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LA PATRIA DEI DIRITTI DELL’UOMO VIETA DI MANIFESTARE CONTRO LA PENA DI MORTE E SI MOSTRA SUCCUBE DEL REGIME IRANIANO

24 giugno 2026:

L’Unità, 23/06/2026


Sergio D'Elia
Roberto Rampi
Elisabetta Zamparutti

Non è mai accaduto, per quanto ci risulta, che nell’Europa occidentale una manifestazione di massa contro la pena di morte in Iran sia stata vietata dalle autorità. Avvertivamo l’urgenza di una grande mobilitazione, transnazionale e transpartitica, di fronte all’indecenza di un regime che, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, ha giustiziato oltre 2000 persone nel 2025, superando le 850 quest’anno. Un orrore che non abbiamo visto riflesso in mobilitazioni di piazza, né di palazzo.
Per questo abbiamo accolto con gratitudine l’invito della resistenza iraniana di Maryam Rajavi a partecipare alla manifestazione di Parigi il 20 giugno che si preannunciava molto partecipata. Una data fortemente simbolica: ricorre infatti l’anniversario della brutale repressione del 20 giugno 1981, quando Khomeini soffocò nel sangue la protesta di centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza a Teheran e in altre città contro la nascente dittatura religiosa.
Ma c’è sempre una prima volta. Alle 19 del 18 giugno, dopo oltre due mesi di collaborazione tra gli organizzatori e le autorità francesi, il prefetto di Parigi notifica il diniego alla resistenza iraniana. L’immediato ricorso al tribunale amministrativo non avrebbe comunque consentito agli organizzatori di allestire in tempo il palco destinato alle personalità internazionali che si sono così ritrovate nel quartier generale della resistenza iraniana.
Quando arriviamo a Parigi, veniamo informati dell’accaduto. La decisione prefettizia interviene nelle stesse ore in cui intercorre una telefonata tra il Ministro degli Esteri francese e quello iraniano. Circostanza che alimenta interrogativi sulle ragioni politiche del divieto. E su un potere prefettizio parigino che si manifesta a noi come succube di quello clericale e militare iraniano. Sentiamo il sapore di un residuo della tradizione napoleonica francese, espressione di un potere amministrativo centralista volto a limitare la partecipazione democratica. Riaffiora alla memoria una lezione di Marco Pannella: diffidare di ogni potere amministrativo che pretenda di sostituirsi al diritto. Quando un prefetto decide chi può manifestare e chi no, non siamo più nel terreno delle libertà democratiche ma in quello dell’arbitrio amministrativo. E quando viene impedita una manifestazione contro le migliaia di esecuzioni e contro la dittatura, non è soltanto la libertà degli iraniani a essere colpita. È la credibilità stessa dell’Europa come spazio di libertà e di diritti a essere messa in discussione.
Ad accrescere l’inquietudine è il contesto internazionale in cui questi eventi maturano. Sono i giorni in cui si discute dei rapporti tra Iran e l’Occidente e si firma proprio a Versailles un accordo tra Iran e Stati Uniti. Quando sentiamo evocare Versailles, il pensiero corre inevitabilmente ai grandi errori della politica europea del Novecento. L’illusione che sia possibile garantire la pace sacrificando la libertà degli altri ha prodotto tragedie che la storia non dovrebbe dimenticare. Il Patto Molotov-Ribbentrop fu il punto di arrivo di una lunga stagione di accondiscendenza verso le dittature, quando le democrazie europee avevano già accettato di chiudere gli occhi davanti alla repressione interna, alle aggressioni esterne e alla negazione dei diritti fondamentali in nome della stabilità e degli interessi del momento. Il risultato non fu la pace, ma una guerra ancora più devastante.
I momenti storici non sono sovrapponibili. Ma il riflesso politico è simile. Quando, per favorire un negoziato con un regime, si limita la libertà di chi quel regime lo combatte pacificamente, quando si vieta una manifestazione contro la pena di morte per non disturbare il dialogo con chi impicca i propri cittadini, quando la stabilità dei carnefici pesa più della libertà delle vittime, allora si imbocca una strada pericolosa. Lo ha ricordato Charles Michel, già Primo Ministro belga e Presidente del Consiglio europeo, ospite della resistenza iraniana che riferendosi al presente ha detto: “L’accondiscendenza non funziona”.
Per Nessuno tocchi Caino, la questione dei diritti umani e della pena di morte resta prioritaria anche nel quadro della crisi internazionale che coinvolge l’Iran. Siamo convinti che il cappio che oggi minaccia di stringersi attorno all’economia mondiale con la crisi dello Stretto di Hormuz potrà essere allentato solo quando il regime smetterà di stringere il cappio attorno al collo dei propri cittadini per reprimerli, incarcerarli e impiccarli. La sicurezza internazionale e la libertà degli iraniani non sono questioni separate: un regime che governa all’interno di un Paese attraverso la repressione e la pena di morte resta un fattore permanente di instabilità anche all’esterno. Per questo la difesa dei diritti umani non è un tema subordinato alla geopolitica, ma una condizione essenziale per una pace giusta e duratura.
Ancora più inquietante è quanto poi è emerso dalla decisione del Tribunale amministrativo di Parigi, nel frattempo giunta la mattina del 20 giugno. I giudici rilevano che il provvedimento prefettizio si fonda su motivazioni generiche e prive di elementi contestuali sufficienti. Tuttavia, rapporti d’intelligence trasmessi al tribunale indicano che il raduno sarebbe stato «esposto al rischio di un grave attacco da parte del regime iraniano o dei monarchici iraniani». La sentenza afferma che apparati residui dello Scià «mantengono un servizio di sicurezza interno noto come SAVAK» che è attivo in Europa osservando che tale presenza già «era evidente durante le manifestazioni tenutesi a Londra il 26 aprile 2026 e a Regensburg, in Germania, il 10 maggio 2026, dove alcuni partecipanti esponevano abiti e striscioni recanti simboli della SAVAK».
Un elemento che conferma come le minacce alla resistenza iraniana non provengano soltanto dall’attuale regime teocratico, ma anche da settori che guardano con nostalgia all’autoritarismo del passato, accomunati, gli uni agli altri, dal metodo violento pronti a colpire a morte la resistenza iraniana e i suoi sostenitori. Continuiamo a pensare che i servizi francesi avrebbero potuto affrontare e neutralizzare tali minacce come avvenne nel 2018, quando d’intesa con altri servizi europei, sventarono l’attentato ordito dai Mullah alla grande Convention di Villepinte a Parigi.
Tuttavia, alla fine il tribunale ha confermato il divieto per motivi di sicurezza.
“Provo dolore per la mia Francia” dice Christine Arrighi, Presidente del Comitato parlamentare Iran Libero del Parlamento francese in apertura dell’incontro tra Maryam Rajavi e gli ospiti internazionali.
Il risultato è stato paradossale. Una manifestazione contro la pena di morte è stata fermata mentre le minacce di morte di chi voleva impedirla hanno ottenuto l’effetto desiderato. La Francia non ha permesso ai manifestanti di concentrarsi e ha affrontato i vari gruppi con un dispiegamento di polizia dall’atteggiamento ingiustificatamente aggressivo, buono forse per alcune immagini da mostrare ai Mullah, ai Pasdaran e ai sostenitori dello Scià. Centinaia di pullman sono stati bloccati alle frontiere. Decine di migliaia di persone non hanno potuto raggiungere Parigi. Gli ospiti internazionali sono stati privati della possibilità di intervenire da un palco pubblico.
Eppure quelle voci non erano marginali. Erano quelle di parlamentari, ex capi di governo, ex ministri degli Esteri, rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali provenienti da Paesi e culture politiche diverse: Charles Michel, Petre Roman, John Bercow, John Baird, Alejo Vidal-Quadras, Carsten Müller, la Baronessa Nuala O’Loan, Robert Torricelli e Naike Gruppioni. Tra loro, Dmytro Kuleba, ex Ministro degli Esteri ucraino, ha rivolto un messaggio di fiducia alla resistenza iraniana: continuare a credere che un futuro di libertà sia possibile.
È lo stesso futuro che intravediamo nell’azione nonviolenta dei detenuti iraniani condannati a morte che ogni martedì conducono uno sciopero della fame contro le esecuzioni. È lì, nelle carceri, la resistenza radicalmente alternativa alla violenza di un regime che ha bisogno di impiccare i loro corpi per sopravvivere.

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