30 Maggio 2026 :
Giuseppe Culicchia su l’Unità del 30 maggio 2026
Io lavoro con le parole: il mio bizzarro mestiere è scrivere. Ho cominciato a scrivere perché dovevo raccontare una storia in particolare, quella di Walter Alasia, mio cugino, ucciso il 15 dicembre 1976, mezzo secolo fa, a Sesto San Giovanni, dopo che aveva ucciso due persone: il maresciallo dei carabinieri Sergio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani. Walter apparteneva alle Brigate Rosse ed è stata la persona più cara durante l’infanzia: era più di un cugino, più di un fratello, era la persona che ho amato di più da bambino.
Quel giorno, tornando a casa da scuola, ho trovato la mia famiglia in lacrime. In TV c’era Walter, raccontato come un mostro. E io, anche se non sapevo cosa avrei fatto nella vita, mi sono detto che un giorno avrei cercato di raccontare chi era davvero, perché c’era un Walter prima di quel 15 dicembre: un ragazzo molto generoso, molto affettuoso. Per tutta la vita ho cercato le parole per dire anche del dolore che ha schiantato delle vite, a cominciare da quella di sua madre, mia zia Ada, morta di crepacuore otto anni dopo l’uccisione del figlio. E naturalmente le vite delle persone che le azioni di Walter hanno ferito in modo irreparabile. Walter ha fatto due vedove, ha fatto degli orfani.
Uno di questi è Giorgio Bazzega, che oggi si occupa di giustizia riparativa. Da quando ho cominciato a scrivere, la cosa più importante è stata incontrare proprio Giorgio Bazzega, che aveva letto il libro in cui raccontavo la storia di Walter, il ragazzo che aveva ucciso suo padre quando lui aveva due anni. Incontrarlo è stato totalmente inaspettato, perché noi piangevamo Walter e ci rendevamo conto di ciò che aveva fatto, pensavamo alle famiglie che aveva distrutto.
Grazie a questo percorso ho potuto vedere con i miei occhi, per esempio, Agnese Moro abbracciare Franco Bonisoli, uno dei brigatisti che parteciparono all’agguato di via Fani, che rapirono suo padre. E ho potuto rendermi conto che esiste la possibilità di mettersi di fronte persone che, da un lato, hanno provocato una ferita e, dall’altro, l’hanno subita, e che tuttavia riescono a riconoscere l’umanità l’una nell’altra. I mostri non esistono: esistono persone che, a volte, compiono atti mostruosi, che possono causare molto dolore.
Ricostruendo la storia di Walter, a partire dai miei ricordi personali e da ciò che ho trovato in biblioteca su quegli anni, mi sono chiesto: Perché Walter entra nelle Brigate Rosse? Perché prima delle Brigate Rosse c’è Lotta Continua? Perché prima di Lotta Continua c’è sua madre che viene messa in un reparto punitivo alla Falck di Sesto San Giovanni perché ha partecipato agli scioperi? Ho cercato di comprendere come un ragazzo di vent’anni si ritrovi una pistola in mano, una mattina di dicembre, e decida di usarla. E di comprendere anche che, se avesse saputo chi aveva davanti, magari non l’avrebbe fatto. Il padre di Giorgio Bazzega era un poliziotto democratico che pochi mesi prima di morire aveva scritto una lettera all’Unità contro la legge Reale, mentre Vittorio Padovani era stato rastrellato da ragazzo dai tedeschi e si era salvato perché aveva fatto il liceo classico, come l’ufficiale che l’aveva interrogato, e che per questo lo aveva rilasciato. Se Walt er, che aveva avuto un padre deportato a Mauthausen, avesse saputo questo di Vittorio Padovani, l’avrebbe ucciso? Non credo. Se avesse saputo che Sergio Bazzega aveva scritto quella lettera all’Unità, l’avrebbe ucciso? Non credo.
Mi sono poi imbattuto in un’altra storia che dovevo raccontare: la storia di Sergio Ramelli. In quel caso non c’erano legami di sangue, ma Sergio era un ragazzo di 18 anni ucciso per aver scritto un tema in classe. Anche nel suo caso c’è stata una famiglia distrutta, perché, come la mamma di Walter è morta di crepacuore otto anni dopo la morte del figlio, anche il padre di Sergio, Mario Ramelli, è morto quattro anni dopo la morte del figlio.
Ho compreso perfettamente quale potesse essere quel dolore, un dolore che ancora oggi sembra non avere pieno diritto di cittadinanza. Dopo il libro su Walter mi è stato detto che non dovevo raccontare la storia di un brigatista; dopo il libro su Sergio mi è stato detto che non dovevo raccontare la storia di un fascista. In Val di Susa, durante una presentazione, mi sono trovato davanti un centinaio di contestatori con uno striscione su cui era scritto: “Fascio morto concime per l’orto”, e per la prima volta sono stato scortato dalla Digos dopo aver presentato un mio libro.
Questo dà la misura di quanto il giudizio sia facile: ciascuno si sente autorizzato a esprimere giudizi netti, duri, senza possibilità di appello. Da questo punto di vista, i cosiddetti social hanno fatto danni inenarrabili. Ed è sconvolgente constatare che, a distanza di cinquant’anni da quei fatti, con tutto il tempo che teoricamente avremmo avuto per elaborare, in realtà questa elaborazione non c’è ancora stata.








