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CELLA NUMERO 10. NOTTE FONDA. ANCORA QUI, VIVO, CON UNA PENNA IN MANO E MILLE PENSIERI

21 febbraio 2026:

Luca Calaiò su l’Unità del 21 febbraio 2026

Cella numero 10, primo reparto, secondo piano. Notte fonda. Ancora qui, vivo, con una penna in mano e mille pensieri che scorrono nella mia mente. Ripenso ai compagni stufi, delusi da ogni cosa, compreso questo laboratorio. Spesso mi dicono che non serve, che è tempo perso: «Lascia perdere, andiamo in palestra, va». E una parte di me comprende questo malessere interiore.
Parlando con una psicologa clinica, è venuto fuori che il senso di ingiustizia dell’uomo, o la richiesta di giustizia, è paragonabile ai bisogni primari: mangiare, bere, dormire. Mi fermo e osservo questo spazio angusto dove trascorro parte della mia esistenza. Muri umidi, piove nel bagno, sanitari piccoli come le case di plastica per i bambini, un freddo tale che l’olio nella bottiglia si è condensato.
Non sono innocente. Forse alcuni qui lo sono, ed è ancora più pesante per loro. Ma io no, sono il “cattivo”. Ho spacciato e me ne sono fregato delle regole, della collettività. Prima venivano le mie figlie, poi i miei divertimenti, i miei piaceri, come se la felicità fosse il soddisfacimento di ogni pulsione che ci passa per la testa.
Qui dentro tutto è quasi uguale a 50 anni fa. Forse è cambiata solo la tv, perché quelle vecchie non le producono più. Fuori, invece, il mondo corre a una velocità mai vista: intelligenza artificiale, internet, scienza, tecnologia, digitalizzazione, inclusione, sensibilità nuova verso la vita umana. Ci sono case con robot che puliscono, frigoriferi che parlano, luci che si accendono a comando; basta uno schiocco di dita e parte la playlist del risveglio. Per un attimo ero volato in quella casa. Ma poi sono qui, con cancelli vecchi di mezzo secolo, serrature di ferro, chiavi pesanti. Sento la musica da una radio del prete, la solita radio portatile con la scritta “Radio Maria”, uguale a vent’anni fa.
Mi interrogo: che cosa fa davvero migliorare le cose, le persone? Fuori c’è la guerra a Gaza, in Ucraina, e decine di conflitti nel mondo. C’è Trump, considerato folle eppure a capo dello Stato più potente del pianeta. Ci sono femminicidi, baby gang, povertà, malattie. Da padre di tre figli rabbrividisco davanti alle pubblicità in tv con i bambini malati in ospedale. Tutto vero. E allora cosa dovrei fare io, qua giù, con questo fuoco che mi brucia le ossa?
Penso allo psichiatra che nei campi di concentramento vedeva i tedeschi giocare con gli ebrei, costretti a correre a piedi nudi sulla neve: chi cadeva, veniva ucciso. Lui pensava di morire lì, eppure dentro di sé vedeva anche un’aula universitaria, se stesso che parlava a giovani studenti di ciò che era accaduto, di psichiatria e malattia mentale. Un conflitto profondo. Ma quel sogno, alla fine, l’ha raggiunto: è diventato uno dei più rinomati psichiatri del suo tempo. Se avesse scelto la morte, quella voce non sarebbe mai esistita. E chissà quanti altri, come lui, hanno trasformato il proprio dolore in qualcosa che resta.
Sono stanco. «Cosa scrivo a fare?», mi chiedo. Non siamo in un campo di concentramento, qualcuno dirà che il paragone è sbagliato. Forse lo è. Ma la sofferenza cambia con il tempo, e ogni epoca ha le sue sensibilità. Un tempo si moriva per il Re; oggi, chi morirebbe per un politico?
La vita, in tutte le sue forme, è molto tutelata ai nostri tempi. Se le leggi e le sensibilità sono progredite, perché l’esecuzione della pena in carcere no? Un tempo c’era l’omicidio d’onore; oggi, se molesti una donna, ti arrestano – e fanno bene. Ma se siamo così evoluti, così sensibili persino verso gli animali, cosa succede quando c’è un colpevole di reato? Si vuole la sua sofferenza, il suo sangue, come ai tempi dell’Inquisizione, quando si mandavano al rogo donne che poi si scopriva essere guaritrici, esperte di erbe e fiori.
Non devo essere io a illuminare la questione: ormai tutti sanno che una pena spropositata, senza dignità e senza cura per le fragilità dell’individuo, produce solo rabbia e frustrazione. A me, ripetere sempre le stesse cose, ha stancato. Vent’anni fa dicevo: «Tra vent’anni capiranno che non serve a un cazzo, sto schifo». Oggi vedo le cose peggiorare: non possiamo neppure comprare un giocattolo ai figli che vengono a trovarci a colloquio.
Non è il carcere a essere buono o cattivo: è il sistema carcerario. Del buonismo non me ne faccio niente. Come quello psichiatra, sono in bilico tra sogno e realtà. Mi piace pensare, però, che – come dice l’amica Elisabetta – siamo formichine, e nel nostro piccolo possiamo creare piccoli ma significativi cambiamenti.
Tutto sta nel decidere se muoverci, lottare, usare gli strumenti che abbiamo per cambiare qualcosa, oppure mollare e lasciarci trascinare dalle giornate. Meglio una missione illusoria o la cruda realtà? La vita è molto più complessa di una domanda così. Dormirò, forse, continuando a cercare, a riflettere, a soffrire, a sognare, a sperare.

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