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CINA, IRAN E IRAQ I PRIMI PAESI BOIA DEL 2012

26 luglio 2013: Dei 40 mantenitori della pena di morte, 33 sono Paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 17 di questi Paesi, nel 2012, sono state compiute almeno 3.909 esecuzioni, il 98,5% del totale mondiale.
Un Paese solo, la Cina, ne ha effettuate circa 3.000, circa il 76% del totale mondiale; l’Iran ne ha effettuate almeno 580; l’Iraq almeno 129; l’Arabia Saudita almeno 84; lo Yemen almeno 28; la Corea del Nord almeno 20; il Sudan almeno 19; l’Afghanistan 14; il Gambia 9; la Somalia almeno 8; la Palestina (Striscia di Gaza) 6; il Sudan del Sud almeno 5; la Bielorussia almeno 3; la Siria almeno 1; il Bangladesh 1; gli Emirati Arabi Uniti 1 e il Pakistan 1.
Molti di questi Paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte, per cui il numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto.
A ben vedere, in molti di questi Paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre Paesi nel mondo che nel 2012 hanno compiuto più esecuzioni figurano tre Stati autoritari: Cina, Iran e Iraq.
Anche se la pena di morte continua a essere considerata in Cina un segreto di Stato, negli ultimi anni si sono succedute notizie, anche di fonte ufficiale, in base alle quali condanne a morte ed esecuzioni sarebbero via via diminuite rispetto all’anno precedente.
Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 1° gennaio 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema del Popolo. Da allora, la Corte Suprema ha annullato “in media” il 10 per cento delle condanne a morte pronunciate ogni anno nel Paese.
Secondo le stime di un esperto cinese, Liu Renwen, direttore del dipartimento di diritto penale della Facoltà di Legge dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali, da quando la Corte Suprema del Popolo ha riacquistato il potere di condurre la revisione finale delle condanne a morte, il numero delle esecuzioni è diminuito di oltre il 50 per cento. Nel 2006, media statali avevano riportato le stime del professor Liu secondo cui il numero di circa 8.000 esecuzioni l’anno era allora un dato ‘realistico’.
Secondo William A. Schabas, Professore di diritto internazionale presso la Middlesex University di Londra, nel 2012 “la Cina ha probabilmente giustiziato circa 3.000 persone”. “Ciò rappresenta un calo di oltre il 50% rispetto a solo cinque anni fa”, ha osservato sul suo blog il 18 dicembre 2012, forte della partecipazione per più di un decennio a numerose conferenze sulla pena di morte in Cina e dei molti incontri con esperti del sistema cinese di giustizia penale.
Secondo quanto ha riportato il 28 febbraio 2013 la Fondazione statunitense Dui Hua, “il numero delle esecuzioni è stato drasticamente ridotto, anche se nel 2012 è rimasto a un livello elevato pari a circa 3.000 esecuzioni”. La Fondazione Dui Hua, diretta da John Kamm, un ex dirigente d’affari che si è votato alla difesa dei diritti umani e che continua a mantenere buoni rapporti con funzionari governativi cinesi, aveva stimato che nel 2011 erano state effettuate “circa” 4.000 esecuzioni, mentre nel 2010 ne erano state effettuate “circa” 5.000, come nel 2009 e in lieve calo rispetto al 2008 quando, secondo la Fondazione, il numero delle esecuzioni “ha superato le 5.000 e può essersi avvicinato alle 7.000”.
Considerato che almeno il 90 per cento dei casi trattati dalla Corte Suprema è composto da casi capitali e che la Corte, nel 2012, ha definito 9.248 casi (1.267 in meno rispetto al 2011), una stima approssimativa ma realistica di Nessuno tocchi Caino fissa il numero delle condanne a morte del 2012, tra quelle definitive e quelle sospese per due anni, intorno alle 8.300 (in netto calo rispetto alle circa 9.400 stimate nel 2011).
Considerato inoltre che, sin dal febbraio 2010, la Corte Suprema ha raccomandato ai tribunali di privilegiare – rispetto all’esecuzione immediata – la pena di morte con due anni di sospensione (normalmente poi commutata nel carcere a vita o a una pena detentiva a termine), è realistico ritenere che le esecuzioni nel 2012, come stimato dal Professor William Schabas e dalla Fondazione Dui Hua, siano state circa 3.000, in netto calo rispetto alle 4.000 circa del 2011.
Il 14 marzo 2012, il Congresso Nazionale del Popolo ha approvato un nuovo emendamento che riforma la legge di procedura penale cinese in senso più garantista. Innanzitutto, la frase “rispettare e proteggere i diritti umani” è scritta nel primo capitolo della nuova legge relativo a obiettivi e principi fondamentali. Nell’emendamento, sono specificate ulteriormente le procedure per la Corte Suprema del Popolo nel riesame dei casi di pena di morte affinché tali casi siano trattati “con sufficiente attenzione” e sia rafforzata la “supervisione legale”.
Nella storia moderna, la Cina si è classificata sempre al primo posto per numero di esecuzioni, ma negli ultimi anni l’Iran è stato il primatista assoluto della pena capitale per numero di abitanti.
Secondo il quinto rapporto annuale di Iran Human Rights (IHR) sulla pena di morte nella Repubblica Islamica, nel 2012 sono state effettuate almeno 580 esecuzioni, un numero tra i più alti degli ultimi anni. Secondo Human Rights Activists in Iran, nel 2012 sono state giustiziate almeno 587 persone.
Iran Human Rights sottolinea che il numero effettivo delle esecuzioni in Iran è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel suo rapporto annuale: almeno 240 altre esecuzioni non sono state incluse nel suo conteggio per le difficoltà incontrate nella ricerca di conferme. Ad esempio, sono state incluse nel rapporto 2012 solo 85 delle 325 esecuzioni che sarebbero avvenute segretamente nel carcere di Vakilabad. Nel 2011, sulla base delle stesse fonti, Iran Human Rights aveva calcolato almeno 676 esecuzioni.
Dopo le proteste post-elettorali del 2009, il numero di esecuzioni pubbliche in Iran è aumentato drammaticamente. Secondo Iran Human Rights, nel 2012 sono state almeno 60, un numero sei volte superiore rispetto al 2009, quando almeno 12 persone sono state impiccate in luoghi pubblici. La tendenza è proseguita nel 2013. Nel mese di gennaio e febbraio soltanto, sono state impiccate sulla pubblica piazza almeno 20 persone e, al 30 giugno, si erano già svolte almeno 37 esecuzioni pubbliche.
L’esecuzione di minorenni è proseguita nel 2012 e nel 2013, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Un presunto minorenne al momento del reato è stato giustiziato in pubblico a marzo 2012. Altri due minori al momento del fatto sono stati giustiziati nel 2013, uno a gennaio e l’altro a febbraio.
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per motivi essenzialmente politici è continuata in Iran anche nel 2012 e nel 2013. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” erano in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano. Secondo Iran Human Rights (IHR), delle 294 persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2012, almeno 23, il 3%, erano state accusate di Moharebeh (fare guerra a Dio).
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta.
Nel 2012, l’Iraq ha messo a morte almeno 129 persone, il numero più alto dal 2005 e un aumento significativo e preoccupante rispetto al 2011, quando sono state giustiziate almeno 68 persone, che erano già il quadruplo rispetto alle 17 messe a morte nel 2010.
L’Iraq ha già giustiziato almeno 50 persone nel 2013 (al 16 aprile).
Le esecuzioni sono iniziate nell’agosto 2005. Da allora e fino al 16 aprile 2013, sono state eseguite almeno 497 condanne a morte, la gran parte per fatti di terrorismo.
Ad aprile 2013, c’erano circa 1.400 persone detenute nel braccio della morte, secondo il Ministro della Giustizia iracheno, Hassan al-Shammari.

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