02 Aprile 2026 :
Intervista di Nadia Boffa a Sergio D’Elia pubblicata su Huffingtonpost.it il 1° aprile 2026
“Israele sta tradendo la sua natura. Con l’attuale governo rischia di passare dallo Stato di diritto, che punisce i reati, a uno Stato etnico che usa la morte come vendetta contro il nemico giurato, i palestinesi. È il diritto penale del nemico, un salto all’indietro verso una giustizia arcaica”. Sergio D’Elia è il segretario di Nessuno Tocchi Caino. In questa intervista con Huffington post analizza la legge sulla pena di morte approvata sdalla Knesset e spiega perché l'illusione della sicurezza nazionale sta spingendo il Paese verso un modello autoritario. Dalla crisi del sistema israeliano, lo sguardo di D’Elia si allarga allo scenario globale. Ha parlato del ritorno della pena di morte federale negli Stati Uniti di Donald Trump, il raddoppio delle esecuzioni in Iran e Arabia Saudita e il silenzio dei dati in Cina.
Domanda: Sergio D’Elia, avete scritto che “l’unico parlamento pluralista e democratico in una terra senza parlamenti degni di questo nome ha votato la reintroduzione della pena capitale”.
Risposta: Israele ha applicato la pena di morte una sola volta nella sua storia, nel 1962, con il gerarca nazista Adolf Eichmann. Già allora Hannah Arendt scrisse che quel castigo era anacronistico, perché era passato troppo tempo dal delitto. Dopodiché finì la storia dello “Stato Caino” nella terra di Gesù, l’uomo delle buone novelle. Oggi, dopo sessant’anni, Israele ritorna al suo passato errore. È un oltraggio alla democrazia israeliana, l’unico parlamento pluralista in una terra senza parlamenti degni di questo nome. In Israele l’idea della Nemesi, della vendetta, ha preso il sopravvento sulle idee di giustizia e di libertà. Israele potrebbe diventare uno “Stato Caino”, non lo è ancora diventato perché essendo una democrazia c’è ancora una Corte Suprema che potrebbe intervenire e bloccare la legge. Confido nella Corte Suprema, che possa riportare il Paese nel solco dello Stato di diritto.
Domanda: È una legge che, per come è stata strutturata, finirà per colpire quasi esclusivamente i terroristi palestinesi. Si distingue la pena in base all’etnia?
Risposta: Siamo al superamento dello Stato etico, verso lo Stato etnico-religioso. Lo Stato etico è quello che stabilisce ciò che è bene e ciò che è male rispetto al comportamento dei propri cittadini. Lo Stato etnico-religioso va oltre, stabilisce che il bene è il cittadino ebreo e il male è il palestinese musulmano. Caino non è più il fratello ebreo di Abele, è il fratello musulmano che ha ucciso l’ebreo. È un passo all’indietro che oltrepassa la dimensione già arcaica dello Stato etico.
Domanda: Elie Wiesel sosteneva che la missione del popolo ebraico dopo la Shoah fosse quella di “santificare la vita”, mentre ora si è passati a una sorta di “sacralizzazione della vendetta”.
Risposta: Sono d’accordo con questa analisi. Le vittime del terrorismo anti-israeliano e antisemita vanno onorate della verità di ciò che è accaduto, non della vendetta. Credo che l’uso di una violenza uguale a quella subita sia un oltraggio alle vittime stesse. È una scelta forse ancora più grave se a compierla è uno Stato. La differenza profonda sta proprio qui. Uno Stato di diritto è tale solo se ha la forza di essere, di fronte al male assoluto, uno stato di vita e non uno stato di morte. Le vittime del 7 ottobre meritano la giustizia della verità, non il rito del cappio, che è un potere autodistruttivo per Israele.
Domanda: L’estrema destra israeliana presenta la pena di morte come uno strumento di sicurezza necessaria. Lei invece la definisce una scelta “autodistruttiva”. Perché?
Risposta: Il potere dell’occhio per occhio che si affida al cappio è un potere alla fine autodistruttivo, illusorio e impotente. È autodistruttivo perché lo Stato, adottando i metodi del suo nemico, finisce per delegittimare se stesso e la propria superiorità morale. Lo ha ammesso la stessa intelligenza israeliana. Diversi ex capi dello Shin Bet e del Mossad hanno avvertito che questa legge non fermerà il terrorismo, anzi, lo alimenterà. Creerà nuovi martiri, diventerà un formidabile strumento di propaganda per chi vuole distruggere Israele. La democrazia si misura nelle situazioni al limite, si misura di fronte all’intollerabile. Il terrorismo supera il limite dell’umana tolleranza, ma è proprio questo il momento di essere umani. Poi c’è un peccato originale, devo dire.
Domanda: Ci spieghi meglio.
Risposta: È l’illusione di poter garantire la sicurezza chiudendosi nei limiti angusti dei confini nazionali. Il mito della sovranità assoluta si infrange contro una realtà che nega i valori della convivenza civile. Marco Pannella sosteneva che, proprio per la sua sicurezza, Israele dovesse superare l’isolamento ed entrare nell’Unione Europea. Solo in una dimensione così ampia la difesa diventa duratura, perché fondata su mezzi che non tradiscono i fini. La sicurezza e l’ordine non possono essere assicurati da strumenti che ne negano i presupposti morali. Quando si è accerchiati, la soluzione è aprire, non arroccarsi.
Domanda: Negli Stati Uniti, Donald Trump ha ufficialmente ripristinato la pena di morte federale. Il presidente Usa si muove lungo lo stesso solco del governo israeliano.
Risposta: Negli Stati Uniti è aumentato il numero di esecuzioni. Il paradigma è esattamente lo stesso, l’illusione che la sicurezza di un Paese si regga sulla forza del cappio e sulla capacità dello Stato di eliminare fisicamente il male. Trump è ritornato all’arcaico modello “Bibbia e Fucile”, amministrando la giustizia secondo la logica elementare dell’occhio per occhio. Non si è limitato a ripristinare le esecuzioni federali, che erano state sospese da Joe Biden. Ha cercato una vera e propria ritorsione politica contro i graziati di Biden, chiedendo che chi aveva ottenuto la commutazione della pena torni nel braccio della morte o venga confinato in isolamento totale in Colorado.
Domanda: I dati del 2025 mostrano un aumento delle esecuzioni in Arabia Saudita. Qual è la reale situazione nel Paese?
Risposta: È veramente inspiegabile, perché la visione “rinascimentale” del principe Mohammed Bin Salman, per certi aspetti, ha portato aperture reali. Le donne ora possono guidare la macchina, hanno accesso agli stadi. Lui ha rotto rispetto a una clausura monacale e aveva persino promesso una riduzione della pena di morte per i reati non strettamente connessi alla Sharia. C’è stata una piccola moratoria sui reati di droga, che costituivano il 60-70% delle decapitazioni in Arabia Saudita. Ma ultimamente le esecuzioni sono riprese massicce, soprattutto per droga e per terrorismo, non solo per omicidio. Bin Salman sta facendo molto, ha persino tolto dalle strade la polizia religiosa, ma lì ci sono secoli di un retaggio che è diventato non solo religioso, ma culturale. Non è che un illuminato rinascimentale possa cambiare le cose dall’oggi al domani. È un processo molto lento.
Domanda: L’Iran è il Paese che, in rapporto alla popolazione, esegue il maggior numero di condanne a morte al mondo.
Risposta: Quest'anno, oltre alla repressione delle proteste nate dopo il caso di Mahsa Amini, stanno andando a prelevare dal braccio della morte i membri dei Mujahidin del Popolo Iraniano (Pmoi), la resistenza che dura da quarant’anni contro il regime. Ogni volta che Maryam Rajavi, dal suo governo provvisorio in esilio, annuncia la possibilità di un cambio di regime, il regime si vendica sui prigionieri politici, che sono in carcere magari da dieci o vent’anni. È una vendetta di Stato che non accenna a fermarsi.
Domanda: In ultimo la Cina. Sappiamo che i dati sulle esecuzioni sono protetti dal segreto di Stato, ma quali sono le vostre stime attuali?
Risposta: In Cina stimiamo circa 2mila esecuzioni all’anno. Se guardiamo indietro di 10 o 15 anni, eravamo nell’ordine delle 20mila, quindi nel tempo sono diminuite, ma resta una cifra enorme. Se rapportata al numero degli abitanti, la Cina non è il primo Paese, ma in termini assoluti la Cina rimane il campione mondiale del cappio, o meglio del plotone d’esecuzione e delle iniezioni letali. È un sistema dove tutto è ammantato dal segreto più assoluto.











