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LO STATO GLI HA CHIESTO DI CAMBIARE MA NON RICONOSCE QUEL CAMBIAMENTO

6 giugno 2026:

Luigi Longo* su l’Unità del 6 giugno 2026

Ci sono parole che pesano più delle sentenze. Più dei decreti. Più dei timbri della burocrazia giudiziaria. Una di queste è “mai”. Fine pena mai. Non uscirà mai. Non glielo concederanno mai. È dentro questa parola che si consuma oggi la vicenda di Domenico Papalia, ottantunenne detenuto dal 1977, tra i più longevi del sistema carcerario italiano. Una storia che non riguarda soltanto un uomo, ma il significato stesso della pena in uno Stato di Diritto.
Nessuno può cancellare il passato criminale di Papalia. Nessuno può ignorare il peso delle condanne, il dolore delle vittime, la gravità delle responsabilità attribuitegli. Sarebbe moralmente scorretto e storicamente falso. Ma il punto non è questo. Il punto è un altro, ed è molto più scomodo: uno Stato che chiede al detenuto di cambiare è poi disposto a riconoscere quel cambiamento? La Costituzione italiana, all’articolo 27, non lascia spazio ad ambiguità: la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è una concessione sentimentale. È un principio costituzionale. È l’idea stessa di civiltà giuridica su cui si fonda una Repubblica democratica.
E allora la domanda diventa inevitabile: cosa significa rieducazione se, dopo quasi sessant’anni di carcere, studi, percorsi trattamentali, attività sociali, riflessioni pubbliche e condizioni di salute ormai gravemente compromesse, la risposta dello Stato continua a essere sempre la stessa? Mai. Mai abbastanza cambiato. Mai abbastanza recuperato. Mai abbastanza umano da meritare una rivalutazione reale.
È qui che il Diritto rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso dalla Giustizia, in qualcosa di storto o nel torto marcio. Perché una pena che non contempla alcuna speranza smette lentamente di essere uno strumento di rieducazione e diventa soltanto custodia del passato. Il problema non riguarda soltanto Papalia. Riguarda il modo in cui lo Stato interpreta il proprio potere. Punire è, forse, necessario. Difendere la società è certamente indispensabile. Ma una democrazia si misura anche dalla capacità di distinguere tra vendetta e giustizia.
Se un uomo resta detenuto esclusivamente perché prigioniero della propria storia, allora la funzione costituzionale della pena si svuota. Il detenuto non viene più giudicato per ciò che è diventato, ma per ciò che è stato. E il passato diventa una condanna eterna. Naturalmente nessuno pretende automatismi. Nessuno chiede indulgenza cieca. La pericolosità sociale deve essere valutata con rigore, soprattutto nei casi legati alla criminalità organizzata. Ma rigore non può significare immobilismo. Prudenza non può diventare paura di decidere. Perché anche il rinvio continuo è una decisione. E quando il detenuto ha ottantun anni, è gravemente malato e ha trascorso quasi l’intera vita in carcere, il tempo assume un significato diverso. Ogni attesa rischia di trasformarsi in una condanna definitiva pronunciata senza parole.
Il vero interrogativo, allora, è semplice e drammatico insieme: uno Stato democratico può ancora definirsi tale se nega perfino la possibilità della speranza? Se la risposta è no, allora occorre avere il coraggio di dirlo apertamente. Occorre ammettere che la rieducazione è diventata una formula vuota, buona per i convegni e inutile nella realtà. Ma se la risposta è sì, allora casi come quello di Papalia non possono essere liquidati con automatismi burocratici o formule astratte.
Perché una Repubblica fondata sul diritto non dovrebbe temere il cambiamento. Dovrebbe saperlo valutare. Dovrebbe saper distinguere tra memoria del male e negazione del presente. E del futuro. Altrimenti quel “mai” non resterà soltanto la condanna di un detenuto. Diventerà il fallimento morale dello Stato stesso.
* Giornalista

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