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DALL’IRAN AL VENEZUELA, SE NON BASTA IL DIRITTO INTERNAZIONALE
31 gennaio 2026: Sergio D’Elia e Roberto Rampi sull’Unità del 31 gennaio 2026
Il nuovo anno è iniziato con un blitz che ha portato nelle prigioni americane il Presidente in carica (pur non riconosciuto) di un Paese sovrano, nel quale forze straniere hanno ucciso almeno una trentina di persone, forse di più. Non si può valutare un atto del genere sulla base della simpatia o dell’antipatia politica per chi è stato arrestato. Ma non basta nemmeno richiamarsi al diritto internazionale vigente, se è evidente che, nella migliore delle ipotesi, esso esiste solo sulla carta. Il blocco dei veti incrociati al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite rende inefficace ogni azione di contrasto alle violazioni dei diritti umani, e la Corte penale internazionale non opera nella maggior parte dei Paesi perché non è riconosciuta. La crisi dello Stato nazionale si misura tutta qui. Lo Stato nasce per difendere i suoi cittadini e, nel momento in cui ne diventa il carnefice, non ha ragione di esistere. Non possiamo rifugiarci in un burocratico e pilatesco principio di non ingerenza, accettando che ciò che avviene entro i confini di uno Stato sia sottratto a qualsiasi controllo esterno. Ma non può neppure prevalere la legge del più forte, dove qualcuno si auto-nomina sceriffo del mondo e arresta o elimina fisicamente chi ritiene responsabile di violazioni dei diritti umani, magari per ragioni indicibili legate a meri interessi economici e di potenza. Una prospettiva nonviolenta e transnazionale esige qualcosa di meglio. Una corte riconosciuta dalla grande maggioranza degli Stati potrebbe avere una giurisdizione universale? E potrebbe disporre di una forza di interposizione autorizzata a intervenire per fermare le uccisioni di massa? Si può porre un limite alla sovranità nazionale e far coincidere questo limite con la garanzia di tutela della popolazione? Un approccio nonviolento e transnazionale aprirebbe certamente scenari nuovi: per Gaza, per l’Ucraina e soprattutto per l’Iran, dove le stragi di civili di questi giorni sono il proseguimento di una violenza sistematica, esercitata da sempre nel disinteresse generale, che fa di quel Paese un campione della pena di morte. A questo proposito, stupisce la confusione dell’opinione pubblica e della politica italiana sulle vicende iraniane e la divisione delle piazze italiane che sostengono i manifestanti. Non si può ridurre la lotta contro un potere assassino a una questione meramente economica. Né si può far coincidere il giudizio su un regime teocratico, che usa la religione come strumento di segregazione e di morte, con il diritto di credere di un popolo nel quale l’Islam sciita è profondamente radicato e può, anzi deve, convivere con altre etnie e religioni. Preoccupa, inoltre, che a figure emerse da un passato sconfitto si pensi di affidare il futuro di un popolo che vuole emanciparsi e che tali reliquie, spesso eterodirette, si arroghino il diritto di decidere quali interlocutori siano legittimi e quali no ai fini di un cambio democratico in Iran. Da molti anni ci occupiamo di tutto questo, e lo facciamo a partire da un principio semplice e radicale: “Nessuno tocchi Caino”. Per la vita del diritto per il diritto alla vita. Su queste basi è necessario un salto di qualità: serve qualcosa di meglio dell’attuale diritto internazionale. La nostra stella polare e la nostra bussola, che illuminano e orientano il cammino, sono la tutela dei diritti umani. I nostri testi di riferimento sono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Meglio la prima del secondo: la Dichiarazione Universale è poesia, il Patto Internazionale è prosa. La differenza è tutta tra “universale” e “internazionale”, tra l’Universo e la Nazione. A salvare il mondo non sarà la realpolitik, ma la poesia. I veri realisti, i creatori di realtà, sono i poeti e i visionari, non i politici che si definiscono “realisti”. Nella Dichiarazione Universale c’è una strofa fondamentale, l’articolo 3: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”. In queste parole c’è tutto: quel testo dovrebbe essere inciso nella mente del legislatore e campeggiare sul frontespizio di ogni legge. Non solo la vita, non solo la libertà, non solo la sicurezza, ma i tre valori insieme: la sacra e indissolubile triade vita-libertà-sicurezza. Siamo altresì convinti che, per rendere giustizia alle vittime delle guerre, dei genocidi, dei conflitti e delle repressioni in corso nel mondo, non ci si debba consegnare ai consueti tribunali penali ad hoc, rispondendo alla violenza del delitto con il castigo esemplare. È vero: non c’è pace senza giustizia. Ma quale giustizia vogliamo? Non occorre risalire alla notte dei tempi per scoprire qualcosa di meglio del diritto penale, anche quando è internazionale. In Ruanda, dopo il genocidio, e in Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid, non sono stati edificati tribunali e carceri speciali, ma corti e commissioni per la “verità e riconciliazione”. La verità, per salvaguardare la memoria delle vittime; la riconciliazione, per preservare il futuro di una comunità. Verità e riconciliazione: così il piatto della bilancia torna in equilibrio.
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