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'RAGAZZI, VI DICO SOLO QUESTO: NON NE VALE LA PENA'
21 marzo 2026: Raffaele Stolder su l’Unità del 21 marzo 2026 Io vengo da Napoli centro, dal quartiere di Forcella. Sono cresciuto senza papà. Vivevamo tutti insieme in un “basso”. Oggi li chiamano “caratteristici”, li descrivono come posti pittoreschi e turistici, ma lì si mangiava e si dormiva, e basta. A due passi da casa c’erano le fogne, che poi sono diventate il mio habitat, perché da ragazzo ci scendevo dentro, scavavo tunnel, mi arrangiavo, non avevo paura dei topi. Io ho cinque figli, dieci nipoti e due pronipoti. Sono stato salvato da una grande donna, e non è facile incontrarne una così. È lei che ha cresciuto la famiglia: tutti i miei figli si sono laureati, nonostante la mia assenza per quasi tutta la loro vita. Purtroppo ancora oggi tante persone ci giudicano, ci scaricano addosso un sacco di pregiudizi e di storie. È vero, noi abbiamo sbagliato – senza dubbio – ma bisognerebbe guardare anche chi ha sbagliato con noi, quando non avevamo neppure da mangiare. Non è solo un modo di dire che “sono nato in carcere”: io ci sono proprio nato. Ho trascorso i miei primi due anni di vita lì, con mia madre, nel reparto di allattamento. Quello è stato l’inizio, una salita ripida da subito. E da lì, sinceramente, non ho capito più niente. Da bambino sono passato dai collegi alle case di rieducazione, fino alle carceri. Poi sono arrivati i regimi speciali: articolo 90, 41-bis, AS1, AS3. Adesso mi trovo nel carcere di Opera, dove sono da nove anni. È proprio qui che ho trovato finalmente la risposta che cercavo da sempre, da quando ero bambino. Perché in realtà bambino non lo sono mai stato: a 6 o 7 anni già portavo il pane a casa, perché bisognava mangiare. Sant’Agostino diceva che “il bisogno non ha legge”: è la giungla. Nella giungla chi è più forte va avanti, l’altro soccombe. Così è stata la mia vita, una giungla. E alla fine ti accorgi che non ne vale la pena. Ti puoi anche arricchire, ma poi ti ritrovi a passare vent’anni – o più – in posti come questi. Vi voglio dire solo una cosa: non ne vale assolutamente la pena. Io non ho cresciuto i miei figli, né i miei nipoti, né i miei pronipoti. Non mi sono goduto mia moglie. E pensare che mia moglie è uno spettacolo, bella come una modella! In casa la prendono ancora in giro, la chiamano “la signorina”, perché le sono mancato per tutta la vita. Ma lei è stata la mia fortuna. Adesso, a 68 anni, sto per laurearmi in Scienze dei Beni Culturali; ho preso il massimo dei voti e anche un attestato di Operatore Socio Sanitario. Questa è la cosa più importante che voglio dire: acculturatevi. Io ero considerato un “ingegnere”, ma solo perché aprivo casseforti, facevo tunnel, mi arrangiavo. Eppure ero un analfabeta funzionale: sapevo fare tutto, ma non avevo cultura. E quando non hai cultura, torni sempre indietro. Torni al punto di partenza. Se in carcere ti trattano male, con cattiveria, esci ancora peggio. Così era la mia storia: ogni volta peggioravo. Oggi invece, a Opera, ho trovato un luogo che mi ha dato opportunità vere, e le ho colte tutte. Finalmente, da un anno e mezzo, ho ottenuto i primi permessi. Prima, in più di quarant’anni, non avevo mai avuto niente, nemmeno mezz’ora di libertà. Ora vedo le cose in modo diverso. Non rinnego nulla, tranne gli errori inutili. Noi ragazzi di strada valiamo, basta capire dove mettere le nostre energie. Chi sa arrangiarsi – se lo fa nel modo giusto, legalmente – può cambiare davvero. Ai miei tempi era più difficile, al Sud c’erano tante storie, e spesso ti trovavi coinvolto tuo malgrado. Ma se hai dignità, se riconosci i tuoi errori e li paghi di persona, allora puoi rialzarti. Paghi le conseguenze, ti fai un resoconto di coscienza e vai avanti con dignità. Io vi dico solo questo: non ne vale la pena. Non nel senso della pena carceraria, ma dei rimorsi. Perché ogni mattina ti svegli e pensi: “Chissà quante volte i miei figli, mia moglie, i miei nipoti avevano bisogno di me… e io non c’ero.” Mia moglie, poi, è una donna forte. A volte mi portava i saluti di tanti amici miei. Ma quando sono uscito e le ho detto: “Andiamo a trovarli”, lei mi ha risposto: “Dove vuoi andare? Al cimitero. Sono tutti morti.” Ecco perché vi dico: godetevi la vita.
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