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Il braccio amputato della morte



Nove mesi il termine fissato per l’esecuzione. Nel penitenziario di Ping Pong, sezione femminile, tutto procedeva allegramente. Il sole nel murale dell’ingresso tamburellava impaziente con le dita, stravaccandosi tra porte, tavoli e lampade, mentre grossi forconi emancipati spargevano la biada della colazione. Percorrendo i trecentosessantacinque moduli prefabbricati del quadrangolo carcerario, alla svolta contrassegnata da una guardia con le scarpe di cemento, si scorgeva nell’altro murale giù giù in fondo al corridoio una luna calante pallida e malaticcia, che la direttrice aveva deciso di riciclare come falce, per una nera e incappucciata morte. Mentre il sole, ignaro di tutto questo, continuava a grattarsi la pancia e a percepire il suo sussidio di disoccupazione.
 
Anche Lilith era diventata una porta chiusa il 3 febbraio di un anno qualunque in una qualunque parte degli Stati Uniti. SBAMM!!!
 
Trecentosessantacinque moduli prefabbricati per trecentosessantacinque pesanti porte in acciaio con serrature a tripla mandata e chiavi con chiazza di sangue indelebile, un modulo dopo l’altro, una cella dopo l’altra, come i vagoni di un treno, ogni giorno prefabbricato, la catena di montaggio slitta di una postazione, per un prodotto finale seriale, omologato, ogni giorno il treno dei condannati, veloce quanto un carro solare, si avvicina di una tappa all’arrivo, con la sua locomotiva in legno cesellato...CIUFF!!
 
“Sono innocente!” gridava Lilith. Ma si sa, lo dicono tutti, lo urlano tutti….
 
Mrs. Kerosene, la direttrice, inforcò gli occhiali sotto la permanente cinerina, per controllare dal monitor della sua scrivania che la procedura d’ingresso della nuova detenuta si svolgesse secondo tutti i canoni, che la divisa a righe le scendesse a pennello, mentre le lacrime le rigavano il viso, tra le righe del monitor disturbato. “Bene, bene” pensò tra il rossetto delle labbra “eccone un’altra!”. Aprendo il primo cassetto della sua scrivania Mrs. Kerosene tirò fuori un piccolo calendario col nome di Lilith, i cui giorni scorsero in un fruscio tra le sue dita ossute, per arrestarsi sul vuoto di un 3 novembre, come un ponte mozzato...
 
I primi giorni trascorsero senza problemi. Poi si sa...nuovi arrivi, vecchie preoccupazioni che prendono il sopravvento, e ciascuno deve imparare a cavarsela da solo e guadagnarsi di che morire. La direttrice si dimenticò di quella ragazza appena ventenne, balbettante, bruttina, anoressica, con i capelli rossi come il sole del tramonto e gli occhi incavati, dentro i quali neanche si vedevano brillare gli ultimi raggi.
Ma una sera come tante Mrs. Kerosene, sbrigate le ultime pratiche, tra la noia di non saper che fare se non un poco di zapping...PLIC! accese il monitor, accese la sigaretta già tra le dita, abbandonò i piedi sulla scrivania e col telecomando prese a girare da una cella all’altra, da un canale all’altro, chi dormiva, chi guardava a sua volta la tivù, sempre gli stessi programmi, da un canale all’altro trovò per caso Lilith...Lilith rossa, Lilith insignificante, non dormiva, non guardava la tivu, ma girava in tondo come un criceto nel suo monitor: misurava con tre passi la sua cella, ne tastava le pareti, seguendo le minuscole crepe dell’intonaco, come vene sottopelle, le scritte oscene lasciate dai pendolari di passaggio – “Che strano!” pensò Mrs. Kerosene – assorta, come in ascolto Lilith si fermava a tratti, prima di riprendere a tastare compulsivamente le pareti, con le mani aperte, gli occhi spalancati, barcollante –“Forse pensa di scappare! Uh! Uh! Uh!” sogghignò, pensando alle leggendarie, possenti, imperforabili mura del carcere – d’improvviso Lilith prese a girare su se stessa, tra i convolvoli di fumo e le righe del monitor, veloce, sempre più veloce, fino a perdere l’equilibrio...per un attimo...azionando il freno di emergenza il convoglio si bloccò sull’istante. FIIIIIIIIII!!
 
TOC!TOC! Quando il dottor Pock spalancò la porta della sua cella, assieme alla direttrice, lei giaceva ancora a terra priva di sensi. Fortunatamente non aveva sbattuto la testa cadendo, niente lesioni gravi o brutte cose di questo tipo, ma la direttrice camminava comunque su e giù, nervosa, sinceramente preoccupata. Ansiosa di far ripartire il treno. Gli orari sono orari. Avevano della merce da scaricare al capolinea.
 
Lilith riaprì gli occhi poco dopo, rilasciandosi in un sorriso pallido pallido. “Salve” fu la parola che un filo di voce portò  alle orecchie del dottor Pock. Il polso, il battito, la pressione, gli occhi: “Può levarsi la camicia per favore?”. Quando infine uscirono dalla stanza, il dottore prese in disparte la direttrice:
 
“Allora?!”
“La ragazza è incinta, signora direttrice!”
“Cosa?! Ma ..ma è inaudito!”
“Da quanto tempo è qui dentro?”
“Cosa?! Mica vorrà insinuare che...!”
“Si tratta al più di un paio di mesi di gestazione, da quanto tempo è qui dentro?”
“Ecco devo controllare, non ricordo precisamente, ma sono solo poche settimane…forse…una diecina…”
 
Il treno aveva ripreso lentamente la sua corsa e con esso la processione invisibile, passo dopo passo, cella dopo cella, chiavistello dopo chiavistello. Per qualcuno il conto alla rovescia era già cominciato e si avvicinava la stanza delle esecuzioni, nel tratto conclusivo del corridoio nord-ovest, preceduta da una cappellina con cupole di ragnatela, un Mc Donald’s per l’ultimo pasto e la stanza dell’U.D. (Ultimo Desiderio), ovvero la piccola tabaccheria dove si vendevano cingomme, sigarette, alcolici, rossetti, francobolli, caramelle e cartoline. Di tutto questo si occupava la guardia carceraria Rose, soprannominata “il braccio amputato della morte”, da quando aveva perso il suo arto destro in un incidente stradale. Come a Hollywood venivano poi fatte lasciare ai condannati le impronte su un calco di cemento fresco.…e dopo goodbye, I don’t know why you say hello I say goodbye.
 
Tra lo stupore del personale carcerario la pancia cominciò ad ingrossarsi, giorno dopo giorno, sotto gli occhi di tutti, a gonfiarsi, a crescere. Cosa significava? Cosa succedeva? Sarebbe bastata una normale cella?
Mrs. Kerosene consultava grossi tomi di diritto e regolamento penitenziario, archivi su archivi sepolti dai decenni, considerava il problema e guardava perplessa sempre la stessa cella, dal suo monitor rigato e impotente: il sonno tranquillo di Lilith, accucciata tra pareti che sembravano curvarsi a proteggerla. Una oscura minaccia si addensava su un onesto istituto statale. Come era rimasta incinta? Chi era il responsabile? Strane voci circolavano al proposito…
 
La direttrice camminava su e giù nella penombra della sua stanza. Dalla finestra si intravedevano le sagome degli alberi, decorati con capestri dai comitati di protesta contro la pena di morte, e oltre le invisibili barriere della distanza la città ululava con le sue luci accatastate l’una sull’altra, come i lumini di un cimitero.
I conti non tornavano, ecco tutto! Inutile dire che la prigione fu perquisita da capo a fondo nel tentativo di trovare il buco dal quale era penetrato l’intruso. Niente da fare! C’erano centinaia di criminali in attesa di giustizia dentro il carcere: cosa sarebbe successo se, invece di chiudere il ciclo della detenzione con precisione impeccabile, questo onesto istituto avesse cominciato a generare antiecologici scarti di produzione? Quale insegnamento avrebbero potuto trasmettere alle giovani generazioni?! E questo era il meno. Oramai era giocoforza rinviare l’esecuzione: in venticinque anni mai un rinvio né un rimbrotto all’ufficio reclami, in venticinque anni di onorata attività!!! 
 
E poi che dire del personale, composto di lavoratrici entusiaste, che in buona parte svolgevano con dedizione e autentico spirito di missione il loro compito! Quelle tre sorelle di origine greca ad esempio, che tessevano con le loro stesse mani gli abiti per le detenute e tessevano i loro fili con dite lunghe e affusolate. Un lampo di paura ora balenava nei loro occhi, quando passava nel corridoio la pancia di Lilith. Ancora più grossa. Sempre più grossa!!!
 
“La ragazza abortisce ? E io racconto cosa succede qui dentro. Ci pensi. Arrivederci.”
 
La direttrice scomposta e rossa in viso sentì la porta del suo ufficio chiudersi con la violenza di un ricatto che lei non poteva assolutamente accettare. Tantomeno dal dottor Pock che, dopo anni ed anni di diligenti e ossequiosi certificati di morte, si era evidentemente montato la testa! E osava affrontarla sul suo stesso terreno.
 
“Il grembo di quella donna è fuori dalla sua giurisdizione.”
“Lei dimentica che è dentro il mio carcere!!”
“No! Sarebbe come violare il diritto internazionale attaccando un’ambasciata straniera.”
“Se lei non deve uscire viva da questo carcere, neanche il bambino uscirà vivo dal suo grembo.”
“Eppure ci è entrato, e lei sa spiegarmi come?”
 
Nella stanza un crocifisso osservava, dall’ultima tappa della sua via crucis di montaggio, il botta e risposta sempre più serrato e violento, troncato dalla porta che si richiuse con un colpo secco, rimbombando fin nel sonno della direttrice: svegliatasi di soprassalto, nel riflesso spezzato dall’oscurità Mrs. Kerosene tastò a lungo la sagoma insolita che la camicia da notte racchiudeva. Dal letto mancava il guanciale.
 
I mesi passavano e la pancia cresceva, la condannata al parto si rendeva sempre più rotondamente ingombrante, accrescendo il clima di disagio e angoscia del personale carcerario. A volte era Lilith stessa che invitava le guardie a toccarla: “Sentite, sentite, si sta muovendo!” diceva entusiasta, arrivando a prendere le loro mani tremanti per porle sul pancione. La direttrice osservava disgustata. Mentre una processione di piedi nudi zampettava tra le tintinnanti catene, innalzando il Cantico consueto sulle strofe di corridoio tra fratello sole e sorella morte.
 
E arrivò anche il tempo di questa esecuzione, essendo destino di tutte le cose mortali lasciare questo mondo. Il dottore faceva pressione sulla direttrice perché fosse allestito un locale adatto. Le celle erano troppo strette e buie. Di utilizzare gli spazi privati delle guardie era fuori discussione, sarebbe stato contrario a qualunque articolo del regolamento, come era fuori discussione che un condannato a morte fosse tradotto fuori dal carcere di massima sicurezza nei giorni immediatamente precedenti l’esecuzione. Era un istituto serio, che diavolo! Oltre alle celle e ai bagni e alla mensa e al cortile per l’ora d’aria non rimanevano che la stanza col lettino per l’iniezione letale e la stanza con la sedia elettrica. L’essenziale. Che decidesse l’ostetrica…
 
Poi la rossa luce del sole, la primissima luce del sole, quando il sole è ancora nulla e noi siamo alla stessa altezza, ad un passo da lui…il nostro primo ed ultimo raggio.
 
Alla rottura delle acque, scortata dalle guardie, in preda ad una agitazione paranormale, Lilith si accomodò sulla sedia elettrica (fortunatamente si trattava di un modello reclinabile) proprio il 3 Novembre, il giorno stesso fissato per  la sua esecuzione.
Intorno a lei vi erano un’ostetrica e il dottor Pock, un paio di guardie carcerarie, scelte tra le meno impressionabili, e Mrs. Kerosene, che camminava nervosamente su e giù, impaziente di porre fine a questa attesa da incubo. E neanche poteva fumare!
L’ostetrica di tanto in tanto andava a rassicurarla sorridente, come già aveva fatto migliaia di volte con i neopapà in attesa, trovando le parole giuste da un apprendistato di quotidiana fatica: “Ha già pensato a come chiamarla? Andrà tutto bene, vedrà.”
E poi si sa, la solita scena: lei che spingeva e spingeva e qualcosa sarebbe dovuto uscire prima o poi da lì, tra urla che trapassavano le pareti e guadagnavano la libertà, “Dai così!” “Forza!”, mentre una testolina fece capolino aldiquà del muro. A vederla soffrire tanto la direttrice non disdegnò di accogliere un piccolo e recondito pensiero di approvazione per la nascita imminente. Le piaceva. Eccome se le piaceva. Le piaceva troppo. Tanto che a stento dovette trattenersi dal prendere quella testolina spelacchiata e tirare con tutte le sue forze, strappando via il bambino una volta per tutte con un grido erculeo e ventriloquo disumano!! Gettarlo via tra le braccia del medico, se ci teneva poi tanto. E poi? Solo io e te ora, oh si! a tu per tu, Lilith…te la sei inventata bella stavolta eh?! Pensavi di sfuggirmi eh?! Piccola puttanella….
Invece era tutto così lento. Lilith che soffriva così intensamente sulla sedia del supplizio...troppo intensamente. Nacque una complicazione. Una emorragia interna: “La stiamo perdendo!” gridò ad un tratto il dottore.
Fu allora che la direttrice sbiancò, presa dal panico. Cominciò a battere i pugni, dare ordini scomposti alle guardie, alle guardie, la vita che fugge, la morte, la vita, la morte: “ Presto! Presto! Allacciate i manicotti della sedia…mettetele il cappello d’acciaio.”
 “Ma…signora direttrice!!!” si ribellò il dotto Pock, facendo scudo col suo stesso corpo. “E va bene! Va bene!” sbottò lei, “Tenetevi tutte pronte!! Non prima che il bambino sia uscito e il cordone ombelicale sia stato tagliato. E’ chiaro?!” contrordinò immediatamente.
Ora camminava su e giù, a scatti, bestemmiando, ora si chinava tra le gambe di Lilith per controllare. Povera donna! Tutte queste responsabilità che erano dopotutto solo sue.
“Il battito è sempre più debole!” gridò ancora l’ostetrica, mentre il dottore si prodigava come poteva, nessuno aveva mai supposto che ci fossero tre, quattro paia di braccia sotto quel camice.
“Dai forza, esci! E esci una buona volta!!” gridava anche la direttrice, invasata, gesticolando come un vigile nell’ingorgo di mezzogiorno, “Ma quanto c…. di tempo ci mette ad uscire questo bambino?”, rivolgendosi stupita ora al dottore ora alle guardie, tirando camici e divise in una regressione infantile, camminava su e giù, perché sono così disobbedienti questi bambini inutili e idioti? Perché? Perché?!
“E’ una bambina!” esclamò il dottore in un sorriso. “E’ uscita tutta!!! ” gridò una delle due guardie, eccitata, dispensando eloquenti cenni.
Mrs. Kerosene si riaccese in un lampo di vergine perfidia. “Preparatevi ad allacciare le cinture!” gridò tutta sudata, di nuovo protesa sul bambino, col braccio alzato e tremante, pronta a segnare il via al taglio del cordone.
Pochi secondi di spasmodica attesa. Occhi puntati e gonfi come un chewing gum.
Ma non ce ne fu il tempo. Peccato. Nel medesimo istante in cui il cordone ombelicale fu tagliato, l’elettrocardiogramma divenne una placida e distesa pianura, come se la vita, fuggita sull’istante da lei, si fosse trasferita per intero in lui, nella bambina.
La direttrice rimase col braccio alzato, pietrificata come la Statua della Libertà.
La bambina, come avviene per le gazzelle o i cerbiatti, che si devono difendere dai grandi predatori, nacque già in grado di camminare e di dirigersi verso l’uscita.
Come l’acqua sbocca nell’oceano, accompagnata per mano (quella amputata) dalla guardia carceraria Rose, trovò la luce di un mare di fiaccole, persone in veglia di protesta contro l’esecuzione, nel quale poteva scegliere ad occhi chiusi un paio di genitori.
 
 
 
 
                                                                                                          Franco Sacchetti
 
 
Racconto pubblicato in prima versione col titolo “Da qualche parte negli Stati Uniti” sul volume “Una fine da stronzi”. Edizioni City Lights Italia, Firenze, 2002.
 

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