammed bin Salman, ha annunciato al mondo, dalle colonne patinate del “Time magazine”, di voler ridurre significativamente le decapitazioni nel suo Regno. Lo ha detto nel 2018. Il suo piano è quello di limitarle all’omicidio e discostarsi da un’interpretazione ultraconservatrice della legge islamica nel tentativo di ammodernare la terra di Saud. E, così, si è passati dalle 186 decapitazioni del 2019, uno dei numeri più alti registrati nel Regno, alle 27 del 2020 che invece è il numero più basso. Sempre nel 2020, un decreto reale ha stab
 ilito che i minori non siano più decapitati e si è posto fine anche alle fustigazioni. Inoltre, un membro del Consiglio della Shura ha raccomandato l’abolizione della pena capitale per i reati “ta’zir”, ad esempio quelli di droga, per i quali le sanzioni penali sono lasciate alla discrezione del giudice.
Sta di fatto che per un anno raramente si è assistito al rito macabro della decapitazione: il condannato portato in un luogo pubblico, vicino alla moschea più grande della città dove è stato commesso il crimine, le mani legate e in ginocchio davanti al boia che sguaina la spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (Dio è grande).
Ma al 2020 è seguito il 2021. E le cose sono cambiate nel Regno del principe “illuminato”. Le decapitazioni sono riprese a un ritmo crescente, arrivando a 67 secondo la European Saudi Organization for Human Rights (ESOHR). Un incremento del 148%. Tra i giustiziati, 51 sauditi, una donna e un bel po’ di stranieri: 7 yemeniti, 4 egiziani, 2 pachistani, 1 del Ciad, 1 del Sudan e 1 della Nigeria. Da un anno all’altro, è svanito anche l’incantesimo della sospensione delle punizioni “ta’zir”. Dei 67 decapitati nel 2021, nove erano stati condannati per questi casi: 4 per fatti politici, 3 per alto tradimento, uno appartenente all’ISIS e uno per reati politici e legati alla droga. Il 16 giugno 2021, è stato giustiziato anche Mustafa Al Darwish, un condannato per fatti che sarebbero accaduti quando era minorenne. Tra le almeno 42 persone nel braccio della morte, ci sono anche quattro minori: Hassan al-Faraj, Jalal al-Labad, Youssef al-Manasif e Sajjad Al Yassin.
Ma non c’è solo la pena di morte, perché ancora esiste la tortura e l’iniquità dei processi. A ben vedere, in questo come in molti altri Paesi mantenitori, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Noi sappiamo che un dittatore può decretare l’abolizione un giorno e la sua reintroduzione quello dopo. Per questo abbiamo operato affinché l’Assemblea generale dell’ONU esortasse gli Stati mantenitori a decidere, non l’abolizione tout-court, ma una moratoria delle esecuzioni in vista dell’abolizione. Per tenere conto del tempo necessario a cambiare, con le leggi penali, anche l’intero sistema democratico e di garanzie dei diritti umani.
Mi chiedo come mai il principe bin Salman che ha fatto affiorare una prospettiva di cambiamento, sembra ora farla soccombere. Tanto più se egli continua a ostentare modernità e apertura con inviti estesi a personalità internazionali e anche del nostro Paese, che è conosciuto nel mondo per la moratoria universale delle esecuzioni capitali. Noi italiani siamo portatori di un vero e proprio “talento”, come la nobile moneta di scambio della moratoria, che può essere fatto valere in ogni Paese e su ogni tavolo a cui ci si invita.
Può darsi che, oggi, la testa illuminata del principe sia persa, decollata dal corpo grave del conservatorismo del suo regno. Ma potrebbe anche essere che noi non lo si sia sostenuto abbastanza. In ogni caso, faccio una proposta. La prossima volta che un politico italiano viene invitato in Arabia
Saudita, si faccia accompagnare da una piccola delegazione di Nessuno tocchi Caino. Insieme, aiuteremo quel principe a riorientare la sua visione, a rivolgere il suo sguardo a oriente, dove il sole non tramonta mai e dove sempre sorge la luce, quella della coscienza universale e dell’amore infinito, che illumina di immenso la nostra vita, la nostra umanità, il nostro voler essere umani.

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