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TRUMP HA FATTO DELL’AMERICA UNO STATO-CAINO: MAI COSÌ TANTE ESECUZIONI IN DUE SECOLI

26 dicembre 2020:

Sergio D’Elia su Il Riformista del 25 Dicembre 2020

È raro che nel corso del mandato un presidente degli Stati Uniti non faccia, ognuno a suo modo, rivivere l’eterna promessa del sogno americano di una migliore qualità della vita, di maggior benessere e sicurezza sociali, successo e felicità individuali. Se è vero come è vero che la civiltà di un Paese si misura anche dal modo in cui teniamo le carceri e trattiamo i detenuti, il presidente Trump ha reso agli americani l’opposto del sogno, della qualità e della felicità della vita americana: nella pena ha dato la morte, con l’odio ha generato la paura, al malessere ha aggiunto un supplemento di dolore. Della terra promessa Trump ha fatto l’impero del male.
La pena di morte federale tramite iniezione letale e la morte per contagio in tutti i luoghi di pena statali, hanno connotato l’ultimo anno di una presidenza che ha letteralmente avvelenato la vita democratica, politica e civile americana. Quest’anno, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, un presidente ha fatto giustiziare più persone di tutti i 50 stati della federazione. Negli ultimi cinque mesi, l’amministrazione Trump ha messo a morte dieci prigionieri federali, il dato più alto dal 1896 quando governava il Presidente Grover Cleveland, mentre sono state effettuate solo sette esecuzioni a livello statale, il dato più basso in 37 anni.
Prima di quest’anno, non c’erano state esecuzioni federali negli Stati Uniti dal 2003 e solo tre detenuti federali erano stati giustiziati da quando la pena di morte federale è stata ripristinata nel 1988. “Nessun presidente nel 20° o 21° secolo prima di questo ha presieduto esecuzioni a due cifre in un anno solare”, ha detto Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center.
Non c’è solo la pena di morte “legale”, c’è anche la morte “di fatto” che incombe nei luoghi di pena a causa della pandemia che ha invaso le prigioni statali e federali dove le persone si ammalano molto più che fuori. Anche perché non in tutte le prigioni i detenuti sono testati e non tutti gli ammalati vengono curati. Un prigioniero statale e federale su cinque negli Stati Uniti è risultato positivo al coronavirus, un tasso più di quattro volte superiore alla popolazione generale, ha reso noto il 18 dicembre l’Associated Press e il Marshall Project, un’organizzazione non governativa che si occupa del sistema di giustizia penale. Secondo il rapporto, sono stati infettati almeno 275.000 prigionieri e più di 1.700 sono morti, mentre la diffusione del virus dietro le sbarre non mostra alcun segno di rallentamento.
Donte Westmoreland, 26 anni, è stato recentemente rilasciato dal carcere di Lansing in Kansas, dove ha contratto il virus mentre era detenuto per possesso di marijuana. “Era come se fossi stato condannato a morte”. Westmoreland ha vissuto con più di 100 detenuti in un dormitorio aperto dove al mattino si svegliava accanto a uomini malati stesi sul pavimento, incapaci di alzarsi da soli. “Uno spettacolo spaventoso,” ha detto Westmoreland che dopo aver sudato, tremato nella sua cuccetta per sei settimane si è finalmente ripreso. La metà dei prigionieri del Kansas, circa 5.100 persone, è stata infettata da COVID-19, otto volte il tasso di casi tra la popolazione complessiva dello stato. Undici prigionieri sono morti, di cui cinque nella prigione in cui era detenuto Westmoreland.
In Arkansas, dove più di 9.700 prigionieri sono risultati positivi e 50 sono morti, quattro su sette hanno avuto il virus, il secondo più alto tasso di infezione carceraria negli Stati Uniti. Tra i morti c’era Derick Coley, un detenuto di 29 anni che stava scontando una pena di 20 anni nel carcere di massima sicurezza di Cummins. Cece Tate, la sua ragazza, gli ha parlato l’ultima volta il 10 aprile quando le ha detto che mostrava i sintomi del virus. “Mi ci è voluta un’eternità per ottenere informazioni.” Il 20 aprile la prigione le ha finalmente detto che Coley era risultato positivo al virus. Meno di due settimane dopo, un cappellano della prigione l’ha chiamata per dirle che era morto. La coppia ha avuto una figlia che ha compiuto nove anni a luglio. Ha pianto e ha detto: “Mio padre non può mandarmi un biglietto di auguri… Mamma, il mio Natale non sarà più lo stesso.”
Donald Trump ha superato ogni limite e misura anche a rischio di portare lo stato di diritto americano al suo rovescio. Nessuno nel ventesimo e nel ventunesimo secolo ha ecceduto quanto lui. Nei cinque suoi ultimi mesi da Presidente ha quasi svuotato il braccio della morte federale di Terre Haute e ha cercato di compiere la macabra opera di sgombero anche dopo la sconfitta elettorale. Non ha liberato i condannati a morte, come hanno fatto in questi anni molti governatori statali – democratici e repubblicani – che hanno stabilito moratorie o abolito la pena capitale. Li ha fatti fuori dopo diciassette anni di sospensione delle esecuzioni federali. Dopo venti o trent’anni di attesa nel braccio della morte, li ha messi in croce sul lettino dell’iniezione letale. Erano due secoli che un presidente non ne ammazzava così tanti in pochi mesi.
Trump ha poi dato a suo modo un contributo allo sfoltimento della popolazione carceraria che conta quasi due milioni e mezzo di persone – il record mondiale di detenuti per numero di abitanti! Dando il cattivo esempio, ha lasciato che il coronavirus dilagasse anche nelle carceri dove in dieci mesi ha mietuto oltre 1.700 vite.
Nel nome di Abele, Trump ha fatto dell’America uno Stato-Caino. Ha ucciso il sogno americano e condannato gli americani tutti, non solo quelli nel braccio della morte, a vivere da testimoni e vittime di un incubo mortifero, avvinti tutti nella catena perpetua del delitto e del castigo, prigionieri tutti della logica allopatica con la quale si pretende di curare il male con un male eguale e contrario.

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