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FERMIAMO L’APARTHEID VERSO I DETENUTI PSICHIATRICI

22 maggio 2026:

Sergio D’Elia su l’Unità del 23 maggio 2026

Nello spazio limitato e nel tempo infinito di segregazione del suo corpo prigioniero, Nelson Mandela ha incarnato la lotta contro l’apartheid razziale nel suo Paese e contro l’apartheid politico del suo Paese dal resto del mondo. Nella segreta buia di una cella d’isolamento, ha concepito un futuro luminoso e sconfinato per il Sudafrica. È proprio vero che non esiste realtà che non sia stata frutto di una visione. Nei suoi trent’anni di privazione della libertà e di pena corporale, Mandela ha dato corpo alla visione di libertà del suo popolo segregato, mutilato, offeso. È proprio vero che il carcere può essere colonia penale del potere e nello stesso tempo genesi della fine della pena e del potere coloniale. Come una foresta o una montagna, il carcere può divenire luogo di resistenza e lotta di liberazione. Forse, non esistono nuovo ordine e legge fondamentale che non siano stati immaginati e concepiti dai “fuorilegge” rinchiusi nelle patrie galere, dai “pericoli pubblici” deportati nelle colonie penali, dai “pazzi” rinchiusi nei manicomi criminali, dai “nemici dello stato” esiliati all’estero o al confino nazionale.
La prigionia di Nelson Mandela non ha solo liberato il Sudafrica, ha ispirato il mondo nella lotta di liberazione delle nazioni, unite dalla tortura e dai trattamenti inumani e degradanti dei prigionieri. Il suo corpo prigioniero ha stabilito le regole dell’ONU che portano il suo nome. Esse fissano il Diritto Umano, vale a dire il Limite dello Stato, invalicabile dal potere costituito, nel momento e nel modo in cui tratta i carcerati. Se il limite è superato, lo Stato di Diritto diventa Stato di Torto, e può sfociare nella tortura o in punizioni o trattamenti crudeli, inumani e degradanti.
Nel 2015 l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato alcune regole di condotta, dette appunto “Mandela”, per porre un argine al potere degli Stati nel momento del giudicare, del condannare, del sorvegliare, del punire e isolare un essere umano. C’è la regola 44 che dice che è isolamento il confinamento per 22 ore o più al giorno in una cella senza significativi contatti umani e che è isolamento prolungato quello superiore a quindici giorni consecutivi. C’è la regola 43 che considera l’isolamento a tempo indeterminato una forma di tortura. Non è solo la sua durata, il luogo di detenzione può rendere la tortura ancor più crudele, la punizione inumana, il trattamento degradante.
Le celle di isolamento si trovano di solito nei bassifondi del carcere. Alle finestre di pochi centimetri quadrati c’è una prima linea di sbarre e poi una rete metallica e poi ancora la bocca di lupo. Impediscono alla vista di vedere anche il muro di cinta, alla luce di illuminare la stanza, all’aria di scorrere libera. A volte, la cella è detta “liscia” perché tutto è inchiodato alla parete o piantato al pavimento: branda, tavolo, sedile, armadietto, lavabo. Spesso, tutto è “a vista”, anche il gabinetto, che può essere una tazza di ceramica, un water d’acciaio o un “cesso alla turca”. L’ora d’aria si svolge, uno alla volta, in una vasca di cemento senza proporzione, la base di pochi metri quadri, le mura altissime e sopra, come tetto, una rete da pollaio.
Franco Basaglia ha aperto i manicomi a tal punto da chiuderli. A Trieste, quando il cavallo Marco che tirava il carretto con la biancheria sporca è andato in pensione, i matti ne hanno costruito uno in cartapesta azzurra alto tre metri, troppo alto per passare dal portone. Allora, Basaglia ha fatto demolire il battente superiore. Un corteo di centinaia di pazienti, infermieri e medici, in testa il monumento equestre, è uscito dal manicomio e ha attraversato la città. È stato un incontro storico tra il dentro e il fuori, l’inizio della fine delle gabbie per matti. Una volta, Basaglia, i matti li ha fatti anche volare. Ha convinto l’Alitalia a farli salire su un aereo. Dall’alto del cielo i matti hanno visto la città di Venezia, Trieste e il loro manicomio, sempre più piccolo, sempre più lontano, fino a scomparire dalla faccia della terra.
Le carceri di oggi hanno preso il posto dei manicomi di allora. Le celle lisce di isolamento e gli psicofarmaci hanno sostituito i letti di contenzione, le camicie di forza e l’elettroshock. Ho visto coi miei occhi brande prive di materasso, lenzuola e cuscino, piantate su un pavimento di cemento ricoperto di cibo, urina ed escrementi. Ho visto corpi nudi con una coperta lercia sulle spalle segnati da cicatrici per i continui atti di autolesionismo. Ho visto persone sorvegliate a vista giorno e notte perché a rischio di suicidio. Una pena vedere: non solo il condannato a vivere in quel luogo, anche il suo custode, condannato a lavorare ogni giorno in un tale degrado umano e ambientale.
Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono stati definitivamente chiusi dieci anni fa. Le Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM) delle carceri giudiziarie hanno preso il loro posto. Ho visitato quelle di Barcellona Pozzo di Gotto e di Reggio Emilia: la struttura è quella dei vecchi OPG, anche le scritte sui muri li ricordano. A Barcellona OPG, una volta, i matti venivano caricati su un pulmino e portati al mare, a prendere il sole e a fare il bagno. A Barcellona ATSM, non si vede mai il sole, il cortile dell’aria ha una pensilina, due lati in muratura e gli altri due sono cancellate alte 8 metri con in cima il filo spinato. A Barcellona ATSM, esiste una piscina, ma non si fa più il bagno, è dismessa da tempo e, dice ironicamente un internato, “serve solo per la coltivazione delle zanzare”.
Il 24 aprile scorso, nell’ATSM di Reggio Emilia, è morto un detenuto georgiano paziente psichiatrico. Era rientrato da un paio di giorni dall’ospedale dove era stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Era in attesa di essere trasferito in una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza). Invece è stato riportato in carcere e isolato in una cella senza sorveglianza. Si è impiccato lì, alle nove di sera. Aveva 35 anni. In questi luoghi, la sola permanenza induce alla pazzia. In questi luoghi i “pazzi” non ci dovrebbero stare. Nelle ATSM, non tutti lo sono, non tutti ci sono. Francesco, ad esempio, detenuto a Reggio, si dimostra più ragionevole dei suoi “detenenti” e, spesso, con loro è anche empaticamente risonante. Ma viene rimproverato quando scrive piccoli tatzebao che poi affigge sui muri della sezione con sacrosanti richiami a principi e regole nazionali e internazionali sul trattamento dei detenuti.
La Regola Mandela 39 invita le amministrazioni penitenziarie ad astenersi dall’adottare sanzioni disciplinari qualora la condotta di una persona detenuta è una conseguenza diretta della sua malattia mentale. La Regola 109 dice che in caso di disabilità mentali o problemi di salute gravi la detenzione deve essere in un ospedale, non in un penitenziario. La regola 45, stabilisce che, in ogni caso, è proibito l’isolamento dei detenuti che abbiano disabilità mentali e fisiche quando le condizioni possano aggravarsi in ragione della misura applicata
A queste regole voglio fare appello per dire che occorre porre fine se non alla carcerazione stessa, almeno alla pratica dell’isolamento dei “detenuti psichiatrici” e a ogni forma di uso “minacciato” o praticato, di trasferimento o procedimento disciplinare. Tali pratiche sono in netto contrasto con l’approccio empatico e non giudicante, il solo in grado di prevenire l’insorgenza di eventi critici aggressivi o autolesivi. Non aiutano il percorso terapeutico e riabilitativo (im)possibile in contesto carcerario, (tant’è) che ha portato giustamente alla chiusura degli OPG. L’Alleanza Terapeutica e l’empatia tra medico e paziente sono fondamentali. Le relazioni affettive, il coinvolgimento dei famigliari, ancor più nel caso di pazienti psichiatrici, rientrano necessariamente in questa santa alleanza terapeutica. Non solo le Regole Mandela, lo stesso Ordinamento penitenziario italiano pone un forte accento sul mantenimento dei rapporti familiari come parte integrante del trattamento rieducativo e del rispetto della dignità umana del detenuto.
È assurdo pensare di curare la salute mentale in carcere. Il carcere è una istituzione inutile e dannosa, un’organizzazione criminale e criminogena. Dopo aver chiuso gli OPG, l’aver aperto sezioni come l’ATSM non ha rappresentato una soluzione di continuità per i pazienti detenuti, che soffrono doppiamente: la malattia mentale e la carcerazione. Ciò è intollerabile anche per i “detenenti” che sanno bene l’assurdità di avere pazienti psichiatrici detenuti.
In quasi tutti gli istituti di pena del nostro Paese, nell’ufficio del direttore campeggia la foto del Presidente della Repubblica, lungo i corridoi che portano alle sezioni detentive i murales di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e nelle biblioteche del carcere, raramente, il regolamento d’istituto. Nei braccetti del 41 bis, nelle sezioni dette di “ordine e sicurezza”, nelle celle d’isolamento disciplinare e di sorveglianza particolare, dove sono ridotti a zero significativi contatti umani, dove il diritto diventa torto, e tutto si torce nel senso della tortura, lì, invece, si pregano Gesù Cristo e il suo Vangelo, si invocano Nelson Mandela e le sue Regole. Quando il volto sorridente dell’ex Presidente del Sudafrica sarà incorniciato nella stanza del direttore accanto a quello del Presidente della Repubblica italiana, quando le Regole Mandela saranno citate sulle pareti dei corridoi, affisse nelle bacheche delle sezioni e messe a disposizione dei detenuti, stampate nella loro lingua, nella biblioteca del carcere al posto del regolamento che non c’è, allora, avremmo compiuto una piccola rivoluzione simbolica e culturale, potremmo dire che Mandela è vivo e che, forse, è anche finito l’apartheid nelle carceri del nostro Paese.

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