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Hodan Mohamud
Hodan Mohamud
OCCHIO PER OCCHIO IN SOMALIA, GIUSTIZIATA UNA DONNA

14 febbraio 2026:

Domenico Bilotti su l’Unità del 14 febbraio 2026

Il 3 febbraio scorso la somala Hodan Mohamud è stata giustiziata nella città contesa di Galkayo nel territorio federale del Puntland. Erano oltre dieci anni che una donna non veniva giustiziata nel Puntland, dopo quella fucilata nel 2013 insieme a una dozzina di militanti al-Shabaab accusati di aver assassinato un noto studioso islamico. La donna era accusata dell’omicidio di una collaboratrice domestica minorenne, Sabirin Saylaan Abdille. In realtà, al rapporto degli stessi atti di causa, Hodan non si sarebbe macchiata di una condotta omicidiaria specificamente individuabile (lesioni inferte con arma da taglio o da fuoco, strangolamento o altro). L’evento mortale sarebbe bensì maturato in conseguenza di maltrattamenti e deprivazioni continuative. Un clima di sevizie di questa natura troverebbe riscontro in video riprodotti su utenze di telefonia mobile della donna.
Quale che sia stato l’elemento probatorio determinante e nonostante le autorità federali abbiano applicato la legge islamica, non si è riusciti a evitare l’esecuzione della presunta colpevole attraverso il meccanismo della restituzione patrimoniale a beneficio della famiglia della vittima. Sulla riparazione monetaria, che spesso arriva ad avere prevalente valore simbolico, ha prevalso l’azione retributiva secca (qisas): la vita per la vita. Il boia se ne va trionfante come e meglio di un Anticristo nicciano: può vantarsi di aver gettato luce su una piaga del diritto somalo, all’interno del quale la servitù domestica è normalmente trattata nella piena disponibilità di patroni autoritari e impuniti. Suadente e allusivo, il boia, quando moltiplica sangue, morte e veleno, non prendendosi minimamente la briga di risolvere i problemi per cui sulla carta gli ultras della vendetta lo acclamano. La Somalia non è nuova a questi saliscendi nella lotta al carnefice di Stato – o di milizia o di tribù.
Senza voler scomodare le più raffinate definizioni dello scrittore politico Benjamin Constant o del nostro Alessandro Passerin d’Entrèves sulla costituzione degli Stati federali, la Somalia costituisce un esempio di federalismo per “usurpazione”: un equilibrio precario di sei entità amministrative autonome, ma dai confini labili e dagli sconfinamenti frequenti. Benché i somali costituiscano il gruppo etnico principale, il tribalismo e i conflitti tra famiglie sono frequenti quasi quanto nei Paesi divisi da questioni razziali. La legislazione statale non è mai riuscita a evitare meccanismi sanzionatori più simili alla mentalità clanica che alla rule of law. I più avvertiti collanti popolari sono rappresentati dalla fede islamica, assolutamente preponderante in questa zona del Corno d’Africa, e dall’identità nazionale, contro i secoli di dominazioni coloniali. Anche il trentennio di amministrazione italiana (1908-1936), per quanto animi ancora un filone narrativo di memoria condivisa, reiterò una mentalità simile. Quasi scomparsi gli italo-somali, allora, ormai una esigua minoranza i cattolici, che avevano prevalente insediamento nella capitale Mogadiscio. L’uccisione del vescovo Pietro Salvatore nel 1989 e la distruzione della cattedrale nel 2008 hanno segnato forse irrevocabilmente la storia del cristianesimo nel Paese.
Per sconfiggere le pretese del boia, perciò, non hanno storicamente funzionato né le religioni e le scuole giuridiche confessionali né le riforme secolari succedutesi dalla ripresa della guerra civile a oggi. Al contrario, queste ultime, in nome della sicurezza e delle norme antiterrorismo contro i jihadisti di al-Shabaab, hanno moltiplicato le condotte delittuose per cui arrivare alla comminatoria capitale. Sulla carta, lotta di pubblica incolumità e protezione di diritti, nei fatti una legislazione emergenziale che dilata senza ritegno i limiti civili e coranici alle pretese punitive del potere sul corpo del reo. Stato federale e milizie del terrore in materia di esecuzioni rischiano, nei frangenti più caldi, di guardarsi allo specchio.
In Somalia, le tregue sono effimere, come l’accordo tra clan che nel 2018 aveva sospeso le rappresaglie vendicative culminanti nell’uccisione dei rivali. E gravi disparità sociali sono all’ordine del giorno, compresa l’umiliante condizione dei lavoratori domestici e delle terre: spesso bambini abusati, e adibiti a mansioni inumane. L’atto più servile, però, è credere che queste angherie di massa possano essere fermate uccidendo una donna con un processo sommario. Lo stesso boia è pronto a prendere a bordo tanto i padroni gravemente indiziati quanto i nuovi schiavi infedeli. Per chi si nutre di morte, la vita degli altri è come il denaro: non c’è odore che tenga a scongiurare il massacro.

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