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USA: FAMILIARI DELLE VITTIME CONTRO LA PENA DI MORTE

9 gennaio 2018:

Due recenti pubblicazioni raccolgono una serie di dichiarazioni di familiari di vittime che inizialmente ritenevano che avrebbero tratto giovamento psicologico dalla condanna a morte degli imputati, ma in seguito hanno cambiato idea.
In “From Death Into Life”, pubblicato nel numero dell’8 gennaio della rivista dei Gesuiti “America”, Lisa Murtha riassume una serie di storie, e in “Not in Our Name”, pubblicato da Oregonians for Alternatives to the Death Penalty, 9 famiglie raccontano di come siano giunte a posizioni contrarie alla pena di morte.
"Ognuna delle persone intervistate ha sopportato il dolore estremo di perdere una persona cara per omicidio, e tutte sono fermamente contrarie alla pena di morte, vista come una ulteriore dose di violenza, seppure esercitata dallo stato” ha detto Ron Steiner, leader di Oregonians for Alternatives to the Death Penalty, che ha pubblicato i saggi a novembre.
Della pena di morte si dice spesso che “chiuda” la fase del dolore, e dia sollievo ai familiari delle vittime. Ma, scrive Murtha, "per molti la pena di morte non fornisce né la chiusura né la guarigione che i sistemi legali e politici promettono spesso, ma un numero crescente di famiglie di vittime sta dicendo che inibisce quella guarigione".
Murtha scrive delle diverse ragioni offerte da cinque diverse famiglie di vittime che hanno preso posizione contro la pena di morte nel 2016. "Uno ha appreso quanto profondamente l'assassino fosse cambiato in carcere, un altro voleva solo fermare la lunga serie di ricorsi che avrebbe tenuto il caso giudiziario aperto per molti anni, e un altro ha scoperto che gli uomini originariamente condannati erano in realtà innocenti".
Murtha racconta anche i viaggi emotivi di Bob Curley, Marietta Jaeger Lane e Bill Pelke, ora forti oppositori della pena di morte. Dopo che il figlio di 10 anni Jeffrey fu assassinato, Curley lanciò una crociata lunga anni per ripristinare la pena capitale in Massachusetts, ritenendo che la pena di morte potesse impedire che succedesse di nuovo qualcosa del genere". Ha cambiato posizione dopo aver visto che, tra gli imputati, uno che aveva avuto un ruolo minore aveva ricevuto una sentenza più dura rispetto a quella delle persone con maggiori responsabilità, e si è convinto che "il sistema non è giusto" e non ci si può fidare di ottenere il risultato giusto in casi capitali.
Lane, una cattolica praticante per tutta la vita, disse che inizialmente voleva uccidere l'uomo che rapì e uccise sua figlia di 7 anni, ma poi ha detto: "Mi sono arresa e ho fatto l'unica cosa che potevo fare, ossia dare a Dio il permesso di cambiare il mio cuore."
La nonna di 78 anni di Pelke venne derubata e uccisa da un gruppo di adolescenti e la quindicenne Paula Cooper è stata condannata a morte. Pelke era convinto che sua nonna "avrebbe avuto amore e compassione per Paula Cooper e la sua famiglia, e avrebbe voluto che io avessi lo stesso tipo di amore e compassione. Ho imparato la lezione più importante della mia vita .... Non dovevo vedere qualcun altro morire per “guarire” dopo la morte di Nana".
Uno studio dell'Università del Minnesota ("L'impatto retributivo incrementale di una condanna a morte rispetto ad una all’ergastolo senza condizionale", University of Michigan Journal of Law Reform, Volume 49, Numero 4, 2016) ha rilevato che solo il 2,5% dei familiari delle vittime ha riferito di aver raggiunto “chiusura” grazie alla pena capitale, mentre il 20,1% ha dichiarato che l'esecuzione non li ha aiutati a guarire. Un altro studio pubblicato su Marquette Law Review ("Valutare l'impatto della massima sanzione penale sui superstiti degli omicidi: un confronto tra due stati"), ha rilevato che i membri delle famiglie in procedimenti di omicidio in cui la pena di morte non era disponibile erano fisicamente, psicologicamente e comportamentalmente più sani, ed hanno espresso una maggiore soddisfazione nei confronti del sistema giudiziario rispetto ai familiari nei casi di pena capitale.

(Fonti: DPIC, 09/01/2018)

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