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VITERBO, SPECCHIO DELLE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA CARCERARIO

28 febbraio 2026:

Cesare Burdese su l’Unità del 28 febbraio 2026

Da oltre tre anni ormai visito i luoghi della pena insieme a Nessuno tocchi Caino, un’esperienza segnata in ogni sopralluogo da contrasti, tra gli alti ideali della visita e la dura realtà del carcere. “L’architetto della prigione è il primo esecutore della pena. Egli è il primo artefice dello strumento del supplizio”, sosteneva l’Ispettore generale delle carceri francesi Louis Mathurin Moreau-Christophe già nel 1838. Da architetto, quindi, osservo innanzitutto la struttura degli istituti penitenziari.
Il 16 gennaio scorso, insieme alla Camera Penale di Viterbo e a giovani avvocati dell’A.I.G.A., siamo entrati nella Casa Circondariale “Nicandro Izzo” di Viterbo. Oltrepassata la soglia della pesante porta blindata movimentata elettricamente, appaiono gli edifici spettrali di grigio cemento annerito dal tempo e le vaste aree prive di verde delimitate dall’alto muro di cinta. Prima di accogliere un carcere di massima sicurezza alla fine degli anni Ottanta del ‘900, quel luogo era uno scampolo agricolo di Tuscia viterbese. Spicca, a lato della strada che degrada dolcemente verso i padiglioni detentivi, una scultura monumentale di Maria Dompè, intesa simbolicamente per creare varchi tra le mura, offrendo momenti di riflessione e libertà interiore. Un’idea nobile, ma che nella realtà di quel carcere diventa sterile retorica.
Durante la visita sono emerse le contraddizioni materiali e immateriali della struttura e, più in generale, del sistema carcerario nazionale. Con 703 detenuti a fronte di 400 celle singole, molte inagibili, il sovraffollamento è evidente. Pur essendo stato accertato giuridicamente che ogni detenuto dispone dello spazio minimo vitale di 3 metri quadrati a testa, tale lettura burocratica contrasta con i principi di umanità sanciti dalla Costituzione.
Nel Reparto di Isolamento/Nuovi Giunti, un detenuto con disabilità motoria condivideva con un altro detenuto una cella singola per lui non accessibile, neppure sotto il profilo del servizio igienico. Presentava una fasciatura a un arto inferiore per le ferite procurate, a suo dire, dal movimento negli spazi ristretti con la carrozzina. Il suo trasferimento in tale sezione, riservata a soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza, pur non ricorrendo tale presupposto nel suo caso, era motivato dalla carenza di posti disponibili nelle sezioni ordinarie; circostanza che solleva interrogativi in ordine al rispetto dei suoi diritti.
Altrettanto gravi risultano le condizioni degli spazi comuni: le ore d’aria si svolgono in angusti cubicoli di cemento, segnati da muffa, con barriere architettoniche e rifiuti non rimossi, mentre il panorama a disposizione dei detenuti si limita ad alti muri e a un piccolo scorcio di cielo. Le docce comuni sono fatiscenti e invase da zanzare, trasformando il semplice gesto di lavarsi in un’esperienza intollerabile.
In una sezione di media sicurezza un detenuto ha raccontato di dover asciugare ogni mattina il pavimento della sua cella perché bagnato dalla condensa proveniente dalle pareti e dalle finestre, schermate da semplici lastre di policarbonato. Un aspetto positivo è che le finestre delle celle sono equipaggiate con scuri metallici, che permettono ai detenuti di proteggersi dal sole estivo e oscurare autonomamente la cella quando necessario. Così viene meno la fondatezza del divieto assoluto di schermare le finestre delle celle per motivi di sicurezza, un divieto che in realtà viene spesso aggirato dai detenuti con soluzioni improvvisate, per lo più tollerate dagli agenti.
Particolare perplessità ha suscitato la sezione Ex Covid/Transito, dichiarata inagibile dall’ASL ma ancora in funzione. Nonostante corridoi bui con assenza di visuali verso l’esterno e scarsa aerazione, è ambita dai detenuti perché, per la tipologia degli ospiti, garantisce una maggiore sicurezza rispetto ad altre aree dove il rischio di aggressioni è più alto. La circostanza induce a riflettere sul fatto che il carcere è mutato: mentre un tempo l’infamia del reato commesso esponeva il detenuto al rischio di violenze da parte di altri detenuti, oggi è la disponibilità economica che porta a essere vittime di estorsioni e ricatti e a determinare la protezione o l’isolamento.
Infine, la vista del nuovo padiglione in costruzione per risolvere il sovraffollamento, è apparso come il simbolo del fallimento del sistema.
L’amara conclusione è che la “Nicandro Izzo” di Viterbo, come tutte le altre carceri nazionali, mostra i limiti di un modello incapace di promuovere il reinserimento: povertà, emarginazione e fragilità psicologica rimangono senza soluzioni concrete, mentre strutture sovraffollate rivelano l’incapacità della società di affrontare il disagio sociale ed esistenziale al di fuori della detenzione.

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