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legenda:

  • Abolizionista
  • Mantenitore
  • Abolizionista di fatto
  • Moratoria delle esecuzioni
  • Abolizionista per crimini ordinari
  • Impegnato ad abolire la pena di morte

ARABIA SAUDITA

 
governo: monarchia tradizionale
stato dei diritti civili e politici: Non libero
costituzione: si applica la Sharia; una legge fondamentale che fissa i diritti e le responsabilità del governo è stata introdotta nel 1992
sistema giuridico: si basa sulla legge della Sharia ma sono state introdotte alcune norme laiche
sistema legislativo: Consiglio Consultivo, nominato dal re per 4 anni
sistema giudiziario: Consiglio Supremo di Giustizia
religione: 100% mussulmani
metodi di esecuzione: decapitazione
braccio della morte: più di 100 al 08/06/2011 (Fonte: AI, 10/06/2011)
Data ultima esecuzioni: 0-0-0
condanne a morte: 44
Esecuzioni: 88
trattati internazionali sui diritti umani e la pena di morte:

Convenzione sui Diritti del Fanciullo

Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti


situazione:
Le leggi dell’Arabia Saudita si basano sia sulla Sharia sia sul diritto consuetudinario, mentre il Corano e la Sunna formano la Costituzione del Regno.E’ il Paese islamico che applica la legge islamica nella maniera più rigida. La pena di morte è prescritta per omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, apostasia (rinuncia all’Islam), terrorismo, tradimento, spionaggio, reati militari.
La decapitazione è un’esclusiva dell’Arabia Saudita come metodo per eseguire sentenze in base alla Sharia.
L’Arabia Saudita ha un numero di esecuzioni tra i più alti al mondo, sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione. Il record è stato stabilito nel 1995 con 191 esecuzioni. Quasi i due terzi delle persone giustiziate sono stranieri. Molte delle esecuzioni rese note sono state inflitte per omicidi e stupri, anche se un buon numero di reati non violenti si sono risolti con la decapitazione. I reati meno gravi che hanno condotto a esecuzioni sono stati: apostasia, stregoneria, violenze sessuali e reati connessi all’uso di droga, leggera e pesante.
Dozzine di persone sono arrestate ogni anno in Arabia Saudita con l’accusa di stregoneria, ricorso a poteri sovrannaturali, magia nera e predizione del futuro. Tali pratiche sono considerate politeistiche e severamente punite in base alla Sharia.  Il reato di stregoneria non è definito dalla legge saudita ma è usato per punire persone nel legittimo esercizio dei loro diritti umani, soprattutto nel loro diritto alla libertà di espressione.
Nel marzo 2012, l’Arabia Saudita ha deciso di rafforzare la sua unità di polizia religiosa dedicata alla caccia di maghi e fattucchiere nell’ambito della guerra in corso alla stregoneria, che nel Regno del Golfo è punibile con l’esecuzione. La Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, l’influente autorità saudita per l’applicazione della legge islamica, ha comunicato di aver creato una “unità di interventi sul campo”, incaricata di combattere gli stregoni, descritti come “autori chiave di instabilità religiosa e sociale nel Paese”. La nuova unità, guidata dallo sceicco Adel Al Muqbil, un eminente studioso del Regno, “ha l’ordine di arrestare immediatamente stregoni e ciarlatani e sottoporli alle autorità competenti per l’applicazione della punizione di Dio e porre fine alle loro azioni dannose nei confronti dei musulmani”, è scritto nel comunicato della Commissione. La Commissione non ha precisato quali sono i reati di stregoneria, ma ci sono state segnalazioni di casi che riguardano tutte le forme di magia nera, tra cui la rabdomanzia, l’esorcismo, la moltiplicazione di denaro tramite riti magici, l’empatia e soggetti vari come cartomanti, guaritori, manipolatori delle ossa (chiropratici, osteopati ecc.), creatori di pozioni, erboristi, chiromanti, alchimisti, sensitivi, coloro che richiamano gli animali.
Nel novembre 2014, le autorità saudite hanno deciso la condanna a morte di chiunque tenti di introdurre Bibbie nel Paese. La nuova legge vieta l’importazione di “tutte le pubblicazioni relative a credi religiosi diversi dall’Islam”. In altri termini, chi proverà a portare in Arabia Saudita testi della Bibbia o del Vangelo subirà la confisca del materiale, l’imprigionamento e la condanna capitale.
Il 27 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha ridefinito la legge sul traffico di droga, concedendo poteri discrezionali ai giudici per emettere condanne al carcere al posto della pena di morte. L’Anti-Drug and Mental Effects Regulation saudita ordinava la pena capitale per i trafficanti di droga, i fabbricanti e per chi faceva uso di qualunque tipo di narcotico. Ora i giudici posso decidere, a loro discrezione, di ridurre la condanna alla detenzione per un massimo di 15 anni, 50 frustrate o una multa minima di 100.000 riyal sauditi (oltre 22.250 euro).
La giustizia saudita è particolarmente rigida con i lavoratori stranieri, specie con quelli provenienti dai paesi poveri del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, che rappresentano quasi un quarto della popolazione saudita. I lavoratori immigrati sono vulnerabili agli abusi dei loro datori di lavoro e delle autorità. Se arrestati, essi possono essere ingannati perché costretti a firmare una confessione in lingua araba, che spesso non comprendono. I lavoratori immigrati sono stati frequentemente torturati e maltrattati, giustiziati, flagellati o amputati, molto più dei cittadini sauditi.
Gli stranieri spesso non sanno di essere stati condannati a morte. In molti casi, non sanno neanche che il loro processo si è concluso. I giustiziati hanno potuto capire ciò che gli stava accadendo solo all’ultimo momento, quando un certo numero di poliziotti ha fatto irruzione nella cella, ha chiamato la persona per nome e l’ha trascinata fuori con la forza.
Organizzazioni umanitarie denunciano l’assenza in Arabia Saudita di garanzie processuali. Agli imputati è spesso negata l’assistenza di un avvocato prima del processo e la rappresentanza legale in aula.
Il 12 settembre 2005, l’Arabia Saudita ha deciso di istituire una Commissione governativa per i diritti umani, con il compito – recita il comunicato ufficiale – di “proteggere e rafforzare i diritti umani, diffonderne la conoscenza e contribuire ad assicurarne il rispetto alla luce dei precetti islamici”. La decisione di istituire la commissione segue di poco l’ascesa al trono di Re Abdullah, avvenuta in agosto dopo la morte di Re Fahd. L’istituzione di un organismo governativo sui diritti umani era in programma da diversi anni.
L’Arabia Saudita non ha un vero e proprio codice penale e i giudici emettono sentenze sulla base della loro interpretazione della Sharia. In particolare, il trattamento crudele riservato ai minori di 18 anni, che sono condannati alla fustigazione e persino alla pena di morte, è contrario al diritto interno e al diritto internazionale che pure dovrebbero essere in vigore nel Regno. Infatti, l’Arabia Saudita ha ratificato nel 1996 la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, che vieta la condanna a morte e l’ergastolo senza possibilità di liberazione per persone di età inferiore a 18 anni al momento del crimine. Ma le autorità saudite non si dimostrano serie per quanto riguarda il rispetto dei trattati internazionali a cui hanno aderito, perché esiste un grande divario tra gli impegni assunti dall’Arabia Saudita sui diritti umani e la pratica quotidiana. Inoltre, la Sharia in vigore nel Regno non impone mai condanne a morte nei confronti di persone che non hanno raggiunto la maggiore età e, in base al Regolamento di Detenzione e al Regolamento dei Centri per Minori del 1975, è definito minorenne “ogni essere umano di età inferiore ai 18 anni”. Ciò nonostante, un giudice può emettere condanne a morte qualora ritenga che l’imputato abbia raggiunto la maturità, senza verificare la reale età della persona al momento del crimine.
Human Rights Watch ha avuto notizia di persone condannate a morte per crimini commessi a 13 anni. Nel 2011, era stato decapitato un uomo indicato dalle stesse autorità come “minorenne”. Nel 2009, erano state giustiziate due persone che erano minorenni al momento del reato, mentre nel 2007 ne sono state decapitate almeno tre. Nel 2008 e nel 2010 non erano state registrate esecuzioni di minorenni.
In Arabia Saudita, gli atti di terrorismo – come dirottamento aereo, attacchi indiscriminati contro persone innocenti e spargimento di sangue – rientrano nella fattispecie di “corruzione sulla terra”, un’accusa che può portare alla pena di morte, anche quando i reati non provochino conseguenze letali. Le autorità hanno istituito tribunali speciali nel 2011 per processare sauditi e stranieri accusati di appartenere ad Al-Qaeda o di coinvolgimento in una serie di attentati avvenuti nel Regno tra il 2003 e 2006. Nel 2014, sono stati condannati a morte almeno 59 presunti terroristi.
Il 12 gennaio 2010, il Consiglio della Shura ha approvato un emendamento alla Legge di Procedura Penale che rende più difficile emettere condanne a morte. La nuova disposizione votata dal parlamento consultivo prevede che per pronunciare la massima pena il voto dei giudici debba essere unanime e non più a maggioranza, come invece richiesto dalla normativa precedente. Inoltre l'emendamento prevede che le condanne a morte, il taglio della mano o punizioni simili non possano essere eseguite senza l'approvazione - unanime - della Corte Suprema.
La modifica ha trovato ampi consensi in seno al Consiglio della Shura, dove 92 dei 150 membri hanno espresso parere favorevole.
Il 14 ottobre 2012, il Consiglio della Shura ha ribadito che una sentenza di morte emessa sulla base del potere discrezionale del giudice diviene definitiva solo se il verdetto è unanime. “L’approvazione da parte del tribunale della pena di morte nei casi Tazir (una pena decisa cioè a discrezione del giudice nei casi in cui non è prescritta da nessuna norma religiosa) non dovrebbe essere resa definitiva a meno che non sia raggiunta con accordo unanime,” ha stabilito il Consiglio nel discutere alcune raccomandazioni sulle norme penali formulate dal Comitato per gli affari islamici e governativi. Il Consiglio ha rigettato la raccomandazione del Comitato secondo cui il potere discrezionale nel comminare la pena capitale può essere esercitato anche se la decisione non è stata presa all’unanimità.
In Arabia Saudita le esecuzioni avvengono in pubblico e per decapitazione; sono di dominio pubblico solo una volta che sono state effettuate, mentre familiari, avvocati e gli stessi condannati a morte sono tenuti all’oscuro di tutto. L’avvenuta esecuzione è comunicata dal Ministero dell’Interno e, di solito, ripresa dall’agenzia ufficiale saudita SPA. Vengono effettuate in cortili fuori le moschee più frequentate delle principali città dopo la preghiera del venerdì. Il condannato viene portato nel cortile, le mani legate e costretto a chinarsi davanti al boia, il quale sguaina una lunga spada tra le grida della folla che urla “Allahu Akbar!” (“Dio è grande”). A volte, alla decapitazione segue anche l’esposizione in pubblico dei corpi dei giustiziati. La procedura prevede che il boia stesso fissi la testa mozzata al corpo del giustiziato per poi farlo pendere per circa due ore dalla finestra o dal balcone di una moschea o appenderlo a un palo, durante la preghiera di mezzogiorno. Talvolta i pali formano una croce, da cui l’uso del termine “crocifissione”. I corpi dei giustiziati sono esposti soltanto nel caso di ordini specifici da parte del tribunale, quando il reato commesso è considerato particolarmente brutale.
Nel marzo 2013, l’Arabia Saudita ha autorizzato i governatori regionali ad approvare esecuzioni tramite fucilazione come alternativa alla decapitazione pubblica, il metodo tradizionale in uso nel Regno, ha riferito l’Arab News l’11 marzo. Il 10 marzo, un altro giornale, Al Youm, ha detto che il motivo del cambiamento era la carenza di boia qualificati. Al Youm ha citato una circolare dell’ufficio governativo di investigazione e azione penale secondo la quale l’uso di plotoni d’esecuzione era stato preso in considerazione perché alcuni “decapitatori” a volte hanno dovuto percorrere lunghe distanze per raggiungere il luogo delle esecuzioni, il che li ha fatti arrivare in ritardo. Secondo la circolare, la morte tramite fucilazione non costituirebbe una violazione della legge della Sharia. Al Youm ha ricordato inoltre che un plotone di esecuzione era già stato utilizzato in Arabia Saudita per eseguire la condanna a morte di una donna ad Ha’il pochi anni fa.
Il 13 marzo 2013, un leader religioso ha posto il suo sigillo di approvazione alla pena di morte tramite fucilazione, a patto che sia rapida o più veloce rispetto al metodo tradizionale della decapitazione. Citato dall’edizione inglese della Saudi Gazette, Sheikh Ali Al-Hakami, membro del Consiglio degli Ulema, ha detto che la morte per fucilazione potrebbe essere ammessa secondo la Sharia, nella misura in cui il processo è indolore. “La decapitazione con la spada è il modo migliore per raggiungere lo scopo della punizione nell’Islam in quanto non provoca alcuna tortura”, ha affermato Al-Hakami, aggiungendo che gli studiosi islamici sauditi dovrebbero anche esaminare la possibilità di utilizzare altri metodi, come la sedia elettrica, l’impiccagione e l’iniezione letale, per scoprire se sono anch’essi conformi alla Sharia.
Il perdono da parte delle famiglie delle vittime deve essere documentato in un tribunale di giustizia. Tre giudici controllano le informazioni e gli aspetti formali della grazia concessa prima di dare il loro nulla osta a che le procedure vadano avanti. I giudici inoltre verificano se le famiglie che hanno perdonato i condannati hanno posto qualche condizione o richiesta particolare. In Arabia Saudita, numerosi casi di “prezzo del sangue” si sono risolti positivamente grazie all’opera del Comitato per la Riconciliazione, un’organizzazione nazionale che punta a ottenere il perdono dei prigionieri del braccio della morte e aiuta a risolvere le lunghe dispute inter-familiari e tribali. Il Comitato, presieduto da Nasser Bin Mesfir Al-Zahrani, ha contribuito dal 2008 a salvare la vita di centinaia di persone condannate a morte. La sua funzione è di evitare che la famiglia della vittima mercanteggi sul “prezzo del sangue”. Negli ultimi anni, da più parti è stata sollevata la questione del “prezzo del sangue” e del trend, in continua crescita, di richieste esorbitanti di compensazione, molte delle quali sarebbero alimentate dall’avidità e dalle rivalità tribali. Funzionari, religiosi e scrittori si sono espressi contro queste richieste esose, chiarendo che l’antica pratica islamica era pensata al fine di sostenere finanziariamente i familiari in lutto. Nel settembre 2011, l’Arabia Saudita ha deciso di triplicare la diya, mantenendo però il “prezzo del sangue” per l’assassinio di una donna la metà di quello per l’uccisione di un maschio. La suprema autorità giudiziaria del Regno ha comunicato di aver aumentato la diya da 100.000 rial (26.666 dollari) a 300.000 (80.000 dollari) in caso di omicidio colposo e a 400.000 rial (106.666 dollari) per un omicidio premeditato. Il valore del prezzo del sangue era rimasto fermo per 29 anni e il Consiglio Supremo degli Studiosi islamici ha chiesto di rivederlo tenuto conto del forte aumento del prezzo dei cammelli, che erano utilizzati come risarcimento nell’antica era islamica. Secondo le regole della Sharia, i parenti di una persona uccisa devono essere compensati con 100 cammelli.
Si sono registrate almeno 166 esecuzioni nel 2007, almeno 102 nel 2008, 69 nel 2009, 27 nel 2010 e 81 nel 2011. Nel 2012, l’Agence France Presse, in base a notizie ufficiali, riporta 76 esecuzioni mentre, secondo il conteggio di Nessuno tocchi Caino, sulla base di notizie pubblicate dai media locali, l’Arabia Saudita ha decapitato almeno 84 condannati a morte, 43 sauditi e 41 cittadini stranieri. La maggioranza di coloro che sono stati giustiziati erano stati condannati per omicidio (43), seguito da reati legati alla droga (37), rapina a mano armata (2), stregoneria (1) e sodomia (1). Nel 2013, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 78 condannati a morte, 43 sauditi e 35 cittadini stranieri. Nel 2014, il numero di esecuzioni ha raggiunto il suo livello più alto degli ultimi cinque anni. L’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 87 condannati a morte, secondo un conteggio tenuto da Nessuno tocchi Caino sulla base di notizie pubblicate dai media locali. La maggioranza dei giustiziati era stata condannata per omicidio, seguito da reati legati alla droga, rapina a mano armata e incesto. Le persone giustiziate nel 2015 (al 26 febbraio) sono state almeno 34 (secondo AFP).
Il 21 ottobre 2013, l’Arabia Saudita è stata esaminata nell’ambito della Revisione Periodica Universale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il Governo ha respinto tutte le raccomandazioni relative all’abolizione della pena di morte, compresa la raccomandazione di istituire pene alternative e di sospendere la sua applicazione per reati meno gravi e per le persone che erano minorenni all’epoca del delitto, nella prospettiva di una moratoria sulle esecuzioni. In risposta alle osservazioni e domande ricevute, l’Arabia Saudita ha osservato che la pena di morte è comminata solo per i crimini più gravi e procedure rigorose sono applicate nei casi capitali nella misura in cui le sentenze sono esaminate da 13 giudici ai tre livelli di competenza, in modo coerente con gli standard internazionali.
L’11 giugno 2014, il Ministro della Giustizia saudita ha difeso le dure punizioni della Sharia come la decapitazione, il taglio delle mani e le frustate, sostenendo che “non possano essere modificate”, perché fanno parte della Legge Islamica. “Queste punizioni sono basate su testi religiosi divini e non possiamo cambiarle,” ha detto Mohammed Al Eissa durante un discorso a Washington. Il Ministro ha sostenuto che la legge islamica ha contribuito a ridurre la criminalità nel Regno. “L’Islam simpatizza con la vittima, non col criminale”, ha detto Al Eissa. Parlando con avvocati, consulenti legali e accademici americani, Al Eissa ha criticato i gruppi internazionali per i diritti umani che chiedono modifiche al sistema giudiziario del Regno, sostenendo che commettano “grandi errori”, perché hanno frainteso il Paese e l’Islam. “Ogni attacco alla magistratura sarà considerato un attacco alla sovranità del Regno”, ha detto.
Il 9 settembre 2014, gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno invitato l'Arabia Saudita ad attuare una moratoria immediata delle esecuzioni. "Nonostante i numerosi inviti da parte di organismi per i diritti umani, l'Arabia Saudita continua a decapitare le persone con una regolarità spaventosa e in flagrante violazione delle norme di diritto internazionale", ha dichiarato Christof Heyns, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie. "I processi sono a detta di tutti gravemente iniqui. Agli imputati spesso non è concesso di avere un avvocato e condanne a morte sono comminate a seguito di confessioni ottenute sotto tortura."
Il 18 dicembre 2014, l'Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

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