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ISOLAMENTO DI ENNA COME LE ‘NAVI DI LAZZARO’: SENZA LUCE NÉ ARIA PARTE PIÙ BASSA DEL CARCERE

14 marzo 2026: I velieri che gli armatori italiani usavano alla fine dell’Ottocento per il lungo viaggio della speranza degli emigranti da una terra avara alla terra promessa, erano imbarcazioni fatiscenti, sovraffollate e insalubri. Le condizioni di vita talmente infime da degradare fin sotto la soglia minima di rispetto della dignità umana. Gli alloggi, infatti, erano tutti nella parte bassa del naviglio, senza aria e senza luce, e si affacciavano su corridoi dove aria e luce filtravano a malapena solo dai boccaporti. Mancava lo spazio minimo vitale. Proliferavano le malattie ai polmoni, le infezioni intestinali, la febbre e la morte. L’ora d’aria e di luce consentita al mattino era, letteralmente, una boccata d’ossigeno e di luce, quella negata per tutta la notte. Tali imbarcazioni furono, a ragione, chiamate “le navi di Lazzaro”. Alla fine del viaggio il morto poteva risorgere dalla tomba, come per miracolo.
Coi grandi piroscafi da crociera costruiti negli anni Venti per trasportare gli emigranti in America, la durata del viaggio e le condizioni di vita a bordo migliorarono sensibilmente. Ma, dall’alto al basso, lo spaccato della nave rispecchiava rigidamente le disuguaglianze sociali ed economiche dell’epoca: prima classe, seconda classe e poi, nei ponti inferiori a prua e a poppa, la terza classe, destinata alla stragrande maggioranza degli emigranti, sistemati nei dormitori comuni, su letti a castello in ferro e coi bagni pubblici.
Coi barconi di fortuna, i gommoni sgonfi e i pescherecci sovraffollati dei migranti di oggi che dalla Libia, dalla Turchia o dalla Tunisia attraversano il Mediterraneo, sono tornate “le navi di Lazzaro”. E le condizioni infami della traversata nel mare mosso non sono altro che l’annuncio di quel che li aspetta sulla terra ferma. Nessun miracolo, nessuna resurrezione.
Le sezioni d’isolamento dei nostri istituti di pena sono come “le navi di Lazzaro”. Degradate nel girone più basso, più buio, più fetido del carcere, le “stanze di pernottamento”, senza aria e senza luce, si affacciano su corridoi dove scorre di tutto: dall’acqua sporca della doccia comune ai rivoli d’urina di un Lazzaro impazzito. Anche qui, un po’ d’aria e un po’ di luce filtrano solo dai “boccaporti” delle bocche di lupo alle finestre. Anche qui manca lo spazio minimo vitale, mentre abbondano le malattie del respiro, del cuore e della mente, le infezioni intestinali, la tubercolosi, la scabbia, le cimici, la febbre, le ferite da taglio e i suicidi. Qui, però, l’ora d’aria e di luce non è desiderata neanche al mattino: la cella è sempre buia, il detenuto confonde il giorno con la notte, il letto è un sudario che conserva le tracce di tutti i corpi che di lì sono passati e sono riusciti a prendere sonno. Alla fine di questo altro viaggio, nel “c imitero dei vivi”, difficilmente Lazzaro risorge dalla tomba, neanche per miracolo.
Anche la sezione di isolamento del carcere di Enna è collocata nella parte più bassa del carcere, come nel veliero dei poveri migranti di fine Ottocento o sulla carretta del mare dei disperati di oggi. Anzi, la condizione è proprio quella di questi ultimi, simile è il loro destino. Perché gli abitanti in questa terra desolata al centro della Sicilia sono, spesso, gli stessi che hanno attraversato il Mar Mediterraneo. Ce ne sono altri che hanno avuto la “fortuna” di nascere in Italia ma il carcere li ha livellati tutti. Nella cella numero 7, Carmelo, 28 anni, fine pena agosto 2027, legge libri e scrive un diario con la ferma intenzione di passare dal fondo del reparto di isolamento a un piano più alto. Nella cella 5, quella di Antonio, il termosifone è spento, la doccia sputa solo acqua fredda, la luce è artificiale e si accende solo da fuori.
Nella cella numero 1, il degrado raggiunge il bassofondo più basso della condizione umana. Come ti chiami? Ci mette un po’ a scrivere sul foglietto di carta, col tratto di un bambino dell’asilo, il suo nome: Bandjougou Doukouré. Quanti anni hai? “Non ho un’età”, risponde. Ne dimostra una trentina. È lì da un mese proveniente, chissà come, dal Mali e poi dalla libertà in Italia, chissà quale. La stanza è completamente al buio. La piccola finestra aperta all’origine da un architetto dei supplizi a tre metri da terra e a dieci centimetri dal soffitto, è sigillata come una bocca di lupo chiusa. Non spira un filo d’aria, non filtra un raggio di luce. Il fetore di urina e feci e di cibo mai consumato, avvolge tutto e impregna i vestiti anche del visitatore occasionale che si è avventurato all’interno della caverna.
Gianpiero Cortese è molto più di un avvocato difensore. Per Bandjougou, che è sempre stato uno senza famiglia e senza fissa dimora, compie anche, cristianamente, molte opere di misericordia corporale: visita il carcerato, veste l’ignudo, dà da mangiare all’affamato. E lo assiste con amore anche in tribunale dove cerca di ridurre il danno di un diritto penale che vede solo l’uomo del reato, non considera la sua capacità di intendere e di volere, meno che mai riconosce l’uomo della pena che lo sta abbrutendo, non lo sta emendando.
Ogni santo giorno un buon samaritano ispettore di polizia s’affaccia alla cella di Bandjougou e sparge un po’ di speranza. Lo chiama, lo saluta, gli parla. Il disgraziato non vede, non ascolta, non risponde. E non mangia. Nell’angolo della stanza ha aperto una piccola discarica di minestre irrancidite passate direttamente dal carrello portavitto al pavimento. L’oscurità è resa ancora più cupa dal nerofumo che ricopre le pareti, opera dell’ultimo incendio che il detenuto ha appiccato alla cella. Bandjougou ha sempre giocato col fuoco. Quando era fuori aveva bruciato rifiuti, per scaldarsi aveva incendiato cartoni. È stato arrestato alla vigilia di Natale per aver tentato di dare fuoco al motorino di un cinese che prontamente lo ha denunciato. Era avvolto in una coperta quando lo hanno fermato, aveva in mano un accendino rosso e un mazzetto di paglia, minacciava l’incendio anche del distributore di benzina adiacente.
La branda è piantata per terra, ha sopra un materasso di gommapiuma ormai esaurito e tutto morsicato. Sul misero giaciglio non ci sono lenzuolo, federa e cuscino, ma solo una coperta marrone avvoltolata e lurida come quella della strada e come tutto il resto. Il letto è incastrato tra la parete e il muro del bagno: un cesso senza luce, senza acqua, senza lavandino. E anche senza il water, perché Bandjougou lo ha divelto, e nel buco rimasto aperto sul pavimento lui ora fa i suoi bisogni. Va su e giù nella cella a piedi nudi tra gli avanzi di cibo e le pozze d’acqua che schizza in abbondanza dalla doccia comune aperta senza riparo e senza ritegno mezzo metro davanti al suo cancello.
Da quando è arrivato a Enna, Ignazio Santoro, il bravo e coscienzioso direttore dell’istituto, ha insistito per il suo trasferimento in un luogo diverso, dove medici e infermieri possano davvero prendersi cura di lui. Alla fine, la sua supplica è stata accolta e ora Bandjougou attende che si liberi un letto al Pagliarelli di Palermo o a Barcellona Pozzo di Gotto. Siamo stati a Barcellona, un anno fa. Un tempo c’era l’OPG, l’ospedale psichiatrico giudiziario. Oggi non c’è più, perché li hanno aboliti tutti. Ma, nello stesso luogo, hanno allestito un qualcosa di simile che si chiama ATSM, che vuol dire Articolazione Tutela Salute Mentale. Il giorno della visita, c’era un solo dirigente psichiatra per tutta l’ATSM, quella maschile e quella femminile, un altro medico era in convenzione, una terza dottoressa era in formazione, una specializzanda che richiedeva di essere affiancata da un tutor. Abbiamo visto anche lì celle fatiscenti, sporche e maleodoranti, e incontrat o detenuti che facevano letteralmente pena.
Non credo che in quel luogo Bandjougou possa ritrovare la tutela, la salute e il senno perduti. Passando da un lazzaretto all’altro, Lazzaro resta Lazzaro: sta sempre in fondo alla nave, sepolto nel cimitero dei vivi, da dove non risorgi neanche per miracolo. Bandjougou ha bisogno, non di un carcere migliore, ma di qualcosa di meglio del carcere. Ha bisogno di aria, di luce, del sole del deserto del suo Mali. Ha bisogno di una famiglia che forse non ha mai avuto, della dimora che non ha mai abitato, dell’amore che non ha mai ricevuto.

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