Esegesi di Padre Guido Bertagna

Padre Guido Bertagna alla presentazione del Rapporto sulla pena di morte nel mondo, luglio 2014, sede del Partito Radicale, Roma

12 Gennaio 2017 :

ESEGESI
di Padre Guido Bertagna

CAINO E ABELE. Vie possibili di una fraternità fragile

1Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo dal Signore». 2Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo. 3Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; 4anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore guardò Abele e la sua offerta, 5ma guardò meno Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. 6Il Signore disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo». 8Caino disse al fratello Abele[: «Andiamo in campagna!»]. Mentre erano in campagna, Caino si alzò contro il fratello Abele e lo uccise. 9Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». 10Riprese: «Che hai fatto? La voce dei sangui di tuo fratello grida a me dal suolo! 11Ora ti maledice quella terra che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12Quando lavorerai il campo, esso non ti consegnerà più la sua fertilità: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 15Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. 16Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden (Gen 4, 1-16).


1. Quando Abele nasce fa di Caino un fratello. Il fratello maggiore.
Non abbiamo reazioni dei genitori alla sua nascita. Silenzio. Di Caino invece si introduce l’esultanza di Eva, un grido di conquista e quasi di pienezza che chiama in causa Dio stesso: Ho acquistato un figlio con il Signore (Gen 4,1). Un annuncio di successo e di favore che verrà smentito dai fatti successivi e radicherà l’amarezza e il successivo risentimento sulle crepe della delusione di quelle premesse (e promesse).
Abele – hebel, l’alito, il soffio, l’evanescenza (questo, variamente, il significato del suo nome) – ha una grande forza. Forza di inerme, forza che viene dal semplice suo esistere: la forza di mettere l’altro in una situazione radicalmente diversa da prima, rendendolo fratello, il fratello maggiore. Il primo, ora, ma non (più) l’unico. Sì, sono un soffio i figli di Adamo […] insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio, dice il salmo 62. Scritto nel suo nome, Abele porta in dote questo soffio, questa fragilità: fragilità di uomini, fragilità del loro essere, insieme, fratelli. La fraternità nasce fragile. È un soffio, da custodire. Da costruire.
Se la coppia uomo-donna, infatti, è chiamata a diventare “uno”, dei fratelli si dice ripetutamente la diversità. Diversità di tempo e generazione: Caino nasce prima, Abele dopo. Di cultura: Abele è pastore, Caino è contadino. Di culto: Caino offre dei frutti, Abele offre le primizie del gregge. Di successo: Abele è guardato, Caino non è guardato.

2. Il diverso esito dell’accoglienza delle rispettive offerte incrina il fragilissimo rapporto tra fratelli. E sembra incrinare anche l’immagine di un Dio buono e giusto. Un’incrinatura che disturba, inquieta. Così si fruga nelle pieghe del testo, nella speranza di trovarvi una rassicurante spiegazione. Cercando conferma in una citazione di Pr 15,18: Il Signore aborrisce il sacrificio dei malvagi e accetta la supplica dei giusti, alcuni ricavano un (arbitrario) giudizio morale, duramente retributivo su Caino e sulla sua offerta: offre frutti della terra ma non il suo cuore. E poi, quei frutti sono deteriorati, i peggiori del raccolto. Secondo Giuseppe Flavio, Caino era un avaro. Per altri, in fondo, cercava solo il guadagno (citando un versetto del profeta Geremia: ha cuore e occhi solo per il denaro, per spargere dolore innocente, Ger 22,17). Gli orecchi sapienti del Targum Jonathan arrivano ad ascoltare una dotta discussione teologica tra i due in campagna, nella quale emerge l’incredulità di Caino, la sua sfiducia totale in Dio e nella bontà del mondo e della vita. C’è addirittura un difetto gravissimo fin dall’inizio per Rav Eliezar: Eva ebbe Caino da una relazione col serpente, invece Abele nacque da Adamo. Tra gli studiosi recenti, Klaus Westermann è quello che più esplicitamente capovolge le parti: la colpa è solo di Dio e assolve Caino. Caino: un onesto contadino che reagisce con violenza alla disperazione di fronte a un’ingiustizia che non (si) riesce a spiegare.

3. Forse è meglio leggere il guardò/non guardò in termini di preferenza, comparazione, espressa per negazione e affermazione. Forse una preferenza di Dio per il minore, per lo svantaggiato, come per altri grandi protagonisti del racconto biblico, tutti confrontati con i loro rispettivi fratelli: Giacobbe, Giuseppe, Davide, per citarne alcuni. Fa parte dello stile di Dio, vi si riconosce l’impronta delle sue dita. Qui è poi riconoscibile la sua libertà, quella che fonda la fraternità e la varietà buona tra le persone e si esprime anche nella pluralità e nella differenza dei destini. Certamente, lo sguardo di Dio su Abele dà fondamento e spessore alla sua vita. Gli offre la consistenza che il suo nome non ha, anzitutto agli occhi di Caino. In un certo senso, lo presenta e lo accredita nel suo diritto all’esistenza.

4. Ma per Caino è insopportabile questa differenza. Cammina con la “faccia caduta”, a testa bassa, come vedesse solo la sua sconfitta. Nient’altro gli è più intorno. Offeso anche in quanto primogenito? Forse. Ma è come se questa situazione fosse diventata specchio del lato oscuro della vita, fatta di contraddizioni, ombre, disarmonie, conti che ostinatamente non tornano e non ne vogliono sapere di tornare. Caino appare tutto preso dal suo desiderio frustrato, una bramosia che ha invaso tutto lo spazio, fino a voler cancellare la differenza rappresentata dall’altro.
Dio lo invita premurosamente a rientrare in se stesso. Gli dedica tutta l’attenzione di un padre. Nella sua preoccupazione e nei suoi pensieri è davvero primogenito. Sembra di ascoltare “in anticipo” tanti versetti dei Proverbi che iniziano con l’invito Ascolta, figlio mio… (per esempio, Pr 23, 19.22.25). Dio è qui un padre teso a salvare la vita e il futuro dei suoi figli. Richiama a un’esigenza di lucidità, chiede una presa di distanza dal proprio mondo affettivo, dalla prigione del proprio desiderio assolutizzato. Dio agisce come farà con il profeta Giona, anche lui invaso dalla collera e dall’amarezza: Ti irriti a ragione?, gli chiederà nel tentativo di trovare un varco nello sbarramento della sua rabbia (Gn 4,4.9).
Se agisci bene puoi alzare il volto: puoi tornare sereno, riconquistare il tuo sguardo di uomo. Altrimenti guardi a terra, come gli animali. Il peccato, infatti, è identificato proprio come un animale feroce e aggressivo. Come gli animali mitici alle porte dei templi assiri, rampanti, minacciosi. Tu puoi dominare questo male, fuggirlo e metterlo in fuga: Come alla vista del serpente, fuggi il peccato, se ti avvicini ti morderà. Denti di leone sono i suoi denti, capaci di distruggere vite umane, ricorda Ben Sira (Sir 21,2). La belva sta alla porta, nel delicato passaggio tra interno e esterno, tra la realtà del mondo e del proprio vissuto, tra sentire e reagire: punto critico e snodo vitale della persona umana. Il peccato ti brama, intende conquistarti: a sottolinearne la forza e la determinazione, in Gen 3,16 l’Autore definisce con la stessa parola il desiderio sessuale della donna per l’uomo, la sua brama di possesso, quasi di identificazione. Il richiamo di Dio a Caino punta tutto sulla possibilità di essere signore del proprio sentire, di saper riconoscere le voci che lo abitano, distinguerle, dare un nome al proprio “parlamento” interiore (prendo a prestito l’espressione dal ricchissimo studio di A. Ceretti, L. Natali, Cosmologie violente. Percorsi di vite criminali, Milano 2009). Diversamente, esiste solo la signoria di una violenza che ingravida il cuore, genera morte e, distruggendo la vita della vittima, distrugge anche quella del suo assassino: ecco ha concepito un crimine, è pregno di malvagità, partorisce menzogna. Concepisce malizia e partorisce sventura, porta in ventre l’inganno, dice lucidamente la sapienza biblica (Sl 7, 15 //Gb 15,35).

5. Ma Caino non ascolta più. Non accetta l’invito di Dio, “porta in ventre l’inganno”.
Andiamo in campagna, è scritto nella versione italiana (riprendendo la Vulgata latina e la traduzione detta dei LXX). Ricostruzione congetturale: manca questa frase nel testo ebraico. Dopo E disse Caino al fratello Abele c’è un vuoto. Non ci sono neanche i puntini di sospensione. C’è solo l’abisso di un silenzio davanti a cui si trattiene il fiato. Quel vuoto è riempito dal sangue. La violenza del crimine appare allora qui come il sostituto simbolico del dialogo divenuto impossibile. Caino non riesce a parlare ad Abele, proprio come i fratelli non riescono a parlare a Giuseppe (Gen 37,4). Riuscire a rivolgere la parola avrebbe forse permesso di trovare vie di umanità, di dare un nome ai vissuti che Caino portava dentro soffrendoli con tormento. Abele è assassinato “in campagna”, senza testimoni. Il male si nasconde agli occhi degli altri. “Campagna”: meglio forse tradurre “terreno brullo, arido”. Commenta S. Ambrogio: “Che vuol dire “andiamo nei campi”, se non che sceglie per il fratricidio un luogo dove non si genera? Infatti, dove sta per uccidere il fratello, se non dove mancano i frutti? Non dice: Andiamo nel Paradiso, dove fioriscono i meli. I fratricidi mostrano che non raccolgono frutto dal loro crimine, che non rimane frutto in loro. Rifuggono dai buoni ambienti: il ladro fugge dal giorno come da un testimone d’accusa, l’adultero si vergogna della luce, il fratricida rifugge dalla fecondità (Ambrogio, De Cain et Abel).
Ogni omicidio, infine, è fratricidio. E ogni violenza - anche quella degli “inizi” - ha una storia. Profonda, tutta giocata in dialogo nel proprio intimo. Chiede del tempo e la violenza finale è sostituto tragico di un dialogo e una relazione diventati impossibili, insostenibili. Il male “anche quando viene esercitato nella forma di una violenza, non ricalca il modello di un gesto meccanico che si impone dall’alto verso il basso ai margini della simbolizzazione: avviene invece in ascolto della conversazione interiore […] In tal senso “fare il male” assume […] una dimensione relazionale” (A. Ceretti, L. Natali, cit., 381). È proprio il fallimento del dialogo il dramma degli “inizi” nel cammino biblico. Bisogna attendere Abramo per trovare un uomo che cerchi e sostenga il dialogo con Dio. Fallito il dialogo nella Creazione (Adamo si nasconde appena sente i passi del Creatore), infatti, fallisce anche quello nella coppia (i due non si parlano mai, Adamo parla di Eva ma non a lei. La breve armonia tra loro si rompe dopo il peccato, quando si scaricano la colpa uno sull’altra). Naufraga quello tra fratelli e annuncia, all’orizzonte, il fallimento del dialogo interno alla comunità degli uomini (espresso nel progetto di dominio della Torre di Babele, Gen 11).

6. Dio con Caino, prima del delitto, è nel suo ruolo di padre; dopo il delitto dovrebbe entrare nel racconto in veste di giudice. Ma non può svestire i panni del padre: Dov’è Abele tuo fratello? è l’eco del dove sei? chiesto ad Adamo nel Giardino: è la domanda che sostiene la presa di coscienza e di responsabilità. Nello stesso tempo, non vuole lasciare solo l’uomo nella difficile risposta. Vuole comunque “alzare il suo volto”.
Caino, differente in questo da Adamo nel Giardino, non si sottrae allo sguardo di Dio. Risponde rimandando una domanda che contiene una menzogna - non so - e una rinuncia - Sono forse io il custode di mio fratello?: la ricusazione formale ad essere custode, cioè a prendersi cura di lui. Indirettamente, è anche una rabbiosa, disperata, controaccusa: avresti dovuto pensarci tu, no? Non sei tu che ci hai fatti? E dov’eri mentre le cose precipitavano? Perché non mi hai fermato la mano?
La seconda domanda di Dio - che hai fatto? - rimanda a Caino l’appello pressante alla consapevolezza: la prova del sangue riguarda prima l’ascolto che la vista. È la voce del sangue che fa sentire il grido. Anzi: la voce dei sangui: al plurale. Non solo la persona uccisa ma tutte le generazioni che da lui non arriveranno più, le relazioni spezzate, la vita (di tanti) impedita: la linea di Abele è interrotta anche dopo di lui.
La condanna in certo senso mitiga le conseguenze dell’omicidio commutando in esilio la pena di morte prevista dalla legge del talione: Chi sparge il sangue dell’uomo/dall’uomo il suo sangue sarà sparso/poiché a immagine di Dio/Egli ha fatto l’uomo, si legge in Gen 9,6). Se Dio agisse soltanto come giudice dovrebbe applicare la sanzione prevista ma, come si comprende dal suo ripetuto tentativo di parlare con Caino, Dio desidera salvare Caino, come un padre il figlio, accompagnarlo nella presa di coscienza delle inevitabili ripercussioni dolorose del suo gesto senza lasciarlo solo sull’abisso della colpa.
Più che una sentenza le parole di Dio rivelano, infatti, la triste presa d’atto di ciò che è accaduto. In un tragico effetto-domino, tutta la Creazione è coinvolta nel gesto di male: come se Caino, il contadino, avesse compiuto una semina fatale e avesse depositato un seme di maledizione nell’ ‘adama, nella terra: Il suolo non ti darà la sua forza…, il sostegno: proprio a te, che hai tolto la vita di tuo fratello, ora è tolta la forza che ti nutre, che ti tiene in vita. La terra subisce e, insieme, assume parte attiva nelle conseguenze e nella condanna rifiutando la sua forza vitale. Chi semina ingiustizia raccoglie la miseria, sigilla la Sapienza d’Israele (Pr 22, 8). È la fine della fecondità.
Caino sarà errante, vagabondo. Smarrito in se stesso, anzitutto. Dopo aver ucciso il nomade pastore, il contadino è condannato lui a essere nomade. La sua situazione di intima precarietà si esprime in una sorta di moto inquieto e perpetuo, in una perenne lontananza dalla propria terra. Come chi vacilla e vaga, nell’efficace traduzione di Erri De Luca, come un ubriaco che barcolla.

7. Caino comprende la propria responsabilità, la propria colpa (espressa nel sostantivo ‘awon, colpa o castigo, e nel verbo nasa’, sopportare o perdonare). Anche qui diverse traduzioni possibili:
- La mia colpa è troppo grave per sopportarla
- La mia colpa è troppo grave per essere perdonata
- La mia responsabilità mi opprime (= è peso insopportabile)
- Il mio castigo è troppo grave per tollerarlo
- La mia ribellione è tanto grave che non posso sopportarla, ma tu hai potere di perdonarla.

In ogni caso, che Caino esprima la sua incapacità di portare un peso troppo grande o disperi anche del perdono di Dio, resta la sua consapevolezza di una gravità che lo espone alla vendetta di chiunque: dovrà nascondersi dagli altri e anche da Dio (sapendo in questo caso che è impossibile, come è esperienza condivisa in Israele: Am 9,3; Gb 13, 20; Sl 139, 7-12)? Sembra così un’esecuzione differita crudelmente facendola pesare senza sosta sulla sua coscienza: Il malvagio fugge anche se non lo inseguono (Pr 28,1).
Quanto a Dio: Caino, come ognuno di noi forse, dovrà imparare che lo sguardo di Dio, la sua presenza, non è persecutoria né punitiva. È premura, è amore ferito ma ostinato.
Quanto a tutti gli altri: Chiunque uccide Caino pagherà moltiplicato per sette: uccidere chiunque, anche un omicida come Caino, scatena la spirale della violenza. Dio riserva a sé la custodia della vita. Di tutti, a cominciare proprio da Caino. Nessuno, per nessuna ragione, può disporre della vita di un altro.
Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato: il “segno”, enigma da capire. Forse, da ora, è iscritta per sempre nella vita e nel corpo stesso di Caino la minaccia della ritorsione. La violenza genera violenza, in un dinamismo “mimetico” inarrestabile. La vita degli uomini è costretta a regolarsi sulla paura che ci fa vivere vicini ma a debita distanza gli uni dagli altri: è la vita nelle nostre città di cui, significativamente, Caino è primo fondatore. Si vive guardandosi alle spalle. Preparando la guerra, se si vuole stare in pace.
Ma il “segno” è anche memoria di un’appartenenza, di un’immagine profonda e di una somiglianza a Lui dalla quale Dio Creatore, per primo, non si ritrae. Anzi, torna a invitare l’uomo a essere fedele a quell’immagine e somiglianza che porta indelebilmente impressa (Gen 1,26) e, per questo, ad essere signore sulle bestie (immagine della violenza) che lo minacciano (Gen 1,27-28).
Lontano, nel paese di Nod: cioè, in “vagaterra”: il contadino è rimasto senza radici, senza fondo, e porta in giro il marchio del suo crimine. Lontano da Dio porta il marchio di Dio.

8. Intervenendo come voce dei sangui di Abele e totalmente identificato con la vita strappata alla vittima, unica voce possibile del debole eliminato, Dio è, allo stesso tempo, totalmente identificato nella cura di Caino, nella necessaria custodia della sua vita, una vita che dovrà riguadagnare l’umanità, che non potrà più essere scevra dalla consapevolezza del delitto commesso, nella continua e crescente elaborazione della sua colpa. Noi facciamo fatica a immaginare (e a vivere) questa capacità di stare contemporaneamente vicini a entrambi: o si è da una parte o si è dall’altra. Dio fa qualcosa di paradossale (solo l’amore, forte e lucido, può sostenere paradossi come questo): per essere pienamente in ascolto di Abele interroga anche Caino e per fare piena giustizia dei sangui di Abele si prende cura di Caino e della sua discendenza. Guardando a Dio, tornando ad alzare verso di Lui lo sguardo, Caino potrà reincontrare il volto di Abele, ascoltare quella voce muta, senza più sottrarsi alle sue responsabilità. Ma l’incontro con quel volto, denudato dal dolore che ha attraversato, gli permetterà di scoprirlo in modo nuovo: un volto divenuto finalmente simile al suo, che non lo inchioderà a un fatto passato ma, in un reciproco riconoscimento incondizionato, saprà dischiudergli un dopo da vivere.

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Questi appunti devono molto al lavoro esegetico di biblisti come L. Alonso Schokel, Dov’è tuo fratello? Brescia, 1987; A. Wenin, Giuseppe o l’invenzione della fratellanza. Lettura narrativa e antropologica della Genesi, Bologna 2007; P. Bovati, Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti (Analecta Biblica 110), PIB, Roma 1986; E. Bianchi, Adamo, dove sei? Magnano 1994; G. Ravasi, Il libro della Genesi (1-11), Roma 1990.