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| Rita Bernardini e Francesco Maiello |
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VOLEVO FARE IL CALCIATORE, SONO FINITO IN UN MANICOMIO CRIMINALE. UN INCONTRO MI HA SALVATO
10 gennaio 2026: Fabrizio Maiello su l’Unità del 10 gennaio 2026
La mia vita fino a 16-17 anni era bellissima. Avevo pensato solo di fare il calciatore, giocavo nel Monza, dicevano che ero fortissimo a pallone, ero “il brasiliano” per tutti. Però ero cresciuto in un ambiente difficile, a Milano. C’era parecchia criminalità. Ce n’è anche adesso, ma prima c’erano le bande. Mi sono distrutto un ginocchio giocando a pallone e, da bravo ragazzo che non aveva mai bevuto, mai fumato, che pensava solo al calcio e non andava neanche in discoteca, mi sono sentito dire che ero finito come calciatore. Era il sogno della mia vita e mi è stato scippato da un momento all’altro. Non l’ho accettato. Ho tirato fuori una cattiveria che non sapevo nemmeno di avere. L’ambiente era difficile. Tanti miei amici, giovani ragazzi, erano passati dal Beccaria. Ho iniziato a fare reati con loro e mi sono rovinato la vita. Sono stato arrestato a 18 anni e sono finito in carcere, dove era giusto che finissi. Ho fatto una decina d’anni. In carcere, purtroppo, per sopravvivere ho tirato fuori il peggio di me. Me ne vergogno. Dico sempre che mi vergogno di essere stato un ex carcerato, perché non sono riuscito a tirare fuori il meglio. A volte i nostri diritti venivano negati, io non capivo e mi ribellavo. La rabbia che avevo dentro mi ha portato sempre più giù, finché sono finito nel manicomio criminale, dove c’era il famoso “ergastolo bianco”: fine pena mai, uscivi solo quando eri guarito. Nel manicomio criminale ero arrivato all’ultimo gradino. Letti di contenzione, legati per giorni o settimane. Io sono cambiato quando ho toccato il fondo. Quando ero legato a quei letti, guardavo il soffitto. E pensavo: non potevo più camminare da solo, non potevo più mangiare da solo, mi facevo tutto addosso, mi pulivano con un panno. E pensavo: guarda che stupido ragazzo, volevo fare solo il calciatore e adesso sono qui, non riesco neanche a camminare. Quando mi slegavano, dopo tanti giorni, toccare terra con i piedi mi sembrava il paradiso. Entrare in cella mi sembrava un albergo: potevo farmi un caffè e guardare la televisione. Ho dovuto perdere tutto. L’artefice di tutto questo ero io. Non ero Gesù Cristo, ma ero io quello che si era messo in croce, per i miei sbagli. Dentro il manicomio criminale, però, ho trovato persone che per la prima volta mi hanno ascoltato. Ed è questo che fa la differenza nella mia storia. Una dottoressa, Valeria Calevro, che prima di essere direttrice era una psichiatra, ha scelto di ascoltare. Ha pensato di curarci. E mi ha dato un pallone. Conosceva i miei trascorsi, ma quel pallone, tornato nella mia vita, mi ha ridato una motivazione per cambiare. Non è tanto il record che ho fatto col pallone, ne ho fatti tanti dentro e fuori, ma quello che rappresentava. In quel periodo ero solo: mia moglie era morta, mio padre era morto, i miei fratelli erano in Brasile e mia madre non voleva venire a trovarmi, perché il manicomio criminale era un posto terribile. La gente gridava. Ero solo. Dopo tanti anni lì dentro, a un certo punto ho sentito una persona lamentarsi, tre celle più in là. Si chiamava Giovanni Marione. Un ometto piccolo, fragile, solo. Aveva passato tutta la vita in un ospedale psichiatrico civile. Non era un criminale come me. Aveva dato una spinta a un compagno di stanza, quell’uomo era morto e Giovanni era finito all’OPG. Non sapeva nemmeno cosa aveva fatto. Diceva di essere figlio di Eisenhower e nipote di Johnson. Stava malissimo, stava morendo. Era come un bambino di sei anni: si faceva addosso, aveva bisogno di ossigeno. L’hanno messo vicino alla mia cella. Un giorno sono andato dal dottore e ho detto: lo voglio aiutare. È stato il gesto più coraggioso della mia vita. Io sapevo che meritavo di essere lì, ma Giovanni no. Il dottore mi disse: “Fabrizio, ha tre mesi di vita. Sei sicuro di prenderti un peso così?”. Stavo male anch’io, punture mattina, pomeriggio e sera, ma non avevo più niente da perdere. L’ho preso con me. Giovanni è diventato come un pallone. Ogni anno battevo un record e Giovanni non moriva. È uscito vivo dopo cinque anni. È diventata una storia di amicizia, di amore, di passione. Lo sport è importante, ma non è solo quello. Io aiutavo Giovanni, gli cambiavo il pannolone e mi dicevano “Ma perché lo fai?”. Io volevo aiutarlo. Giovanni oggi è vivo. Nel frattempo un’infermiera, Daniela, mi ha visto legato, mi ha visto fare a botte, mi ha visto battere il record e prendermi cura di Giovanni. Quando Giovanni è uscito, io sono rimasto solo. Un giorno Daniela è venuta in cella e mi ha dato un bacio. Io pensavo di sognare. Le ho detto: “Ma tu lo sai chi sono io?”. Lei mi ha risposto: “Io so chi sei tu. Sei una persona buona”. Oggi sono ancora insieme a Daniela. Abbiamo fatto un docufilm che ha vinto un premio e forse diventerà qualcosa di più grande. Ma non deve essere una storia come Gomorra o Romanzo Criminale. Deve essere la storia di una persona che ha sbagliato, ma che ha trovato un pallone, un’amicizia, un’altra strada.
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