IL DRAMMA DI GIUSEPPE SCUDERI, SEPOLTO VIVO A REGINA COELI

20 Gennaio 2026 :

Sergio D’Elia su l’Unità del 20 gennaio 2026

La qualità della sua vita è legata a una sedia a rotelle, appesa a un tubicino di un sacchetto di liquido nutriente. Da due anni non sente più i sapori e i profumi dei cibi siciliani dell’infanzia. Il suo esofago è sparito, distrutto da un sorso di sostanza caustica. Si chiama Giuseppe Scuderi, ha 59 anni ed è detenuto nel carcere di Regina Coeli, in espiazione di una pena che non dovrebbe finire mai, secondo una sentenza di condanna emessa al di qua di ogni ragionevole dubbio. Ma alla pena fino alla morte si è aggiunta ora la pena di vivere incatenato a una sedia, non autosufficiente, con una piaga da decubito al terzo stadio, il cuore sofferente, incapace di deglutire anche la sua saliva, con un buco nell’intestino da cui dipende interamente la sua nutrizione.
Giuseppe era uno dei più assidui animatori del Laboratorio di Nessuno tocchi Caino Spes contra Spem nel carcere di Rebibbia. Del suo luogo di pena si prendeva cura anche se non meritava di starci. Con la sua divisa marrone da lavorante, la forbicione da giardiniere e il tosaerba curava il verde di Rebibbia. Temperava così il grigio scuro imperante del ferro e del cemento. Nella sua opera di misericordia, dava da bere ai prati assetati del carcere, anche fuori dalla sezione e, dopo un po’, per la fiducia conquistata, anche alle aiuole fuori dal muro di cinta. Grazie alla sua bravura e alla sua buona condotta si era meritato qualche permesso premio da condividere con la mamma e la moglie che ha la fortuna di avere, che lo hanno sempre amato e in sedici anni di carcere mai abbandonato.
Un giorno di maggio di due anni fa, con un gesto disperato, ha perso in un colpo la possibilità di mangiare, di bere, di vivere. L’acido che ha bevuto gli ha provocato lesioni gravissime all’apparato digerente. È iniziato un calvario di continui ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici complessi per la rimozione di una parte dello stomaco, per il buco nel digiuno per l’alimentazione artificiale. Con Elisabetta Zamparutti e Rita Bernardini siamo stati in visita a Regina Coeli il giorno di Capodanno. Lo abbiamo trovato con qualche anno in più e molti chili in meno dall’ultima volta che lo avevamo visto. Era in una cella dell’infermeria condivisa con un altro detenuto. Così piccola e stretta che a malapena la sua sedia a rotelle passava tra il letto e il muro. Per venire a salutarci alle sbarre del cancello, avanzava trascinando i piedi e tirandosi dietro il trespolo della flebo. Il suo corpo va liberato il più presto possibile, in cella rischia di spegnersi, abbiamo pensato.
La stessa documentazione sanitaria lo certifica: Giuseppe Scuderi sta dimagrendo fino a una soglia critica. All’uscita dall’Ospedale “Sandro Pertini”, il 3 dicembre 2024, pesava 62 chili. A febbraio 2025 era già sceso a 58 chili. A luglio 2025 è a 55 chili. Sette chili in meno in pochi mesi, su un organismo già devastato. I medici parlano di “stato di disidratazione e malnutrizione calorico-proteica” e di una progressiva perdita di massa, forza e funzione muscolare. Secondo medici e documenti ufficiali, il suo corpo non riesce più a mantenere le funzioni vitali in modo adeguato. La sua permanenza in carcere non è più solo incompatibile con il suo quadro clinico: è diventata un rischio concreto per la sua stessa sopravvivenza. Per questo, il suo difensore, l’Avvocato Fabio Federico del Foro di Roma, ha presentato al Tribunale di Sorveglianza di Roma una istanza urgente di differimento della pena per grave infermità fisica e, in subordine, di detenzione domiciliare in una struttura sanitaria specializzata. Una richiesta estrema, sorretta da cartelle cliniche, relazioni mediche, referti e una disponibilità di accoglienza già formalmente dichiarata da una struttura assistenziale in Sicilia. In via di estremo subordine, e con la massima urgenza, almeno un ricovero provvisorio in una struttura del Servizio Sanitario Nazionale, per scongiurare l’imminente pericolo di vita, in attesa della decisione definitiva.
La Costituzione, all’articolo 27, impone che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, anche se detenuto. Il giudice di sorveglianza deve valutare non solo la gravità di ogni singola patologia – leggo dai referti: la cardiopatia ischemica cronica, trattata con angioplastica e stent, la stenosi esofagea severa, la piaga da decubito sacrale di III stadio, la perdita progressiva dell’autonomia motoria, fino alla sedia a rotelle, gli episodi di infezione intestinale, la febbre, i dolori addominali, la difficoltà a proseguire la nutrizione artificiale – ma la gravità dell’insieme delle sofferenze e la loro gestione concreta nel contesto carcerario. Un semplice passaggio nel corridoio dell’infermeria di Regina Coeli, il solo affacciarci al cancello della cella, una sola occhiata allo spazio e poi uno sguardo volto alla persona detenuta, costituirebbero perizia legale, testimonianza oculare, prova documentale. Sarebbero sufficienti per misurare e bilanciare la pericolosità sociale del condannato e la reale possibilità di cura nel luogo della pena. Per poi decidere se la malattia di Giuseppe Scuderi sia compatibile con il carcere, con tutte le carceri, non solo con quello di Regina Coeli. Se il suo stato di salute e di detenzione non determini un’esistenza al di sotto di una soglia minima di dignità.
Il carcere, che dovrebbe garantire le cure, diventa così il luogo dove le sue condizioni rischiano di peggiorare in modo inarrestabile. Il buco chirurgico all’intestino, la digiunostomia, la corretta gestione di questo dispositivo da cui dipende la sopravvivenza di Scuderi, secondo un parere medico allegato all’istanza dell’Avvocato Federico, è netto: è “pratica pressoché impossibile in regime di detenzione in carcere”. Perché servono regole di igiene rigidissime, difficili da rispettare in un ambiente promiscuo, perché il rischio di contaminazione è elevatissimo, perché eventuali complicanze (dislocazione, ostruzione, infezione) richiedono interventi specialistici immediati, non garantibili in un istituto di pena. Servono strutture e standard che il carcere, per sua natura, non può offrire. A novembre 2025, Scuderi è stato ricoverato d’urgenza e si era reso necessario il posizionamento di una nuova digiunostomia. Non un controllo di routine, ma un intervento salvavita. Dopo il ricovero, l’uomo è stato riportato in carcere esattamente nelle stesse condizioni di estrema vulnerabilità, in un contesto che si era già dimostrato inadeguato a garantire la sua sopravvivenza.
Il cuore giuridico della vicenda di Pippo Scuderi è tutto qui: può lo Stato continuare a far scontare la pena dell’ergastolo a una persona nelle sue condizioni, sapendo che la sua condanna a vita rischia di diventare una condanna a morte? È accettabile che lo Stato, pur consapevole del quadro clinico, mantenga in carcere una persona in condizioni tali da rendere probabile un esito fatale, anziché garantirle cure adeguate in un ambiente protetto? La risposta, ora, è nelle mani del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Ma riguarda tutti noi. Questo articolo è anche un appello per il diritto alla vita e alla salute di Giuseppe Scuderi. È anche una sorta di “amicus curiae”. Noi non siamo parte in causa, ma da “amici della corte”, anche come Nessuno tocchi Caino, interveniamo a beneficio di chi deve decidere. Noi testimoniamo che Giuseppe Scuderi è una persona buona, che non costituisce un pericolo per nessuno, che vale la pena salvare, e che la pena in carcere può costituire semmai un pericolo per lui.
Noi sappiamo che il caso di Scuderi non riguarda solo un singolo detenuto. È diffuso nel nostro sistema penitenziario. Quanti altri casi simili esistono oggi nelle carceri italiane, tra persone malate gravi, non autosufficienti, con presìdi salvavita difficili da gestire in una cella sovraffollata? Annunciamo qui l’inoltro imminente di altre due istanze pubbliche, altri due “amicus curiae” di Nessuno tocchi Caino. Uno riguarda il caso di Danilo Coppola, detenuto nel carcere di San Vittore. L’altro il caso di Giosuè Chindamo, detenuto a Poggioreale. La loro vita è in pericolo e con la loro, a ben vedere, anche la vita del Diritto e della Costituzione nelle carceri del nostro Paese. Semmai è possibile che il Diritto e la Costituzione vivano in un carcere, nel “cimitero dei vivi”.

 

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