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Il carcere di Fuorni
Il carcere di Fuorni
IL CARCERE È VIOLENZA, ALLO STATO DICO: DEPONI LE ARMI COME HO FATTO IO

10 giugno 2026:

Sergio D’Elia su L’Unità del 10 giugno 2026

Al carcere di Fuorni, a Salerno, la situazione non peggiora di anno in anno, ma di giorno in giorno. Con Nessuno tocchi Caino ci eravamo stati un anno fa e ci siamo tornati di recente con una nutrita delegazione, dividendoci tra la sezione femminile e quella maschile. Io ho visitato la prima sezione maschile, a media sicurezza. Il carcere viene definito “istituto di pena”, e già uno dovrebbe interrogarsi: nel terzo millennio, abbiamo ancora luoghi chiamati “penitenziari” o “istituti di pena”. O, peggio, “carceri”, termine che trae origine dall’aramaico “carcar” che vuol dire sotterrare, tumulare. Spesso, non ci rendiamo conto del peso delle parole. Quando una parola coincide in modo così crudo con la sua radice etimologica, svelandone la natura profonda, significa che l’oggetto a cui si riferisce è ormai anacronistico e bisogna liberarsene. Quello di Salerno non è un istituto di pena: è un istituto che fa pena.
Chiarisco subito un punto, partendo dalla visione che era di Marco Pannella: il carcere è un luogo dove vive e lavora una “comunità”. Pertanto, tutto il male possibile che potrò dire della struttura di Salerno non coinvolge il direttore, gli educatori, l’area sanitaria o gli agenti della Polizia Penitenziaria. È la struttura a fare pena, e del patimento inflitto sono vittime tanto i detenuti quanto i “detenenti”, messi lì dallo Stato a servire un Articolo 27 della Costituzione che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Già il termine “rieducazione” fa rabbrividire. Chi rieduca chi e, soprattutto, come? Quel luogo tradisce la sua funzione costituzionale. Nella prima sezione di Fuorni non si rieduca nessuno; al contrario, le persone si abbrutiscono, da una parte e dall’altra delle sbarre.
Dopo aver visitato istituti come questo, di fronte a casi davvero penosi, scrivo articoli per l’Unità. A volte si trasformano in interrogazioni parlamentari. A me piace definire questi interventi degli “amicus curiae”: segnalazioni rivolte al magistrato o al Tribunale di Sorveglianza. Mi rivolgo alla “curia” con spirito di amicizia, offrendo un servizio di conoscenza per chi poi dovrà decidere sui singoli casi. Non mi anima la polemica, non presento denunce. Cerco qualcosa di meglio del diritto penale, non un diritto penale migliore; non un carcere migliore, ma qualcosa di meglio del carcere. In un posto come Fuorni, l’Articolo 27 muore. E quando il “fine della pena” è tradito dalla struttura e dai mezzi di esecuzione della pena, è giunto il momento di dismettere quella struttura e smetterla con l’uso di quei mezzi.
Ne parlo per esperienza personale. In passato ho usato la violenza come metodo di lotta politica e, con quel mezzo violento, ho tradito i miei fini ideali. Per questo ho deciso di deporre le armi, sciogliere Prima Linea, consegnarla al Partito Radicale, al Partito della nonviolenza, quello di Marco Pannella. Se il mezzo per la cosiddetta rieducazione è violento e strutturalmente contrario al senso di umanità, lo Stato dovrebbe fare qualcosa di analogo. Non costruire nuove case di reclusione e altri istituti di pena e rieducazione, ma aprire case di accoglienza, istituti di prevenzione e scuole di nonviolenza. Più che aumentare la pianta organica di educatori e poliziotti penitenziari, dovrebbe armare un esercito di psicoterapeuti e di maestri elementari. E consegnare le carceri-cimiteri dei vivi ai musei degli orrori della civiltà umana. Così come esistono i musei della tortura, di criminologia e della memoria, anche i penitenziari andrebbero consegnati agli archivi storici delle pratiche ormai superate.
Abbiamo smesso di praticare la tortura quando ci siamo resi conto che era insopportabile sia per i torturati che per i torturatori. Abbiamo abolito la schiavitù quando è diventata intollerabile per gli schiavi come per gli schiavisti. Abbiamo chiuso i manicomi quando sono stati riconosciuti umilianti tanto per i “pazzi” quanto per gli psichiatri. La stessa identica logica deve valere per il carcere: un luogo strutturalmente contrario al senso di umanità, non solo per il carcerato, ma anche per il carceriere.
È l’evoluzione della coscienza sempre più orientata ai valori umani universali che ci spinge a questo. Quando un sistema è insopportabile, intollerabile, umiliante, inumano e degradante, non solo per chi lo subisce, ma anche per chi lo agisce, è giunto il momento di porre fine a quel sistema.
L’amicus curiae di oggi non riguarda un caso penoso individuale, riguarda la prima sezione di Fuorni, che fa veramente pena.
In una cella ho visto otto persone accalcate su tre letti a castello, due a tre piani e l’altro a due piani. Sotto il soffitto, a trenta centimetri dal tetto, hanno improvvisato una mensola con una bacinella per raccogliere le infiltrazioni piovane. Il direttore assicura che il tetto non scola più, ma la bacinella è ancora lì.
Nei cortili del passeggio – spazi così angusti che non tutti possono starci contemporaneamente – le mura scrostate cadono a pezzi, e dietro un muretto c’è un bagno alla turca lercio e maleodorante.
Questa è la realtà di Fuorni, ma la situazione è identica in quasi tutto l’universo carcerario italiano. Cosa dobbiamo fare, allora? Potremmo anche non fare nulla: le carceri stanno crollando da sole. È lo Stato stesso che non crede più nel sistema penitenziario e per questo lo abbandona al degrado. E quando abbandoni una struttura, la natura riprende il sopravvento. Io auspico il “crollo” dei penitenziari, sono per la loro demolizione e il “dissotterramento” dei detenuti. Se chiudiamo le carceri, crescerà l’erba nei cortili, tra le sbarre spunteranno i fiori, gli alberi invaderanno le celle, tutto diventerà verde, in un trionfo dell’ecologia, cioè dell’umanità, del Diritto e della nonviolenza. Questo è il lieto fine che io vedo nella storia del carcere.
A questo punto, mi pare di sentire l’eco di un luogo comune: “questo è pazzo, vuole chiudere le carceri e liberare i delinquenti”. Eppure, anche Franco Basaglia veniva considerato pazzo perché voleva chiudere i manicomi e liberare i malati di mente. A Trieste, nel suo ospedale psichiatrico, c’era un cavallo di nome Marco, che veniva chiamato Marco Cavallo, con nome e cognome come fosse anche lui internato. Trainava un carretto con la biancheria sporca da portare a lavare. Quando giunse per lui il tempo della pensione, fu mandato via dal manicomio. I pazienti, però, ne sentivano la mancanza. Così, Basaglia fece costruire dai pazienti e dagli infermieri un enorme cavallo di cartapesta azzurra. Era talmente bello che volle farlo vedere a tutta la città. Era così grande che, per farlo uscire, fece abbattere l’architrave della porta del manicomio.
Era il Cavallo di Troia all’incontrario. Il cavallo non entra nella città assediata, esce fuori. Dietro a quel Marco Cavallo di cartapesta sfilò il corteo più incredibile del mondo, formato da pazienti, medici e cittadini, in una marcia che segnò simbolicamente e praticamente la fine dei manicomi. Basaglia si spinse anche oltre: convinse un pilota d’aereo a far volare i matti. Ottenne anche questo, salirono sull’aereo e nell’alto del cielo girarono sull’Istria, su Venezia, su Trieste, talmente in alto che la città si rimpiccioliva, il manicomio non si vedeva più, era sparito dalla faccia della terra.
Questa è la mia visione per la fine anche del sistema penitenziario. Un nuovo “cavallo di Troia” che esce e porta fuori i “matti”. Non è un paragone azzardato: oggi nelle carceri la malattia mentale è il problema dominante. Abbiamo chiuso i manicomi e gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, solo per riaprirli nelle carceri. Dobbiamo abbattere l’architrave della porta carraia per far uscire il “cavallo Marco”, proprio come fece Basaglia. Visitare i carcerati è un’opera di misericordia, liberare i carcerati è completare l’opera. Significa liberare un’intera umanità e, con essa, la nostra stessa civiltà e “cristianità” prigioniere.

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