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Tommy Walker
Tommy Walker
COSÌ È STATO SMASCHERATO IL PROCESSO RAZZISTA A WALKER: GIUSTIZIATO DA INNOCENTE 70 ANNI FA

21 febbraio 2026:

Valerio Fioravanti su l’Unità del 21 febbraio 2026

Negli Stati Uniti, in Texas, Stato “cow boy” come nessun altro, hanno stabilito che Tommy Walker, un giovane “negro” mandato sulla sedia elettrica 70 anni fa, aveva subito un processo ingiusto, con 12 giurati popolari e un giudice tutti bianchi, chiamati a emettere una sentenza contro un nero accusato di aver ucciso una donna bianca. Sembra un film, tanti luoghi comuni messi tutti in fila. Un ragazzo di 19 anni fermato nel 1953, su segnalazione di un informatore (che poi lamenterà di non essere stato pagato quanto pattuito), poliziotti bianchi comandati da un membro del Ku Klux Klan, che lo interrogano, lo spaventano con minacce rivolte a lui e alla sua famiglia, scrivono per lui una confessione e lo obbligano a firmarla, due testimoni oculari (bianchi) che fino al giorno prima avevano dato descrizioni molto sommarie all’improvviso lo riconoscono con certezza.
Il processo fila via spedito, il ragazzo, che in realtà aveva un alibi di ferro visto che la sera del crimine era in ospedale perché sua moglie aveva messo al mondo il loro primo (e ultimo) figlio, viene preso, impacchettato, e dopo un processo di poche ore mandato nel braccio della morte. L’alibi? La giuria popolare non ne ha tenuto conto, in fin dei conti infermiere e levatrici erano nere come l’imputato, meglio fidarsi dell’informatore e dei due testimoni “bianchi”. Nel 1956 Walker viene legato alla sedia elettrica, e ucciso.
Fin qui, come abbiamo detto, nessuno si sorprende, è un brutto film sul razzismo americano che abbiamo già visto tante volte. Un film drammatico, certo: un uomo è morto, una giovanissima moglie è rimasta vedova, un bambino è rimasto subito orfano, e un colpevole è rimasto in libertà, e chissà cos’altro ha fatto. E, come direbbero oggi i cultori della “giustizia riparativa”, la vittima non ha avuto nessuna giustizia. Un disastro.
La seconda parte della storia è: “chi ha scoperto il disastro?”. Qui la storia si fa edificante, ma urticante per noi italiani.
Premessa: poiché non si può processare un morto, e non lo si può processare nemmeno se per questo morto si cerca una assoluzione, il “processo” non può essere impiantato in un tribunale giudiziario normale. Nel caso di cui stiamo parlando, il figlio della vittima, ormai settantaduenne, ha dovuto rivolgersi a un tribunale amministrativo, che in Texas prende il nome di Commissioners Court. La Commissioners Court, nonostante si chiami “Court”, non è un tribunale nel senso giudiziario del termine. Il nome trae in inganno: è l’organo di governo esecutivo amministrativo della contea, una sorta di giunta e consiglio provinciale fusi insieme (quindi un organo composto da politici), e la presidenza è affidata a un giudice in pensione. In quanto giudice garantisce che tutte le leggi siano rispettate, in quanto in pensione garantisce (nei limiti del possibile) che non abbia ulteriori mire di carriera. Noi in Italia non abbiamo un organo del genere, ma intanto chiariamoci: la cosa importante non è come è configurato l’organo: la cosa importante è che politici di entrambe gli schieramenti abbiano votato all’unanimità per la riabilitazione postuma di Walker.
Poi, il secondo punto del “chi ha scoperto il disastro”: al caso ha lavorato una costola della procura che ha l’incarico di ri-esaminare i casi in cui la colpevolezza degli imputati non è certa (Conviction Integrity Unit). Terzo: ci ha lavorato una importante Ong (The Innocence Project) che ha messo a disposizione i suoi avvocati. Quarto punto: al caso ha lavorato una università. Più precisamente il Civil Rights and Restorative Justice Project (CRRJ) della facoltà di legge della Northeastern University. Così si legge nella nota stampa ufficiale di questo caso: “Negli ultimi tre anni, decine di studenti e personale delle Northeastern University hanno condotto una meticolosa ricerca storica, scoprendo prove di violazioni costituzionali, tattiche di interrogatorio coercitive e ingiustizie razziali che hanno permeato ogni aspetto del procedimento giudiziario a carico di Walker”.
Ecco, fermiamoci. La politica bi-partisan, l’ufficio della pubblica accusa che accetta di rivedere l’operato dei suoi dipendenti ammettendone le scorrettezze, una importante Ong che, lo si capisce dal nome, si dedica agli errori giudiziari, e una università locale, con i suoi professori e “decine di studenti” che rileggono le carte. Ci viene in mente un caso giudiziario italiano in cui politica, magistratura, società civile e università abbiano lavorato insieme? Oppure preferiamo illuderci che in Italia non esistano errori giudiziari?

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