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UN PROGETTO FEDERALISTA PER SCONGIURARE IL PEGGIO IN MEDIO ORIENTE
10 gennaio 2026: Gennaro Migliore su l’Unità del 10 gennaio 2026
Parto da un sincero apprezzamento per l’articolo di Sergio D’Elia e Roberto Rampi, che hanno il merito di rimettere al centro del dibattito pubblico una parola oggi quasi bandita: progetto. La loro proposta di un “ritorno a Ventotene” per affrontare uno dei nodi più terribili e tragici del nostro tempo, ovvero quello della crisi endemica in Medio Oriente e in particolare in Terra Santa, non è un esercizio di nostalgia, ma un atto politico profondamente contemporaneo. Magari riuscendo a proporre un incontro di alto livello proprio sull’isola. Il riferimento al Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, richiama un metodo prima ancora che un contenuto: immaginare istituzioni comuni come antidoto strutturale alla guerra. Un metodo che, passando per la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, ha contribuito a costruire l’attuale Unione europea. Una proposta molto simile a quella di D’Elia e Rampi, però, non nasce oggi. Riaffiora carsicamente da oltre cinquant’anni. Il primo a formularla in modo sistematico fu Johan Galtung nel 1973, come sviluppo pionieristico di quelli che sarebbero diventati i Peace Studies. Il sociologo e matematico norvegese, fondatore nel 1959 dell’Istituto per la ricerca sulla pace di Oslo, tornò su quell’idea anche dopo gli accordi di Oslo, parlando esplicitamente di una unione esanazionale che includesse Palestina, Israele, Siria, Libano, Giordania ed Egitto. Ricordo bene l’occasione in cui ebbi modo di ascoltarlo di persona, in un convegno organizzato da fisici pacifisti: una proposta che allora sembrò entrare in conflitto con il paradigma dei “due popoli, due Stati” emerso a Oslo. Eppure è proprio qui il punto. La soluzione dei due Stati – che continuo a sostenere pragmaticamente – guarda a ciò che Galtung definiva pace negativa: l’assenza del conflitto armato. La proposta comunitaria richiamata oggi da D’Elia e Rampi, nel solco di quella intuizione di Galtung, punta invece a una pace positiva: una pace che valorizza le identità, promuove la crescita degli individui nella loro unicità e costruisce interdipendenze invece di muri. Potrebbe non essere la soluzione per l’oggi, ma sicuramente, in un mondo sempre più interdipendente, varrà la pena tenerla sempre in mente per non far precipitare gli eventi futuri in una serie di inciampi della storia che impedirebbero qualsiasi sviluppo positivo della storia. Del resto gli Stessi accordi di Abramo, contro i quali certamente Hamas e il suo sponsor iraniano organizzarono il pogrom del 7 ottobre, nascono dalla consapevolezza che non si può immaginare la propria sicurezza senza mettere in campo degli strumenti di reciproco riconoscimento. Nel caso degli Accordi di Abramo il ruolo pivotale è quello di Israele, nella proposta che stiamo discutendo lo è la comunità degli stati coinvolti, ivi compresa la Palestina, che dovrà comunque essere riconosciuta come entità statuale autonoma, sebbene vincolata a un patto con gli stati limitrofi. In ogni caso, questo testo è importante almeno per tre ragioni. La prima è che si colloca in aperto contrasto con le tesi nazionaliste e sovraniste che hanno avvelenato il confronto: nel conflitto israelo-palestinese, dove convivono il terrorismo criminale di Hamas e la devastazione di Gaza voluta dal governo Netanyahu e dai suoi alleati ultranazionalisti, Smotrich e Ben Gvir, ma anche nel dibattito nazionale ed europeo. La seconda è che propone una pedagogia pacifista non irenica, capace di entrare nelle contraddizioni e di indicare modelli già sperimentati, senza scorciatoie morali. La terza è che rilancia la diplomazia non governativa, aprendo spazi di dialogo dove non prevalga la disumanizzazione dell’avversario ma un confronto duro, persino doloroso, orientato al futuro. Certo, alla luce della distruzione di Gaza e delle decisioni recentemente assunte in Cisgiordania (solo in questa settimana 11 nuovi insediamenti di coloni), questa proposta può apparire illusoria. Ma è proprio per questo che va avanzata ora, e proprio con una serie di incontri in Medio Oriente, raccogliendo le disponibilità degli uomini e delle donne di buona volontà che continuano pervicacemente a cercare un confronto. Un lavoro che può essere svolto anche attraverso reti di dialogo come l’ICCEHS (International Committee Counter Extremist and Hate Speech) che ho contribuito a fondare e che si propone di contrastare i linguaggi d’odio ed estremisti quando il conflitto sembra aver già vinto sulle parole. Perché senza parole nuove, e senza istituzioni capaci di sostenerle, non ci sarà più nessun multilateralismo e quindi nemmeno una pace possibile.
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