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‘CARI RAGAZZI, NON C’È ONORE, NON C’È RISCATTO NELLA CRIMINALITÀ’

7 marzo 2026:

Al congresso di Nessuno tocchi Caino che si è svolto a Milano nel teatro del carcere Cesare Beccaria è intervenuto anche un uomo che nella sua prima vita ha conosciuto gli istituti penali per i minorenni e nella sua seconda vita pure gli istituti penali per i maggiorenni. Oggi è una persona diversa, rinata a una nuova vita, grazie anche ai “Laboratori Spes contra spem” nel carcere di Opera. Quando ha parlato al Beccaria, seduti in prima fila ad ascoltarlo c’erano ragazzi della sua stessa età, quella della sua prima vita.

 

Corrado Favara su l’Unità del 7 marzo 2026

Ringrazio tutte le persone che mi hanno dato la possibilità di essere qui oggi, ma non me ne voglia la gran parte della platea se io oggi desidero e voglio esclusivamente parlare a voi, ragazzi che siete rinchiusi in questo istituto. Desidero parlarvi perché conosco benissimo la vostra realtà, conosco perfettamente ciò che voi state vivendo, perché questa realtà è stata la mia realtà. Sono nato 64 anni fa a Catania e, purtroppo, ho vissuto la maggior parte della mia vita in carcere, oltre la metà della mia vita dietro le sbarre.
Avevo poco meno di quindici anni quando, insieme ad alcuni miei compagni, mentre eravamo in motorino, siamo rimasti a piedi senza benzina. Allora abbiamo pensato di prenderne un po’ da un motorino posteggiato in una via vicina al centro di Catania. Pensavamo che fosse una cosa banale, quasi normale, da poter fare con disinvoltura davanti a tutti. Ma non era così. Un agente della Polizia di Stato, insieme ad alcuni amici, ci vide armeggiare e capì che stavamo rubando un po’ di benzina da quel motorino. Fummo arrestati: cinque bambini di quindici anni.
Ci portarono prima in questura e poi al carcere minorile di Catania. Lì iniziammo ad essere derisi dagli altri ragazzi detenuti: capii subito il meccanismo che si innesca all’interno di un istituto minorile. Eravamo gli “scimuniti” che si erano fatti arrestare per un po’ di benzina. Vengo da un quartiere di Catania con una forte reputazione criminale, e nel carcere minorile c’erano anche altri ragazzi provenienti dal mio stesso quartiere. Così, dopo lo scherno iniziale, subentrò una sorta di protezione nei nostri confronti.
Dopo due giorni di detenzione, il carcere minorile entrò in contatto con quello dei maggiorenni. I detenuti adulti chiesero ai minorenni di scatenare una rivolta. Noi, vedendo in loro una sorta di modello, accettammo e obbedimmo, quasi con gratitudine. La rivolta iniziò: alcuni dei miei compagni dissero di non salire sui tetti, perché eravamo prossimi all’uscita, ma altri salirono lo stesso. La situazione degenerò: nel reparto minorile, e poi in quello dei maggiorenni, scoppiarono scontri violenti. Da quella rivolta scaturirono due omicidi e diversi accoltellamenti. Quando la rivolta fu sedata e vennero scoperti i fatti, i capri espiatori furono trovati tra noi minorenni, perché eravamo stati noi ad accendere la miccia. Quella notte si sentivano le grida dei ragazzi picchiati, puniti e portati in isolamento. Il clima era di paura, dolore e pianti.
La mattina successiva arrivarono il Presidente del Tribunale dei Minori di Catania Giambattista Scidà e il Procuratore della Repubblica dei Minori Alfio Cocuzza, che dissero agli agenti: “I nostri ragazzi, i nostri bambini, non vengono toccati. Sono stati strumentalizzati dai maggiorenni.” Per tre giorni nel carcere ci fu solo silenzio, un continuo bisbigliare per cercare di capire cosa fosse successo. Quando si comprese la verità, calò il gelo. Ma insieme al gelo, nacque anche una sensazione perversa di orgoglio: pensavamo di aver avuto un ruolo importante, di essere stati “la miccia”. Ecco, quello fu l’inizio della mia fine. Da quel giorno la mia vita è stata un continuo scendere verso l’inferno. Oggi posso dire che quell’inferno fa parte di me, ma voglio che la mia esperienza serva a voi. Non guardate in me un uomo che viene a farvi la morale. Io conosco tutte le dinamiche di un istituto minorile, perché le ho vissute. Dopo quell’episodio, per cercare di risca ttarmi – o forse per ribellarmi ancora di più – l’anno successivo fui arrestato per una rapina. Tre anni dopo, per un’altra rapina. Cinque anni dopo, per omicidi. Quindici anni dopo, per reati ancora più gravi. La mia vita è stata un continuo fallimento, un precipitare costante.
Vorrei potervi trasferire tutta la mia angoscia e il mio dolore come si trasferiscono dati da un computer, solo per potervi dire che questa strada non porta a niente. Porta soltanto macerie. Ho perso i miei familiari, le persone più care, e ho causato sofferenza a tanti altri. Molte famiglie, a causa mia, hanno provato dolore e lutti. E questo è il peso che porto ogni giorno. Oggi sono in affidamento ai servizi sociali, ma credetemi: la mia pena continua per sempre.

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