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IL CAMBIO DI REGIME IN IRAN PARTE DALLE PRIGIONI

17 aprile 2026:

Elisabetta Zamparutti su l’Unità del 16 aprile 2026

Apprendo della presenza a Roma di Reza Pahlavi, il figlio dello Scià. Leggo di suoi incontri con parlamentari italiani e dei consueti appelli alla “liberazione dell’Iran”. Liberazione! Una parola che viene da liber, che in latino significa “libero”, cioè “non schiavo”, “non soggetto a dominio”. La liberazione è restituzione di libertà a chi non ce l’ha. È un processo che si avvia attraverso la presa di coscienza di una condizione di oppressione, cresce attraverso una sua estensione tramite azioni di mobilitazione collettiva e porta a un’elevazione tale da cambiare il potere e trasformare le istituzioni. La liberazione non può dunque mai consistere nella sostituzione di un potere con un altro: nello specifico iraniano, nella sostituzione del turbante dei Mullah con la corona dello Scià.
Reza Pahlavi ripiega ora su Roma, non essendo andata in porto una sua audizione al Parlamento europeo. Arriva dopo aver fatto tappa a Stoccolma dove è stato contestato e dove ha liquidato così le domande sul passato regime monarchico di suo padre: “non sono qui per parlare di eventi accaduti 50 anni fa”, rivendicando però al contempo con orgoglio il proprio nome, la propria eredità. La liberazione è un percorso molto impegnativo che richiede innanzitutto memoria di ciò che è accaduto, responsabilità e la capacità di costruire cambiamenti senza riprodurre le logiche del passato, tanto più se è un passato di oppressione. E in proposito penso che le reazioni violente a un post in cui rivendicavo una posizione semplice, “né con i Mullah né con lo Scià”, non erano solo dissenso ma una vera e propria campagna di delegittimazione. Reazioni che non erano solo insulti. Erano un progetto politico.
Mi viene in soccorso Marco Pannella quando ripeteva che “la durata è la forma delle cose”. Perché è proprio in Iran che questa frase trova un suo senso concreto e attualissimo dal momento che esiste una resistenza al regime dei Mullah che è in piena continuità con quella al regime dello Scià. Esiste la resistenza iraniana incarnata oggi da Maryam Rajavi che da quasi mezzo secolo non dismette l’impegno, strutturato, organizzato e radicato nella sofferenza reale della gente, per una liberazione del popolo iraniano dall’oppressione. In lei non c’è l’immediatezza dell’evento ma una durata, come scelta politica e morale che si costruisce giorno dopo giorno, per una forma che trova espressione nel suo programma in dieci punti ispirati allo Stato di Diritto, dall’abolizione della pena di morte alla laicità dello Stato. Cosa ben diversa dagli eredi e discepoli dello Scià, nostalgici di un regime passato che pretende di essere alternativa al regime presente.
Ma se ancora esistono dubbi su questo, aggiungo una considerazione alla massima pannelliana appena citata. Aggiungo che il vissuto è la forma delle cose. Dove vive oggi la resistenza iraniana? Dove è sempre vissuta la resistenza: innanzitutto in carcere. La resistenza iraniana vive oggi nel braccio della morte dove ogni martedì i detenuti politici conducono una straordinaria azione nonviolenta di sciopero della fame contro le esecuzioni giunto proprio ieri alla sua 116ma settimana e che si è esteso a 56 prigioni di fronte alle ormai quasi 650 esecuzioni compiute in Iran da inizio anno secondo il monitoraggio di Nessuno tocchi Caino e alle oltre 2.000 dell’anno scorso. Mi affianco anche io ogni martedì a questo sciopero della fame dei detenuti iraniani perché sono convinta che il processo di liberazione parte da questo luogo nascosto, dimenticato, il carcere.
È accaduto per la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, con Nelson Mandela che proprio dal carcere matura una forma di lotta orientata alla riconciliazione. Oppure per la liberazione dell’India dal colonialismo britannico con il Mahatma Gandhi che durante i periodi di detenzione rafforza l’idea di Satyagraha per cui la lotta politica deve basarsi sulla forza della verità e sulla resistenza nonviolenta all’ingiustizia. E poi, rispetto alle dittature militari latinoamericane, ci sono le reti di resistenza che hanno preso avvio dalle carceri e i centri di detenzione contro le sparizioni forzate. Per non parlare della resistenza in Europa quando oppositori ai regimi, pensiamo ai nostri padri costituenti, hanno concepito idee e fatto politica di liberazione proprio in e dal carcere. Per non dimenticare i dissidenti del blocco sovietico che pur privati della libertà hanno contribuito alla formazione di movimenti di liberazione dalle dittature.
Tutto questo ci spiega che i processi di liberazione autentici e credibili non possono nascere nei palazzi scintillanti del potere tra strette di mani levigate, ma dove la libertà viene negata, in spazi invisibili, dove la parola “liberazione” diventa corpo, tempo, resistenza. Come Nessuno tocchi Caino lo sappiamo bene toccando quasi quotidianamente con mano, nelle visite che facciamo, come proprio in carcere la speranza prenda forma quando tutto sembra negarla. Perché è il carcere che conserva la memoria dell’ingiustizia e nella storia ha dimostrato che nessun potere è definitivo se esiste chi continua a resistere.

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