21 Aprile 2026 :
20/04/2026 - IRAN. Perché ogni esecuzione di un Mojahedin avvicina la fine del regime
Segna il crollo della strategia del regime che vorrebbe cancellare la Resistenza iraniana
Le esecuzioni del comandante Hamed Validi e di Mohammad (Nima) Massoum Shahi segnano una svolta cruciale nella guerra di lunga data del regime iraniano contro la sua opposizione organizzata. Mentre la dittatura clericale tenta di proiettare un’immagine di controllo assoluto, questi omicidi giudiziari rappresentano un profondo fallimento strategico. Per decenni, l’establishment al potere ha investito miliardi di dollari in un sofisticato apparato di repressione e disinformazione. Questo apparato non operava semplicemente all’interno dei confini iraniani; utilizzava attivamente una rete di giornalisti compiacenti e voci prestanome all’interno dei principali media stranieri e dei think tank internazionali per manipolare la percezione globale. L’obiettivo era quello di dipingere il regime come stabile, politicamente riformabile e militarmente invincibile, descrivendo al contempo il suo più feroce oppositore, l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI), come un gruppo marginale privo di sostegno interno. // Dal 2015, questa campagna di manipolazione narrativa si è intensificata. Rendendosi conto che la crescita delle unità di resistenza interne non poteva più essere ignorata, il regime è passato da una politica di censura totale a una di demonizzazione attiva. Ha inondato le onde radio e le pubblicazioni internazionali con etichette di “terrorismo” e comportamenti “settari”, nel disperato tentativo di convincere sia l’opinione pubblica iraniana che il mondo occidentale che il PMOI fosse privo di una base legittima. Tuttavia, la recente ondata di esecuzioni ha di fatto smantellato questa facciata da miliardi di dollari. Un regime non ricorre al patibolo per un gruppo irrilevante, né giustizia individui che non hanno alcuna presenza all’interno della propria società. // Gli individui recentemente martirizzati – tra cui il comandante Hamed Validi, un ingegnere civile di 45 anni, e Nima Shahi, un tecnico di 38 anni – illustrano la natura profondamente radicata della Resistenza. Non si trattava di figure marginali; erano professionisti con un futuro brillante e competenze specialistiche, arrestati a Teheran e sottoposti a gravi torture prima di affrontare una farsa giudiziaria. Se si considerano gli altri sei membri del PMOI recentemente giustiziati – Mohammad Taghavi, Akbar Daneshvarkar, Babak Alipour, Pouya Ghobadi, Abolhassan Montazar e Vahid Bani Amerian – emerge un chiaro schema che contraddice ogni argomento del regime. Queste otto persone rappresentavano uno spaccato della società iraniana, abbracciando diverse fasce d’età, classi sociali e background professionali. I loro diversi percorsi verso la resistenza dimostrano che la portata del PMOI si estende a ogni strato della popolazione, dai settori tecnici alla classe media istruita. // Questa realtà impone una serie di domande scomode alla macchina propagandistica del regime e ai suoi rappresentanti internazionali. Perché un ingegnere civile di successo e altamente istruito come Hamed Validi dovrebbe scegliere un percorso così estremamente rischioso? Perché giovani iraniani con carriere promettenti e famiglie dovrebbero sacrificare tutto per unirsi alle Unità di Resistenza? Che cosa c’è nel messaggio della resistenza organizzata che risuona allo stesso modo in un tecnico di Karaj e in un attivista esperto di Teheran? Queste domande smontano l’affermazione del regime secondo cui si tratterebbe di «spionaggio sostenuto dall’estero» e rivelano che le vittime sono dissidenti autoctoni motivati da un autentico desiderio di libertà e dignità nazionale. // Tornando all’eliminazione fisica dei detenuti politici, il regime ha segnalato che i suoi sforzi per screditare il PMOI attraverso la diffamazione sono falliti. Ogni corda utilizzata nella Prigione Centrale di Karaj costituisce una triste ammissione del fatto che il popolo iraniano non si è lasciato ingannare dalle narrazioni sponsorizzate dallo Stato o dagli articoli pubblicati sui media occidentali da commentatori “amici”. Anziché soffocare la rivolta, queste esecuzioni fungono da catalizzatore per un ulteriore dissenso. L’osservatore casuale e il vicino in lutto non possono fare a meno di chiedersi quale verità questi martiri avessero a cuore al punto che lo Stato si sia sentito in dovere di ucciderli. Nel suo disperato tentativo di restare a galla, il regime è riuscito solo a dimostrare che proprio l’organizzazione che sosteneva fosse morta è, in realtà, la minaccia più potente alla sua sopravvivenza. Il sangue di questi professionisti e attivisti non rappresenta un punto di arrivo, ma un ponte verso un futuro in cui il muro costruito sulla paura e sulle menzogne crolli finalmente.











