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LIBERATE DOMENICO PAPALIA, GRAVEMENTE MALATO SEPOLTO IN CARCERE DA MEZZO SECOLO

9 aprile 2026:

Sergio D’Elia su l’Unità del 7 aprile 2026

“L’ergastolo non esiste in Italia, sconti massimo trent’anni e poi esci”, è il luogo comune che circola non solo tra gli avventori dei bar di periferia e dei salotti televisivi, circola anche tra i giuristi nelle aule universitarie della “culla del diritto”. Non perché l’ergastolo comminato “in astratto” sia concettualmente più tollerabile di quello applicato “in concreto”. Il solo dire “fine pena mai” è già un castigo medievale, un marchio d’infamia che sul corpo del condannato imprime col ferro rovente la scritta indelebile: tu non cambierai mai. Comunque, io conosco un ergastolano che è forse l’ergastolano più ergastolano che ci sia in Italia. Si chiama Domenico Papalia ed è detenuto ininterrottamente da mezzo secolo.
Non è un modo di dire “mezzo secolo”. L’ultima volta, e per sempre, è stato arrestato nel marzo del 1977, quasi mezzo secolo fa. In Italia, era appena nato il Movimento del Settantasette: da un lato c’era la “fantasia al potere” degli “indiani metropolitani”, dall’altro la “violenza levatrice della storia” dei fautori del “potere operaio”. Agli uni Marco Pannella diceva «Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo». Chiamava gli altri «compagni assassini»: “compagni” perché violenti e nonviolenti – diceva – non sono nemici, sono fratelli; “assassini” perché sono tragicamente separati; rivoluzionari entrambi ma con una differenza: i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti lo sono per amore.
Papalia ha conosciuto Pannella in carcere. Prima lo ha visto in bianco e nero alla televisione di allora, nelle tribune politiche, col bavaglio, solo “contro” tutti: Andreotti, Berlinguer, Cossiga e Almirante. Poi lo ha visto a colori, in carne e ossa, affacciarsi alla sua cella in visita ai carcerati, a Natale, a Pasqua e a Ferragosto. Si è innamorato subito di lui, del suo partito e della sua splendida creatura, Nessuno tocchi Caino, che nelle carceri continua la sua missione laica di conversione dalla violenza alla nonviolenza. Dei detenuti e dei “detenenti”. Come Caino, segnato dal Signore perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato, Domenico ha vissuto la sua vita in “esilio” nelle colonie penali del nostro Paese. Da una colonia all’altra, ha cercato sempre di “costruire città” e generare nuove discendenze. In carcere ha imparato a leggere e scrivere, da autodidatta, attraverso i giornali. Poi si è iscritto alle scuole e ha conseguito la licenza media. Nella Casa di reclusione di Opera, ha preso il diploma di litotipografo, ha seguito un corso di informatica e uno da cuoco.
Nella Casa di reclusione di Bergamo, ha ottenuto il diploma di manutentore elettrico. Alla Casa di reclusione di Carinola ha completato il diploma di ragioneria e un corso di formazione in ceramica. Durante la sua permanenza nella Casa di reclusione di Nuoro ha partecipato ai corsi di lingua e letteratura, spagnola e italiana. A Rebibbia ha svolto attività di volontariato con l’associazione Carcere e Comunità, collaborando con Gervasia, una suora orsolina. Lavorava inoltre come volontario nel laboratorio di informatica della Caritas, e destinava il suo compenso alla stessa Caritas. Da 35 anni collabora con la Missione Don Bosco a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, per la quale riceve ogni anno un Diploma di Benefattore.
Poi c’è Platì, la terra che gli ha dato i natali, gioie e dolori. È nato e cresciuto in una famiglia numerosa e nella miseria. Avevano il bestiame e Domenico ha fatto il pastore fino all’età di 18 anni. Erano ancora piccoli quando la madre si è ammalata ed è caduta in depressione, costretta a letto per vent’anni, fino alla sua morte. Ha iniziato da ragazzo con piccoli furti. Per necessità, non perché in lui era innata la tendenza a delinquere. Nel 1964 un suo fratello fu ucciso senza motivo da un paesano ubriaco. Per placare ogni istinto di vendetta era emigrato a Milano, dove ha trovato un lavoro ma anche cattive compagnie. È finito in carcere, per una rapina alla fine degli anni Sessanta. “Negli anni successivi sono rimasto legato come un cane alla stessa catena di fatti,” ricorda Domenico. Prigioniero di un gioco dell’oca senza soluzione: soggiorno obbligato lontano da casa, lavoro che trovava e che poi perdeva, ritorno obbligato a Platì e poi di nuovo via verso un altro soggiorno obbligato. Infine, è arrivata la pena senza fine.
Il carcere gli si è incollato addosso nella forma più spietata di supplizio: la pena corporale. Le sue difese immunitarie nel tempo sono venute meno. Quasi tutte le malattie dei carcerati, tipiche di condizioni di vita in uno spazio finito per un tempo infinito, si sono concentrate in un corpo solo, il suo. Tra le tante di cui è affetto Domenico si annoverano: un carcinoma prostatico metastatico in recente progressione, una cardiopatia ischemica, un’insufficienza respiratoria, con mancanza di assistenza ventilatoria notturna, il diabete mellito, l’obesità, una pregressa trombosi venosa, anemia, depressione reattiva.
Ciononostante, per il magistrato di sorveglianza il suo stato di salute non comprova una situazione di così grave infermità da implicare un pericolo di vita o tale da provocare rilevanti conseguenze dannose nel perdurare della carcerazione né tale da far apparire quest’ultima contraria al senso di umanità. Le condizioni di salute di Domenico Papalia si aggravano di giorno in giorno. Mentre scrivo è ricoverato in ospedale per una bronchite bilaterale. I sui avvocati per l’esecuzione penale, Rosa Martino e Annarita Franchi, hanno chiesto il differimento della pena per gravi motivi di salute.
Nel sacrosanto diritto alla salute e alla vita di Domenico Papalia, lo Stato dovrebbe riconoscere un limite invalicabile all’esercizio della sua potestà punitiva. Tanto più che nel cuore di Domenico, semmai v’è stato, oggi non alberga più odio e, dopo mezzo secolo di carcere, non esiste pericolo alcuno che possa costituire una minaccia per l’ordine costituito e la sicurezza sociale. Nella sua vita carceraria, è stato già ammesso una volta al lavoro esterno e ha usufruito di permessi premio cinquanta volte. È stato ricoverato in ospedale senza scorta e messo in detenzione domiciliare per motivi di salute. E si è costituito da solo quando quella forma di privazione della libertà non gli è stata rinnovata. Domenico Papalia ha goduto della fiducia dello Stato per quindici anni. Fino al 1992, anno della dichiarazione di guerra dello Stato alla mafia. Poi, basta. Niente più fiducia negli ultimi trent’anni. Quando, cinque anni fa, è cambiata la legge sui benefici penitenziari, che ha modificato i requisiti per l’accesso, il tribunale di sorveglianza ha preso la palla al balzo e ritenuto inammissibili le sue istanze di permesso premio. Non hanno tenuto conto delle sentenze della Corte costituzionale contro l’ergastolo ostativo e del suo impeccabile percorso di riabilitazione. Il suo impegno di studio universitario, la collaborazione con Ristretti Orizzonti, i Laboratori Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino, la pratica di giustizia riparativa, indirettamente, con familiari delle vittime come Agnese Moro, Paolo Setti Carraro, Fiammetta Borsellino. 
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di rigetto della sua ultima istanza di permesso premio. “Una sentenza ricca di principi di diritto molto forti, inviata al Massimario della Corte”, hanno commentato i suoi straordinari avvocati Ambra Giovene e Annarita Franchi, patrocinatori delle sue cause in Cassazione.
Nel bene e nel male, anche dopo mezzo secolo di pena, il destino lo lega sempre a Platì. È il paese dove Domenico ha perso un figlio la notte di San Silvestro. Aveva 19 anni, studiava all’università, quando una pallottola vagante rimbalzata sulla campana della chiesa del paese lo colpì a morte. Il padre ha autorizzato l’espianto degli organi salvando la normalità della vita di sette persone. Di un male terribile successo a lui ha fatto un’opera di bene ad altri. Ma, nell’immaginario di chi deve stabilire quando può finire la sua pena senza fine, Platì resta sempre la terra del suo peccato originale, della ‘ndrangheta e del pregiudizio che – per le generazioni passate e per quelle a venire – incatena nomi e cognomi a quel luogo di nascita. In un certo modo, più felice e creativo, anche in carcere Domenico “torna” a Platì. Da diversi anni “incontra” gli studenti delle scuole medie del suo paese, racconta loro la sua esperienza negativa e li invita a non deviare dalla retta via, a impegnarsi nello studio, a rispettare le leggi e le istituzioni, a evitare ogni forma di illegalità perché non porta alcun beneficio. “Molti di quei ragazzi mi hanno ascoltato e continuano a farlo”, dice. “Alcuni si sono laureati e, nel tempo, la devianza minorile a Platì è diminuita sensibilmente”. Una preside gli ha scritto: “Se ne salviamo uno, è un successo”. “Non ne stiamo salvando uno: ne stiamo salvando molti”, le ha risposto Domenico.
Cos’è questa opera di impegno e restituzione alla comunità se non una forma di riparazione, di rottura col passato e di rinascita a una nuova vita? È l’opera di Caino volta a “costruire città” e generare nuove discendenze. L’ultima volta che ci siamo incontrati al Laboratorio di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Parma, Domenico Papalia ha ricordato una frase di Confucio: «Taglia l’albero che ti fa ombra e il sole entrerà nella tua casa». Lui l’albero l’ha tagliato, ma il sole nella sua casa non entra ancora. Dopo mezzo secolo, Domenico vive ancora al buio, nel freddo e nella desolazione di una città costruita con sbarre e cemento, insieme a generazioni di persone di settanta, ottanta, quasi novant’anni. Non è una vittoria, è una sconfitta dello Stato, quella di attendere che corpi tumulati per oltre trent’anni passino dal “cimitero dei vivi” – come Turati chiamava il carcere – direttamente a quello dei morti.

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