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ESCI DA INNOCENTE MA LA PUZZA DI GALERA TI RESTA ADDOSSO
17 gennaio 2026: Marco Sorbara su l’Unità del 17 gennaio 2026
Faccio parte della grande famiglia di Nessuno tocchi Caino da un po’ di anni. L’incontro, in un momento particolare della mia vita, è stato per me qualcosa di speciale. Ho trovato persone che mi hanno teso la mano, mi hanno accompagnato, mi hanno sostenuto quando ne avevo più bisogno. Penso che il dolore più grande per una persona sia trovarsi, a un certo punto della vita, abbandonato da tutti. Io ho avuto la fortuna che la mia famiglia, i miei ex compagni di squadra e il mio parroco – con cui sono cresciuto – non mi hanno mai lasciato solo. Tutto nasce il 23 gennaio 2019: allora ero consigliere regionale e quella mattina i carabinieri mi portarono in carcere con un’accusa terribile: concorso esterno in associazione mafiosa, la ‘ndrangheta. Io, figlio di un calabrese partito da San Giorgio Morgeto, un uomo che ha avuto il coraggio di arrivare in Valle d’Aosta e crescere la sua famiglia con valori e principi forti. Proprio per questo quell’accusa pesava doppiamente sulle mie spalle. Ho passato 45 giorni in isolamento, di cui 33 senza vedere la mia famiglia. Una cella di pochi metri, senza televisore, senza radio, senza acqua calda. Ricordo bene quel letto in ferro cementato per terra. Dopo 33 giorni ho rivisto per la prima volta mia madre e mio fratello. Dopo 45 giorni pensavo di uscire, invece mi hanno messo con i detenuti comuni. Il carcere di Biella è un regime dove le celle restano aperte dalle 8 del mattino alle 20, poi si chiudono fino alle 8 del giorno dopo. Il mio primo compagno di cella era Giuseppe, un ragazzo che da sette anni faceva uso di droga e non aveva più nulla. Potete immaginare le notti. All’inizio non furono certo tranquille. In carcere avevo addosso tanti pregiudizi: ero un politico, secondo loro un “bell’uomo”, uno che “se la tirava”. Ma io non parlavo per la paura. Non mangiavo. Mi prendevano per ricco perché avevo un fratello avvocato che veniva a trovarmi due o tre volte a settimana – e loro non sapevano fosse mio fratello. Tutto questo mi rese la vita impossibile. In primo grado vengo condannato a dieci anni. Poi finalmente la Corte d’Appello di Torino mi assolve completamente, e la Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi della Procura. Tutto finisce dopo 909 giorni quando la Corte dice: “Il fatto non sussiste. Sei innocente. Puoi uscire e rifarti una vita.” Nonostante venissi dallo sport, dove impari a cadere e rialzarti, in carcere la lotta è diversa. In carcere impari a essere bullo e bullizzato, a seconda dei momenti. All’inizio è durissima, poi a volte nascono persino legami: il ragazzo che all’inizio mi aveva riempito di botte è lo stesso che, il giorno in cui sono uscito, mi ha preso per un braccio e mi ha detto: “Marco, ricordati: quando esci, non usare i coltelli. Sangue chiama sangue, odio chiama odio.” All’inizio non capii, poi, fuori, quelle parole mi tornarono addosso come un pugno. Sono uscito con 24 chili in meno: da 82 a 58. Ero pieno di rabbia, di rancore. Avevo una bestia dentro. Perché entrare in carcere da innocente brucia più di tutto. Ma poi capisci che, agli occhi della società, non importa se eri innocente: hai fatto il carcere, e tanto basta. Ti rimane addosso un marchio, un pregiudizio. Ancora oggi, se mi fermano a un posto di blocco, sento quella stretta allo stomaco. Ci sono odori e sapori che non riesco più a sopportare: il cibo del carcere, il “puzzolente” di certe celle... ti resta dentro. Finalmente, dopo anni, mi hanno fissato l’incontro con lo psicologo per l’ingiusta detenzione, ma sapete cosa succederà? Lo psicologo mi ha detto: “Marco, c’è un rischio che il tuo risarcimento venga ridotto, perché sembra che tu ti sia rifatto una vita.” L’ho guardato e sono uscito dalla stanza. Perché sì, è vero, oggi ho giacca e cravatta, sono stato rieletto consigliere regionale, ma ho perso tutto. Le banche ci hanno chiuso i conti, abbiamo dovuto vendere la vigna e le case di famiglia. Ho dovuto cambiare città. Perché, anche da assolto, resti “quello lì”, il politico corrotto. Nonostante tutto, credo nella giustizia. Perché il terzo grado ha scritto nero su bianco che sono una brava persona, un bravo politico che viveva in mezzo alla gente. E forse sono l’unico politico in Italia con una sentenza che lo dice chiaramente. Da due anni vado nelle scuole, nelle carceri e negli oratori. Racconto la mia storia. Ai ragazzi piace, perché non parlo da professore, ma da persona qualunque. Un ex sportivo, un ex politico “asfaltato” che, grazie alla famiglia, allo sport e alla fede, ha avuto il coraggio di ricominciare. Porto con me una cella – sì, una cella vera, che monto nei miei incontri – perché non tutti hanno la fortuna di conoscere il carcere. Quando i ragazzi ci entrano dentro, capiscono subito cos’è la libertà. È come quando vai sott’acqua e ti manca l’ossigeno. Quella è la libertà. Molti dei miei compagni di viaggio oggi non ci sono più. Si sono buttati da un ponte, si sono impiccati. Io ci ho pensato due volte, ma ho resistito. Ora sono qui, assaporo la pioggia, la libertà, la vita. Per me, e per quelli che non ce l’hanno fatta.
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