14 Marzo 2026 :
Cesare Burdese su l’Unità del 14 marzo 2026
Avvolta dalla nebbia, lo scorso 21 febbraio, una delegazione di Nessuno tocchi Caino ha visitato la Casa di Reclusione “San Michele” di Alessandria, un istituto interamente destinato al regime del 41-bis, nel quadro della riorganizzazione complessiva del circuito nazionale in atto. L’ispezione non ha fornito nuovi elementi rispetto a quanto già noto: non è stato consentito l’accesso alle sezioni speciali, ufficialmente a causa dei lavori in corso e, verosimilmente, anche per motivi di “sicurezza nazionale”.
È stato tuttavia possibile cogliere un segno tangibile della disumanità che anche in quel carcere caratterizzerà i nuovi spazi detentivi: le schermature inclinate, installate alle finestre dei padiglioni detentivi, per evitare qualsiasi comunicazione o contatto, tanto all’interno quanto con l’esterno, di quanti vi saranno ristretti. Quelle lastre appaiono come lapidi di un colombario cimiteriale ed evocano il carcere “cimitero dei vivi” denunciato alla Camera dei Deputati nel 1904 da Filippo Turati.
Nel pomeriggio, presso il bistrot Fuga di Sapori ad Alessandria – situato nella cinta muraria della Casa Circondariale “Don Soria” e gestito da detenuti ed ex detenuti – alla presenza del Sindaco e altri rappresentanti istituzionali locali, si è svolto un convegno di approfondimento sul regime del 41-bis e sui risvolti negativi che esso comporterà per il territorio alessandrino. Dall’analisi dei relatori è emerso che l’opera di reinserimento sociale in atto da anni nelle carceri alessandrine con risultati positivi – come “Fuga di Sapori” – rischia di scomparire. L’applicazione del regime di rigoroso isolamento in assenza di relazioni e l’esclusione di regimi detentivi più aperti e orientati al dialogo, finirebbero per cancellare quelle condizioni di collaborazione e confronto indispensabili ai percorsi trattamentali, compromettendo anni di lavoro dedicato al recupero e alla reintegrazione sociale.
Ulteriori criticità vanno ricondotte specificatamente alla trasformazione architettonica dell’attuale istituto adattato al 41-bis, che prospettano soluzioni disumane in contrasto con il monito costituzionale. Tali criticità si sommano a quelle già presenti nell’edificato del “San Michele”, concepito negli anni di piombo e nel periodo di espansione della nuova criminalità organizzata, secondo una logica fortemente incentrata sulla sicurezza e sulla separazione.
Il suo schema tipologico è quello che, all’esordio, l’architetto Sergio Lenci definì il segno tangibile della regressione dell’edilizia penitenziaria italiana, con edifici corrispondenti a uno Stato dispotico e assolutista, pre-costituzionale, indifferente ai problemi della detenzione e preoccupato solo della custodia di un detenuto reso al massimo grado inerme. Edifici, prosegue Sergio Lenci, che non sembrano appartenere a una repubblica democratica faticosamente in cammino verso un aumento delle garanzie civili, una riduzione dell’intrusione del potere pubblico sulla persona, un’estensione della fiducia. Al “San Michele” in regime di 41-bis il rischio concreto è un’ulteriore compressione dei diritti e dei bisogni fondamentali delle persone detenute e del personale, poiché le esigenze di sicurezza e isolamento finirebbero per prevalere sulle attività trattamentali, destinate appunto a ridursi o scomparire.
La pratica dell’isolamento richiama il modello detentivo del carcere ottocentesco, fondato sulla separazione per evitare “contaminazioni”, funzionale alla pena afflittiva pur se in chiave di redenzione morale: un modello che la storia ha dimostrato inefficace sul piano penitenziario e dannoso per corpo e spirito. Con il 41-bis l’isolamento viene riproposto unicamente con finalità di prevenzione delle comunicazioni senza alcuna finalità moralmente superiore.
Il timore espresso è che l’attenzione del Governo sul regime speciale possa rappresentare il preludio a una progressiva estensione di logiche restrittive all’intero sistema penitenziario nazionale, fino a comprometterne l’equilibrio e l’impianto costituzionale nel suo complesso. Il paradosso è che una scelta adottata in nome di una legittima esigenza di “sicurezza nazionale” rischi di produrre l’effetto opposto: maggiore insicurezza, perché persone private di reali percorsi di riabilitazione potrebbero tornare in libertà senza essere state recuperate. In questo modo si finirebbe per indebolire le fondamenta dello Stato di diritto e favorire un progressivo imbarbarimento sociale, a partire proprio dalle carceri.











