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Il leader nordcoreano Kim Jong-Un
Il leader nordcoreano Kim Jong-Un
COREA DEL NORD: MESSI A MORTE PER AVER VISTO LA TV SUDCOREANA

4 febbraio 2026:

Secondo una serie di testimonianze raccolte da Amnesty International, nella Corea del Nord persone sono state sottoposte a umiliazioni pubbliche, condannate ad anni di lavori forzati e persino messe a morte per essere state sorprese a vedere programmi televisivi sudcoreani, soprattutto se troppo povere per permettersi di pagare tangenti per evitare tali punizioni.
Da queste testimonianze è emerso il quadro di un sistema arbitrario e corrotto in cui l’abitudine di vedere la tv sudcoreana è diffusa ma le punizioni per aver violato leggi sulla “cultura” definite in modo generico dipendono dalla condizione economica e dai contatti con persone che contano.
Molte delle persone intervistate da Amnesty International hanno descritto un clima di paura permanente di subire irruzioni in casa, di essere arrestate arbitrariamente e di essere costrette ad assistere a esecuzioni in pubblico durante gli anni di scuola, nell’ambito di sessioni di “educazione ideologica”.
“Nella Corea del Nord vigono leggi distopiche: vedere un programma trasmesso dalla tv sudcoreana può costare la vita, a meno che non si possa pagare per evitare la punizione”, ha dichiarato Sarah Brooks, vicedirettrice per l’Asia di Amnesty International.
“Le autorità nordcoreane criminalizzano l’accesso all’informazione in violazione del diritto internazionale per poi permettere ai pubblici ufficiali di arricchirsi a spese di coloro che temono di essere puniti. Questa repressione combinata alla corruzione devasta la vita soprattutto di coloro che non hanno risorse economiche o contatti con persone che contano”, ha aggiunto Brooks.
Nel 2025 Amnesty International ha svolto 25 approfondite interviste con persone fuggite dalla Corea del Nord.
Il gruppo include 11 persone fuggite dalla Corea del Nord tra il 2019 e il 2020, con la fuga più recente che risale a giugno 2020.
Nella maggior parte dei casi si tratta di persone di età compresa tra 15 e 25 anni al momento della fuga. La pandemia da Covid-19, con la conseguente chiusura delle frontiere, ha reso dal 2020 estremamente difficile lasciare il Paese.
Da tempo, la Corea del Nord è uno degli stati più repressivi dal punto di vista della libertà d’informazione. Accedere a culture e informazioni straniere è severamente punito, anche con la pena di morte, almeno prima del 2020.
Quell’anno, con l’introduzione della Legge contro il pensiero e la cultura reazionari, che definisce i contenuti sudcoreani “ideologia corrotta che paralizza i sentimenti rivoluzionari del popolo”, sono entrate in vigore norme che puniscono con pene da cinque a 15 anni di lavoro forzato la visione o il possesso di commedie, film o musica della Corea del Sud e anche con la pena di morte la distribuzione di “grandi quantità” di tali contenuti o per l’organizzazione di visioni di gruppo.
Nonostante questi gravi rischi, in Corea del Nord la fruizione di programmi televisivi sudcoreani o di altri stati è assai diffusa. Commedie e film sono comunemente introdotti nel territorio nordcoreano dalla Cina mediante chiavette Usb e visionati dai giovani nordcoreani attraverso computer che possono fungere da schermo televisivo.
Persone che hanno lasciato la Corea del Nord tra il 2012 e il 2020 hanno riferito ad Amnesty International che coloro che vedevano abitualmente programmi televisivi sudcoreani correvano il rischio di subire condanne durissime che, tuttavia, potevano evitare se fossero state in grado di pagare.
“La punizione inflitta a persone per il medesimo reato dipende interamente dal denaro. Chi non ha contanti, vende la sua abitazione per rimediare tra i 5000 e 10.000 dollari e lasciare i campi di rieducazione”, ha dichiarato Choi Suvin, 39 anni, che è fuggito dalla Corea del Nord nel 2019.
Kim Joonsik, 28 anni, è stato sorpreso tre volte a guardare commedie sudcoreane. Ha evitato di subire punizioni perché la sua famiglia aveva contatti con le autorità. Ha lasciato la Corea del Nord nel 2019.
“Di solito quando prendono gli studenti delle scuole superiori, se le loro famiglie hanno soldi, se la cavano con un ammonimento. Io non ho subito sanzioni perché avevamo qualche contatto”.
Invece, sul finire degli anni Dieci, tre compagni di scuola di sua sorella sono stati condannati a lunghi periodi di lavori forzati perché le loro famiglie non erano state in grado di pagare tangenti. Quando la sorella di Kim è stata arrestata, la famiglia ha pagato 9000 dollari per evitare che venisse incriminata.
L’ammontare delle tangenti pagate dalle famiglie di Choi e di Kim (da 5.000 a 10.000 dollari) rappresenta il reddito raggiunto da molte famiglie nordcoreane in molti anni di lavoro. Si tratta dunque di somme irraggiungibili se non dalle famiglie più benestanti.
Da decenni il governo nordcoreano impiega una forza di polizia specializzata nel reprimere la fruizione di contenuti informativi stranieri. Chiamata “Gruppo 109”, questa unità conduce ispezioni senza preavviso nelle abitazioni e controlli in strada perquisendo borse e telefoni cellulari. Quindici delle persone intervistate da Amnesty International, provenienti da zone diverse della Corea del Nord, hanno menzionato il “Gruppo 109”, portando l’organizzazione per i diritti umani alla conclusione che si tratti di una forma di controllo sistematico e a livello nazionale.
Gli intervistati hanno detto che le forze di sicurezza sollecitano tangenti dalle persone arrestate per aver fruito di contenuti stranieri così come dalle loro famiglie. Una persona che era stata sorpresa a vedere contenuti stranieri ha riferito che un agente del “Gruppo 109” gli ha detto: “Non vogliamo punirti duramente ma abbiamo bisogno di pagare i nostri capi per salvarci la vita”.
Quest’applicazione arbitraria e discriminatoria della legge è sistematica. Gli agenti delle forze di polizia che vedono film sudcoreani arrestano altre persone per la medesima condotta. Una delle persone intervistate ha descritto questo “segreto di Pulcinella”:
“Gli operai vedono [i film] alla luce del sole, i membri del partito li vedono con orgoglio, gli agenti della sicurezza li vedono di nascosto, la polizia li vede in modo sicuro. Tutti sanno che tutti guardano la tv sudcoreana, compresi quelli che attuano la repressione”. 
A volte, la repressione politica ha preso il sopravvento sul sistema delle tangenti. Alla fine degli anni Dieci il leader Kim Jong Un ha ordinato una campagna di “intensa repressione”. In quel periodo, i funzionari di polizia hanno ricevuto pressioni per mostrare risultati, rendendo il sistema delle tangenti meno efficace per le famiglie benestanti e per quelle che avevano rapporti con persone che contavano.
“Mio cugino lavorava al Comitato del Popolo [un organismo amministrativo locale]. Ha detto che quando prendevano qualcuno, nessuno avrebbe potuto salvarlo. Neanche versare una tangente o conoscere qualcuno poteva essere di aiuto perché la repressione si era fatta molto severa”, ha raccontato Kim Gayong, 32 anni, fuggita dalla Corea del Nord nel 2020.
Le persone intervistate da Amnesty International hanno descritto il sistema di esecuzioni in pubblico portato avanti dalle autorità nordcoreane per terrorizzare intere comunità e costringerle all’obbedienza.
Choi Suvin ha assistito, “nel 2017 o nel 2018” a un’esecuzione in pubblico a Sinuiju, nella provincia di Pyongan Nord, di una persona accusata di aver distribuito contenuti informativi stranieri:
“Le autorità dicevano a tutti di andare e alla fine decine di migliaia di abitanti di Sinuiju si sono recati ad assistere. Mettevano a morte le persone per farci il lavaggio del cervello ed educarci”. 
In alcuni casi le scuole hanno sistematicamente costretto gli studenti ad assistere alle esecuzioni pubbliche come parte della loro “educazione ideologica”. Le condanne a morte sono state eseguite mediante plotone d’esecuzione: in un caso, una squadra di 10 fucilieri ha sparato circa 30 pallottole. Talvolta, le autorità mettono qualcosa in bocca alle persone che stanno per essere messe a morte per impedire loro di parlare.
“Quando avevamo 16 e 17 anni ci portavano a vedere le esecuzioni e ci mostravano tutto. Le persone venivano messe a morte per aver visto o distribuito contenuti video della Corea del Sud. Era la nostra educazione ideologica: se vedrai quelle cose, capiterà anche a te”, ha dichiarato Kim Eunju, 40 anni, fuggita dalla Corea del Nord nel 2019.
Un’altra persona intervistata, fuggita dalla Corea del Nord nel 2017 ha riferito che a “tutte” le scuole medie e i licei di Chongjin, nella provincia di Hamgyong Nord, veniva ordinato di assistere alle esecuzioni:
“Il messaggio era questo: ecco cosa accade [quando vedete la tv sudcoreana]. Quando ero alla scuola media ho assistito a due esecuzioni”.
Le scuole sono a loro volta usate come luoghi dove infliggere pubbliche umiliazioni. Kim Yerim, 26 anni, fuggita dalla Corea del Nord nel 2019, ha visto 10 dirigenti scolastici venir sottoposti a lunghe ore di sessioni di “critiche pubbliche” per aver guardato TV straniere:
“Le autorità portavano gli studenti delle elementari, delle medie e dei licei a vedere cosa succedeva quando ci si comportava male. Per parecchie ore, funzionari della Lega giovanile e di altre organizzazioni del Partito criticavano la persona accusata dicendole che la sua anima era corrotta e che era priva di preparazione ideologica”.
Le scuole tenevano regolari sessioni di educazione ideologica sui pericoli costituiti dalle fonti d’informazione straniere. Kim Gayong ha descritto le sessioni settimanali in cui “gli insegnanti spiegavano le leggi e le nuove regole”. In altri casi, le sessioni prevedevano l’osservazione di processi.
Amnesty International chiede al governo nordcoreano di rispettare e proteggere la libertà d’espressione, compresa quella di accedere alle informazioni, di annullare urgentemente tutte le leggi che criminalizzano l’accesso alle informazioni, compresa la Legge contro il pensiero e la cultura reazionari del 2020, di istituire una moratoria su tutte le esecuzioni, comprese quelle pubbliche, in vista di una completa abolizione della pena di morte, proteggendo in particolare le persone adolescenti dalla crudele prassi di portarle ad assistere alle esecuzioni.
Il governo nordcoreano deve inoltre porre fine alle detenzioni arbitrarie e ai trattamenti discriminatori basati sullo status economico o sociale. Le autorità devono assicurare l’uguale applicazione della legge e garantire processi equi a tutte le persone accusate di reati previsti dal diritto internazionale.
“Il governo ha paura dell’informazione e questo ha chiuso l’intera popolazione della Corea del Nord in una gabbia ideologica, impedendole di accedere a opinioni e pensieri di altri esseri umani. Le persone che cercano di sapere qualcosa sul mondo al di fuori della Corea del Nord o che semplicemente cercano occasioni di svago fruendo di contenuti stranieri rischiano le pene più dure”, ha dichiarato Brooks.
“Questo sistema del tutto arbitrario, basato sulla paura e sulla corruzione, viola i principi fondamentali della giustizia e i diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Dev’essere smantellato in modo che la popolazione nordcoreana possa beneficiare delle libertà che le spettano”, ha proseguito Brooks.
La chiusura delle frontiere dal 2020 al 2023, causata dalla pandemia da Covid-19, ha quasi del tutto fermato le partenze dalla Corea del Nord: le persone giunte nella Corea del Sud erano state 1047 nel 2019 e sono state appena 224 nel 2025. Per fuggire occorrono normalmente mesi o anni, durante i quali si rischiano violazioni dei diritti umani. Questi traumi implicano che le persone fuggite dalla Corea del Nord hanno spesso bisogno di tempo prima di testimoniare. All’arrivo nella Corea del Sud, devono sottostare a un processo completo di “debriefing” da parte delle autorità locali ed essere avviate ai programmi di reinsediamento.
Amnesty International pubblica regolarmente informazioni sulle esecuzioni pubbliche e su altre prassi allarmanti ma, a causa delle gravi limitazioni all’accesso alle informazioni, non è in grado di verificare in maniera indipendente quanto sia estesa l’applicazione della pena di morte nel Paese. L’adozione della Legge contro il pensiero e la cultura reazionari ha codificato alcune delle sanzioni più dure.
Le esperienze condivise dalle persone fuggite dalla Corea del Nord prima del 2020 paiono coerenti con le prassi e le leggi vigenti nel Paese negli ultimi anni. Mostrano coerenza anche quando sono riferite a periodi di tempo diversi e a zone diverse del Paese e rispetto alle conclusioni cui sono giunte le agenzie delle Nazioni Unite, in particolare l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani.
Le testimonianze raccolte da Amnesty International nel 2025 indicano che la fruizione di contenuti informativi stranieri era criminalizzata e punita con la pena di morte anche prima dell’entrata in vigore, nel 2020, della Legge contro il pensiero e la cultura reazionari. Le testimonianze raccolte nel corso di ulteriori ricerche o attraverso i resoconti di stampa, mostrano che esecuzioni vengono compiute anche in forma extragiudiziale, senza indagini né processi né sentenze.
Le leggi e le prassi in vigore nella Corea del Nord violano il diritto internazionale sui diritti umani, in particolare il Patto internazionale sui diritti civili e politici, che ha ratificato nel 1981. Costringere sistematicamente le bambine e i bambini ad assistere alle esecuzioni in pubblico costituisce una grave violazione dei diritti umani, anche della Convenzione sui diritti dell’infanzia, che la Corea del Nord ha ratificato nel 1990.
Dall’armistizio del 1953 che ha interrotto ma non ha formalmente messo fine alla Guerra di Corea, la Corea del Nord e la Corea del Sud restano tecnicamente in guerra e sono profondamente divise.
Amnesty International ha scritto al governo della Repubblica Democratica Popolare di Corea condividendo le conclusioni delle proprie ricerche e invitando le autorità a replicare. Finora non è stata ricevuta alcuna risposta.

Nota
In questo comunicato stampa sono stati usati pseudonimi per proteggere l’identità delle persone intervistate.

(Fonte: AI, 04/02/2026)

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