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DIETRO LE SBARRE, PRIMA DEI MURI, VANNO RIQUALIFICATE LE RELAZIONI

5 luglio 2025:

Cesare Burdese* su l’Unità del 5 luglio 2025

Sono ritornato alla Casa Circondariale di Como, in visita con una folta delegazione di Nessuno tocchi Caino e della Camera Penale di Como e Lecco. Nel recente passato ho frequentato quel luogo per qualche tempo perché incaricato di elaborare un progetto di riqualificazione spaziale. Un progetto molto ambizioso che per questo alla fine si è rivelato anche altrettanto velleitario.
Era ambizioso perché pensato in maniera inedita con l’intento di portare la progettistica carceraria nazionale nel solco delle buone prassi internazionali, per il benessere materiale e psicologico dell’utenza tutta, attraverso le indicazioni delle neuroscienze applicate all’architettura, ancorché penitenziaria. Si è rivelato velleitario perché l’idea sottovalutava l’assenza di una reale volontà di cambiamento da parte di quanti istituzionalmente hanno in carico la vicenda architettonica penitenziaria, nel vasto deserto della cultura architettonica nazionale in tema di carcere. Dopo l’elaborazione del progetto nulla è più successo: il naufragio è stato inevitabile anche per i cambi di guardia ai vertici dell’amministrazione penitenziaria e della politica di governo. I nauseabondi odori del carcere hanno avuto il sopravvento sull’odore della calce.
Il Carcere di Como, edificato negli anni bui del terrorismo e della criminalità organizzata, insieme allo scandalo delle “Carceri d’oro”, continuerà a essere la rappresentazione di una realtà che anche sul piano materiale tradisce il monito Costituzionale e le finalità della pena volta al reinserimento sociale. I suoi muri sono meramente afflittivi, certamente sicuri ma di un istituto penitenziario fortemente sovraffollato e carente di adeguate dotazioni spaziali per le attività formative e lavorative. Predisposto a ospitare 226 detenuti, al momento della visita, l’istituto ne conteneva 428 (tra maschi e femmine), dei quali 183 stranieri.
Questo stato di cose comporta il fatto di ospitare contemporaneamente tre persone in celle da nove metri quadri ciascuna che, dedotta la superficie degli ingombri degli arredi fissi, si riducono a un metro quadro di spazio vitale a disposizione di ciascun detenuto, contro i tre metri quadri previsti per legge. A questa criticità va aggiunto che il servizio igienico di ogni cella, peraltro per lo più sprovvisto di acqua calda e di doccia (contrariamente a come la norma sin dal 2000 prevede), viene obbligatoriamente usato per le funzioni corporali e come cambusa e cucina.
Tralascio la descrizione dello stato materiale dei luoghi visitati, caratterizzati dalle criticità presenti indistintamente in tutte le nostre carceri: degrado fisico e mancanza di privacy, di verde, di luce naturale, di igiene, di ambienti minimamente accoglienti, di accorgimenti per normalizzare la quotidianità detentiva, di visuali libere, ecc., con il risultato di rendere la scena materiale della detenzione disumana e indegna per tutti.
L’accumularsi delle mie visite alle carceri nazionali, incrementate negli ultimi anni grazie a quelle con Nessuno tocchi Caino, ha consolidato in me la visione di una realtà dove il degrado umano ha il sopravvento su quello dei muri. Mi chiedo a questo punto che cosa valga sanare quei muri se il degrado umano resta irrisolto. A Como, in una sezione cosiddetta “a trattamento avanzato” (sic!), ho incontrato un detenuto ventenne al quale il compagno di cella aveva dato fuoco nel sonno. Grazie all’intervento degli agenti, in quel frangente in servizio nella sezione, è stato poi curato dalle ustioni in ospedale e miracolosamente salvato. Ora quel ragazzo è tornato in carcere portando con sé i vistosi segni delle ustioni che lo hanno deturpato e letteralmente annerito in ogni parte del corpo. Egli, davanti a me, si lamentava delle piaghe che sulla schiena gli procuravano ancora dolore e perché le sue richieste di essere alleviato da quel dolore continuavano a rimanere inascoltate.
Sono sempre più convinto che nelle nostre carceri, la priorità non sia dare qualità ai muri ma alle relazioni interpersonali, tra i detenuti e tra i detenuti e i detenenti. Non potranno certamente i muri riqualificati, da soli riscattare la condizione di “rifiuto sociale” che ormai caratterizza la maggioranza di quanti finiscono in carcere. Il recente avvio di nuove edificazioni carcerarie, gli ampliamenti con moduli prefabbricati tutto cemento – stile Albania tanto per intenderci – programmati per risolvere il sovraffollamento carcerario secondo soluzioni architettonicamente regressive e di puro contenimento incapacitante, mal si concilia con una simile visione. È la rappresentazione plastica dell’insipienza di chi le ha concepite e non mi rassegno di pensare alla loro ineluttabilità in quanto le situazioni storiche oggettive del momento lo richiedono. Forse ci possono indicare la via le parole nel Barone Rampante di Italo Calvino: “Se alzi un muro pensa a cosa lasc i fuori”.

* Architetto

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