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DALLA LODE ALLO STIGMA: QUANDO LO STATO CALPESTA LE SUE VITTORIE
14 febbraio 2026: Sergio D’Elia su l’Unità del 14 febbraio 2026 Ci sono due detenuti a Rebibbia, uno si chiama Filippo Rigano, l’altro Fabio Falbo. Lo Stato tiene chiuso Filippo in una cella da 32 anni e sembra abbia davvero buttato via la chiave. La cella di Fabio invece è quasi sempre aperta anche perché fa lo scrivano e dalla mattina alla sera riceve, ascolta, consiglia e, spesso, risolve casi disperati. Nello scrivere la storia di Filippo ho preso a man bassa dal canestro di parole e di ricordi di Fabio. C’ero anch’io, il 23 ottobre 2019, quando Filippo Rigano chiudeva in un luogo infelice una parabola felice della sua vita. Nel teatro del carcere di Rebibbia, avvolto in un completo blu che profumava di libertà e di impaccio, un uomo di allora 62 anni discuteva una tesi di laurea e completava la metamorfosi di sé stesso. Mentre la Corte Costituzionale si apprestava a scardinare l’assolutezza dell’ergastolo ostativo, davanti a una commissione presieduta dai professori Giovanni Guzzetta e Cristiano Cupelli e sotto lo sguardo compiaciuto del procuratore che trent’anni prima lo aveva arrestato, Rigano presentava la sua ricerca accademica dal titolo “Sopra la Costituzione ... l’ergastolo ostativo: per chi ha sete di diritti”. In quel momento, Filippo esibiva anche la prova del riscatto di un uomo che, entrato in cella nel 1993 con la licenza di seconda elementare, usciva dal teatro di Rebibbia e rientrava nella sua cella dottore in Legge con 110 e lode. Oggi, Filippo ha 69 anni e in 33 anni di detenzione non hai ma avuto un permesso premio: nonostante il brillante percorso accademico, nonostante cinque anni di laboratorio di pratica filosofica e dieci anni di “Laboratori Spes contra Spem” di Nessuno tocchi Caino, nonostante l’impegno nel teatro e nel giornalismo. Rigano ha compiuto una conversione radicale nella sua vita, ha reciso ogni legame con le logiche criminali che lo portarono in carcere quando aveva trent’anni. Niente, resta ancora prigioniero in una cella di Alta Sicurezza e anche del suo passato. È la negazione del suo divenire, ma anche della funzione dello Stato, che attraverso il carcere e lo studio ha “fabbricato” un uomo nuovo, colto e consapevole. Rigano scrive dal carcere che “il tempo è un grande scultore”. La scienza e la filosofia concordano, visto che la coscienza si espande e l’identità si trasforma. La presenza della moglie Giuseppina e delle figlie Venera e Cristina alla sua laurea testimoniava che l’uomo della pena era tornato, mentre l’uomo del delitto rimaneva prigioniero di un fantasma che non esiste più. Che senso ha che lo Stato spenda risorse per rieducare un uomo, se poi ha paura del suo cambiamento e continua a punire, per trentatré anni, un’ombra che non abita più in quel corpo? Se la pena deve tendere alla rieducazione, Filippo Rigano incarna il successo del sistema, ma il sistema è riluttante a riconoscerlo. Tenere ancora Filippo Riganoin un regime di massima restrizione, a ben vedere, è un atto di sfiducia dello Stato verso la sua stessa opera. Tenere un uomo di quasi settant’anni, che ha dedicato metà della sua vita allo studio e alla ricerca anche interiore, nelle stesse condizioni restrittive del 1993, non è “certezza della pena”, è cecità istituzionale. Il cerchio si chiude in quel teatro di Rebibbia, dove la festa di laurea di Filippo Rigano è stata curata egregiamente da Fabio Falbo. È stato lui, “Lo Scrivano di Rebibbia”, a consegnare nelle mani della commissione esaminatrice i volti e le anime contenute nel libro “Naufraghi in cerca di una stella”: un gesto simbolico che unisce due storie diverse ma entrambe incagliate nelle secche di un diritto che sembra aver smarrito la sua bussola umana. Da un lato c’è Filippo, l’uomo che ha riconosciuto l’abisso del proprio reato e con una lettera al Sindaco di Acireale ha chiesto perdono alla sua comunità, ma resta murato vivo nell’Alta Sicurezza. Dall’altro c’è Fabio, l’uomo che, pur dichiarandosi innocente e “riconoscendo” la sentenza come atto d’imperio dello Stato, si vede negato ogni permesso perché la sua verità non coincide con quella pretesa dai tribunali. Nell’uno e nell’altro caso, sembra emergere un messaggio spietato. Non contano la cultura acquisita, il cambiamento interiore, il passare del tempo. Emerge il sospetto che l’unica moneta accettata per riscattare la propria libertà non sia quella del riscatto morale e della scelta della giusta via, ma la “collaborazione con la giustizia”, la via del baratto dei nomi e delle altrui esistenze. Non importa se sei un colpevole rinato a nuova innocenza o un innocente che resiste alla colpevolezza di Stato. Se non “collabori”, sei morto, rimani per sempre un naufrago a cui è vietato approdare sulla terra ferma, nonostante la tua stella cometa brilli ormai di una luce che orienta verso una vita nuova e i valori umani universali.
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