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NON SOLO CRANS-MONTANA: LA PENA SENZA CONDANNA PORTA ALLA BARBARIE

7 febbraio 2026:

Enzo Musolino su l’Unità del 7 febbraio 2026

La condanna penale segue a un giusto processo e la misura cautelare di carcerazione preventiva – al netto dell’istituto della cauzione che è una garanzia monetaria – risponde, nei paesi liberali e democratici, a esigenze specifiche (ad esempio, pericolo di fuga, di reiterazione del reato, di inquinamento delle prove) e non è un anticipo di pena (umana o “divina”) o l’effetto diretto e “giusto” della condanna morale generalizzata.
La “condanna” a prescindere dal processo, nonostante il processo, prima del processo, è come una tentazione delle “ragioni evidenti” che valutano ogni obiezione come vuoto formalismo, orpello, rito esangue indifferente alla “sostanza” del dramma in atto mentre – di converso – è proprio l’evento che incombe con il suo peso di sofferenze e ingiustizia a essere insofferente a ogni pausa, al rinvio, ai tempi lunghi dell’applicazione delle regole a fronte dell’abisso senza tempo e grazia delle morti innocenti.
Questo, però, è il Diritto, questo è l’argine alla barbarie, alle vendette, alla tortura, alla seduzione dell’occhio per occhio.
Se le garanzie processuali, le scarcerazioni, le decisioni giudiziali che interpretano i Codici vengono considerate – dalla Politica a caccia di facile consenso – vergognose, oltraggiose, disgustose, c’è qualcosa che non funziona.
Se un'istanza politica di carcerazione, addirittura, viene richiesta all'Ambasciatore italiano in Svizzera per intervenire sulla Procura svizzera e, tramite questa, sul Giudice svizzero che ha disposto la scarcerazione, il cortocircuito – tutto italiano – diviene estremo, con buona pace del dibattito interno sulla riforma per la separazione delle carriere!
In tal modo operando, si tradiscono così quelle strutture che tutelano non solo ‘Caino’ ma anche e soprattutto l’innocente ‘Abele’ che, per un motivo o per l’altro, può divenire vittima della gogna mediatica, dell’odio popolare, di chi ha già compreso tutto e che vuole subito le Tre Croci sul Golgota.
È vero, si tratta delle croci di soli ladroni, e Cristo sembra lontano dalla pena che affligge chi è “davvero” colpevole, ma è veramente così? Possiamo inchiodare al “fatto” (come se non ci fosse neanche la minima possibilità/speranza di sviluppo) ogni atto giuridico? Davvero possiamo rinunciare alle garanzie del “caso normale” innanzi all’enormità dell’eccezione? E chi decide lo stato d’eccezione?
Si abbia allora il coraggio di essere consequenziali e si invochi oggi per questa “eccezione”, per questa enormità, per il sangue di questi morti (e domani le “eccezioni” si moltiplicherebbero di sicuro), la negazione di ogni Difesa, la pena senza Udienza, la condanna definitiva senza Legge.
In fondo, la sofferenza e il sangue del “colpevole” servono proprio a deresponsabilizzarci tutti, ad affrontare con la violenza il trauma della morte iniqua, a darci respiro togliendolo al criminale odioso che è nemico, alieno, che è diverso da noi, che è lontano dalle nostre vite, dalle nostre scelte, dai nostri comportamenti, dai nostri errori sempre scusabili. E se il criminale, invece, avesse il nostro stesso volto, i nostri interessi e appetiti, se si assumesse i rischi che noi stessi troppe volte ci assumiamo e noi i suoi a parti invertite? E se la responsabilità e il torto ci coinvolgessero come protagonisti e complici di una Società imperfetta, alla rincorsa di tutto e subito e indifferente al baratro finché non ci si casca dentro?
In questo caso solo il Diritto, solo la giustizia del ‘caso concreto’ decisa secondo regole e procedure condivise, può aiutare non a diluire le colpe ma a precisarle nella complessità di un dibattimento pubblico che garantisca tutti – accusa e difesa – dall’arbitrio di ciò che è evidente, semplice, e che non richiede alcun procedimento, nessuna prova, nessun
“giudice” che non sia già convinto dall’inizio della propria assoluta innocenza e candore e dell’altrui infamia e vergogna.
A pensarci bene “Santo subito” è come “subito all’Inferno”: l’immediatezza del sentimento non è un valore nei giudizi. Infatti, ciò che viene meno, che non serve, che può essere scarificato, è la “storia” con tutte le sue sfaccettature da accertare, con i meriti e i torti messi alla prova del confronto tra diverse posizioni, è il significato profondo – sociale/comune – di ciò che è accaduto (e che non deve ripetersi!) e che merita – per quanto è possibile accertare – la verità, il rimedio, la soluzione, l’argine, il controllo, il cambiamento, il “mai più” ponderato e non l’odio.

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