IL GIUDIZIO È VIOLENZA, QUANDO QUALCUNO FINISCE IN PRIGIONE CHIEDIAMOCI PERCHÉ

28 Marzo 2026 :

Roberto Rampi su l’Unità del 28 marzo 2026

Di fronte alla condizione drammatica delle carceri continuiamo, giustamente, a impegnarci per provare a ridurre il danno.
Io, da poco più di un anno, oltre al mio impegno con Nessuno tocchi Caino, svolgo il ruolo di garante dei detenuti per il Comune di Monza. È un ruolo volontario, gratuito, che mi permette ogni giorno di avere a che fare con il carcere e con le sue necessità, in particolare quelle legate alla cura, alla salute, al lavoro. Però un’associazione come la nostra deve avere una visione.
Il titolo del Congresso e dell’ultimo libro di Nessuno tocchi Caino, “Non giudicare!”, è visionario e – spero - profetico. E riguarda una domanda cruciale: se non esista, nello stesso momento del giudizio, nello stesso atto del giudicare, già l’inizio della violenza. Nel momento in cui ci poniamo nella posizione di giudicare, abbiamo già iniziato a compiere una violenza. E credo sia impossibile che tutto ciò che deriva dal giudizio possa avere una forma nonviolenta, che è invece una delle parole chiave che ci siamo dati come associazione, anzi, un suo connotato costitutivo.
Questo non significa giustificare, non significa negare che le azioni abbiano conseguenze, anche drammatiche. Significa però fare uno sforzo di comprensione: capire le ragioni per cui una persona ha compiuto certe azioni, comprenderne il contesto, la condizione, l’effettiva libertà o meno delle sue scelte. Parliamo di responsabilità individuale, ma troppo spesso non ci domandiamo quanta libertà reale vi fosse nel compiere quell’atto che poi comporta una punizione individuale. Davvero quella persona era nelle condizioni di comportarsi diversamente? Davvero non era costretta dal contesto, dagli eventi, dalle occasioni che la vita le ha dato o non le ha dato?
Uso consapevolmente la parola “costretta”: in molte situazioni, teoricamente sì, ma concretamente no, non c’era nessun’altra possibilità.
E non solo: la società, pur accorgendosene, non è intervenuta per tempo. Dov’è la prevenzione? Dove sono le azioni, gli investimenti sulla prevenzione? Discutiamo molto di sovraffollamento e di nuovi posti, ma ci domandiamo abbastanza quante di quelle persone non sarebbero mai entrate in carcere se avessimo investito prima in benessere sociale, in condizioni di agio, nella riduzione delle cause che portano a certi atti?
L’anno che è passato è iniziato e si è concluso con il gesto straordinario di Papa Francesco che apre la Porta Santa del Giubileo nel carcere. Decide di aprirne una sola volta all’uomo, e la apre lì. Perché il carcere è il luogo in cui si misura l’essenza dell’umanità. Come in matematica si studiano i limiti, così, arrivando al limite della condizione umana – nella privazione della libertà, nella pena – si misura l’umanità. E chi frequenta il carcere sa quanta umanità emerga proprio lì, nella disperazione. Dov’è che la speranza manca di più, e dove più faticosamente va portata, se non nel carcere? Papa Francesco lo ha testimoniato fino all’ultimo. L’ultimo gesto pubblico è stato ancora una volta in carcere, e lì le sue ultime parole sono state: “Ogni volta che entro qui dentro mi chiedo perché loro e non io”. In quelle parole c’è tutto: ognuno di noi potrebbe trovarsi lì, se le condizioni della vita fossero state diverse. Ed è incredibile che, nell’anno giubilare, con un messaggio così chiaro, la politica italiana non sia riuscita nemmeno ad aprire una discussione parlamentare su un atto di clemenza. Almeno discuterlo, almeno votarlo.
Concludo con un’ultima riflessione sull’arte e sulla cultura. Il teatro è forse il luogo in cui il “non giudicare” prende forma: perché nel teatro una persona può essere, per un tempo, un’altra persona. E questo vale anche per lo spettatore, che può vivere esperienze che non ha mai vissuto, comprendere condizioni che altrimenti giudicherebbe. Mai come nel carcere si misura quanto l’assenza di cultura sia una trappola e quanto, invece, l’incontro con la cultura sia uno strumento di liberazione. Quanto i detenuti riescano a liberarsi anche quando lo Stato non fa il suo dovere e non li libera. E dico non fa il suo dovere perché dovrebbe attenersi semplicemente alle leggi.
In tutti i luoghi pubblici d’Italia c’è un numero massimo di capienza. Se in un teatro portiamo più persone di quelle previste, arriva qualcuno, ci multa, ci fa chiudere. Lo Stato che sancisce come reato la violazione del superamento del limite, invece, nel luogo dove dovrebbe insegnare alle persone il rispetto delle regole, è il primo a violarle, superando sistematicamente la capienza massima delle carceri, senza che accada nulla. E, quindi, insegna l’impunità, insegna l’impunità dello Stato rispetto alla punizione invece del detenuto.
È l’arbitrio del potere contro lo Stato di diritto, che prevede qualcos’altro, che le regole valgono per tutti e che la prima cosa che dobbiamo fare è non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto te. È questo l’imperativo, come ci ha insegnato Immanuel Kant, in fondo riprendendo un messaggio evangelico. Ecco, dov’è lo Stato italiano e dov’è il suo imperativo categorico, dov’è il suo comportamento morale? Del tutto assente. Questa è la condizione che va superata. Ma partiamo dall’idea che “non giudicare” sia il punto di principio.

 

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